Aprile 2006


Ok, i Battles non sono esattamente un gruppo da Warp Records, questo lo devo ammettere, ma in realtà si uniformano al catalogo della label, molto meglio di altri recenti acquisti, vedi Maximo Park e Gravenhurst. E così, pur non essendo un fan dei Don Caballero, eccomi qui a promuovere la nuova creatura di Ian Williams. Per quanto possa risultare strano, la copertina la dice lunga sui solchi di questa doppia raccolta di 3 Ep già editi tra il 2004 e il 2005. Foglie, verde, natura densa, natura ostica, natura perfetta; è già, perché tutto in natura è perfetto, una perfezione celata da un apparente caos, in realtà ragionato, in realtà la simmetria è un concetto arcinoto in natura. Niente di meglio delle foglie, perciò, a simboleggiare gli accordi math rock incisi sui due dischetti. Ian riprende una consuetudine già sperimentata nei suoi Caballero, ma le chitarre seppur matematicamente cadenzate, sono terribilmente calde ed il suo polso ispiratissimo. Poche le linee guida, oltre alla chitarra, la batteria ed elettroniche ambient. Un disco semplicemente complesso, un frullato di Tortoise, Progressive e Jaga Jazzist (con le debite proporzioni), sfiorato il capolavoro.
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EP C/B EP [Warp - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: Strom & Stress, Don Caballero, Jaga Jazzist
Rating:
1. Sz2
2. Tras 3
3. Ipt2
4. Bttls
5. Dance
6. Tras
7. B+T
8. Uw
9. Hi / Lo
10. Ipt-2
11. Tras 2
12. Fantasy
One of the most exciting bands to have emerged from the Brooklyn scene is The Double, a noise foursome not very different from The Liars in overall attitude. Both bands share a sound rooted in experimental New York noise, have worked with producer Steve Revitte and count among their band members a visual artist (very useful when it comes to album covers). On their recent albums, both bands have tried to reach out to newer types of influences: The Liars had a go with quasi-tribal drumming voodoo-like singing; The Double have done a much better job by incorporating into their pop-rock dramatic soundscapes not commonly found in rock music. “Loose In The Air” begins with “Up All Night”, an unsettling piece rolling from instrumental crescendo to a nostalgic tune. It continues with “Idiocy”, a potential indie hit beautifully combining post-punk guitars with a sweet melody that seems to have come out of a music box. Further into the album, the songs acquire a darkness that can be associated with very old horror movies or the claustrophobic beat of Suicide. Squeaks and distortions are present almost everywhere on the album: on “What Sound Makes The Thunder” they become a sonic illustration of the lyrics, with the whole sounding much like a charmingly naïve amateurish theatrical production. Elsewhere the instruments are sparser: On “In The Fog” David Greenhill (the singer) is accompanied by nearly only a piano, which lends to his voice a resemblance to that of early 80’s John Cale.
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Loose In The Air [Matador - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: The Liars, Arcade Fire, John Cale
Rating:
1. Up All Night
2. Idiocy
3. Icy
4. On Our Way
5. Ripe Fruit
6. Hot Air
7. What Sound It Makes The Thunder
8. In The Fog
9. Dance
10. Busty Beasty
Pensate: “E’ evidente che la negazione della negazione equivale all’asserzione”. Cadete a terra svenuti con in mano l’ultimo bicchiere di vino. Mentre constatate la gelida compattezza del pavimento con la guancia osservate/ascoltate le schegge di vetro infrangersi con un suono cristallino. Giungete all’illuminazione serale: Attualmente se ti chiami Lillian Berlin sei cool. Se non ti chiami Lillian Berlin non sei cool. Riassunto delle puntate precedenti: se sei in una band formata da quattro persone e due di queste sono i tuoi fratelli (Eve-basso, Bosh-batteria) sei cool già in partenza. Se poi a questo aggiungi che sei sposato con la regista Floria Sigismondi (Incubus, Sigur Ròs…) acquisti un ulteriore bonus tridimensionale supercool all’arancia. Se poi, già da quando aprivi i concerti ai Libertines e ai Vines, due riviste americane su tre ti additavano come l’unico vero erede vivente di Mick Jagger allora cominci quasi a pensare di aver raggiunto il livello semi-god al caramello. Se infine dichiari pubblicamente in un’intervista che, pur essendo nato e cresciuto a St.Louis, Missouri, non vedresti l’ora di trasferirti a Pescara perché “lì si che si vive bene altro che America…vorremmo proprio prendere un appartamento sulla costa…” allora sei veramente uno alternativo fin dentro le ossa (e scritta da uno che è nato e cresciuto nel cuore dell’Abruzzo questa frase “pesa” il doppio…). Bene, credo che abbiate capito, simpatici ragazzuoli, che il gruppo del quale si parla oggi è leggermeeente sopra le righe. Politicizzato come neanche Micheal Moore nei suoi giorni peggiori e selvaggio come i gatti randagi delle periferie cittadine i Living Things di Lillian Berlin danno alle stampe un concentrato di debut-luminescenza targata Steve Albini che non fa rimpiangere i migliori gruppi garage anni settanta. Un assaggio di queste voglie anarchiche lo si aveva avuto già l’anno scorso con i The Others, solo che nel debut dei Londinesi c’era veramente troppo casino e poche idee e il tutto convergeva solo in uno sfascio di tutto (si esatto anche di palle…). Qui si sa “dove andare a parare”. Anche nell’anarchia ci vogliono un po’ di regole? Io non lo so, ma questo è meglio di tutte le band inglesi attuali. Punto. La voce che sembra rubata per un secondo a Caleb Followill e la chitarra presa a forza da Keith Richards anzi dai Ramones, anzi dalla band di vostro cugino che suona dietro casa. Tutto sfasciato, tutto sporco, metropolitano e scazzatissimo. Polvere. Niente di particolarmente metafisico. Bottiglie di birra con dentro qualche tigre. Dai sparate al massimo sto disco senza troppe storie. Non serve mica il mio parere per svelarvi che voi in fondo siete sempre e comunque l’avatar di Dio mentre si gode un pezzo rock. Uno che è cool fa musica cool. Punto.
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Ahead Of The Lions [Jive Records - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: Rolling Stones, Ramones, Velvet Underground
Rating:
1. Bombs Below
2. I Owe
3. Bom Bom Bom
4. New Year
5. God Made Hate
6. End Gospel
7. No New Jesus
8. March In Daylight
9. Keep It Til You Fold
10. Monsters Of Man
11. On All Fours
12. I Wish The Best For You
«Nick, ascolta, che vogliamo fare per il secondo album? No perché io avrei un suggerimento…è un’idea che mi ha dato Julian…cioè gli Strokes dopo l’esordio garage hanno cambiato e hanno fatto un disco pop, ecco secondo me noi dovremmo…» «Karen! Dolcezza, ascolta…considerando che sei piuttosto cessa io proporrei che ti vai a rifare un po’ il trucco e mi raccomando lavati anche le ascelle che tra un po’ andiamo on stage. Al secondo disco ci penso io, stai tranquilla che mentre lavoravo con Conor mi sono venute in mente due ideuzze a riguardo…». Nick Zinner è magrissimo. E’ talmente magro che se gli dai uno schiaffo a manrovescio misà che crepa. Nick Zinner suona bene la chitarra, ha un taglio di capelli da denuncia ma ha sempre un sacco di idee infernali che impastano il suono e lo ruotano come cazzo vuole lui. Io sono un ragazzo intelligente e quindi sapevo già da qualche mese che il nuovo degli YYY sarebbe stato bello. Io lo sapevo perché mi sono intrippato non poco dentro le linee sconvolte “Digital Ash In A Digital Urn” di Bright Eyes. Lì Zinner era il produttore ma stava facendo le prove generali per “Show Your Bones”. Ecco quindi che mentre tutti continuavano a nominare gli Yeah Yeah Yeahs pensando subito “al mezzo” ossia Karen O io che sono sveglio sorridevo perché sapevo che Zinner non mi avrebbe tradito. Possono anche scriverci che il produttore del disco è tizio ma io lo so che dietro c’è lui. Ecco quindi le chitarre acustiche, l’elettronica e i ritmi sincopati, spezzati, irregolari. Finalmente tutto l’album sembra un album e non un’unica canzone che dura 40 minuti. Amo i gruppi che anche se poco alla volta sanno portare avanti un discorso e rinnovarsi. Ecco perché amo i Black Rebel Motorcycle Club e i Cooper Temple Clause. Ecco perché da oggi mi piacciono un po’ di più anche gli Yeah Yeah Yeahs.
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Show Your Bones [Atlantic - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: The White Stripes, The Kills, Elastica
Rating:
1. Gold Lion
2. Way Out
3. Fancy
4. Phenomena
5. Honeybear
6. Cheated Hearts
7. Dudley
8. Mysteries
9. Sweets
10. Warrior
11. Turn Into
12. Deja Vu
Carta abrasiva made in Italy. I Kessler debuttano sotto l’ala protettrice dell’Alternative Records con un disco prodotto in larga parte da Riccardo Tesio (Marlene Kuntz) fatta eccezione per un paio di tracce affidate alle abili mani di Madasky (Africa Unite). La musica contenuta in questo esordio d’impatto è un mini ibrido tra il rock grezzo dei Verdena e le sfumature (più dolci ma non meno amare) dei Subsonica. Riffs Ossessivi e un autocisterna di distorsioni. I testi però spesso lasciano molto a desiderare e danno l’impressione che ci si sia limitati al primo risultato accettabile raggiunto: “Così sensibile-Speciale?? Così sensibile-Volgare! Tensione al limite, uno spasmo Raggiunto il limite, L’orgasmo!!! […] Uh Uh Zitta mia cagnolina!!! Manda una cartolina!!! Uh Uh Fai ciao con la manina!!!” questa minima parte ripresa da “Bastogne” credo che sia l’esempio migliore di come, in Italia, siamo ancora spesso ancorati troppo alle sonorità e troppo poco al contenuto dei testi. Ultimamente l’unico esempio di testi accettabili italiani che è passato sotto il naso del sottoscritto è stato l’esordio di Pasquale De Fina, ma quella è un’altra storia. Tornando al disco si può concludere contrapponendo ai testi “un po’ così” una produzione a dir poco ineccepibile per il sound della band con interessanti atmosfere misteriose (”Come Mosche”) alternate a fangose irruzioni di rabbia distorte da un’idea giunge (il ritornello di “Strani Giorni” sembra suonato dentro un garage a Seattle nell’anno di grazia 1992). A fine disco tutto sembra leggermente monocorde seppur un enorme passo avanti rispetto alle decine di gruppi nostrani che si atteggiano a rockstar sui canali televisivi e nelle riviste non sapendo di essere vittima del loro ridicolo.
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Un Altro Giorno d’Amore [ Alternative - 2006 ]
Similar Artist: Verdena, Subsonica
Rating:
?. La Teoria Del Vuoto

Opposizione partecipativa del rock. Inchiodato davanti alla TV, immerso nel mio personalissimo “trip suburbano da salotto” guardo assuefatto le immagini e mi tengo informato su tutti i prodotti per le perdite femminili, quelli per combattere la stitichezza (con la bionda popputa così innamorata del bifidus essensis) e vari ameni “tricch’e'ballacche” al sapore di spazzatura. Spengo il televisore. Accendo lo stereo. Dentro c’è il debut dei Wolfmother e quella che esce dalle casse è una tempesta elettrica di vento.

Questo gruppo proveniente dall’Australia sarà presto sulla bocca di molta gente. L’attitudine musicale è di quelle che lasciano senza fiato come una martellata al centro della schiena. Seguendo in parte il discorso hard dei Datsuns, la frenesia degli At The Drive In e l’impeto allucinogeno dei primi Queens Of The Stone Age, i Wolfmother riportano sulla scena un rock d’impatto fatto di schitarrate di marca Grateful Dead-Led Zep e giri di basso straordinariamente punk.

Psichedelia, progressive rock, organetto farfisa che spunta di tanto in tanto e un baratro infinito di cenere. Briciole argentate che cadono dal soffitto e lucenti frammenti di ricordi che evaporano dall’inferno. Benvenuti nell’infuocato cumulo d’emozioni che presto vi brucerà lo stomaco.

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Wolfmother [ Modular- 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist:
The Datsuns, At The Drive In, QOTSA
Rating:
1. Colossal
2. Woman
3. White Unicorn
4. Pyramid
5. Mind’s Eye
6. Joker And The Thief
7. Dimension
8. Where Eagles Have Been
9. Apple Tree
10. Tales From The Forest Of Gnomes
11. Witchcraft
12. Vagabond
Aria fredda e legame chimico non saturo nascosto dentro le distorsioni di semplici riffs e dietro il rumore elettronico dei trapanatori delle miniere di Golconda (terzo anello). Oddio, forse dire che mi vengono in mente più volte i Depeche Mode era sicuramente più semplice ma vuoi mettere l’effetto dei trapanatori di Golconda? “Meds” è il quinto lavoro della band di Brian Molko che è sopravvissuta non senza piccoli incidenti di percorso (Black Market Music) al brit pop inglese anni novanta. I Placebo sono stati sempre a un passo di distanza dalle lotte tra Oasis e Blur, creandosi una loro piccola e oscura (androgina) dimensione che poco alla volta li ha portati a trasformarsi in un bel fenomeno musicale. E se è vero che basterebbe ascoltare il debut omonimo della band e il secondo album “Without You I’m Nothing”per capire tutto della loro musica senza aver bisogno di ulteriori “approfondimenti” è vero anche che non si può togliere il merito alla band di aver partorito un quinto (!) album veramente accattivante. “Meds”, che vede anche la “comparsa” di VV dei Kills e di Micheal Stipe (mica Pappalardo) in un paio di tracce, è il perfetto punto d’incontro tra la malinconia e l’oscurità di “Without…” e l’elettronica di “Sleeping With Ghosts”. Il risultato è davvero convincente; neanche una nota stonata per un lavoro intimista, romantico e un po’ strafottente come nella migliore tradizione Placebo.
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Meds [ Astralwerks- 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: : JJ72, Cure
Rating:
1. Meds
2. Infra-Red
3. Drag
4. Space Monkey
5. Follow The Cops Back Home
6. Post Blue
7. Because I Want You
8. Blind
9. Pierrot The Clown
10. Broken Promise
11. One Of A Kind
12. In The Cold Light Of Morning
13. Song To Say Goodbye
N02BE01: Il paracetamolo è tuo amico. Rilassati, prendi anche un gustoso antispastico per le contrazioni di stomaco (ti consiglierei una cosa leggera; Valpinax diluito al 3% andrà benissimo) e poi infilati quelle cuffie scassate*. Questo disco è una parte del sogno pop che stai per iniziare a costruire con la tua mente. Ti sono piaciuti i Mamas & Papas, i Magic Numbers e Samuel Beam? Bene. Buttali perchè adesso hai questo tra le mani ed è come se non avessi mai sentito nominare i Turin Brakes: grandioso. Ti sei alzato tardi il giorno che sei morto eppur ricordi nitidamente il sussurro onirico di “Here At The End” con le sue impressioni lontane di spazi aperti e natura silenziosa. Violoncelli e vento, sospesi tra le nuvole. Seguite il nostro consiglio, questo disco vale ogni singolo euro del suo costo. Non avete poi mica tanta scelta per il pop di qualità in Italia attualmente: vuoi mettere del sano indie acustico di marca “dummies” con l’affidarsi alle recensioni delle riviste “Gucci Rock” in circolazione per poi magari ritrovarsi per strada a cantare “Mia nonna è un’astronauta Pa Pa…” di Stragà? Tutto è limpido oggi, ve lo sentite, anche se intorno a voi la camera è immersa nell’oscurità. Non è di certo l’ora di alzarsi…è ancora troppo presto.
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Woke Up Early The Day I Died [FutureAppleTree - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: Damien Rice, Gravenhurst, Iron And Wine
Rating:
1. Glad To Be Scattered
2. Sound As Ever
3. Seashaken Heart
4. Happy
5. Here At The End
6. I Don’t Understand These Machines
7. It’s Pretty Hard To Go Home (After Something Like That)
8. Flood
9. With Stars Down
Se non hai più benzina devi fermarti (possibilmente a un distributore) e se non ti fermi sarà la macchina prima o poi a farlo. E’ così, punto. Fa parte di quelle cose assodate alle quali nessuno pensa tanto è scontata. Fatti oggettivi: l’erba è verde, la nutella è l’alimento più buono del mondo, il cielo è azzurro, non c’è artista più talentuoso attualmente di Devendra Banhart e così via… . Ebbene misà tanto che Tom Verlaine non si è accorto di “essere a secco”. L’ex frontman dei Television è fermo sul ciglio della strada col pollice in su: benzina finita. “Songs And Other Things” non è un cattivo lavoro e offre anche dei buoni spunti su cui discutere come l’ottima “Nice Actress” che rivela nella sua psichedelia ancora un po’ di sangue caldo o la loureediana “A Stroll”. Il fatto è che, sostanzialmente, il disco non arriva da nessuna parte e annoia non poco. Ritmi blandi e musica scontata, senza mordente, per un discorso che non dice proprio niente di nuovo che non sia già stato urlato dai Velvet Underground qualche decennio fa. Per di più non c’è un vero e proprio genere (non che ce ne debba per forza essere uno…) e si ha quindi come l’impressione che il buon Verlaine volesse “accontentare più palati” non riuscendo a saziare però nemmeno una persona. Musica cantautoriale d’ispirazione USA anni ‘70 senza infamia e senza lode. E mentre noi sfrecciamo con la nostra Maserati a tutto gas, impolverando i jeans del povero Tom, abbiamo comunque chiaro in mente che “non bello” non significa necessariamente “brutto”.
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Songs And Other Things [Thrill Jockey - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: Tom Waits, Jim O’Rourke, Lou Reed
Rating:
1. Parade In Littleton
2. Heavenly Charm
3. Orbit
4. Blue Light
5. From Her Fingers
6. Nice Actress
7. Stroll
8. Earth Is In The Sky
9. Lovebird Asylum Seeker
10. Documentary
11. Shingling
12. All Weirded Out
13. Day On You
14. Peace Piece
Un forte brusìo. Un vociare inarrestabile da cui emerge Chopin. Undicesimo studio. Opera venticinque. Molecole d’aria che si muovono. Stop. Tempo di qualcos’altro. Eccomi qui, bello e incupito dentro quello specchio, a recensire “In The Land Of The Sun” dei Satellite Inn., scommessa vinta in partenza della Urtovox. In termini pratici si può dire che il gruppo suona come se gli Smashing Pumpkins dopo “Adore” avessero deciso di svoltare verso un folk psichedelico: elettrico, sperimentale, toccante e infinito. Rabbia piena di sfumature blu. Il nostro linguaggio (corporeo, mentale, percettivo) è il mezzo con cui ci appoggiamo inconsapevolmente all’universo e i violini che pulsano sotto la pelle di “Adeline” sono la chiave per capire qual è la visione della band riguardo la vera realtà delle cose e che colore ha nel profondo. La voce di Stiv Canterelli possiede il timbro malinconico di Billy Corgan, lo stress paranoico di Thom Yorke e la fragilità di un sussurro di vento. I testi romantici come quelli di Joakim Berg [Kent] (provate a non piangere, leggendo e respirando “Sauget Wind” di notte…) si adagiano su una musica di cui l’Italia potrebbe andar fiera per i prossimi cinque anni (altro che Povia e i piccioni…). A volte, per fortuna, ci si accorge in tempo di ciò di cui si aveva bisogno. Eliminati tutti i gruppi garage-pop che ruotano attorno alla testa rimane quello più brillante e necessario, senza possibilità d’errore. «Eliminato ogni altro fattore, quello che resta deve essere il fattore esatto». Non sono io a dirlo. E’ Sherlock Holmes.
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In The Land Of The Sun [Urtovox - 2006] - BUY HERE
Similar Artist: Smashing Pumpkins, Kent, Kashmir
Rating:
1. Intro
2. Mountains
3. Last Summer Day
4. The Hard Ground
5. Look At The Stars, They’re So Bright
6. Adeline
7. Rainy Day
8. Arizona
9. Sauget Wind
10. Always
11. Unknown Angel
12. Place And Time

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