Agosto 2006


Soulwax Discography: LEAVE THE STORY UNTOLD (1996 - PIAS), MUCH AGAINST EVRYONE’S ADVICE (1999 - Pias), ANY MINUTE NOW (2004 - Pias), NITE VERSIONS (2005 - Pias)
Zero 7 Discography: SIMPLE THINGS (2001 - Palm Pictures), ANOTHER LATE NITE (2002 - Kinetic), SIMPLE THINGS REMIX (2003 - Palm Pictures), WHEN IT FALLS (2004 - Elektra), THE GARDEN (2006 - ATLANTIC)
Skin Discography: FLESHWOUNDS (2003 - EMI), FAKE CHEMICAL STATE (2006 - V2 International)
2 Many Dj’s Discography: AS HEARD ON RADIO SOULWAX PT.2 (2002 - Pias)
Stairway to pleasure.
Quando ci si può permettere di gironzolare indossando solo infradito, pantaloncini e t-shirt la qualità della vita è già molto alta.
Per chi non si accontenta è possibile aggiungere mare, sabbia e una festicciola vista-riva. Vogliamoci bene e azzeriamo anche la percentuale di umidità.
Ancora più pretenziosi? Allora ricarico sostituendo la festicciola con un mini festival della durata di 12 ore (18.30-06.30) e per di più gratuito. E’ organizzato da MTV, Di Risio e Neffa son dietro l’angolo, ma di più non si può avere.
E invece non è così, perché i potenti mezzi di TeleMusica mettono su un palinsesto da far strabuzzare gli occhi: Soulwax, Zero7, Skin e conclusivo dj set dei fratelli Dewaele dei Soulwax nelle vesti di 2ManyDJs.
Tutto questo, ribadisco, allestito gratuitamente e a 50 metri dal fruscio marittimo. L’abbinamento di location e di evento di questo tipo è fantasmagorico anche per me che sono nato e vivo al mare, figurarsi per gli altri. Oppure semplicemente mi accontento di poco, ma quel poco deve essere fatto veramente bene.
I Soulwax partono col botto: il quintetto biancovestito si impossessa del palco e un istante dopo ogni spazio sonoro è riempito e sazio. Questi belgi martellano maledettamente bene e per il proprio repertorio attingono a tutti i generi musicali degli ultimi vent’anni rivisitandoli in chiave assolutamente personale. Contaminazioni ovunque, con unica costante una cassa pulsante ai mille all’ora che fa ballare tutti: dai campeggiatori casualmente di passaggio agli anziani usciti a fare un giretto digestivo fino ai fan più sfegatati. Dopo l’inizio col botto. La carica della band continua ad aumentare e il delirio inizia a farla da padrone. Formidabili. Grintosi. Schizofrenici. Euforici.
Forse conscia del livello di adrenalina che i Soulvax avrebbero portato, l’organizzazione decide di raffreddare un attimo gli animi offrendo poi spazio ai malinconici Zero7, portatori di pacatezza e sobrietà. Come si evince dalla loro produzione non avrebbero potuto fare di più, un’ottima oretta di synth pop che ha contribuito secondo me soprattutto a farli conoscere alla maggior parte del pubblico. Che comunque li ha accolti non con molto entusiasmo ma che sicuramente li ha seguiti con attenzione facendosi anche trascinare verso la fine della performance. Distanti comunque.
Arriva il momento di colei che dovrebbe essere l’headliner della serata, Skin. Premetto che non mi faceva impazzire nel contesto Skunk Anansie e ora come ora praticamente mi lascia impassibile musicalmente ma ragazzi, che voce! Riuscire a convincermi dopo la premessa scritta non è per niente facile, ma la grinta e la determinazione della ragazzetta in completo di paillettes da gran-serata-trash sono da competizione. In più ogni tanto mette giù il carico da novanta ricorrendo a qualche singolone trascinante degli Skink Anansie dei tempi d’oro ben più famoso del suo repertorio da single e così il gioco è fatto. Non volerò sicuramente ad accaparrarmi i suoi dischetti, ma se dovesse ricapitare l’occasione per vederla live non me la lascerò perdere. Esplosiva.
Il tempo per un supersonico cambio di palco e in men che non si dica ecco due bei piattoni Technics circondati da altri marchingegni e Stephen e David Dewaele che si mettono in consolle al lavoro come 2ManyDJs. Con l’esperienza di anni e anni di tecnica alle spalle, show radiofonici nella radio nazionale belga e padri putativi nella oggi diffusa e banalizzata tecnica del mashup, i mischiadischi iniziano la loro “messa”: senza paura di scontentare i puristi dei vari generi e pieni di personalità passano tra gli acetati dai Prodigy di Out Of Space a Tiga, attraverso Jump Around degli House Of Pain e gli Arcade Fire. E poi Prince, Madonna, Beastie Boys, The Doors. Dopo quel che ho visto, per gusto ed abilità tecnica, nessuno può più vantarsi di essere un diggei, mea culpa, ma al massimo selezionatore di musica in qualche localino: i DJ sono solo questi e Mix Master Mike dei Beastie Boys. Il resto è aria. Stop. Acidi al punto giusto, è evidente quanto si divertano, seppur sempre concentratissimi e chini sul mixer, e al pubblico questo è piaciuto da impazzire.
La prima volta nel corso della serata che ho guardato l’orologio, la freccia piccina era sul cinque. La serat è ben riuscita, un paluso alla mente occulta dell’evento. Saluto idealmente la consolle e mi incammino verso casa, ma il frastuono in lontananza sembra non scemare più. Chissà…Apocalittici.
Link:
Soulwax Official Site
Zero 7 Official Site

Skin Official Site

2 Many Djs Official Site

Mp3:
Zero 7 - Waiting Line (live in London)
Zero 7 - Distractions (live in London)
Sono l’umile figlio di un ristoratore/assicuratore che ha lasciato la chitarra per sposare una discografica degli anni ‘70. Il matrimonio, oltrechè di venire al mondo, mi ha permesso di vedere da vicino Donna Summer e DD Jackson, i Village People e Roberta Kelly; ma è da Battiato e Vasco Rossi che sono stato folgorato; ed è dalla voce malinconica di Battisti che sono stato rapito. Proprio qui inizia il mio percorso di ricerca del giusto mezzo tra musica e testo, tra leggerezza e sperimentazione, tra elettronica e armonia. Scrivo da sempre, sin dalle elementari: la centralità del testo - mi sembra di sentirla - mi ha sempre affascinato. Da questa mia passione, sono nati - come fiori - le collaborazioni con Niccolò Fabi e Max Gazzè; e l’avventura Tiromancino, prima di arrivare a qualcosa di veramente mio; qualcosa che davvero mi appartiene. Ci sono voluti tre anni per passare dal primo al secondo album, dove ho fotografato in nove canzoni, altrettanti incontri tratti dalla quotidianità e filtrati attraverso il mio vissuto personale; dove ho compiuto un passo ulteriore nella mia personale interpretazone del cantautorato moderno: “Laura” è dedicata alla mia compagna, oltrechè bassista e produttrice di questi Incontri a Metà Strada (e, se vogliamo, anche un omaggio a Vasco Rossi); ma mi sento ancora molto legato alle sonorità dei Tiromancino (”Impressioni da un’ecografia”, “Il nostro fragile equilibrio” e “Anni di pace”); oltrechè ad artisti con cui ho lavorato, come Fabi (”Finora” e “Una canzone per Fede”); e ad artisti che ammiro, come David Sylvian (”Se potessi incontrarti ancora”).
In definitiva, il bisogno di scrivere e comporre fa parte di me; e mi sento molto triste quando non riesco a farlo; mi sembra, in qualche modo, di non aver vissuto.
Cover Album
Band Site
Incontri A Metà Strada [ Sony BMG - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Niccolò Fabi, Tiromancino, Vasco Rossi
Rating:
1. Finora
2. Laura
3. Amici Nel Tempo
4. Il Nostro Fragile Equilibrio
5. Se Potessi Incontrarti Ancora
6. Uscire Fuori
7. Una Canzone Per Fede
8. Anni Di Pace
9. Impressioni Da Un’Ecografia
10. Ciao
Ieri ho tagliato l’erba del mio giardino. “Che cacchio ce ne frega a noi?” E la recensione potrebbe finire qui, se non fosse che per la prima volta ho messo in cuffia un disco che passava di gran lunga i decibel del mio fedele Sanor 56 VARrc (il taglia erbe dei sogni). “Dipende dal volume”, bella scoperta, questo si, ma in 55 minuti non sentire mai il suono del tuo trattore è una cosa quantomeno anomala.
“Chi ascoltavo” dite? Semplicemente quello che sarà uno dei 10 dischi indie dell’ anno: “Pink” dei Boris.
I Boris per la cronaca sono i giovini Takeshi-san (voce e basso), Wata-san (echo e chitarra) e Atsuo-san (Batteria). Cresciuti a manga, tampuri, lamù ed inchini reverenziali fra mura di cartapesta, il trio proviene dall’ antichissimo impero Yamato, leggasi Giappone. Con estrema noncuranza e con non chalanches i Nostri hanno semplicemente inciso e prodotto ciò che sarà tramandato ai nostri figli come il nuovo “Loveness” (volendo colorire un po’).
“Pink” è pura mistica indie-noise incisa su bibbia vinilica con unghie, sangue e amore; buona novella raccontata alla velocità dei Fugazi, predicata con l’intensità dei Sonic Youth e con tutti i crismi dei My Bloody Valentine più emotivi, trascinanti e maledettamente amabili.
Ritmi da camera iperbarica, irrompono dallo stereo, nello stereo rimangono, niente è più come prima, tutto è come prima, solo più noioso. Una versione psichedelica dei Fu Manchu, i Liars incazzati, i Led Zeppelin di oggi in Giappone, sotto ectstasy.
L’ho ascoltato l’altro giorno su National Geographic, faceva da colonna sonora ad un servizio: “Lotta per la vita fra un serpente a sonagli ed una mangusta”; ha vinto il serpente… ovviamente.
Disco cattivissimo, prego astenersi cardiopatici, WWeffini e lupetti.
Capolavoro.



Recensione dei Boris precedentemente pubblicata su IndieRiviera.

Cover Album
Band Site
Pink [ Southern Records - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Comets On Fire, My Bloody Valentine, Sonic Youth, Fu Manchu
Rating:
1. Farewell
2. Pink
3. Woman On The Screen
4. Nothing Special
5. Blackout
6. Electric
7. Pseudo-Bread
8. Afterburner
9. Six Three Times
10. My Machine
11. Just Abandoned Myself
Sembra di essere in un episodio di O.C.
Discretamente qualche cosa…ma non troppo. Indie pop da non sottovalutare totalmente. Chi sottovaluta sempre poi si ritrova con l’intestino gonfio di puntine da disegno. Qui le cose sono semplici: canzoni fresche in stile “Mi dia per cortesia tre etti di new wave chitarristica senza troppo impengo sociale (”No Trace”) e ci aggiunga anche un altro po’ di salsa rock solare (ce l’ha per caso qualche corrente dalla Florida?)”. Friendly. Molto friendly. Anzi, molto Radio Friendly (United Shifter…) ma non per questo da processare per direttissima con la bava alla bocca e il ghigno da invasato. Sentite, io non mi posso sempre intossicare il pancreas con i fumi alcolici di cose intricate. Spesso mi bastano anche solo due accordi. Due. Non uno di più. Stop and go, il tom che si fa sentire, cambi di ritmo interessanti ma nulla di nuovo (”Zero To Brutal”) e testi veramente pessimi che al massimo parlano di ormoni impazziti o altre amenità affini e atmosfere forse un po’ troppo college rock da sbarbatelli a stelle e strisce. Ma non m’offendo. Anzi, alzo il volume e poi dimenticherò tutto, come al solito.
Cover Album
Band Site
Audio Feng Shui [ Future Appletree - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist:Wire, R.E.M., Talking Heads
Rating:
1. All Roads
2. Raised By Gays
3. No Trace
4. The New Immigrant Song
5. Ouija Steering Wheel
6. Zero To Brutal
7. The Comedian
8. Boxcars (A Long Line Of)
9. 16 To 25
Ci sono indumenti tenuti nell’armadio che, all’inizio dell’autunno, non vediamo l’ora di poter tirare fuori e indossare di nuovo. Non sono vestiti costosi o particolarmente belli, ma ognuno di loro ha un valore personale; come la Renault 4 o il Maggiolone con cui ancora ci ostiniamo ad andare in giro, nonostante abbiano sospeso la fornitura della cara e vecchia Super (non parliamo poi della Miscela, con la “M” maiuscola!). Qualcuno potrebbe chiederci perchè continuiamo a portare quella vecchia maglietta o quella giacca ormai fuorimoda, se in giro si trova roba nuova a così buon mercato (dove, scusate?). Ci viene voglia di indossarli appena sentiamo il primo cedimento dell’estate - una volta era intorno alla seconda metà di Agosto; non appena fiutiamo nell’aria il profumo della pioggia, che arriva come un promessa. Le canzoni dei Belle And Sebastian sono attese - come questi indumenti - da quelli che, durante l’estate, aspettano con impazienza e trepidazione l’arrivo dell’autunno, chiedendo la protezione ai suoi manti di foglie cadute e alla sua poesia.
Questa compilation, presentata dalla Kirsten’s Postcard al recente Mi Ami, è come un assaggio della stagione preferita dai poeti; un’introduzione alla malinconia che ci aspetta e che tanto andiamo cercando. I pezzi, scelti tra il vasto repertorio dei “vecchi” Belle And Sebastian (eccetto “I’m A Cuckoo”), toccano pressochè ogni passo della lunga strada percorsa dalla band di Glasgow: dalla versione noise rock di “Get Me Away From Here, I’m Dying” (Spring Sale!) a “I’m Waking Up To Us” (Bob Corn) dell’omonimo e ultimo EP targato Jeepster; passando per le rivisitazioni folk di “I Fought In A War” (The Niro), lo shoegaze di “Photo Jenny” (Mixtapes & Cellmates) e il rock anni Settanta di “You’re Just A Baby Girl” (Against Lupa ft. The Buzz).
Eppure, proprio come i vestiti tirati fuori dopo qualche tempo, non tutti i pezzi si adattano ai nuovi abiti: alcuni, come “Portami via di qua, sto male” (Perturbazione), la versione new wave ‘80 di “Waiting for the moon to rise” (John Wayne Shot Me) e il lo-fi giocoso stile The Boy Least Likely To di “Belle And Sebastian” (Kawaii), calzano a pennello; altri stanno un po’stretti. Rimane, comunque, una bella sensazione, anche soltanto il togliere dall’armadio qualcosa con cui abbiamo vissuto questi anni.
Cover Album
Releases Site
AA. VV. A Century Of Covers (Belle And Sebastian Tribute) [ Kirsten’s Postcard - 2006 ] - Download HERE
Similar Artist: Lucksmiths, Camera Obscura, Sodastream
Rating:
1. Perturbazione - Portami Via
Di Qua Sto Male
2. Austin Lace - Ease Your Feet
In The Sea
3. The Sad Snowman - My Wandering
Days Are Over
4. Billie The Vision & The Dancers -
I Am A Chukoo
5. Mr.60 - Sleep The Clock Around
6. Hell On Wheels - Dog On Wheels
7. Tokyo Overtones - Slow Graffiti
8. Canadians - Like Dylan In
The Movies

9. Mixtapes And Cellmates - Photo
Jenny
10. John Wayne Shot Me -
Waiting For The Moon To Rise
11. Prauge - Century Of Fakers
12. Tom Wilman - Judy & The Dream
Of Horses
13. Le Man Avec Les Lunettes -
Jonathan David

14. Lucid Evening Sky - The Fox
In The Snow
15. Tall Poppies - Family Tree
16. The Niro - I Fought In A War
17. Kawaii - Belle & Sebastian
18. Agaist Lupa feat. The Buzz -
You’re Just A Baby Girl
19. Spring Sale! - Get Me Away From
Here, I’m Dying
20. Bob Corn - Waking Up To Us
Discography: PAUL WELLER (1992 - Go! Discs), WILD WOOD (1993 - Go! Discs), LIVE WOOD (1994 - Go! Discs), STANLEY ROAD (1995 - Go! Discs), HEAVY SOUL (1997 - Go! Discs), HELIOCENTRIC (2000 - Island), DAYS OF SPEED [live] (2001 - Idependiente), ILLUMINATION (2002 - Independiente), STUDIO 150 (2004 - V2), AS IS NOW (2005 - Yep Roc), CATCH-FLAME! [live] (2006 - Yep Roc), HIT PARADE (2006 - Universal)
Alle 18,15 di sabato 22 luglio ero ancora tremendamente indeciso se andare a vedere il concerto di sua maestà Paul Weller all’Auditorium. Avevo già perso precedente data romana dell’autunno 2005 a causa di una estrema crisi finanziaria che in quel periodo mi attanagliava. Nonostante fosse passato quasi un anno la crisi, nonostante il cambio di governo, bancopoli, vallettopoli, calciopoli e la vittoria della nazionale italiana al mondiale, il 22 luglio 2006 le mie tasche non erano molto più piene che l’autunno precedente. Poi c’era il fatto che ero venuto a conoscenza del concerto di Paul appena qualche giorno prima e che non avevo previsto la spesa, che nessun mio amico era disposto a sborsare 35 o 50 euro per quel concerto, che tutto sommato aveva appena preso i biglietti di un Festival che si terrà in Francia e che quindi di musica live ne avrei comunque fatto incetta di lì ad un mese. Non si può mica avere tutto, mi dicevo.
Però Paul Weller è Paul Weller. E’ l’eroe dell’infanzia, il simbolo della controcultura modernista che ti fomentava da adolescente, l’icona dello stile britannico che non ti abbandona neanche da adulto. Ma non si può avere tutto, purtroppo.
Alle 18,15 di sabato 22 luglio ero ancora completamente immerso in questi pensieri, sdraiato sul lettino a bordo piscina di uno sguaiato circolo sportivo sul Tevere. Sole ce n’era poco ormai, così tra un’imprecazione nei confronti del Signor Kevin, l’amico che stava condividendo con me la frescura della piscina che non intendeva cacciare i soldi del ticket, e una sigaretta, rassegnato presi a dare una scorsa a “ Repubblica “. Stavo ormai per mettermi tristemente alle spalle l’idea del concerto, iniziando a pensare al luogo in cui sarei potuto andare la sera per non morire di caldo, quando in un trafiletto assai minuto e, non ho ancora capito perché, assai nascosto, sul boxino pubblicitario del concerto leggo cinque parole bordate di rosso scuro scritte in stampatello chiaro: last minute ticket 20 euro. Incredulo comunico al mio amico dalle braccine corte Signor Kevin la notizia. L’avarizia scompare sui nostri volti e in meno di 5 minuti ci troviamo in macchina, costume asciugamano e infradito presenti, direzione biglietteria dell’ Auditorium Flaminio.
Naturalmente questo si trova nella parte opposta rispetto all’ombrosa piscina in cui ci trovavamo, per cui in pratica spingendo sull’acceleratore ben oltre i limiti consentiti non siamo riusciti ad arrivare prima di 45 minuti. Prendiamo i biglietti da un ragazzo spagnolo che, con la sua consorte, si era recato a Roma per vedere la performance dell’ex Jam. Saluti e ringraziamenti all’iberico e alla sua signora e ritorno diretto a casa. Qui si sono battuti i limiti spazio temporali fin’ora conosciuti e, credo, anche la supposta impossibile ubiquità dell’essere umano, se è vero come è vero che in quindici minuti sono riuscito a farmi una doccia veloce ma tonificante, mangiare una piatto di spaghetti con le vongole superbi mentre nel frattempo mi asciugavo e mi vestivo, assaggiare una fetta di invitante melone, bere un dito di Mirto Zedda Piras, lavarmi i denti e uscire. Sulle attività compiute in quei quindici minuti dal mio amico Signor Kevin vige un silenzio bulgaro, importi solo sapere che s è fatto trovare puntuale all’appuntamento. La tempistica fulminea puzza ancor più di dono miracoloso se si considera che sia io che il Signor Kevin ci prendiamo dei tempi preparatori alle uscite da fare invidia ad attricette e prezzemoline varie à la Lucignolo.
Nonostante l’illusione dell’aiuto divino e trascendentale, arrivato per la seconda volta all’auditorium sono costretto a fare i conti con la realtà atea e materialista: sono le ventidue ed il concerto è cominciato alle ventuno e quindici. Cioè in pratica ne ho perso la metà. Per nulla intimidito o incazzato, sgattaiolo nella cavea inferiore anziché salire le scale che mi avrebbero portato ai miei posti, situati al centro dell’anello superiore dello splendido Auditorium. Il Signor Kevin mi segue circospetto e ci sediamo in seconda fila a circa due metri dal palco, che all’Auditorium però vuol dire stare a circa 10 metri dal gruppo che suona poiché il palco a mezzaluna è stato progettato per consentire di ospitare orchestre e, credo, Opere di vario genere.
Mi stupisce istintivamente il pubblico: davanti a me due 50enni dall’aspetto ordinario, poco più in là una famiglia inglese con prole, dietro di noi un gruppo di giovanissimi romani che sembravano aver confuso l’Auditorium con il vicino bar alla moda di Ponte Milvio. Appena fatta questa riflessione, mi giro verso il palco e vedo Paul che, coadiuvato in modo perfetto dagli altrettanto solidi Ocean Color Scene Damon Minchella e Steve Craddock , attacca con due pezzi pregiati della sua carriera da solista, “Porcelain Gods”e “ Walk On Guilded Splinters”, entrambi tratti da quel capolavoro che è “Stanley Road”. Immediatamente mi vengono i brividi. Non lo avevo mai visto dal vivo, ma già lo ascoltavo in macchina con mio padre quando non ero neanche “Teen” e lui si era dato alle sonorità eleganti degli Style Council. Poi i Jam a diciotto anni, poi “ Wild Wood “ e “ Heavy Soul“ e poi tutte queste nuove generazioni che gli fanno il verso e me lo ricordano… Ed ora lo vedevo davanti a me, dimenarsi con l’energia di un ribelle Mod di vent’anni e la classe di un cinquantenne adoratore del Soul e del R&B, con una voce ancora così calda, profonda, potente. Dopo questi primi dieci minuti di estasi, condivisa dal resto del pubblico a quanto mi è parso, parte il riff di “ In the Crowd”. Il Signor Kevin applaude compiaciuto nell’ascoltare la canzone dei Jam che più ama, mentre per me l’estasi continua finchè l’ebetitudine estatica viene rotta dall’esplosivo assolo del batterista Steve White, un vero “Casuals” da curva inglese che spinge sui tamburi come se stesse suonando per il pubblico più apprezzato della sua carriera. Nel frattempo il Modfather N°1 sorseggia nervosamente una birra e, sigaretta in bocca, inizia a far vibrare la chitarra con la gestualità Maximum R&B degli Who. Poi arriva il momento del pianoforte, dopo che la prima parte del concerto era stata contraddistinta da un’ampia dose di sonorità acustiche, e iniziano le note della struggente bellezza di “ You Do Something To Me “, seguite dal blues alla Dr. John di “ Broken Stones “, che termina con un giro del palco con il tamburello alla mano a scandire i tempi degli applausi del pubblico. E’incredibile, assolutamente straordinaria la contentezza che leggo negli occhi di Paul: non sta suonando per contratto, per far soldi, per vendere più copie dell’ultimo, strepitoso doppio cd live “ Catch, Flame” ma è sinceramente euforico perché AMA la musica, AMA farla ascoltare alla gente, AMA poter comunicare le sue emozioni e la sua vita attraverso le sue canzoni. Lui la AMA veramente la musica, dopo 30 anni di carriera non conosce lo snobismo o il compitino “ perché quello che dovevo dimostrare l’ho dimostrato” , assolutamente no. Gli brillano gli occhi dalla dalla felicità quando attacca una “ Long Hot Summer “ di commovente bellezza, e lui li fa brillare a noi, un pubblico di professionisti 50enni, di famiglie con prole, di mezzi Vip impomatati, di ragazzini fichetti, di giovani e vecchi mods ubriachi, di finti critici musicali, di innamorati persi della sua musica. Dopo aver suonato un paio di convincenti pezzi dall’ultimo “ As Is Now”, tra cui spicca soprattutto “ Savages”, è il momento del doloroso ma bellissimo saluto: “ A Town Called Malice “. E’ il delirio. Tutti, da ogni settore, corrono verso il palco per stare più vicini a questo monumento della Storia del Rock, ballando, urlando e cantando a squarciagola che “ it’s a big decision in a town called Malice, yeeeaahhhaaa!”. Mi giro e vedo la moglie del professionista 50enne che mi guarda e ride come una ragazzina mentre batte le mani e grida eccitatissima tutti i versi della canzone.
‘Fanculo tutti quelli che dicono che il Rock è una cosa da ragazzi, che la vita ti cambia, che poi i dischi che compri quando cresci li butterai, che bla bla bla…Le emozioni non hanno età e questi 50 minuti ( ma il concerto è durato in tutto quasi due ore) non li dimenticherò mai. E non sarò il solo, ne sono sicuro.
Grazie di esistere, Paul.
P.S.
Di solito non scrivo recensioni o live report facendomi prendere dall’eccitazione emotiva di un gruppo o di un cantante, cerco sempre di essere magari entusiasta ma sempre abbastanza obbiettivo e razionale. Mi si perdonerà se in questo caso le emozioni ed i ricordi di un concerto memorabile mi hanno sopraffatto del tutto, benché proprio per coerenza con i motivi di cui dicevo sopra abbia deciso di scriverlo facendo passare almeno una settimana per evitare descrizioni di smodato fomento. Ora sono le 21,34 del 29 luglio, è passata una settimana esatta da quel live, ma quando ci ripenso mi accorgo che la mia mente e rimasta lì, intorno a quel palco ad urlare euforico “Sto- p a-pologising for the things you never done, ‘cause time is short and life is cruel but its up us to ch’ange This town called Maliceee, yee - yeeahhh”.
Link:
Paul Weller Official Site
Mp3:
Town Called Malice (live Royal Alber Hall, 10-30-02)
Friday Street (live in Braehead, 16-08-02)
You Do Something To Me (from the live “Days Of Speed”)

That’s Entertainment (Noel Gallagher + Paul Weller live at jools holland)
La visione lucida del pop moderno.
Dave Sitek dopo aver forgiato il suono di Liars e Yeah yeah yeahs, accompagnato dalla coppia Kyp Malone e Tunde Adebimpe (un’unica voce, un’unica anima) ha dato vita ai Tv On The Radio che con solo un ep ed un album sono riusciti a delineare uno dei suoni più personali, riconoscibili e significativi degli ultimi anni: è l’ennesima fusione a freddo di ogni negritudine con le nuove e vecchie onde bianche, è soul nucleare, il “Gospel” riaggiornato all’11 Settembre.
Sono scariche elettrostatiche e ritmiche contorte sigillate insieme da fiati profondi ed improbabili quanto magnetici cori in falsetto.
Questo secondo disco, “Return to Cookie Mountain”, non fa altro che aggiustare la mira, addentrarsi più in profondità, smussare angoli e riempire vuoti.
Ne risulta un lavoro più omogeneo, denso, saturo.
Le canzoni sono un unico corpo rovente pronto a mostrarsi al mondo in tutta la sua visionaria ed apocalittica bellezza.
Il tutto con uno spirito ed un respiro assolutamente ed invidiabilmente pop, anzi, il suo stato dell’arte: il (un) suono dell’oggi.
Non vorrete mica aspettare domani per ascoltarlo?
Cover Album
Band Site
Return To Cookie Mountain [ 4ad - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Peter Gabriel, David Bowie, Depeche Mode
Rating:
1. I Was A Lover
2. Hours
3. Province
4. Playhouses
5. Wolf Like Me
6. Method
7. Let The Devil In
8. Dirtywhirl
9. Blues from Down Here
10. Tonight
11. Wash The Day
dEUS Discography: WORST CASE SCENARIO (1994 - Polygram), MY SISTER MY CLOCK (1995 - Island), IN A BAR UNDER THE SEA (1997 - Polygram), THE IDEAL CRASH (1999 - Universal), POCKET REVOLUTION (2006 - V2)
Eels Discography: BEAUTIFUL FREAK (1996 - Dreamworks), ELECTRO-SHOCK BLUES (1998 - Dreamworks), DAISIES OF THE GALAXY (2000 - Dreamworks), SOULJACKER (2001 - Dreamworks), SHOOTENANNY (2003 - Spin Art), BLINKING LIGHTS AND OTHER REVELATIONS (2005 - Vagrant), WITH STRINGS: LIVE AT TOWN HALL (2006 - Vagrant)
The Robocop Kraus Discography: INFERNO NIHILISTIQUE 2000 (1999 - Swing Deluxe), TIGER ON DAY (2001 - After Records), LIVING WITH OTHER PEOPLE (2003 - After Records), THEY THINK ARE THE ROBOCOP KRAUS (2005 - Epitaph)
Baustelle Discography: SUSSIDIARIO ILLUSTRATO DELLA GIOVINEZZA (2000 - Edel), LA MODA DEL LENTO (2003 - Venus), LA MALAVITA (2005 - Warner)
Per chi ama un certo tipo di musica, lontana dalle playlist di Mtv e delle radio commerciali, non è facile vivere a Napoli, città in cui la carenza di concerti interessanti si fa sentire tutto l’anno o quasi.Perchè alla fine con il Neapolis Festival qualcosa di buono ci esce sempre, anche se restiamo lontani anni luce dalla qualità dei festival del resto d’Europa.
Edizione 2006 condizionata dalla defezione improvvisa di Morrissey, che avrebbe dovuto essere l’headliner della serata del 14. Gli organizzatori, non essendo riusciti a trovare un rimpiazzo, hanno semplicemente dimezzato il costo del biglietto e allungato le esibizioni degli Eels e dei Deus, e alla fine non ci è andata affatto male. Pomeriggio nemmeno troppo caldo visto il periodo, tiepido esattamente come la prova dei Baustelle. Lo ammetto, non sono un’estimatore di questa band, ma oggettivamente, la loro esibizione è stata piuttosto scialba e penalizzata ulteriormente da un’acustica insufficiente che rendeva incomprensibile le parole cantate e allo stesso tempo infastidiva con i suoni delle chitarre troppo alti. Verso le otto di sera è toccata ai Robocop Kraus, band tedesca sconosciuta ai più, me compreso, che ha proposto la solita miscela di suoni wave anni ‘80 danzerecci. Niente di nuovo, ma devo dire che sono stati abbastanza divertenti e coinvolgenti nell’oretta scarsa di esibizione, risvegliando gli animi intorpiditi dalla precedente esibizione dei Baustelle. E poi, quando il sole era abbondantemente calato dietro l’orizzonte,gli Eels salgono sul palco ed ecco il concerto che non ti aspetti. Per chi li conosce potrebbe non essere stata una grossa sorpresa e per chi invece non li conosce il tutto deve aver dato un’idea forse sbagliata di quella che è la musica del signor E. Insomma, un concerto rock’n'roll, con le chitarre al massimo e pezzi sempre molto tirati in versione quasi punk. Uno stravolgimento delle atosfere intime che su disco permeano molti loro brani, ma soprattutto un’attitudine agli antipodi del precendete tour con il quartetto d’archi . Dall’incedere dell’iniziale “Saturday morning” si è subito capito che il concerto avrebbe preso una piega molto rock, in perfetto stile lo-fi, con la voce leggermente gracchiante e distorta e le chitarre rumorose pestate a sangue. Peccato soltanto per la totale assenza di brani di “daisies of the galaxy” gioiello pop della band che avrebbe forse cozzato con l’impostazione generale dell’esibizione. In chiusura una splendida e divertente cover di Frank Sinatra(that’s life) che si unisce ad altre reinterpretazioni di brani altrui tra cui un pezzo di Iggy Pop (Rock Show) e uno di Tom Waits (Jesus Gonna Be Here).Unica nota stonata, a mio avviso,la scomparsa di Everett dal palco durante “Not ready yet” già tirata per quasi dieci minuti, e in seguito improvvisata a lungo dagli altri tre membri della band,portando un pò alla noia e spezzando il ritmo di un concerto tiratissimo.
I Deus concludono degnamente una bella serata di musica rock, con un set solidissimo e rumorosissimo tratto per metà dal loro ultimo lavoro Pocket Revolution, e per metà dai loro vecchi successi, ed è qui che i fan della band belga si sono entusiasmati maggiormente. Tom Barnam conquista tutti e subito, la band sembra in splendida forma nonostante si lamentino per un pò di caldo (in realtà era una serata abbastanza sopportabile per noi abituati a ben peggio), e ci hanno accompagnati fino a notte quasi inoltrata a causa di qualche ritardo nei cambi palco. E siamo giusto in tempo di dare un’occhiata al dj seti di Tiga che ha fatto ballare tutti fino a tarda notte, quando però, stanco e appagato per una giornata di splendida musica rock ero già a rigirarmi nel letto tra sogni acustici e confortanti.
Link:
dEUS Official Site
Eels Official Site

The Robocop Kraus Official Site

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Mp3:
dEUS - Serpentine (live at Dranouter)
dEUS - Instant Street (live at Dranouter)

Eels - Last Stop This Town (live at Elysee Montmartre, Paris, 2003)
Eels - I Want You (live in Groningen, 1998)
L’estate è il tempo delle partenze; tempo di caricare in macchina i bagagli e lasciarsi alle spalle le assolate e grigie città. Si parte con la paura di morire giovani ed avere ancora tanto da fare, tanto da guardare. Ma partire è anche scappare, mille e più miglia lontano dalle nostre paure, che ci tengono svegli la notte; anche se il sole ci insegue ovunque; e se i nostri sbagli riescono a trovarci lo stesso, non importa quanto ci spingiamo lontano. Un vecchio cantante, senza capelli, con soltanto la sua tromba dorata, prepara i bagagli e parte alla ricerca del sole e di un posto che possa chiamare casa: nel suo giardino c’è solo l’inverno. Insieme a lui viaggiano altri esperti musicisti di Nashville e Los Angeles (Steve Cropper, Reggie Young, Spooner Oldham, Levon Helm of the Band, Tom Petersson of Cheap Trick); ma, purtroppo, la fretta con cui si è scelto di partire è stata cattiva consigliera: il momento giusto era ormai passato.
Le strade che Frank Black percorre con Fast Man Raider Man sono quelle di un passato glorioso, alla ricerca delle proprie radici musicali: ci sono i riferimenti al folk-rock di Neil Young (”Seven Days” e “Fast Man”), al country di Johnny Cash (”Raider Man”, “I’m Not Dead” e “Don’t Cry That Way”), al blues di Tom Waits (”End of Summer” e “Highway To Lowdown”), perfino i richiami jazz/soul (”Dog Sleep”) e rock (”In the Time of my Ruin” e “Fare Thee Well”), oltre agli immancabili paragoni con Van Morrison (”If Your Poison Gets You”, “Elijah” e “Sad Old World”). Alla fine però, sembra che la durata del viaggio (27 canzoni) abbia stancato anche coloro che l’hanno intrapreso: nelle furiose sessioni di registrazione, perpetuatesi per 24 ore di fila, è mancato il tempo per le intuizioni dei Pixies e dell’ultimo Honeycomb. Non sempre il disco riesce ad immergerci nelle atmosfere southern gothic care a Black: per la maggior parte dei brani, si ha la sensazione che il viaggio non sia mai iniziato; e che il nostro se ne sia stato a bere birra, sdraiato sulla sua amaca, in giardino.
Cover Album
Band Site
Fast Man Raider Man [ Back Porch - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Neil Young, Johnny Cash, Van Morrison
Rating:
Disc One
1. If Your Poison Get You
2. Johnny Barleycorn
3. Fast Man
4. You Can’t Crucify Yourself
5. Dirty Old Town
6. Wanderlust
7. Seven Days
8. Raider Man
9. The End Of The Summer
10. Dog Sleep
11. When The Paint Grows Darker Still
12. I’m Not Dead (I’m In Pittsburgh)
13. Golden Shore
Disc Two
1. In The Time Of My Ruin
2. Down To You
3. Highway To Lowdown
4. Kiss My Ring
5. My Terrible Ways
6. Fitzgerald
7. Elijah
8. It’s Just Not Your Moment
9. The Real El Rey
10. Where The Wind Is Going
11. Holland Town
12. Sad Old World
13. Don’t Cry That Way
14. Fare Thee Well
Kashmir.
Nome che probabilmente le centinaia di indie liber-teens sparsi sul nostro bel territorio stivalitalico avranno già captato in precedenza, vuoi per il look modaiolo-trasandato della band, vuoi per una canzone accattivante come “Rocket Brothers” che un paio d’anni fa girava “addirittura” su Mtv Brand New. Nome che invece non dirà proprio niente alle altrettante nutrite e compatte schiere di ragazzotti/e con la felpa della FIAT e le scarpe firmate, ma che potrebbe seriamente aiutarli a risolvere alcuni problemi del loro griffatissimo subconscio. Ah, se solo sapessero. Vabbèh…anyway…that’s it: questo disco è tutto ciò che io avrei sempre voluto dai Radiohead e cioè un soffice intreccio di chitarre elettriche che sfiorano la poesia per poi aggrovigliarsi con velocità e rancore abbattendosi sul mondo, supportate da una tristezza di fondo che riaffiora dalla voce malinconica di Kasper (che non è il celebre fantasmino ormai milionario e donnaiolo, ma il cantante della band). Questo disco, lanciato dal singolo She’s Made Of Chalk e che in Australia esce oggi, circola già da un bel pezzo in molti paesi Europei che però sembrano ancora non riconoscere appieno le potenzialità di questa indie rock band danese, da tutti etichettata troppo presto come la perfetta copia dei super paranoici Oxfordiani teste di radio. Mai errore fu più grave da parte dei media. Insomma, cazzo, se David Bowie (David Bowie mica mio cugino…con tutto il rispetto per lui e il suo gruppo) decide di cantare una strofa nella terza traccia del disco e Lou Reed (Lou Reed, mica vostra zia…con tutto il rispetto per lei e per la doccia, che deve tapparsi le orecchie oltre che far scorrere l’acqua calda…) decide di recitare una poesia in un’altra, allora forse qualcosa di buono ci dovrà pur essere. Qualcosa di buono c’è. Il disco è pieno di momenti che non lasciano spazio alla minima distrazione, si rimane incollati alle casse come le mosche…no…vabbeh…oggi per paragoni, metafore e affini non è il caso…ma tanto penso abbiate capito bene. Sarebbe riduttivo nonché fortemente controproducente descrivere secondo per secondo i passaggi salienti di un disco che rimane un blocco d’emozioni e di soffici intrecci sonori. Punte elettrificate ben saldate a terra su cui buttare a peso morto una parte del vostro stress quotidiano. Indie rock di ottima fattura senza hype e senza riviste da due soldi che leccano i piedi. Una rarità al giorno d’oggi.
Cover Album
Band Site
No Balance Palace [ Bmg - 2005 ] - BUY HERE
Similar Artist: Radiohead, Clap Your Hands Say Yeah, Muse
Rating:
1. Kalifornia
2. Jewel Drop
3. Cynic
4. Ophelia
5. Diana Ross
6. Curse Of Being A Girl
7. She’s Made Of Chalk
8. Ether
9. Snowman
10. Black Building
11. No Balance Palace

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