Luglio 2006


E’la storia di ragazzini strappati alla loro innocenza - senza retorica, dannazione! E’la storia - dannazione! - di uomini neri che inseguono bambini sin nelle profondità dei boschi, dove un tempo il pericolo maggiore era costituito dal lupo (ma c’era sempre un posto da raggiungere; la casa della nonna dove trovare riparo, dannazione!). E’la storia di un carillon perduto nei meandri di un bosco, che ancora continua a suonare, con la ballerina al centro ancora intenta a danzare, ignara della scomparsa della sua padroncina. E’il suono dei violini che fanno a gara con il vento. La sola via di fuga, per un bambino mai nato, è un giardino dove tanti fiori dormienti aspettano il sole del futuro.
Ma c’è un esile ponte che lega il nero bosco e il giardino dei fiori dormienti, Black Sheep Boy degli Okkervil River e l’ultimo Palo Santo degli Shearwater; un ponte dove i sussurri hanno lasciato il posto ad un grido lacerante, che è d’aiuto e di disperazione insieme; dove la voce non è più usata per narrare, ma per colpire, per far male; per infliggere agli altri le stesse nostre ferite. Un posto dove Will Sheff e Jonathan Meiburg si trovano faccia a faccia con i demoni che li hanno guidati nella loro precedente fatica discografica. C’è spazio soltanto per una breve canzone d’amore (”Last Love Song For Now”), sulle orme dei Calexico.
Il resto sono atmosfere da incubo-senza-risveglio, in cui la differenza tra il folk delle origini (”Black Sheep Boy #4″) e il rock occasionale di oggi (”No key, No Plan”) - che avvicina talvolta i “gospel” di Micah P. Hinson - (”Another Radio Song”) è stata più volte chiamata Emo.
La profezia vuole però che, dopo il passaggio del black sheep boy, il ponte sia crollato, sotto la piena del fiume che attraversava, dividendo per sempre il bosco ed il giardino; così come viene diviso per sempre il mondo di una volta, dopo la perdita dell’innocenza. Dannazione.
Cover Album
Band Site
Black Sheep Boy Appendix [ Jagjaguwar - 2005 ] - BUY HERE
Similar Artist: Calexico, Shearwater, Micah P. Hinson
Rating:
1. Missing Children
2. No Key, No Plan
3. Garden
4. Black Sheep Boy #4
5. Another Radio Song
6. Forest
7. Last Love Song For Now
Quelle di Regina Spektor sono le storie che i libri non riportano; che la Bibbia non menziona, nemmeno una volta. Sono storie da street-mart, che si ascoltano per le strade di New York, fermandosi in qualche fumoso bar del Bronx; o alla fermata dell’autobus o seduti in metropolitana; oppure nel soggiorno di qualche amico, davanti ad una tazza di long black coffee; e rimembrano vecchie ferite, che ancora fanno male; e quel campo in cui si giocava da ragazzi, dove ora sorge un supermercato. Sono sogni di balene, orche e gufi, stipati nelle stanze polverose di vecchi hotel che puzzano di fumo; dove i pusher e le prostitute la fanno da padroni; e ci sono i letti che vibrano e le Bibbie nei cassetti dei comodini. Per raccontarle senza annoiare, sono necessari l’epica del coraggio e l’eccentricità di certo cantautorato, ingredienti entrambi di cui l’artista russo-americana, in questo terzo album che segna il suo passaggio ad una major, sembra ben fornita - senza per questo che la sua voce perda in sensualità. A volte i suoi umori richiamano i ghiacci di Bjorn ed Emiliana Torrini (”Après moi” e “20 Years of snow”); altre il beat degli Psapp (”On the radio”); altre ancora le atmosfere jazzy di Norah Jones (”Field below” e “Lady”); c’è perfino un passaggio per i ritmi più ruvidi dei Juliette and the Licks (”That time”). In definitiva, come concedersi una lunga passeggiata per le strade della Grande Mela, assaporandone i profumi e gustandone i suoni. Ma l’atmosfera da New York cafè di Begin To Hope potrebbe ingannare; o quantomeno lasciare interdetti - inizialmente - i puristi dell’indie.
Cover Album
Band Site
Begin To Hope [ Sire - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Bjork, Emiliana Torrini, Norah Jones
Rating:
1. Fidelity
2. Better
3. Samson
4. On The Radio
5. Field Below
6. Hotel Song
7. Apres Moi
8. 20 Years Of Snow
9. That Time
10. Edit
11. Lady
12. Summer In The City
Ecco la prima band sudamericana a firmare per Sub Pop. Che la mitica etichetta della Seattle ribelle, dei Nirvana e dei primi gemiti grunge, si sia definitivamente convertita ai ritmi latini ?
No, più semplicemente i CSS sono la dimostrazione vivente che in Brasile non si campa di sola bossanova e samba.
I Cansei de Ser Sexy allontanano infatti qualsiasi tipo di stereotipo riconducibile alla tradizione carioca, suggerendo viceversa affinità con le recenti scene musico-modaiole di capitali americane ed europee (NYC e Londra su tutte).
Estetica in bilico tra glamour e indie, passione per i club ora ritrovo tanto degli amanti di rock indipendente che di elettronica, interessi che oltre la musica abbracciano visual art e design, se non fosse per il dialetto paulista mescolato all’inglese, faresti fatica a credere le CSS provenire dalla stessa patria di gente del calibro di Cibelle, Seu Jorge, Curumin (tanto per citare le ultime leve in casa carioca).
Guidate dalla nippo-brasiliana Lovefoxxx (così anche Sao Paulo ha la sua Karen ‘O) questo sestetto quasi totalmente femminile, presta fede al motto, tanto di moda di questi tempi, “più forma che sostanza”, allestendo, senza freni alcuni, il party indie della stagione.
Con uno sound ridotto a semplici basi di drum-machine e tastiere casio, ad elementari giri di basso e riff di chitarra della serie “ieri ho sentito per la prima volta London Calling ed oggi ho comprato una sei corde”, il menù delle CSS presenta rock per “riot-girl” (Elastica ma anche The Donnas), elettro-clash sboccato come solo Chicks On Speed e Peaches, festaiolo punk-funk di scuola LCD.
A rendere più godibile la festa improvvisata aggiungete uno spiccato senso ironico misto ad un invidiabile sfacciataggine, ed avrete titoli come “CSS Suxxx”, “Art Bitch”, “Fuckoff Is Not The Only Thing You Have To Show”, personaggi patinati messi alla berlina (Jennifer Lopez, Paris Hilton, Beyoncè) , liriche capaci di strapparvi sorrisi beoti da far invidia a Beavis & Butthead.
Cover Album
Band Site
Cansei De Ser Sexy [ Sub Pop - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Peaches, B-52s, Ladytron
Rating:
1. CSS Suxxx
2. Patins
3. Alala
4. Let’s Make Love And
Listen to Death From Above

5. Art Bitch
6. Fuck Off Is Not The Only
Thing You Have To Show
7. Meeting Paris Hilton
8. Off The Hook
9. Alcohol
10. Music Is My Hot,
Hot Sex
11. This Month, Day 10
Una volta le parole erano un gioco, in cui cercavamo i segni dell’amore: erano le parole che sottolineavamo in un libro; le frasi in cui leggevamo noi stessi e che annotavamo sui nostri diari. Era soprattutto la ricerca di parole per descrivere e provare a spiegare la felicità di essere innamorati. Finchè un giorno, non abbiamo smesso di cercare, cadendo nei tempi oscuri, ciechi, in cui non rimane molto da dire. Delle parole dette un tempo, con gli occhi di oggi, sotto le luci del presente, rimane soltanto un doloroso ricordo e mille domande: un tempo era amore, oggi cosa è diventato? Soltanto una faccia per cancellare tutto il resto? Eppure, ci sono parole di cui ancora portiamo i segni sul corpo: è quell’amore ostinato, che aspetta qualcuno che non arriverà mai; un sentimento che quasi non fa più male, perchè è ormai parte di noi.
Muovendosi tra le nenie sognanti e malate del Badalamenti di Twin Peaks (”What of Me” e “My Hands Up”), le distorsioni al limite del comprensibile degli Slowdive (”Safe, Sound”), le ballate di Sarah McLachlan (”Weakening” e “Low Point”) e il dream-pop di Elysian Fields e Cowboy Junkies (”No One” e “Matching Weight”), i Trespassers William di Anne-Lynne si affidano ancora alle parole, sapendo però che non durerà per molto. Il loro secondo album, Having, è il tentativo di superare l’inutilità, la passività del presente: le canzoni sembrano sempre sul punto di esplodere, sul punto di trovare l’uscita dal tunnel, di trasformare - come i Galaxie 500 - in malinconia il dolore. Ma, raggiunto quel bivio, i Trespassers William si arenano sulle sabbie della disperazione; decidono di tornare indietro, crogiolandosi nei loro dispiaceri; relegando Having ad un disco che ci ricorda i momenti tristi della nostra vita; la colonna sonora che avremmo voluto dimenticare; la persona che non avremmo più voluto incontrare, per il timore di ricominciare a soffrire.
Cover Album
Band Site
Having [ Nettwerk - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Elysian Fields, Cowboy Junkies, Sarah McLachlan
Rating:
1. Safe, Sound
2. What Of Me?
3. Weakening
4. Eyes Like Bottles
5. I Don’t Mind
6. Ledge
7. And We Lean In
8. My Hands Up
9. Low Point
10. No One
11. Matching Weight
“Più tenti di cancellarmi e più io appaio”.
Questo non è un disco. Questa è la realtà. Più fate finta che la realtà non esista e più lei vi schiaccia e vi rincorre fino a bucarvi la schiena da dietro. Più fate finta che quel pomeriggio dell’11 Settembre di cinque anni fa non è successo niente e più le urla di chi l’incubo l’ha vissuto in prima persona non vi faranno dormire la notte. Più continuerete a parlare di calciopoli e più le sirene di Haifa vi scoppieranno gli organi interni. Le immagini dei bambini che scappano con le bocche piene di sangue non le devi evitare, perché, in parte, fanno parte della stessa merda che ingoi ogni giorno anche tu. Potere e solo potere, la gente è un numero. Tu che leggi e io che scrivo siamo allo stesso modo solo dei piccoli segni su un codice a barre. La realtà: hai lo sguardo fisso sul computer per troppe ore al giorno, non dormi molto bene, sei stressato e piuttosto pallido, i potenti fanno strani giochi e tutti sono spiati manco fosse un videogame. Thom Yorke queste cose le canta da un decennio: si è partiti da una semplice constatazione delle cose per arrivare alla paranoia più totale. Questo disco è reale. E’ inchiodato alla realtà di oggi. E’ un buon disco, niente di eccessivamente miracoloso: dietro tutto c’è sempre Nigel Godrich ed ecco quindi che molte delle cose presenti nel disco suonano come una costola di KidA o di Hail To The Thief. Tappetini di elettronica “felpata”, bit continui e ritmati come il battito delle vene e quella voce che si lamenta da sempre per qualcosa che gli ha provocato strani pensieri di notte. Diciamoci la verità e non facciamo troppo i ruffiani: nessuno sentiva veramente bisogno di un disco-solista di Thom Yorke, tanto più se suona così Radiohead di ultima generazione, però è anche vero che di personaggi con un occhio malato e con un cervello rivoluzionario che urlano in faccia alla realtà che fa più schifo di un incubo, non ce ne sono molti altri in giro. Rimetto da capo “The Clock” e ipotizzo una data ben precisa per la fine del mondo.
Cover Album
Band Site
The Eraser [ XL Recordings - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Radiohead, Lali Puna, Notwist
Rating:
1. The Eraser
2. Analyse
3. The Clock
4. Black Swan
5. Skip Divided
6. Atoms For Peace
7. And It Rained All Night
8. Harrowdown Hill
9. Cymbal Rush
L’anima, se c’è, o il luogo dove chiudere gli occhi.
Il luogo dove portare, conservare e difendere il necessario: una formica e la sua briciola di torta.
Corde carezzate come ali di colibrì in volo, intrecciarsi di suoni aerei, piedi che calpestano il suolo, acqua che sgocciola.
Solo poche parole sussurrate e una chitarra (e veramente poco altro: un fiato, una fisarmonica, un pianoforte) ma che parole e che chitarra!
Occorre solo il tempo e il volerglielo dedicare, per il resto “Prontuario per giovani foglie” di Nicola Ratti attende solo di poter sprigionare tutta la levità, la grazia e la bellezza di uno di quei rari dischi italiani (forse non c’entra niente, ma era dai tempi di Fabio Viscogliosi) che non avresti mai pensato ed invece.
Non è facile? Non è per tutti? Ma perchè poi? Perché?
Questioni intime e personali. Poi fate quello che volete.
Cover Album
Band Site
Prontuario Per Giovani Foglie [ Megaplomb - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Gastr Del Sol, Dean Roberts, Sigur Ros
Rating:
1. Via Delle Palme
2. Riva
3. Nuev
4. Il Profumo Del Vetro
5. Il Silenzio Di Annibale
6. Insetti
7. Ponte
8. Passeig De Gracia
9. Ricevi Centuplicato Quello Che Mi Fai
10. More
11. Poplo
A volte tornare a casa è la cosa più difficile del mondo. Non è buffo? La strada che conosci meglio, il posto dove probabilmente dovresti appartenere davvero è la misura di come anche i giri più lontani, anche le notti più lunghe, finiscono per essere solamente concentriche. L’aria vola invisibile fuori dal finestrino, tutte quelle luci lontane e le strade vuote. Sono queste cose che fanno sembrare la città troppo più grande? Non sono le cose che non hai, sono quelle che hai intorno che diventano muri. Anche la persona che ti siede accanto, scivola via insieme alle luci gialle dei lampioni. E stai tornando a casa. Di nuovo.
I Film School sono probabilmente la band meno originale dell’anno, premio non necessariamente disonorevole se nel rivisitare e metabolizzare, alla fine riesci a portarti dietro un po di aria di casa. E’ un rapporto di amore/odio, mi fermo al semaforo, tocco il sedile che ora è vuoto e penso che dovrei davvero essere fuori da certe canzoni dei Cure o dei Joy Division. Ma mentre alzo il volume su “On and On” è evidente che non è così, forse perchè certe cose come certi posti sono state troppo vere per smettere di esistere solo quando non le vedi. E i Film School saranno pure derivativi quanto vogliamo, ma alla fine funzionano. Pure se funzionassero solo per questa notte? chissenefrega, come se in certi momenti esistesse qualcos’altro.
Aggiusto lo specchietto retrovisore. Non c’è nessuno, ma voglio vederci meglio. Devo sempre sapere cosa c’è dietro, anche quando davvero non c’è nulla. Ed è così sbagliato certe volte.
L’intensità è quella giusta è vero, ma a tratti la band di san Francisco perde coesività e sembra girare in tondo. Ma diciamo anche che sanno essere autenticamente ipnotici all’occasione, e hanno delle buone idee specialmente nella seconda metà del disco.
Nessuno vi farà un monumento per questa manciata di canzoni ragazzi. E non lo faranno nemmeno a me per essere tornato a casa anche questa notte. Ma non è stato facile lo stesso, bisogna essere onesti.
Svolto all’incrocio ed è abbastanza tardi che nessuna luce rossa mi ferma, eppure rallento lo stesso. Mi fermo lo stesso e non è l’abitudine. E’ che anche se è casa, davvero non si sa mai cosa c’è in arrivo la prossima volta. Aspetto e riparto.
Cover Album
Band Site
Film School [ Beggars Banquet - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Interpol, My Bloody Valentine, The Cure
Rating:
1. Untitled
2. On & On
3. Harmed
4. Pitfalls
5. Breet
6. He’s A Deep Lake
7. Garrison
8. 11:11
9. Sick Of The Shame
10. Like you Know
11. P.S.
Discography: VON (1997 - SM), VON BRIGOI (RECYCLE BIN) (1998 - Klink), AGAETIS BYRJUN (1999 - Bad Taste), () (2002 - MCA), TAKK… (2005 - Geffen)
Come ogni anno all’organizzazione del “Ferrara Sotto Le Stelle” non sfugge l’occasione per organizzare serate potenzialmente incantevoli. In questo 2006, tra le tante, viene offerta l’imperdibile opportunità di assistere al live dei Sigur Rós nella magica cornice di Piazza Castello.
Nonostante in contemporanea l’Italia nazional-calciofila si giochi la possibilità di vedere la propria beneamata accedere alla semifinale del mondiale, l’adesione di pubblico è stata notevole.
Col tramonto che si porge come sfondo, dopo una veloce Intro, viene tratteggiato il letargico e affascinante paradiso che ha reso famosa la band islandese. La grazia vocale di Jonsi abbinata alla sua singolare tecnica per suonare la chitarra utilizzando un archetto da violoncello, Kjartan alle tastiere, Orri a dettare i tempi alla batteria e Goggi col suo basso creano quei loro tipici suoni vaporosi indirizzati a tessere la trama di Glósóli e di Ný Batterí per aumentare poi di profondità eseguendo una versione quasi psichedelica di Sæglopur. La pelle d’oca inizia a farla da padrona e i battiti cardiaci aumentano.
Le emozioni che la nuvola di voce di Jonsi riesce a sprigionare sono indescrivibili.
Col passare dei minuti la cornice si fa più suggestiva, il sole finalmente decide di morire e la scenografia nella quale avviene l’esibizione diventa sempre più magica.
Durante la serata viene concesso spazio anche al quartetto d’archi delle Amiina, che non solo accompagna i Sigur Rós ma ne integra in maniera vigorosa il lavoro con composizioni di pregevole delicatezza e magia, ormai sinonimi indiscussi dell’isola nordica di riferimento.
Gong, Andvari, Hoppípolla, Með Blóðnasir, quindi come prevedibile quasi tutti i brani dell’ultima pregevole fatica Takk… vengono eseguiti e dilatati riempiendo il tempo e lo spazio circostante.
Il siparietto fuori programma avviene ricorrendo ad un gruppetto di ottoni che poi verrà utilizzato anche per lunghi tratti del concerto: i quattro membri sono vestiti con una “similaltauniformeinglese“ e intonano una singolare Happy Birthday To You indirizzata al polistrumentista Orri per festeggiarne il compleanno, il quale appare realmente stupito e commosso in quanto non credo si aspettasse questa sorpresina. Almeno questa è stata l’impressione che mi badato, il risultato è stato comunque molto convincente.
Si pesca poi anche nel passato di Ágætis Byrjun (Viðrar Vel Til Loftárasa, Olsen Olsen) e attraverso Sé Lest e Svo Hljótt si giunge ai ringraziamenti proposti attraverso la conclusiva Heysátan.
La band dopo essere scomparsa dietro alle quinte per alcuni minuti dopo Heysátan riappare sul palco: lo show deve ancora concludersi.
Viene tirato un telo di lino bianco per tutta la larghezza del palco davanti alla band che così la divide dal pubblico ma che grazie alla trasparenza di questo sipario si riesce ancora a distinguere nitidamente. Da questo momento in poi grazie a ricercati giochi di luci il quartetto svanisce nell’oscurità, si intravedono solo schizzi di ombre e sul telone sono proiettati video visionari per una quindicina di minuti deliranti nei quali è eseguita un versione prog di Popplagið, più nota come track #8 dell’album “( )”. Pirotecnici quadri rossi, blu e verdi e figure ectoplasmiche si alternano in un climax senza limiti.
La grande famiglia dei Sigur Rós, delle Amiina e degli ottoni saluta e le luci si alzano.
Uno dei tanti applausi va rivolto alla sensibilità di questi ragazzi che si sono esibiti con puntualità svizzera permettendo a tutto i pubblico di assistere poi terminato il concerto ai 5 minuti epici della premiata dita Grosso-Del Piero nella piazza adiacente dotata di maxischermo d’ordinanza. Due indimenticabili eventi nella stessa serata, niente di più da chiedere.
Link:
Sigur Ros Official Site
Mp3:
Von (live at the icelandic opera house, reykjavík, june 12th 1999)
Olsen Olsen (live at the icelandic opera house, reykjavík, june 12th 1999)
Untitled #1 (live in vienna, austria, october 16th 2002 )
Svefn-G-Englar (live in leeds, uk, april 23th 2001)

Milano (live in nyc, usa, september 12th 2005)
Insomma ero dentro sto cazzo di centro commerciale e mi beccavo tutte le radiazioni della musica pop che uscivano dalle casse, gustandomi i primi sintomi di una precocissima Britneyspearsite quando mi vedo attorniato da un sacco di rugosissimi anziani. Ma erano proprio tanti e con la gazzetta rosa sotto al braccio. Tutti intenti a parlare del mondiale, di Moggi, della Juve e della pastina col dado Knor. C’era un donnone di 2,58×3,47 m che si stava incazzando di brutto con un tizio che suonava il clarinetto. Nella mia mente dopo un minuto è scattato il sistema di sicurezza temporaneo: Syd Barrett. A memoria cantavo “I Really Love You/And I Mean You/The Star Above You/Crystal Blue/Well Oh Baby My Hair’s On End About You..” poi mi sono svegliato col nuovo disco dei Razorlight talmente a palla che il cane si stava togliendo la vita sbattendo la testa a sangue sul muro: era andato col cervello. Del tutto. Easy listening e orchestralità, queste le priorità più urgenti per la seconda prova del gruppo di Johnny Borrell e soci. I Razorlight attualmente rappresentano come nessuna altra band inglese in circolazione il pop come deve essere suonato. Catchy ma non per questo banale fino ai minimi termini, cambi di ritmo, un tocco d’improvvisazione, melodie che funzionano davvero e non accenni di idee musicali lasciate a metà o sporcate dalle distorsioni e da dichiarazioni cocenti contro chiunque. Se il precedente “Up All Night” era servito a dare la sveglia e a far convergere migliaia di macchine fotografiche sul faccione pallido di Borrell, che tanto si divertiva nel frattempo a sproloquiare di questo e di quello, riuscendo anche a prendere sul muso una testata di Pete Doherty, questo lavoro omonimo punta solo ed esclusivamente al cuore di un certo tipo di musica e lo fa in modo differente dal debut. Se due anni fa i Razorlight erano sinonimo di camere d’albergo ridotte in maniera vergognosa, vestiti bucati, garage, pop, voce raschiante e concerti sudatissimi stavolta l’aria è cambiata in parte. Già dal brano scelto per aprire il disco (il singolo scelto per il lancio dell’album) “In The Morning” si capisce che le atmosfere sono meno tirate di quelle del disco precedente, lasciando intravedere addirittura un accenno di gospel (la coda del brano è tutto eccetto che “claustrofobica” come la compresisone garage degli ultimi anni ci ha portato ad intendere il rock’n'roll). Ecco allora il pop trascinante di Who Needs Love? che si stampa dietro al cervello e non si stacca più: mille battute di pianoforte e coretti gioiosi perfetti per l’estate. Oppure in primo piano i sentimenti verso una nazione, traditi da una canzone scritta di notte quando in tv o alla radio non c’è niente d’interessante (America). Spesso trasudano i Police e tutta un’atmosfera musicale che è storia e che ormai ha superato già da anni le barriere del tempo. Pulp e Smiths invece le influenze fondamentali di una canzone acustica come Kirby’s house (che nel testo riprende anche per un attimo In The Morning). La voce di Borrell nel disco non raschia più l’asfalto ma vola alta a prendersi dei toni che su Up All Night erano semplicemente impensabili. Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. Infatti, di contro a tutte queste belle parole c’è il fatto che aprendo la gabbia di un sound che basava la sua componente d’impatto sugli accordi veloci di una gibson affilatissima e di un basso precision appuntito e penetrante, non c’è più la canzone che perfora i polmoni e irrompe di prepotenza. Niente più Golden Touch o Rip It Up insomma ma, piuttosto, un’insieme più sfumato di belle canzoni pop che sommate arrivano giusto giusto a 35 minuti risicati. Ma va bene anche così. Anzi, va a finire che dentro a sto pezzo tondo di plastica che gira ci ritrovi una nuova versione delle giacchette di pelle taglia super XS, dei jeans strappati e rattoppati con il nastro isolante nero e di tutti gli “stylish kids on a riot” a cui eri tanto affezionato qualche anno fa. La cosa non sembra affatto dispiacerti. Per un momento ti viene quasi voglia di ritornare a gridare al mondo che i “poliziottidi New York non sono poi così intelligenti”.
Cover Album
Band Site
Razorlight [ Mercury/Vertigo - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: U2, Pulp, Television
Rating:
1. In The Morning
2. Who Needs Love?
3. Hold On
4. America
5. Fall To Pieces
6. Can’t Stop This Feeling I’ve Got
7. Pop Song 2006
8. Kirby’s House
9. Back To The Start
10. Los Angeles Waltz
Vi siete mai chiesti cosa stessero canticchiando le ragazze di Haiti dei dipinti di Gauguin?
Quali potessero essere i suoni che facevano da colonna sonora a tanta bellezza fuori dal tempo?
Forse non lo sapremo mai ma sono convinto che le canzoni di Yvonne Cornelius, in arte Niobe, possano essere un’ipotesi più che plausibile.
E’ un vero mistero come questa straordinaria ragazza di origini tedesco/venezuelane dalla voce tanto suadente riesca a creare canzoni dai suoni così antichi, esotici, di una bellezza classica ed allo stesso tempo così moderni ed avant.
E’ musica in grado di farti sollevare i piedi da terra e scivolare lentamente il cervello sul pelo dell’acqua come fosse un’isolotto tropicale alla deriva in mezzo all’oceano o il Titanic la notte in cui affondò, mentre nel salone, sottocoperta, il pubblico seduto ai tavoli è incapace di muoversi e parlare perché ipnotizzato dalla voce di una misteriosa cantante con un’enorme fiore tropicale tra i suoi scurissimi capelli, più scuri del buio che li sta inghiottendo.
“White Hats” è il quarto lavoro di Niobe, forse il meno bizzarro e il più fruibile.
Così raffinato ed intenso da essere però anche quello che meglio valorizza le sue doti vocali tra Billie Holiday e una sirena. Se non la conoscevate cominciate pure da qui…e fate buon viaggio.
Cover Album
Band Site
White Hats [ Tomlab - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Billie Holiday, Portishead, Goldfrapp
Rating:
1. Give All To Love
2. Well And Wise
3. Surround Your Hover
4. White Hats
5. Touch This Flower
6. Phosphorous
7. Drei Zinnen
8. Up Hill And Down Dale
9. Shirocco & Mistral
10. In The Sun
11. Buckle
12. The Hills
13. Cool Alpine

Next Page »

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.