Giugno 2006


THE CHARLATANS suoneranno al FREQUENCY FESTIVAL 2008

Madchester, l’hacienda, gli abiti baggy, quelli sì che erano bei tempi! Purtroppo è durato poco, anche e soprattutto per demerito dei protagonisti di quell’epoca ci siamo velocemente ritrovati a ricordare quei primi entusiasmanti anni ’90 come periodo embrionale del più chiacchierato brit-pop. Gli Stone Roses si sciolsero quasi subito, gli Happy Mondays impasticcati come erano non sarebbero comunque durati più di un paio di decenti album, James, Inspiral Carpets, Carter USM così famosi da poter tenere in piedi un intero movimento da soli non lo sono mai stati. Ritrovare quindi oggi, anno di grazia 2006 (sono passati quasi 20 primavere !!!), i Charlatans ancora in grande forma suscita nei confronti di Tim Burgess e soci rispetto e profonda ammirazione. Non è da tutti passare indenni più di un genere musicale, rimanere sulla cresta dell’onda sempre e solo grazie alle proprie canzoni e mai per squallide operazioni, spesso pianificate ad arte, quali scioglimenti, reunion, progetti paralleli. Mai sconvolgente, per nulla rivoluzionaria, lontana anni luce da rimanere impressa nella memoria storica, la musica di questo gruppo realizza semplicemente le aspettative che genera, ovvero essere una volta ancora sincero ed appassionato manifesto di un sound che proprio i Charlatans hanno pesantemente contribuito a diffondere. Così è anche per “Simpatico”, album numero dodici, ennesimo concentrato di alternative rock dance-floor oriented, lavoro che finisce per colpire nel segno assecondando i gusti di quanti, al di là di un passione specifica nei confronti del quintetto di Manchester, ripongono nel rock inglese degli ultimi decenni gran parte delle loro attenzioni. Per gli ‘adepti’ di vecchia data, viceversa non sarà difficile ritrovare con immenso piacere certe intromissioni di tastiere (“Blackened Blue Eyes”, “Muddy Ground”), diventate famigerato tormentone fin dalla storica “The Only One I Know”, scoprendo al tempo stesso un’improvvisa infatuazione per ritmiche reggae (“City Of The Dead”, “Road To Paradise”). In tempi di musica ‘fast-food’, dove band vengono allestite e smontate con la stessa velocità delle bancarella a Porta Portese la domenica mattina, abbiamo un dannato bisogno di gente come i The Charlatans, di gruppi che salvano il rock ormai non se ne vedono più ma anche quelli in grado di suonarlo bene e farlo così a lungo non sono certo all’ordine del giorno.
Cover Album
Band Site
Simpatico [ Sanctuary Records- 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Stone Roses, James, Ride
Rating:
1. Blackened Blue Eyes
2. NYC (No Need To Stop)
3. For Your Entertainment
4. Dead Man’s Eyes
5. Muddy Ground
6. City Of The Dead
7. Road To Paradise
8. When The Lights Go Out In London
9. The Architect
10. Glory Glory
11. Sunset & Vine
Discography: RIDE THE TIGER ( 1986 - Coyote Records/City Slang ), NEW WAVE HOT DOGS ( 1987 - Coyote Records/City Slang ), PRESIDENT YO LA TENGO ( 1989 - Coyote Records/City Slang ), FAKEBOOK ( 1990 - Bar/None ), THAT IS YO LA TENGO ( 1991 - City Slang ), MAY I SING WITH ME ( 1992 - Alias Records ), PAINFUL ( 1993 - Matador ), ELECTR-O-PURA ( 1995 - Matador ), GENIUS + LOVE = YO LA TENGO ( 1996 - Matador ), I CAN HEAR THE HEART BEATING AS ONE ( 1997 - Matador ), STRANGE BUT TRUE ( 1998 - Matador ), AND THEN NOTHING TURNED ITSELF INSIDE-OUT ( 2000 - Matador ), Summer Sun ( 2003 - Matador ), Prisoners Of Love (2005 - Matador ).
Partendo dall’ assurdo paradosso, potremmo dire che se è vero che i Television Personalities, a loro tempo e a loro dire, sarebbero potuti essere meglio dei Beatles, gli Yo La Tengo, per quanto fatto vedere all’ Estragon di Bologna, potrebbero essere meglio di Beatles e dei Rolling Stones messi assieme. Grandissima prova dunque per il gruppo di Georgia e Ira, che in terra felsinea fanno sfracelli pur incarnando in uno solo tutti gli anti-stereotipi della rock star di successo: spostati, con al seguito amico-terzo-incomodo grasso e goffo, niente video, poche manie, niente trucchi (tipo siamo fratelli e invece no e invece si). Altro che droga sesso & rock’ n’ roll, qui si tratta di sad-core, distorsioni e tisane alla valeriana (nel senso di Tisane alla Tom Verlaine ). L’ ovvia conclusione al termine di una serata epica, tra la commozione dei partecipanti tutti, è che qui ci troviamo davanti ad un gruppo che è invecchiato in maniera splendida. Ancora vivissimi e creativi come sempre. Che donna Georgia!!! Il perfetto incrocio genetico fra Nico e Beth Gibbons. E pensare che la scena che li vide esordienti parlava di Underground e pensava ai Velvet, scriveva indie e si leggeva Televison. Oggi siamo ormai giunti alla terza generazione di ragazzini che scimmiottano ragazzini, che scimmiottavano ragazzini che 10 anni fa scimmiottarono i Velvet. Eppure tra mille starlette rock, tra mille video su Mtv, mille “Stupid Girls” che pensano di essere più mature di altre “Stupid Girls” e mille flash, la credibilità sta altrove. La credibilità sta fra le quattro mura domestiche di un gruppo che rimarrà nella storia della musica indie. L’unica bottiglia buona in una cantina d’annata piena (o quasi) di champagne diventato aceto. La bottiglia stappata, a dita incrociate e con sollievo finale, la sera del 30 Maggio all’ Estragon di Bologna è ottima e frizza ancora. Chapeau.

P/s Il bilancio finale è una scaletta omogenea che vede alternarsi un po’ tutti i mood in cui il gruppo si è cimentato negli anni con 2 bis finali e tante canzoni a richiesta, cosa tanto rara quanto magnifica.

Link:
Estragon’s Official Site
Yo La Tengo’s Official Site

Mp3:
Beanbag Chair - From the next album (out in September): “I Am Not Afraid of You and I Will Beat Your Ass”
Little Eyes - From “Summer Sun”
Don’t Have To Be So Sad - From “Summer Sun”

Potresti essere seduto sul bagnasciuga di una spiaggia vuota in una giornata in cui non fa troppo caldo, a rovesciare e contorcere le tue malinconie e le tue paure. Proprio li dove l’acqua incontra la terra e il suo moto perpetuo culla la tua mente. Questa è la prima immagine che mi viene in mente ascoltando questi Roommate, progetto di Kent Lambert, uno di quegli esempi di cantautore che sa maneggiare l’elettronica rendendola calda, confortevole, intima e confidenziale. Quello che colpisce, in questo disco è che i loop e i beat, piuttosto delicati, si accompagnano, oltre alle solite tastiere e a qualche chitarra di tanto in tanto, a dei testi profondamente ispirati e allo stesso tempo rassegnati. Le immagini che vengono fuori sono piuttosto forti, profondamente influenzate dalla situazione odierna dell’America di Bush: “The war will start on Monday we will go to work we will read the headlines we will go get coffee” è la strofa iniziale di “Tuesday” e quindi dell’intero disco, che ci avverte subito che ci sarà poco spazio per la speranza e molto abbandono ad una sottile rassegnazione alle cose che ci accadono intorno. Il tema della guerra torna spesso, come nella cantilena breve e ossessiva di “War talk”, in cui muri sonori abbastanza inquietanti fanno da sottofondo ad un paio di strofe ripetute con tono da celebrazione funebre. L’intera scaletta non lascia mai spazio alla luce e ad un ipotetico trionfo di un bene su un male profondo, e nei testi emerge il talento di Lambert nel saper giocare con immagini in chiaroscuro, crepuscolari, mai banali e allo stesso tempo molto semplici e lineari. Per certi versi ricorda il lirismo di uno come Robert Smith, mentre l’impostazione sonora è vicino ai territori esplorati da Patrik Wolf e dall’elettronica distensiva di Nathan Fake. Non è certo un giro sulle giostre o una simpatica gita fuori porta della domenica mattina questo disco, ma è un’esperienza dura e intensa, in cui davvero pare di starsene seduti da qualche parte con l’acqua che ti bagna le caviglie a guardare la luce di un pallido sole di fronte a noi. Che sembra così vicina da poter essere afferrata, ma questa volta sei talmente rassegnato che le la lasci inabissarsi lentamente, finendo per restare avvolto da una nuda oscurità.
Cover Album
Band Site
Songs The Animals Taught Us [ Plug Research - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Nathan Fake, Boards Of Canada, Patrick Wolf, Xiu Xiu
Rating:
1. Tuesday
2. Fairgrounds
3. Hot Commods
4. Status Hounds
5. Typhoon
6. War Talk
7. Dinner With Ivan
8. Fresh Boys
9. Molly
10. Hollis(Hope To Come Back)
Due sono gli anni trascorsi dall’esordio dei Futureheads, decine sono le nuove bands che nel frattempo si sono affacciate sul proscenio d’oltremanica. Considerazione fondamentale da fare questa per raccontare “News & Tributes “, perché se all’uscita del primo omonimo Lp i Futureheads potevano giocarsi la carta della “ novità “ del ritorno delle sonorità post punk o art rock, ora la scena musicale è veramente satura di certi revivalismi. Evidentemente questo l’hanno capito pure i quattro kids di Sunderland, ed il loro nuovo lavoro non indugia sugli stessi schemi che li avevano portati al meritato successo nel 2004. Una scelta coraggiosa, forse, chissà quanto dettata dalla reale volontà di non ripetersi e quanto dal fatto che non era facile comporre un altro album del valore del precedente. Insomma, scelta coscienziosa o carenza creativa che sia, “ News & Tributes “ non convince appieno come il suo predecessore. Ci sono diversi buoni pezzi, i Clash, il Paul Weller dei Jam e gli Housemartins continuano a far capolino da tutte le parti e ora fanno spazio anche al Damon Albarn prima maniera, alle sporadiche apparizioni degli XTC e alle cose migliori degli Ordinary Boys, ma mi chiedo se questo basti a reggere l’urto della concorrenza, in terra d’albione terribilmente numerosa e incalzante. NME non gradisce sostenere a lungo bands che siano ordinariamente nella media, perché di gruppi da 6 in pagella ne escono tutti i giorni a quelle latitudini, quindi se tu fai parte della media o ti fai fotografare mentre inietti una dose di eroina a qualche tua fan e finisci su tutte le copertine o rischi di finire nell’oblio del british pop. I Futureheads hanno quindi due possibilità: iniziare a vestirsi con degli stracci firmati Dior e avvertire tutti i fotografi della zona quando si stanno accingendo a sdraiarsi una botta di cocaina oppure alzare il tiro della loro musica. Fossi in loro scegliere questa seconda opzione perché a mio parere le capacità hanno dimostrato di averle tutte. In caso contrario il problema è che di gente ancora tanto Jam & Clash-addict da apprezzare ottimi pezzi intrisi di Inghilterra come “ Face “, “Back To The Sea “ e “ Skip To The End “ ora come ora ancora se ne trova ma, si sa, quando canzoni simili le senti da troppo tempo, da troppi gruppi e per troppo volte rischi di annoiarti… almeno fino alla prossima next–big-thing che, se continueranno su questa strada, speriamo arrivi per i Futureheads il più tardi possibile.
Cover Album
Band Site
New And Tributes [ Vagrant Records- 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Jam, Clash, The Ordinary Boys, Blur
Rating:
1. Yes/No
2. Cope
3. Fallout
4. Skip To The End
5. Burnt
6. News And Tributes
7. Return Of The Beserker
8. Back to the Sea
9. Worry About It Later
10. Favours For Favours
11. Thursday
12. Face
13. Area
14. Help Us Out
15. We Cannot Lose
16. Decent Days And Nights(Shy Child Remix)
Discography: Woke Up Early The Day I Died (Future Appletree - 2006)
Da circa tre mesi vivo in quella che probabilmente, dopo Città del Messico e Calcutta, è la città più sporca del mondo: puzza di cacca canina 24 ore al giorno e allegre macchie rossastre giovanili di vino, collassate agli angoli delle strade. Questi giorni sono bagnati da un sole veramente accecante. Tutto è in fermento: la gente comincia ad andare alla ricerca dei posti all’ombra e ogni singolo atomo è in armonia con l’universo. Le ragazze escono in strada già semi-nude e io mi ritrovo a radiografare lo sballonzolamento delle loro tette con sguardi fugaci. Gli indiani, a loro volta, radiografano sorridenti le tette della mia ragazza (che quasi sempre sembra più indiana di loro ma non lo è…) così rischio di fare a botte un giorno si e l’altro pure. Accendo il computer con la ormai-più-che-defunta speranza che dalla Minimum Fax mi scrivano “Caro ragazzo finalmente è arrivato il giorno che lei aspettava: pubblicheremo il suo libro a nostre spese perché lo troviamo veramente allucinato, nonché fortemente deviante per i giovani lettori dall’animo sensibile. Nel frattempo le consigliamo vivamente una bella visitina dallo psichiatra”. Niente messaggio dalla Minimum Fax. In compenso però ci sono le risposte dei TRACK A TIGER alle mie domande (rigorosamente, in parte, riciclate da quelle per i Band Of Horses). Non credo ci sia bisogno di ri-presentarvi i Track a Tiger, considerato che c’è una impeccabile (eh eh…) recensione sul sito che descrive la loro musica, però basta dire che negli ultimi mesi pochi album hanno conquistato le mie orecchie in maniera completa e uno di questi è proprio “Woke Up Early The Day I Died”.Enjoy!

Hi guys, first of all I’d like to ask you where are you and what were you doing before turn on the computer?

Well, I was mailing out a few CDs for a ‘zine and a club. I’m trying to put some shows together in May. Before that I was eating some tater tot casserole my mom sent home with me. I was back visiting my family in Iowa. I had a week off for spring break. I’m a high school teacher.


Where did you meet for the first time? How and when did Track A Tiger born? Tell Us Something about the band’s name.

The rhythm section, Mike Ciuni and Aaron Wilkins, are teachers at the same school where I work. I believe I asked them in the teacher’s lounge one day if they wanted to be rock and roll stars. They said no, so it was a perfect fit. I met Alissa and Patrick online through Craiglist in Chicago. I met Alissa when I was putting the final touches on the record. She sang on some of the songs.I have no idea where the name came from. I used it about 9 years ago for a name of a few songs a friend and I 4-tracked. I couldn’t think of anything new when this project started, so I recycled.

Describe your music using only 5 words.
Folk rock harmony cinnamon toast

Let’s talk a bit about your music. Your sound has some emo acoustic influences and quite an “american lo-fi part” into it. What are the band which influenced your sound the most?
Ha. Funny you should ask about the “lo-fi” thing. I was just talking about that to a friend of mine, Pat Stolley, who mixed and mastered the record. It wasn’t meant to be low-fi, I just didn’t know what the hell I was doing when I recorded it. But I think it may have lead to its charm. 90% of the record was me in my apartment with squeaky floors, a noisy cat, and lots of traffic going by. There are so many influences. I guess stuff I had in mind when recording was Low, Richard and Linda Thompson, Nick Drake, the Faces, the Shins, Sea and Cake. Stuff like that. As far as other bands in the “lo-fi” genre, I’ve always been a huge Sebadoh and Guided by Voices fan. I’m not really sure what “emo” is, but I also dug the Promise Ring a lot in their heyday. “Nothing Feels Good” is a classic.

And the bands you actually can’t live without?
Lately, I can’t stop listening to the National. I just saw them at the Double Door in Chicago. They are amazing. I don’t see much live music, but they were great. I’ve also been listening to the Mountain Goats, which has been quite a project. That guy has written almost a s many songs as Robert Pollard. They ought to team up. They could have a double CD concept album written and recorded in an hour. Oh, and Sufjan Stevens. I have to listen to one of his records every few days. Brilliant.

Tell us, in order, 1) a recent underrated album you think deserved much more attention, 2) an overrated one, 3) the best album of all the times and… 4) the worst, too!
1) Grogshow. It’s out on Future Appletree Records. It’s a friend of mine, Marc Kisting, who passed away in 1996. It was recently remixed and mastered. It’s great. Kind of lo-fi, early Modest Mousey. Just guitar, voice and drums. Really great stuff.
2) Wow, I don’t want to make any enemies. Hmm.
3) How about a few? “Powerage” by AC/DC, Rod Stewart “Every Picture Tells a Story,” “Astral Weeks’ by Van Morrison. I don’t know if they’re the best, but I’ve listened to them continually for years. They never get old.
4) REO Speedwagon “Live: You Get What You Play For” One of the first LPs I ever bought. I still have it. I thought it was bad ass when I was a kid. It’s the funniest/saddest record ever made.

Which is the new musical indie rock release you expect the most for this season?
Us, of course. I’ve sold over 15 copies ( 10 to my family). I expect sales to sky rocket once my mom spreads the word.

I “noticed” from the title of your record a melancholic attitude. Why so sad guys?!? Has been a bad year or what? And, most important, which are the fuckin’ “machines you don’t understand”? Tell it to us so we can try together to understand’em.
We’re really not sad. The record just kind of came out that way. I guess when I write songs, sad shit comes out. I’m not sure why. I guess it’s therapy in a way. The record title is from an Ed Wood movie. My friend Al mentioned it once and said it would be a great lyric, so I stole it for the album title.Shit, who can understand those machines? They never listen. I started to write that song about a cousin who lost his young son to a sudden illness. He was hooked up to machines. Jesus Christ, I guess we are a sad band.

Probably the best track of the album is “Here At The End”. Tell us how did it born.
I wrote that about my hometown, Dubuque, Iowa. It’s a nice Iowa town, but it seems when people move back there it doesn’t turn out so well for them. That was the last song I wrote for the album and probably the fastest I’ve ever done. Usually it takes me long time. I’m lazy.

Which member of your band has more success with women and which is the one that drinks more beer?
Well, I’m single, Patrick and his girlfriend just broke up, Mike lives with his girlfriend, Alissa is attached and Aaron is married. So let’s go with Aaron. His wife is pregnant, so we know he’s been throwing a lot of wood around.
I can drink them all under the table.

Please only for us unveil a secret that nobody knows (yet) about at least one member of the band.
We like to eat meat sticks (slim jims) and cheap domestic beer at practice.

Link:
Indie For Dummies On Track A Tiger
Track A Tiger’s Official Site Listen to entire “Woke Up Early The Day I Died” CD

Mp3:
Glad To Be Scattered
Sound As Ever
Seashaken Heart

Nel Belpaese c’è ancora gente che al solo sentir nominare genere ‘a cappella’ è vittima di autentici conati di vomito. Troppo forte da queste parti il trauma di una bufala tutta ‘italian-pop’ come i “NeriXCaso”, per non provare giustificata diffidenza per qualsiasi manipolo di ragazzotti intento ad esibirsi con le sole doti vocali. Il tentativo di rivalutare agli occhi di un pubblico prettamente ‘indie’ questo genere dall’antichissime tradizioni è affidato nelle mani, o sarebbe più corretto dire nelle corde vocali, di un collettivo austriaco. Sei persone nascoste dietro la sigla Bauchklag e la denominazione di ‘vocal groove project’, nessun tipo di strumento analogico o digitale, al massimo qualche microfono filtrato, un’ enormità di voci che si sovrappongono. Quello che finisce in questo ‘Many People’, successore dell’esordio ‘JamZero’, è una girandola di ritmi, vibrazioni, groove, tutto ottimamente confezionato in modo da far dimenticare ben presto l’ inusuale (per i tempi che corrono…) tecnica di realizzazione. Dopo tutto la sperimentazione o la semplice smania di stupire non è lo scopo dei Bauchklang, le corde vocali imitano groovebox, drum-machine, loop elettronici per il solo gusto di far agitare teste e corpi. Diciassette tracce di dub, reggae, soul, downbeat, se Vienna è da tempo la capitale della rivoluzione elegante del nightclubbing (Kruder&Dorfmeister davanti a tutti) all’appello non potevano certo mancare i Bauchklang. Chi ha assistito ad una loro recente esibizione all’ Arezzo Wave ne è rimasto folgorato per intensità e trasporto, “Many People” cattura anche semplicemente sputato fuori dalle casse di uno stereo, non è difficile quindi capire come dal vivo possa assumere le sembianze di autentico, impetuoso magma sonoro.
Cover Album
Band Site
Many People [ Klein Records - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Trio Exklusiv, Stereotyp, Sofa Surfers
Rating:
1. Intro
2. 12/8
3. Rhythm Of Time
4. Good You Do
5. Barking News
6. Radio
7. Navigator
8. Many People
9. Sorry For Delay
10. Fancy Dress
11. Record
12. Every Day
13. Don´t Step
14. Paleo
15. Warp
16. Another View
17. Cypress Trees (Remix)
Indie For Dummies At The MIAMI 2006 (con regalo per te)
Indie For Dummies questo week-end sarà, più o meno indirettamente, al Mi Ami di Milano, il festival della Musica Indie Nostrana e dei Baci (?!?). Se vuoi puoi entrare in contatto con noi presentandoti allo stand della Tafuzzy Records, lì troverai in alcune ore del giorno (quando non sarà sul palco), il nostro buon Astar Goodman. Chiedi pure lui ciò che vuoi, lo paghiamo (?!?!) per essere cordiale con te. Ciò non toglie che a sua discrezione sarà libero di mandarti INDIEpendentemente a quel Cuckooland.  

N.B.
Stampa il francobollo qui spora, recati al suddetto banco della Tafuzzy, “di la cosa giusta” e riceverai un fantastico regalo da parte di Indie For Dummies. (Come ogni promozione che si rispetti) Valido fino ad esaurimento scorte!!!

Link:
Tafuzzy Records
MiAmi
Indeciso sino alla fine se cominciare con una citazione Kirkegaardiana o con un onomatopea post -Modernista Morettina, opto infine per riportare un fugace giudizio della mia dolce metà: “Sembra coso, come si chiama? Quello strano……Devendra Banhart!”. Inutile starsi a scervellare sulle ragioni escatologiche o sui sentieri semantici del pentagramma, spesso le intuizioni che meno “san di latino” sono anche le più azzeccate, ed inoltre è innegabile che un certo fingerpcking ruraleggiante disegna un ligneo ponte fra l’illustre Fiogliodeifiori ed i riccionesi Mr. Brace. Ma come in ogni disco inciso bene, c’è dell’ altro. Così oltre ad un sound giocosamente ricercato, che alterna il colto ed il bizzarro, il diavolo e l’acqua santa, scorgiamo sonorità lo-fi agresti degne del miglior Mr. Ward e intuizioni quantomeno creativamente colorite. Ideale per le feste estive, musica per l’ozio e per il dolce poltrire, ma che infondo (ma neanche troppo) nasconde verità esistenziali in agrodolce. Bello farsi cullare queste serpeggianti chitarre, come il vento fa con le messi di crinale. Ottimi i infine i testi che rivelano una scrittura preparata e naturalmente dotata, audaci i costrutti linguistici, mai banali, spesso ai limiti della licenza, ma incredibilmente incisivi. Restano. Come non ritrovarsi infine nella “teoria delle teste in fiamme: la gioia dei bambini ed il terrore delle mamme” (Ruggine)? E per favore levatemi dalla testa “Salame & Caffè”: già che sono un po’ ossessivo compulsivo, non riesco proprio a smettere di canticchiarla (sai che spettacolo!). 

Più che meritata la loro passerella al Miami, al fianco di altri eroi dell’ Indie de Noatri.

Cover Album
Band Site
Salvate il Mio Maglione Dalle Tarme [ Tafuzzy - 2005 ] - BUY HERE
Similar Artist: M. Ward, Devendra Banhart, Bugo
Rating:
1. Dicembre
2. Ruggine
3. Baricentro
4. Salame E Caffé
5. L’Altro Ieri
6. Ieri
7. I Matti
8. Io Chi Sono
9. Polvere
10. Ossa
11. Capisco Poco
12. Casiotone (Sabato
Pomeriggio
Al Mercatino Dell’Usato)
L’immaginario collettivo è una gran fregatura si sa. Tipo se io penso a Bristol non posso proprio fare a meno di immaginare cieli plumbei, decadenti edifici industriali rovesciati nel riflesso di pozzanghere nere, suoni elettronici dilatati, la voce cavernosa di Horace Andy dei Massive Attack e tutto il resto. Questo per dire che il fatto che una band di Bristol come i The Heads suoni come la versione più allucinata e acidamente psichedelica dei californiani Kyuss di fatto mi causa dei discreti problemi di dislocazione spaziotemporale. Ma siccome alla fine sempre dalle parti di certo Stoner siamo, tra riff martellanti e collosamente impastati che sembrano suonati dentro un barattolo di nutella, distorsori acidi fuzzati all’inverosimile capaci di tenere una plettrata per un minuto e mezzo, intrecci con tastiere elettroniche psichedelicamente degne dei migliori Hawkwind …ecco insomma galleggio stordito tra la tracklist di “Under The Stress Of a Headlong Dive” e improvvisamente i disturbi di dislocazione spazio temporale mi sembrano l’ultimo dei miei problemi. Dunque la faccenda grossomodo fù questa: i Kyuss, ovvero i progenitori dei Queens of The Stone Age per i distrattoni, da qualche parte nell’anno di grazia 1992 uscirono con questo micidiale impasto di ruvido suono grunge (una vera primizia per quei tempi diciamolo), una rispolverata e rallentata a certi storici riff dei Black Sabbath, il tutto generosamente innaffiato con una salutare dose di psichedelia dei migliori 70 e una bella manata dell’irruenza sfacciata e sboccata del punk. In effetti un discreto terremoto nel rock underground di quei giorni se si considera che ancora oggi, complice sicuramente il successo ad ampio raggio dei Queens of The Stone Age, certe sonorità Stoner ancora imperversano allegramente anche nel rock mainstream e sono a ben vedere arrivate anche a sconfinare in certo metallone Drone addirittura di avanguardia. E insomma come tutte le storie famose mentre Kyuss e Monster Magnet finivano sui libri di storia c’è sempre chi la mossa giusta l’aveva fatta più o meno al momento giusto, ma le congiunzioni astrali o forse in questo caso soprattutto la dislocazione geografica di cui si diceva all’inizio li hanno relegati, si fà per dire, a band di culto tra gli appassionati senza mai raggiungere la gloria dei grandi nomi. E in molti casi si sa, è molto meglio così. I The Heads si conoscono all’inizio degli anni ‘90 come vuole la tradizione di quei bei tempi in un negozietto di dischi di periferia e iniziano a suonare, come la tradizione vuole un po’ meno mi sa, nel classico garage ma di un tizio momentaneamente finito in prigione per non si sa bene cosa. Per la serie certe occasioni vanno prese al volo eh. Arrivano oggi con questo se non erro settimo album, dopo una numerosa serie imprecisabile di EP che sono stati storicamente il loro formato di pubblicazione prediletto, con una purezza di intenti rispetto ai loro esordi quasi commovente tanto da sconfinare nell’anacronistico a voler essere prospettici. Questa band inglese ha sempre avuto ben presente cosa è il senso della misura, altrimenti non si spiegherebbe come sistematicamente riescano a ignorarlo in qualsiasi forma, contesto e modo. Forse per questo i The Heads non hanno mai fatto un disco globalmente imperdibile, tendono inesorabilmente a strafare ma d’altra parte questa è musica per fare casino, molto, e senza troppe paranoie. Resta il fatto che l’entusiasmo e la delirante dedizione con cui i nostri portano avanti la loro fede nello rock più psichedelico è come minimo una bella notizia nell’era delle mode da cinque minuti. Da bravi outsider dopotutto non si sono mai veramente inseriti neppure nella scena Stoner fosse solo per la stretta parentela con certo space rock come quello dei già citati Hawkwind che è parte fondamentale della loro musica: geneticamente rintracciabile soprattutto nelle lunghe e completamente folli jam come “Stodgy” o “Creating In The Eternal Now Is Always Heavy”. Due brani acidamente psichedelici come poche cose al mondo e che da soli totalizzano qualcosa come 35 minuti di suonato. O di distorto delirio Space Rock fate un po’ voi. In ogni caso in bocca al lupo. E non fatevi scoraggiare dalla cacofonia della seconda metà di “Earth/Sun”. Lì erano solo impazziti.
Cover Album

Under The Stress Of A Headlong Dive [ Invada - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Kyuss, Monster Magnet, Queens of The Stone Age
Rating:
1. Earth/Sun
2. Ridgeback
3. Embryonic Lizard
4. Interim 1
5. Pass, The Void
6. We Are Not Free
7. Cloud
8. Kang
9. Return Of The Bemmie
10. Assault On BS3
11. Swamp Of Chutney
Morgan

12. Evp
13. Undersided/Dedisrednu
14. Your Monkey Is My
Master
15. We Descend From?
16. Jello
17. Doors To Close
(Short Wave)
18. Stodgy
19. Creating in the Enternal
Now Is Always Heavy
Tutto dondola e l’equilibrio si fa precario. Mi giro sospirando un po’ di noia. Sul letto c’è un po’ di “lavoro arretrato” per la Kizmaiaz Publishing & Promotions: l’ultimo disco di Howie Beck. Accendo lo stereo. La stanza si sgretola dal pavimento e i miei pensieri tendono al blu. I cumuli nembi stavolta parcheggiano il culo vicino allo stomaco e l’eco di “Sometimes” suona come l’ultimo avvertimento di Dio nei confronti della vostra bucherellata sensibilità. La verità è che non ci meritiamo proprio niente, cazzo, e dovremmo tornare a vivere in mezzo alla cenere. Nel frattempo, mentre aspetto la fine del mondo con un frullato di fragole davanti e una stella implosa nella mente, ascolto un circolare tunnel verticale di spunzoni acustici e giri di basso fin troppo precisi per non compromettermi ulteriormente l’umore. Arrivato al sudore salato di “Floating” che evapora dalle casse mi godo la visuale di te che bruci. Si, lo so che è solo una foto, ma tu adesso stai bruciando e questo mi può bastare per ora. Adesso mi verrebbe proprio da metterti sotto ai piedi nudi una piccola parte della mia anima e dirti “Dai, cazzo, prova a camminarci adesso su questo rasoio…”. Le impressioni che manda il disco sono cose ben note e hanno il sapore malinconico dei Grandaddy nelle loro ballate più sognanti, quelle piene di chitarre acustiche ed echi lontani (periodo “Sophtware Slump”/“Sumday” per lo più) e romanticismo da Gravenhurst. Aleggia un po’ di monotonia a volte e c’è anche qualche traccia deplorevolmente (troppo) pop degna del miglior pupazzo Gnappo, messa lì in modo alquanto azzardato ma, sostanzialmente, niente di troppo scandaloso. La verità è che non mi stancherò forse mai di chi si lagna a dismisura della vita con una chitarra acustica in mano. Fosse Thom Yorke, Jason Lytle o la mia vicina di casa per me fa lo stesso. Il disco finisce. Esco: alberi pallidi, gente rinsecchita, prosciugamento massimale di tutti i liquidi corporei e totale assenza di vocali.
Cover Album
Band Site
Howie Beck [ Ever Records - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Iron & Wine, Ed Harcourt, Damien Rice
Rating:
1. Alice
2. Sometimes (She’s So Far In)
3. My Low
4. Zombie Girl
5. Don’t Be Afraid
6. Books Beside Her Bed
7. How Do You Feel
8. We Waited
9. Everybody Sold Out
10. Please
11. I Need Light
12. Floating
13. Lay Down

« Previous PageNext Page »

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.