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La leggenda vuole che i Televise si siano formati grazie al defunto Syd Barret, il quale avrebbe ispirato Simon Scott, ex Lowgold ma soprattutto ex Slowdive, a chiedere al batterista Nick King ed al bassista Alex Dowding di divenire membri del gruppo. I due accettano con entusiasmo e nel 2004 la band allarga il suo suono con l’ingresso della seconda chitarra di Jamie Armstrong. Con questa formazione i Televise producono un e.p. “Outside Out”, che già lasciava presagire un debutto di grande valore. Le speranze non vengono deluse e il 7 aprile di quest’anno la Club AC 30 licenzia “Song to Sings in A & E”. L’album è un lungo viaggio in 9 parti denso di carezze 4AD e riverberi Creation Records, di echi Telescopes e sognanti vapori Slowdive, luminosamente armonizzati dal “pygmalione” Simon Scott. Il sogno inizia ad avvolgerti alla terza traccia, “If I Told You”, trasportandoti in un universo di sentimenti che credevi di avere smarrito nei momenti più cupi ed intensi della tua vita, prosegue con il singolo “I Don’t Know Why”, denso di strabordante energia pop e si dilata nei vortici spaziali di “Smile”. Le rifrazioni Catherine Wheel della successiva “Underwater” colorano la notte di lucenti bagliori , non prima di rendere omaggio all’astro degli Ultra Vivid Scene con la cover di “Mercy Seat”. “Never Alone”, penultimo brano dell’album, conduce attraverso i quattordici minuti della sua durata ad una celestiale selva oscura di psichedelia imbevuta di umori Spiritualized per poi di abbandonarti dolcemente al soffuso commiato della conclusiva “Life On Mars”.
Se una delle principali finalità della musica (e dell’arte) è quella di donare emozioni all’individuo e non quella, ostinatamente imposta alle masse, dell’intrattenimento divistico che narcotizza l’animo invece di stimolarlo, i Televise assolvono a questo compito con pieno merito, regalandoci un sublime gioiello che, per quanto mi riguarda, è già di diritto ai primi posti della classifica dei migliori dischi di questo grigio 2006. P/s
Se amate questo genere di sonorità, fatevi un giro sul sito dell’etichetta Club AC30 e procuratevi la loro compilation “Never Lose That Feeling”e i loro e.p., composti da una miriade di meravigliose band dell’underground shoegazer inglese… |
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Luglio 2006
Lun 17 Lug 2006
Ven 14 Lug 2006
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Siete ad una festa sulla spiaggia, una sera qualunque di luglio. La leggera e umida brezza mista a sale vi rende la pelle un poco appiccicosa ma allo stesso tempo vi salva dal caldo afoso. Sorseggiate un cocktail rigorosamente annacquato mentre con gli amici siete alla ricerca di qualche bella ragazza dall’ombelico abbronzato bene in vista, da tampinare senza ritegno. Sembrerebbe tutto perfetto, o quasi, perché manca ancora qualcosa: la musica. Ecco, se su un palco si materializzassero i Valderrama 5 la vostra notte d’estate sarebbe davvero perfetta, e la festa potrebbe ben presto diventare memorabile. Non esagero, perché davvero questi ragazzi napoletani potrebbero svoltarvi le pigre serate estive, rivoltandovi l’umore come un calzino. Nati nel 2002 come progetto solista di Carlos Valderrama , il quale registrò il primo demo “Women Don’t Apple Damage” (provate a tradurre il testo parola per parola e capirete) che gli valse i riconoscimento sulla rivista Rumore di “demo del mese”. In seguito sono diventati una band vera e propria che conta oggi otto membri più un barman. Si, avete capito bene, un barman, chiamato Squalo, che durante i concerti offre ai più fortunati tra il pubblico presente nelle prime file, dell’ottimo spumante caldo da discount. La loro miscela di suoni, derivativa quanto volete è perfetta: lounge, rock ’n’ roll, punk, bossanova, beat, cavalcati con maestria da un manipolo di personaggi dai nomi improbabili( Olio-Baguette-Micio per citarne tre a caso). I testi oscillano tra il geniale e il demenziale, rivelando un’ossessione compulsiva verso i culi, il tanga e la bigamia, tema, quest’ultimo a cui è dedicato il nuovo EP di otto tracce “Guess Who’s Bigamous”. A precederlo di un’annetto c’è “Forever Asses”, divertentissimo EP interamente scaricabile dal sito ufficiale come il demo d’esordio. “I See Your Ass” e “Very Inzy” sono piccoli capolavori indiepop che meriterebbero sicuramente riconoscimenti maggiori. “Guess Who’s Bigamous”, EP autoprodotto, e registrato come il precedente all’Ufo Club studio di Napoli non è che un’ulteriore conferma del talento compositivo e della grande capacità ad arrangiare canzoni semplicemente irresistibili di questa band napoletana, sia che si tratti di un’approccio indiepop come in “Very Collapsed”, o punk di “Drugs” e “Panciotto” e o anche il rock’n’roll di “Lattaman” o una bossanova caraibica cantata in italiano (Balla con me, degno finale di ogni esibizione live della band). C’è molto degli anni ’60 in questa musica, un bel pizzico di seventies quando si accelerano i ritmi, e un’attitudine al cazzeggio che dal vivo non teme rivali, anzi consiglio vivamente di andarvi a vedere una loro esibizione live soprattutto se siete del sud Italia dove i Valderrama imperversano, soprattutto in Campania e Calabria. Se trovassero anche un’etichetta disposti a sostenerli sono sicuro che ci troveremmo di fronte ad un piccolo miracolo italiano di indiepop. Ma nel frattempo se cercate il disco dell’estate e la musica perfetta per i vostri party estivi “Guess Who’s Bigamous” fa assolutamente al caso vostro. E come diceva il tipo di Aiazzone: provare per credere!
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Gio 13 Lug 2006
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Qualcuno ha anche coniato il termine “blog friendly sound”. Certo creare appositamente un genere musicale è quanto meno esagerato, ma sarebbe comunque poco leale non attribuire ai music-blog il merito di rappresentare la nuova frontiera (chissà quanto duratura…) dell’influenza musicale. Clap Your Hands, Say Yeah!, Sufjan Stevens, Arcade Fire e ultimi gli Artict Monkeys sono solo i casi più eclatanti di band che senza l’appassionato passa parola scatenato via web non avrebbero impiegato pochi mesi ad imporsi come novità imperdibili del nostro tempo.
Veleggiano senza indugi verso simile sorte anche gli americani Tape ‘N Tapes. I presupposti ci sono tutti se si considera, che i quattro di Minneapolis prima di diventare, sul finire dello scorso anno, una delle band più chiacchierate tra i bloggers d’oltre oceano altro non erano che l’ennesima giovane band giunta al sudato debutto discografico via minuscola etichetta indipendente. Ad oggi invece “The Loon” è considerato da molti un autentico gioiello indie, tanto che la Ibid Records è stata costretta a successive ristampe mentre la ben pù corrazzata XL Recordings si è assicurata, sbaragliando la forte concorrenza, i diritti per la massiva distribuzione europea (prevista per quest’estate). Non è difficile comprendere l’interesse scatenatosi intorno a questi ragazzi cresciuti a pane e Pixies, il loro debutto raccoglie, non senza piacevoli intuizioni, parte dei migliori spunti sonori l’attuale scena indie è stata capace di proporre. Furbescamente accattivanti, le dodici tracce di “The Loon” tirano in ballo senza troppi indugi l’art-rock schizofrenico dei Wolf Parade, influenze tex-mex in salsa elettrica (pensate ai Calexico, smaltita l’aria malinconica da perenni borderline, intenti a suonare la colonna sonora del nuovo film della coppia Tarantino-Rodriguez), spunti country-blues da somministrare ad esigenti palati indie. In questo particolare caso il pensiero vola alla recente generazione britannica così ben rappresentata da realtà del calibro di Zutons, Coral, Sons & Daughters, si gioca a citare Doors, Johnny Cash, The Birthday Party senza assolutamente dimenticare alcune leggi fondamentali dell’indie-rock : velocità d’esecuzione e melodie killer. Accantonando discorsi legati all’originalità della musica proposta, va comunque dato atto ai Tapes ‘N Tapes di aver realizzato un debutto godibile e per nulla scontato, condizione necessaria e sufficiente, al momento, per tributare ai quattro ragazzi le dovute attenzioni. |
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Mer 12 Lug 2006
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Dunque, il problema di dischi così è che se non hai tutte le carte in regola per poterti davvero permettere di strimpellare roba folk, lo-fi e pop songs acustiche, il rischio è quello di annoiare dopo solo un paio di ascolti e cadere nel dimenticatoio. Cosa che accade per questo disco, registrato con un semplice otto tracce e prodotto dalla Futureappletree (non ci sono storie, i Track A Tiger rimangono il loro gruppo di punta, lucente come un piccolo diamante…). Luci dal crepuscolo: l’ottima “Garden”, armoniosa, leggera; accordi aperti e una voce che culla, oppure l’incedere marciato, surreale e cinico di “Angela” (cattivissimo al momento di “You’re Deaad to meeeeee”!). Ombre nere dalla radura: la noia e la spossatezza ritmica (davvero troppa) di “Twin Fin” che rende apatici e svogliati o quello spunto melodico rubacchiato a Bohemian Rapsody dei Queen e buttato dentro al disco quasi cercando di spacciarlo per originale o ancora il blues acustico di “Beautiful Love” venato di Brasile che sarebbe stato meglio lasciare a Sondre Lerche, uno che certi discorsi sa portarli avanti come Cristo comanda. 13 tracce, per un disco così, sono troppe. Non sarebbe stato meglio un piccolo ma “granitico” E.P. di origine controllata con tutte le carte in regola per conquistare gli ascoltatori pienamente?
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Mar 11 Lug 2006
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Fine Febbraio, fuori dal teatro Ariston di Sanremo. Fabio De Min, vocalist dei Non Voglio Che Clara, regge un ombrello per ripararsi dalla pioggia mentre, distante dalla folla che si accalca all’uscita, guarda in direzione degli artisti, con un pizzico d’invidia ed amarezza; con “La Bella Estate” di Pavese sotto il braccio; e con lo spirito di chi ha riposto tutte le sue speranze in un pugno di canzoni e di poesie. Potrebbe essere una copertina di Luigi Tenco; l’istantanea di una vita che aspetta la propria occasione, per troppo tempo seduta ai tavoli anonimi di un Caffè o nelle fredde stanze di un Hotel. Occasione che arriva pochi giorni dopo, con la pubblicazione del loro self-titled. Una manciata di canzoni, dieci in tutto; dieci ferite che aspettano di rimarginarsi; dieci punti di vista da cui guardare la vita senza illusioni e cercare di gustarne la bellezza; dieci storie “inevitabili”: si va dalle confessioni di “Porno”, che rimandano all’ultimo Niccolò Fabi; al Gino Paoli più ispirato di “Questo Lasciatelo Dire” e “L’oriundo”; a Syria che canta in “Sottile”; fino alle orchestrazioni pop di Bacharach (”L’avaro”) e al cantautorato di De Andrè (”In un giorno come questo”).
Le canzoni di quest’album potrebbero scivolare via, proprio come le gocce di pioggia sull’impermeabile di Fabio, fuori dal teatro di Sanremo; o potrebbero rimanere, come le ferite che ci portiamo dietro; le piccole morti di cui ogni giorno moriamo. Forse una volta smesso di piovere e chiuso l’ombrello, preferiremo ascoltare un disco più solare, più ottimista; e chiederemo aiuto ai Beach Boys. O forse “chissà”, seguiremo il percorso, iniziato circa due anni fa, che da Belluno porta alla canzone d’autore; e, anche quando il sole ritornerà a splendere, continueremo a crogiolarci in questa malinconica esaltazione della vita; aspettando qualcosa, qualcuno, che ci farà pensare ad altro; qualcuno per andare altrove…altrove. |
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Lun 10 Lug 2006
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A poco più di un anno di distanza da “Campfire…” esce un nuovo lavoro, questa volta un ep, firmato dagli scozzesi più elettrici in circolazione: i Boards Of Canada. Il duo nasce con l’intento di rielaborare in chiave cinematic ciò che di televisivamente chic la cultura dei passiti anni 70 seppe elaborare. Altrettanto devoti all’ elettro-new-wave i due, sfogarono ben presto le loro deviazioni sonore nel progetto Boards Of Canada.
“The Campire Headphase” li aveva visti adottare mood più introspettivo, se possibile, rispetto ad una discografia precedente quantomeno sbarazzina, “Trans Canada Highway” continua prevalentemente sulla stessa “autostrada” stilistica. Ancora un disco “strumentale” quindi, nel senso letterario del termine, visto che in certi tratti appare perfino sinfonico. Non completamente una novità, visto che i nostri avevano imbracciato le chitarre già nel pluricitato disco precedente, suonando qualche accordo in studio, fatto inedito per un gruppo che semmai le chitarre era solito campionarle. Un po’ tutta l’esperienza Broad Of Canada raccolta in questo simpatico dischetto, paesaggi erbosi sintetici e sfrizzolanti di elettricità, beat sostenuti ed ipnotici, synth eterei e filosofeggianti, passaggi strumentali ed introspettivi. Caldamente consigliato, per chi li ha sempre seguiti, per chi è poco avvezzo all’ elettronica “ma però prima o poi…” , per chi è rimasto orfano in questo 2006 dei Radio Dept. Per tutti voi qui c’è una corposa ghiottoneria. P/s
Inizialmente il disco doveva a essere pubblicato il 06/06/06, richiamando così una cabala numerica già utilizzata in “Geogaddi”. L’intero ep è un concepì realizzato durante un viaggio di mezz’ora, nel canadese, da St. John’s a Victoria. Ultima curiosità per l’ep è stato realizzato il primo video della band Scozzese. Recensione dei Boards Of Canada precedentemente pubblicata su IndieRiviera |
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Ven 7 Lug 2006
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| Discography: MR. BRACE (Tafuzzy Records - 2003), SALVATE IL MIO MAGLIONE DALLE TARME (Tafuzzy Records - 2006) |
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Adesso che ho di nuovo i capelli lunghi, la barba incolta come i veri cantanti folk e sono secco come un eroinomane, questo disco mi calza alla perfezione. “Salvate il mio maglione dalle tarme” è un concentrato di controllata schizofrenia folk, registrato tra Savignano Sul Rubicone e Riccione ma la mia mente suda: la mia mente è down under in questo momento, sotto l’equatore. Mi ritrovo in questa cazzo di torrida giornata di luglio innamorato non poco di “Ruggine” e allora mi decido: telefono al signor Brace. Gli do appuntamento al bar antigravitazionale e di fronte a una buona dose d’assenzio lo affronto a brutto muso. Niente trucchi signor Brace, parole chiare, niente scorciatoie di comodo. Tanto per iniziare beva un altro sorso di sta robaccia…
Dica un po’ Signor Brace, si è poi comprato un cane “per preoccuparsi di fargli da mangiare”? Vuole la leggenda che il signor Brace venne alla luce in data imprecisata insieme ad un cucciolo di lupo (cane-lupo naturalmente) ma che sua madre non appena quest’ultimo raggiunse la statura di 40 cm avendone una paura fottuta si rifiutasse di portargli le vivande necessarie alla crescita. Per il suo bene quindi si decise di donarlo a persone più coraggiose. Da allora il nostro Brace non ebbe mai più un cane tutto suo, anche perché, come dice la canzone, il nostro non ha neanche una casa tutta sua e preferisce non coinvolgere povere bestie in questo sventurato destino. Ad ogni modo il signor Lompa che suona le chitarre col Brace possiede una splendida bastardella dal pelo dorato che si chiama Margot, che possiamo considerare quindi a tutti gli effetti il cane ufficiale dei Mr.Brace.
Mi può dire chi sono i componenti del gruppo che porta il suo nome, dove vi siete incontrati e perché avete deciso di formare una band invece di aprire un chiosco di bibite a Riccione? Io non so, ascoltando il disco ho trovato tra le influenze un po’ dello scempio caramelloso che annacqua la mente di Bersani e Rino Gaetano (pace all’anima sua…), ah anche Relics dei Pink Floyd mi è tornato alla mente per qualche secondo (l’inizio di “Polvere”) o il folk U.S.A. anni ‘70 o anche l’approccio pop di Daniele Groff (si, lo so, forse sarà l’assenzio ma…), insomma lei mi può dire con precisione qualcosa di più sulle influenze musicali di voi benedetti ragazzi dai maglioni bucherellati? Senta Brace, si prego, fumi pure, tanto a me non da fastidio mica…mi può raccontare qualche episodio curioso che è capitato a lei e ai ragazzi, magari, non so, in tour? So che vi siete esibiti al MIAMI di recente e XL di questo mese [il settimanale allegato di Repubblica] vi ha dedicato metà della pagina 102 (se non è precisione giornalistica questa cazzo!). Insomma, le cose pare stiano girando bene; qual è il vostro prossimo passo? Ma lo sa che da vicino sembra anche meno rugoso…ma qual è la canzone del disco a cui lei è più affezionato? A me piace moltissimo “Ruggine” (”La Ruggine non dorme mai/anch’io non molto/ e che pesci pigliare è un mistero irrisolto…/- Fantastico! Sembra nonsense ma è pura poesia…) ma anche “Io Chi sono”: mi scatena pensieri molto personali e intimi. Il testo mi rende inquieto ma lo adoro (Chi mi ha voluto adesso sa/ che se mi scegli e poi mi fotti/ io ti faccio male- il top!). Come è nata la canzone “Brace”? Brace, io sono un ragazzo sensibile ai cambiamenti. Lei pensa che il vostro prossimo lavoro si discosterà dal sound di “Tarme”? Cioè, in futuro batterete la strada sicura per arrivare ad essere milionari oppure, magari, farà capolinea anche qualcosina di maggiormente “plugged in” o elettronico (”Casiotone” è un buon inizio mi sembra…)? Mmmmmh no! Direi decisamente no…almeno per il momento. Senta, io adesso devo proprio andare, grazie per la chiacchierata, il conto al bancone ce lo smezziamo perché c’è crisi anche per noi giornalisti fascinosi…un’ultima cosa…ma lei ce l’ha un orticello per coltivare gli ortaggi? |
| Link: Mr. Brace Official Site Tafuzzy Records Official Site Mp3: Brace from the album “Mr. Brace” Igloo from the album “Mr. Brace” Little Implosion from the album “Mr. Brace” Ruggine from the album “Salvate il Mio Maglione Dalle Tarme” Salame from the album “Salvate il Mio Maglione Dalle Tarme” |
Gio 6 Lug 2006
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I marciapiedi ancora umidi; l’odore dei quarter-pound dei fast-food; l’aria che preannuncia la pioggia; lo spostarsi da un pub all’altro, da una pinta all’altra, in cerca di un po’di sollievo per la nostra solitudine; il camminare in una città (”The City”), Londra forse - ma potrebbe essere una qualsiasi città anglosassone (Cork?); le luci dei semafori, le macchine che passano e sembrano ferirci col rumore dei loro motori e la loro indifferenza. La nostra storia d’amore è appena finita (”It’s Over”) e cerchiamo un rifugio nella “musica ottimistica per tempi pessimistici” di Mike Milosh. Col suo secondo disco, Meme, il canadese di Toronto ci spinge a sospendere ogni azione e concentrarci su noi stessi: sui più piccoli rumori notturni della nostra insonnia, che hanno il suono dei Telefon Tel Aviv (”Couldn’t sleep”); sui timidi tentativi di ricominciare, sulle note di pianoforte di “I’m Trying”, che fanno pensare alla Barbara Morgenstern del recente The Grass Is Always Greener (”I’m trying”); sulla voce sensuale - che ci ricorda Goldfrapp - di avventure senza futuro, che non riesce a colmare il nostro vuoto (”You Fill Me”); e sul fatto che, ri-cominciare ad uscire dal rifugio à-la Four Tet della nostra stanza (”Playing With Yen”), e separarci dal nostro laptop, non è mai facile.
Meme consiste di undici tappeti sonori che tracciano, su una mappa esistenziale, il ritrovarci improvvisamente soli, attraverso segni di percussioni, scratch, piano e liriche semplici quanto ipnotiche; sono canzoni da ascoltare seduti sull’autobus o sulla metropolitana, per riposarci un po’ dalla fatica dell’esistenza. E anche se il rischio è quello di fermarci all’immobilità dei nostri pensieri, una volta finito il disco, riprenderemo a girare per la città con una grande gioia dentro. |
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Mer 5 Lug 2006
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Recentemente, leggendo un libro del sempre brillante David Sedaris ho potuto scoprire il significato di alcuni termini a me prima del tutto sconosciuti. Nomi di fobìe: genufobia (paura delle ginocchia), pogonofobia (paura delle barbe), keraunothnetofobia (paura che i satelliti artificiali che ruotano attorno alla terra possano caderci sulla capoccia), acluofobia (paura del calar della notte), fengofobia (paura della luce del giorno). L’elenco sarebbe infinito a dire il vero, da chi ha paura dei denti a chi teme la ruggine eccetera eccetera… . La Popfobia non era inclusa nell’elenco e anzi credo proprio non esista, ma se esistesse sarebbe la caratteristica psichiatrica perfetta per Trabicolo, un progetto musicale che per la scontatezza dei testi e la facile presa sull’ascoltatore ha una repulsione fisica e mentale praticamente encomiabile e certificata ISO 9001 dalle attuali norme vigenti. Scendiamo nei particolari: Moltheni in acido, Bugo allo stadio naturale e qualche impressione dei primi scoppiatissimi Coral in versione acustica. Qualità del suono da incubo. Ma, accidenti, che bell’incubo. Accento fortemente influenzato dalla brezza adriatica romagnola: ecco allora che “Massaggiando la cervice” diventa “Massaggiando la zervìze” oppure “Vieni a vedere come si scorrazza” suona “Vieni a vedere come si scorrassa”. I testi sono talmente allucinati e smacchiati con la candeggina che si attaccano alla realtà come delle sanguisughe e non c’è sale che tenga per staccarli. America e bassa qualità a tutto spiano: Pavement e lambrusco, Beck e piadine con la rucola. Blues e demenzialità sul bordo di queste gocce di sudore che in questi giorni m’incorniciano il volto (provare “La mia baby abita di fianco alla statale” per credere). Un disco davvero affascinante, che cresce con gli ascolti, da provare anche quando si è distratti da qualcos’altro, soprappensiero, guardando magari la televisione con un ospite speciale (”Discuteremo di tutto e di come ha influenza su di me /Farebbe le sue battute/direbbe cucini proprio male /ma intanto io gli lascio le mie briciole e mi raccomando che se le faccia durare”-Serata Col Demonio). Per un secondo siete anche sicuri di averlo visto davvero. Aveva proprio tutto: corna, zampe di capra e il classico forte odore di zolfo che circonda la vostra immagine riflessa nello specchio. Adesso siete un po’ dèmoni anche voi. Buona fortuna.
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Mar 4 Lug 2006
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| Discography: WE ARE THE PIPETTES (Memphis Industries - 2006) |
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Prendete tre ragazzate del Soul, della geniale irruenza di Phil Spector e dei classici di Stax e Motown, aggiungeteci l’attrazione per un’ immagine quanto mai raffinata ed elegante della pop music e dell’iconografia fifties e sixties e avrete The Pipettes. Giovani belle e stilose le Pipettes sono, oggi le parenti strette dei Girl Group del passato. Se per caso (ma ci credo poco) non abbiate idea di che cosa siano questi gruppi al femminile, provate a ricordavi nomi come The Ronettes, Martha Reeves & The Vandellas o The Supremes, giusto per citarne i più famosi. Oppure se anche i nomi non vi dicono nulla (e ci credo meno di prima ), fatevi tornare alla mente le sequenze dei vecchi film di Scorsese, tipo Mean Streets, e la musica che spesso accompe inglesi innamoragnava le vicende di De Niro e Keitel nel loro universo italoamericano di piccola malavita degli anni settanta. Ritmo serrato, testi quotidiani, banali se vogliamo quando descrivono il primo bacio o l’invaghimento per il bello di turno, voci calde e profonde come il bacio dell’ amante prediletta, un flusso sonoro così compatto e potente da travolgerti totalmente. Le Pipettes partono da qui per dire la loro in fatto di musica pop. D’altronde lo dichiarano esplicitamente sul loro sito ufficiale, dove scrivono che secondo la propria sensibilità la storia della musica pop ( ular ) non parte dai Beatles ma da quello che è stato l’avvento di Phil Spector ( “ the first Tycoon of Teen, the first Pop Genius “ lo definiscono le Nostre ) sulle scene e da tutto ciò che da esso è scaturito. Questa devota passione non è sinonimo di chiusura nell’ àge d’or del Soul, ma piuttosto una solida base su cui le tre albioniche costruiscono la loro musica, che si apre alle moderne definizioni del pop tra cui spiccano soprattutto i Belle & Sebastien meno intimisti, per la delicatezza adolescenziale e per i contagiosi ritornelli sovente sostenuti dal suono retrò dell’organo.Dopo una manciata di singoli, per l’estate di quest’anno è atteso il debutto sulla lunga distanza licenziato come sempre dalla Memphis Records, ottima occasione per capire se le 3 lovely saranno in grado di reggere l’urto con la realtà internazionale, confermando quello che fin qui hanno fatto di buono, oppure se si perderanno per la strada ( difficile a mio parere vista la grinta che le anima…). Per conoscere meglio Rosie, Becky e Gwenno, ecco servita un’interessante intervista…
Hi Rose! What’s new in Brighton? It looks like your names are being spoken everywhere in these times! Days ago I read your last single’s review on Pitchforkmedia, in my opinion one of the best webmagazines. brighton seems pretty much the same as ever. we has our single launch here on monday and had the most people come to see us in brighton ever, which was amazing! but we don’t seem to be spending all that much time here lately, things have been pretty busy lately which is nice!!
Your sound is hugely influenced by Soul music, and you were often compared to Spector and Girl Group. Besides them, which are the bands you love most? I think your listenings aren’t restricted to 60’s music at all. Let’s talk about contemporary music. What are you listening to now? Some of your songs remind me of Belle and Sebastian, they are as simply and brightly “pop” as you are.. You have label mates like Go! Team and Field Music. Do you like their sound? How does it feel working with Memphis Industries? Considered your music, your style and your “choreographyc” way of being on stage, I’d like to ask you whether you feel close to mod/beat english mood. Did you ever take part to any gathering based on Northern Soul, Vespa bikes, Parkas and beer? How do you feel on stage? I think you have a “choreographyc” look. Do you feel comfortable playing live? Any release date for yor album? Just one question that has nothing to do with you… Honestly what do you think about “rockstars” like Pete Doherty and everything around them? Let me explain: It looks crazy to me that in Italy you can read about their “shameful and scandalous” attitude. It’s becoming ridicolous…. What’s music got to do with them..?? Three songs of the past and three songs of today you would suggest everybody Last: When are we going to enjoy your live shows in Italy? |
| Link: The Pipettes Official Site The Pipettes On Memphis Records Mp3: Pull Shapes from the album “We Are The Pipettes” Your Kisses Are Wasted On Me from the album “We Are The Pipettes” |





























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