Settembre 2006


All’inizio di ottobre sarà nei negozi il nuovo disco di Moltheni, Toilette Memoria. Preannunciato dalle radio con un ep realizzato in edizione limitata esce ad per La Tempesta dischi, con distribuzione Venus. Con evidenti richiami psicologici e di liriche all’album precedente, il nuovo lavoro rivela una manciata di canzoni “da camera”, tra folk, pop, musica classica e galleggiamenti psichedelici. Oltre agli ospiti come Alberto e Luca Ferrari dei Verdena e Carmelo Pipitone dei Marta sui tubi, l’album vede la presenza illustre di Franco Battiato che canta in Sento che sta per succedermi qualcosa. “E’ una canzone che non poteva che essere interpretata da Battiato - spiega Moltheni - per il significato e per la profondità delle parole e della cornice sonora”.

IndieForBunnies celebra questo atteso ritorno sulle scene mettendo in palio, in collaborazione con la Venus, una copia del nuovo “Toilette Memoria”.
Per aggiudicarvi questo ennesimo gustoso contest con cd in regalo annesso scriveteci a :


indiefordummies@gmail.com

specificando nel testo della mail una domanda che vorreste rivolgere a Moltheni.
Al nostro Giov la facoltà di sceglierne una da inserire all’interno dell’intervista che lui stesso realizzerà con il cantautore il 5 ottobre a Bologna.
L’autore della domanda selezionata dal nostro coniglietto INDIE verrà contattato per la consegna del cd vinto.
Buon contest ed intervista a tutti !!!


IL CONTEST SARA’ ATTIVO FINO A LUNEDI’ ALLE ORE 14:00

Moltheni Official Site
Moltheni MySpace
Venus Distribuzione Official Site
ascolta “L’Età Migliore”, singolo promozionale di Toilette Memoria QUI
Jens Lekman Discography: When I Said I Wanted To Be Your Dog (2004 - Secretly Canadian), Oh You’re So Silent Jens (2005 - Secretly Canadian)
Hello Saferide Discography: Introducing…Hello Saferide (2005 - Family tree) Would You Let Me Play This EP 10 Times A Day ? [EP] (2006-Family tree)
Sambassadeur Discography: Sambassadeur (2005 – Labrador), Coastal Affairs [EP] (2006 - Labrador)
Uno dei motivi per cui appena arrivato in Svezia ti rendi conto che li le cose funzionano a dovere è perché tutti parlano correntemente l’inglese, dai ragazzi agli anziani. E non solo, da buon paese nordico, nonostante un clima non proprio favorevole molti optano per girare in bici anche nelle grandi città. Ma non è oro tutto ciò che luccica, e per quanto splendidamente condita da una serie di laghi e foreste da togliere il respiro, la vita non deve essere propriamente facile al di fuori dei grandi centri. Hai aria pura, le caprette che ti fanno ciao, ma rischi davvero di cadere in depressione a causa della solitudine. C’è sempre un rovescio della medaglia in ogni cosa. Tutto questo, se vogliamo rigirarla ancora una volta, è un terreno perfetto per comporre musica e trarre ispirazione dalla meditabonda vita tra la natura o da una passeggiata in bici sui ponti di Stoccolma.
Jens Lekman esprime esattamente queste sensazioni contrastanti, in un clima scanzonato di splendido pop artigianale in salsa agrodolce. Probabilmente su queste pagine già se n’è parlato in passato, ma l’esordio di questo minuto ragazzo fece gridare ad un piccolo miracolo. “When I Said I Wanted To Be Your Dog”, è una specie di carillon antico che sforna melodie senza tempo. I mezzi fino ad oggi sono stati pochi, infatti il buon Jens ha registrato in casa i suoi piccoli gioielli pop servendosi di campionamenti aggiungendovi poi qualche strumento. “Tram Number 7 To Heaven” , “Psychogirl” trascinano l’ascoltatore in una malinconia leggera, fatta di piccoli momenti quotidiani, di particolari che ad un’ osservatore distratto magari non restano impressi nella memoria. Ma non c’è vera tristezza, perché la voce profonda, a dispetto di un’apparenza minuta racconta tutto con fare quasi irriverente, soprattutto quando si prende gioco della realtà che lo circonda (”Sylvia” è una palese presa in giro della regina svedese). C’è anche il piccolo e irresistibile ritornello killer di “You are the light” che ha spopolato in patria a suggellare un disco decisamente riuscito. Dopo la raccolta di inediti Oh you’re so silent Jens , incredibile seppur rappresentata da brani scartati in precedenza, e questo vi faccia pensare al reale valore di questo cantautore, cresce la curiosità di vederlo all’opera con una vera e propria band in studio, ora che se lo può permettere. La Svezia ha trovato il suo piccolo Bacarach del nuovo millennio.
Invece Hello Saferide , il cui vero nome è Annika Norlin, deve aver sofferto per amore, da quello che canta nei suoi dischi, e sorprende ancora una volta il piglio delle canzoni che sono comunque lucenti indiepop songs di stampo acustico. E’ splendido rendersi conto che le amare tematiche trattate non sono espresse a tinte fosche e con l’aiuto semplice di una chitarra pizzicata davanti ad un baratro esistenziale. “Introducing Hello Saferide”, disco d’esordio, mescola Joni Mitchell, Beth Orton e Karenn Ann con una disinvoltura impressionante. Ci sono i ritornelli (”My Best Friend”, “San Francisco”) e la dolcezza da ninnananna di brani come “Get Sick Soon” e “I Don’t Sleep Wel”l. Ha pubblicato poco prima dell’estate un nuovo Ep dal titolo geniale “Would You Let Me Play This EP 10 Time A Days?”, che presuppone una risposta, e nel caso non può che essere affermativa, confermando quanto di buono c’era nel primo disco. Le atmosfere disincantate dipinte dalle melodie cristalline di “The Quiz” e “Last Bitter Song” meriterebbero l’heavy rotation su qualunque radio o tv dotata di buon gusto. L’ho conosciuta personalmente Annika, questa estate in un piccolo concerto a Stoccolma, ed è proprio la ragazza della porta accanto, lo dimostra il fatto che ce ne siamo tornati in metro con lei nello stesso vagone, nell’imbarazzo continuo di voler canticchiare le sue canzoni durante il viaggio. Il pop a volte è un’arma a doppio taglio.
Dopo un cantante ed una ragazza dall’indole romantico mi sembra ovvio parlarvi di una band, così per chiudere questa piccola finestra sul fenomeno pop svedese di cui la Labrador rappresenta il principale tramite verso il successo. L’etichetta scandinava ha licenziato l’esordio omonimo dei Sambassadeur, una band alla ricerca di un sole che non potrà mai essere davvero caldo a quelle latitudini ma riesce comunque a trasmettere una sorta di tepore. Si tratta di canzoni davvero semplici, in cui l’alternanza di voce maschile e femminile contribuisce a regalare sfumature diverse ad una manciata di brani che altrimenti correrebbero il rischio di somigliarsi troppo. Intuizioni melodiche a profusione, giocate su dei suoni di chitarra abbastanza lucenti e lievemente distorti a ricordare da lontano impostazioni shoegaze ,sembrano inseguire qualche raggio di luce tra gli inverni freddi e bui della Svezia. Giochi di contrasti, con quello che vivi e quello che vorresti vivere, sembra questo il filo conduttore di questi artisti diversi tra loro ma accomunati dalla stessa origine: una terra bellissima in cui però sembra essere molto facile immalinconirsi sognando un’estate che per quanto luminosa non potrà mai regalare il calore necessario per lenire le ferite interiori. E quasi come un gioco, forse non resta che prendere in mano una chitarra e strimpellare le melodie sognate ogni giorno e regalarle ad un freddo pomeriggio di febbraio. Il buio svanisce, almeno per un momento, Miracoli del pop, il cui futuro, mai come in questo momento è a Nord.

Link:
Jens Lekman Official Site
Hello Saferide Official Site
Sambassadeur Official Site

Mp3:
Jens Lekman - Black Cab (from the album “Oh You’re So Silent Jens”)
Jens Lekman - You Are The Light (from the album “Oh You’re So Silent Jens”)
Jens Lekman - A Sweet Summersnight On Hammer Hill (from the bootleg “Emmaboda 2003″)
Hello Saferide - San Francisco(from the album “Introducing…Hello Saferide”)
Hello Saferide - High School Stalker (from the album “Introducing…Hello Saferide”)
Hello Saferide - Valentine’s Day (from the single “My Best Friend”)
Hello Saferide - The Quiz (from the EP “Would You Let Me Play This EP Ten Times A Day ?”)
Sambassadeur - Kate (from the album “Coastal Affairs”)
Sambassadeur - Just Because Of You (from the album “Sambassadeur”)

«Tieni…vedi che te ne pare e se vuoi scrivici su due righe…».
Accendo la tv e mi deprimo alla grande. Ancora poltiglia mimetica. Ancora fangoso patriottismo color oliva. Il Vietnam non vi ha insegnato un cazzo di niente. Non sarete mai l’orgoglio di nessuno. Nauseato, il televisore, si autospegne. Sento i battiti che fanno tremare le finestre. Non è il mio sangue che pulsa in modo ritmico e neanche il terremoto. E’ l’anima di queste canzoni lente e potenti come un Mammuth. Pop-melancholy-tronica (E su questa esigo i diritti!) che mi allarga le vene.
«…vedi che te ne pare».
«…vedi che te ne pare».
«…vedi».
A me pare solo che se mi avessero dato da bere queste ninne nanne da piccolo poi sarei cresciuto su ancora più strano, paranoico e ipnotico di come sono adesso. Non c’è limite al meglio! Fade-in dell’anima. Wow! Per un attimo avevate dimenticato di avere un’anima così ingombrante. Questo disco è Damien Rice che prova a fare post rock ma gli riesce una strana e lenta alchimia elettronica, contorta e avvolgente, in cui miliardi di piccole note schizzano via dal fondo del manico di una chitarra elettrica e si dilatano nello spazio allungandosi fino a diventare strisce bianche….lunghissime….lontanissime….bellissime. Axel ma chi cazzo te l’ha dato sto disco? Ma chi cazzo è questo soggetto che ha composto “Burn Unit”? Perché non l’ho conosciuto? Ma perché non lo conosco??? Perché non ho potuto offrirgli un piatto di pasta scotta e un bicchiere di vino? Imbottigliato e liquido. Questo disco è liquido. Ho deciso. Perché non cominciano finalmente ad imbottigliare i dischi invece di comprimerli sempre di più dentro la plastica? Questo sarebbe il disco perfetto da servire durante lo spuntino di mezzanotte. Potreste mangiare anche ad occhi chiusi. Il riverbero lontano e il feedback e il loop e poi la batteria che entra proprio alla fine quando pensi che sei crepato (“Just Love”). Vabbèh…basta…ho deciso che uscirò e per continuare a sciogliermi fuori, magari di fronte allo sguardo incredulo dei vecchi seduti nel giardino dell’ospizio.
Cover Album
Band Site
Lullabies In A & C [ 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Cyann & Ben, Bright Eyes
Rating:
1. Lullaby In A
2. Metropolitan (Watercolor)
3. Blind Ward
4. Good Night
5. Roses
6. Lullaby In C
7. Metropolitan (Oil)
8. Burn Unit
9. Just Love
Discography: THE RUNAWAY FOUND (Sanctuary Records- 2004), NUX VOMICA (Rough Trade - 2006)

Giov incontra Finn Andrews dei THE VEILS (20/09/06)

L’autunno…ancora una volta.
Durante questi mesi del cazzo io già lo so come andranno le cose. La mia percezione del mondo, se possibile, si farà ancora più catastrofica e la gamma di colori, a cui in genere il mio cervello fa riferimento per interpretare la vita, tenderà inevitabilmente verso una dominante grigio-bluastra. E poi ci saranno le castagne. Odio le castagne e il loro modo di cadere a terra indifferenti. Loro continuano a starsene in silenzio mentre tutto gli passa accanto. Immobili, ai bordi delle strade. Alzo per un secondo la testa e osservo all’altro capo del tavolo un Finn Andrews enigmatico, serio, magro fino all’inverosimile e altissimo. Sotto un cappello enorme si nasconde un viso dai lineamenti gentili, pallido in un modo alquanto preoccupante. Ha un filo di barba e l’aria di chi è capitato su questa terra per caso, solo per scrivere dolci poesie e contemplare le stelle in solitudine. Sembra un personaggio di Timburtoniana memoria dai lenti movimenti. Mi scava coi suoi occhi blu fino al midollo osseo. Eccomi qua. Nessun diploma in giornalismo o laurea in lettere moderne ma contento lo stesso di poter sedere di fronte a uno degli ultimi esponenti (forse l’unico) di un romanticismo maledetto che ha trovato nella musica rock e in una voce dilaniata dalla disperazione la sua valvola di sfogo più devastante. Sono contento perché posso controllare il gioco. Se solo volessi potrei cominciare a chiedergli cosa pensa della maleducazione delle castagne. Ok Finn…cominciamo!

Finn, mi piacerebbe partire dal titolo del vostro nuovo album, “Nux Vomica”. Come mai avete scelto questo nome per il seguito di “The Runaway Found”?

Dunque, prima di tutto è il titolo di una delle canzoni contenute nell’album, una canzone molto conflittuale, aggressiva e poi è il nome di un albero [quello della noce vomica per l’appunto] da cui si estrae la stricnina direttamente, per scopi terapeutici. Se usata con le dovute proporzioni può essere una buona cura omeopatica per il mal di stomaco, lo stress, l’ansia eccetera. Diciamo che secondo me gran parte del disco potrebbe esprimere questo sentimento di cura e di distacco dal male e dalla frenesia. Ecco perchè ho scelto proprio “Nux Vomica”. So che suona un po’ strano…alla fine la noce vomica è solo un albero ma in fondo ben rappresenta una cura contro i mali molto “terreni” dell’uomo e ci metterei non solo quelli fisici ma anche quelli morali come la corruzione e il fatto che la mente delle persone spesso le porti a commettere gravi azioni come quella dell’omicidio o della guerra per esempio.


Come sei arrivato a questa nuova line-up? Conoscevi già in precedenza i musicisti che ti accompagnano in tour adesso e che hanno suonato sul nuovo album?

Si, sono andato a scuola con Sophia (basso) e Liam (Pianoforte, tastiere)…li conoscevo già quindi è stato facile.

La tua musica spesso è piuttosto “intima”, personale, triste e piena di bei versi poetici. Dove trovi l’ispirazione per i tuoi testi? Voglio dire, “catturi” dalla realtà e poi rielabori o è tutto un lavoro immaginario e quindi ti basi sui tuoi sogni facendo leva sulla pura fantasia?
Mah…direi che è un po’ tutto quello che hai detto credo… . Diciamo che io ho bisogno essenzialmente di ”fare”, vivere, cercare nuove cose e nuove esperienze e quando non riesco in questo mi sento piuttosto male. E’ il processo mentale che poi unisce i miei pensieri alle esperienze di vita. E’ sempre stato così per me.

Qual è la più grande differenza musicale secondo te tra il vostro debut album e Nux Vomica?
Penso che è solo un fatto di maturazione e di tempo. Si, è solo tempo. Quando ho scritto le canzoni del primo disco avevo 14 anni…

Quattordici?!?
Si beh…diciamo la metà delle canzoni contenute nel debut…avevo quattordici anni.

Porca pupazza [esclamazione che si discosta da quella usata nella realtà]!Complimenti amico!!!
(risata) Grazie mille! E poi adesso mi sono ritrovato a scrivere le canzoni per il nuovo album a quasi ventuno anni, quindi è normale una certa evoluzione o maturazione…e poi è un bel salto da quattordici a ventuno no?!?

Beh si…direi proprio di si…
Il tempo amico…si tratta solo dello scorrere del tempo.

Parliamo per un secondo di una delle mie canzoni preferite del nuovo album: “Jesus For The Jugular”. E’ una canzone selvaggia, psichedelica, con un sound che mi ha fatto pensare un po’ ai Doors. Ti ricordi come è nata, in che modo l’hai composta?
Allora…l’intero album è stato scritto in un paio di settimane quando sono tornato in Nuova Zelanda, dopo la rottura con il gruppo precedente. Non avevo scritto praticamente niente per un intero anno all’incirca, poi sono tornato a casa e dopo neanche tre settimane avevo finito di scrivere un intero disco! Se proprio devo essere sincero però non ricordo nello specifico di come è nata quella canzone; ho scritto molte delle canzoni di getto, ero così contento di tornare finalmente a scrivere ed ero davvero molto ispirato quel periodo…ho scritto e basta.

C’è una canzone del nuovo album che ami particolarmente, magari più delle altre, per qualche motivo?
Mmmmh non so…vedi è un po’come il discorso di prima…è stato un flusso e mi è piaciuto nell’insieme tutto quanto…mi piace tutto l’album nel suo insieme…non c’è qualcosa che preferisco.

Nel testo della canzone “Under The Folding Branches” sembra quasi che tu ammetta di aver sacrificato l’amore per la tua voglia di raggiungere a tutti i costi il successo. E’ vera questa cosa?
Diciamo che secondo me tutti sacrificano a un certo punto della loro vita qualcosa per raggiungere qualcos’altro e certamente chi vuole arrivare al successo deve rinunciare a qualcosa, ma in fondo è normale… . Io ho avvertito questa sensazione quando sono partito per l’Inghilterra e ho lasciato la mia casa, i miei amici dall’altra parte del mondo…è stato un grosso sacrificio. E’ tutto un gioco di equilibrio….se magari perdi da qualche parte qualcosa poi avrai sicuramente un guadagno sotto un altro punto di vista. Se non ti esponi, non ti metti in gioco mai allora non avrai molto da guadagnare.

Io credo che ogni band nel mondo alla fine comunichi qualcosa, diciamo il suo messaggio profondo. Qual è il messaggio che i Veils, secondo te, comunicano all’esterno? E’ un messaggio di speranza? Di disperazione? Forse tu canti la mancanza di vera armonia che a volte c’è nel mondo oggi?
Io spero di poter dare alla gente una sorta di appoggio. Cioè, le prime volte che ascoltavo dei dischi mi piaceva il fatto di poter constatare l’amore che provavo per il mondo…quella musica influenzava i miei sentimenti. La musica ha un potere straordinario di far capire le cose alla gente e di informarla. Dire alla gente chiaramente che….non so…ecco diciamo che è un mondo che priva molte persone delle cose migliori…la gente spesso è infelice…

Si può dire quindi che tu, in minima parte ovviamente, dai voce alla disperazione del periodo non proprio tranquillo che stiamo vivendo già da un bel po’ di anni ormai?
No no…vedi…non si tratta della disperazione ma della gioia per il fatto che sei vivo.

Senti Finn, lo so che questa può sembrarti una domanda totalmente idiota, e in effetti lo è, ma cerca di rispondermi ugualmente…[qui avrei dovuto spiegargli prima chi è Gigi Marzullo ma mi sembrava troppo complicato…] dunque, se avessi una macchina fotografica con a disposizione una sola fotografia da scattare…una sola rimasta nel rullino, e proprio con quella foto devi rappresentare la musica del tuo gruppo, che tipo di foto scatteresti? Cosa fotograferesti? Una mucca? Un Hamburger? Un paesaggio?
Una fotografia? Mmmh proprio non lo so…diciamo che sul soggetto dovrei pensarci ma vorrei sicuramente che fosse consumata e il colore che sfuma e poi tantissima pioggia dappertutto veramente troppa e poi una bottiglia e…

…non so perchè ma la pioggia me la aspettavo già! Lo sapevo!!! Ok torniamo sui binari delle persone a posto con la testa…dunque…quali sono le band che più ti hanno influenzato nella vita con la loro musica?
Ahhmmmm…beh….diciamo che da sempre per me sono stati artisti come Neil Young, Tom Waits e Patti Smith…da sempre… . Quando ho iniziato a scrivere, sin da piccolo, io volevo essere come loro.

Sei cresciuto con la loro musica in Nuova Zelanda?
Si ma anche Van Morrison e Leonard Cohen

Quali sono le band attualmente di cui proprio non puoi fare a meno? Ammesso che ce ne siano…
Io penso che attualmente ci siano molti artisti che sanno fare cose davvero incredibili e comporre opere veramente valide, non saprei darti un nome preciso, ma se proprio devo dirti la verità io oggi ascolto quello che ascoltavo anche dieci anni fa per cui sono rimasto un po’ ancorato al passato… .

Chi era Finn Andrews prima del contratto con la Rough Trade, prima di “The Runaway Found”? Cosa facevi in Nuova Zelanda?
Chi ero io? Io ero solo un ragazzino direi molto molto confuso, crudele anche per certi versi e sapevo solo che la cosa che mi faceva sentire meglio era la musica.

Avevi un lavoro?
Tutta robaccia, avevo lavoretti da studente, niente di che.

Qual è la tua più grande aspettativa futura-speranza-progetto, non solo come rock star ma anche come persona normale con la propria vita ordinaria?
Tanto per cominciare già non vedo l’ora di scrivere un altro album.

Ok amico adesso ne hai parlato quindi la domanda è: hai già qualcosa in mente per il prossimo album? Hai scritto già qualcosa? Puoi già darci qualche anticipazione o è troppo presto perché state pensando solo al tour?
Veramente se devo dirti la verità abbiamo già tante idee per il prossimo disco…ogni giorno stiamo dietro al fatto di come sarà il prossimo album e penso proprio che risulterà molto differente, ancora una volta, da quello che lo ha preceduto.

Stop. Foto ricordo. Baci, abbracci e ringraziamenti. Fine.

Link:
The Veils Official Site
Mp3:
Lavinia (Single Version)
Lions After Slumber Scritti Politti cover
Need Is Water B-Side
Broken Social Scene Discography: FEEL GOOD LOST (2001 - Noise Factory), YOU FORGOT IT IN PEOPLE (2002 - Paper Bag), BROKEN SOCIAL SCENE (2005 - Arts & Craft)
Phoenix Discography: UNITED (2000 - Astralwerks), ALPHABETICAL (2004 - Source), LIVE! THIRTY DAYS AGO (2005 - EMI), IT’S NEVER BEEN LIKE THAT (2006 - Astralwerks/EMI)
Skin Discography: FLESHWOUNDS (2003 - EMI), FAKE CHEMICAL STATE (2006 - V2 International)
The Dead 60s Discography: THE DEAD 60s (2005 - Sony)
The Rakes Discography: CAPTURE/RELEASE (2005 - V2 International)
Beck Discography: MELLOW GOLD (1994 - DGC), STEREOPATETIC SOUL MANURE (1994 - Flipside), ONE FOOT IN THE GRAVE (1994 - K), ODELAY (1996 - DGC), MUTATIONS (1998 - DGC/Bong Load), MIDNITE VULTURES (1999 - DGC), SEA CHANGE (2002 - Geffen /Interscope), GUERO (2005 - Interscope), GUEROLITO (2005 - Interscope), THE INFORMATION STRAY BLUES (2006 - Interscope)
The Editors Discography: THE BACK ROOM (2005 - Kitchenware)
Radiohead Discography: PABLO HONEY (1993 - Capitol), THE BENDS (1995 - Capitol), OK COMPUTE (1997 - Capitol), KID A (2000 - Capitol), AMNESIAC (2001 - Capitol), I MIGHT BE WRONG: LIVE RECORDINGS (2001 - Capitol), HAIL TO THE THIEF (2003 - Capitol)

Nelle scorse settimane le pagine di IndieForBunnies hanno ospitato l’ottimo report di Helmut su uno dei festival europei più importanti : Rock On Seine.
Tema dell’accurato articolo la giornata d’apertura del 25 agosto, data che ha visto esibirsi tra gli altri la novità assoluta Rancouters e quel mostro sacro del Moz.
Per chiudere in bellezza il migliore live report che potete trovare da queste parti corre in nostro aiuto LUCA, amico storico di Indie For Bunnies e per l’occasione prezioso inviato oltr’alpe.
Suo questo resoconto attento e appassionato sulla giornata finale del festival parigino.
Dai conigli Indie un sentito GRAZIE…

Il gran giorno è infine giunto!
Già da più di un mese la giornata era guichet fermé o più anglofonamente sold out e le attese dei 30 mila fortunati possessori del prezioso tagliando finalmente appagate.
Le avvisaglie non erano tra le più rosee: il meteo francese prevedeva pioggia e pioggia fu. Ma solo alle prime battute fortunatamente, giusto per dare un tocco d’Inghilterra a questo Festival che già da Albione carpiva le principali melodie rock.
Il palinsesto prevedeva una scaletta da brividi: in una sola giornata si avevano artisti del calibro, in ordine strettamente cronologico, come Broken Social Scene, Phoenix, Skin, The Dead ‘60s, The Rakes, Beck, Editors e Radiohead.
Ad aprire le danze quindi, i canadesi Broken Social Scene, molto apprezzati per il loro stile eterogeneo che viaggia tra melodie “spaziali” e suoni noise-pop alla Pixies seppur sotto il tintinnio di una pioggerillina leggera ma fastidiosa.
Sulla Grande Scene è quindi l’atteso momento dei “Phoenix”, gruppo francese in cerca di identità che, dopo un promettente primo album, lasciano profonde perplessità in seguito ai due successivi dischi. L’occasione del riscatto sarebbe potuta essere proprio questa ed invece si concretizza il declino di un gruppo-meteora come ne abbiamo visti passare a dozzine. La prestazione è senza verve, il distacco con la folla, peraltro nutrita, è colmato soltanto con il loro unico effimero successo “If I have feel better”.
Unica percezione: delusione. Si torna al secondo palco, la Scene de l’industrie, pronti ad esser graffiati dalla pantera nera. Skin e il suo gruppo, è in gran forma e dimostra davvero d’esser un “mostro da palcoscenico”, cantando e coinvolgendo il pubblico con il suo repertorio, tra cui l’immancabile “Hedonism” degli “Skunk Anansie”, più qualche covers ben apprezzata. L’amaro in bocca svanisce e l’energia e l’adrenalina caricano la festa.
Giusto il tempo di una birra, i concerti si susseguono a ritmi serratissimi, e si ritrova il palco principale ed un nuovo gruppo d’oltremanica, “The Dead 60’s”. Già dal nome si percepisce uno spiccato background “retrò” di questi scousers (abitanti di Liverpool) con influenze punk di chiara matrice “Clash”. La sorpresa è davvero piacevole, il gruppo è molto eclettico e sfodera una prestazione di alto profilo che ne preannuncia una notorietà per il momento ancora appannaggio degli addetti ai lavori. Punk, dub, ska e sonorità sixtie si mescolano bene ed il mix esalta il pubblico richiamando, in alcuni brani, alla memoria i “The Coral” prima della discutibile svolta pop dell’ultimo album.
Da tenere d’occhio.
Altro giro, altra corsa: si torna al secondo palco ed è il momento dei tanto attesi “The Rakes”. Si presenta un gruppo a proprio agio sotto i riflettori, sicuri di sé e del proprio stile, musicale e non. D’altronde la loro miscela è quella che va per la maggiore negli ultimi tempi e sono abbastanza dotati per cavalcare l’onda del brit-punk dilagante. Ricordano vagamente i “The Libertines” ma aggiungono un tocco New Wave che, bisogna dirlo, fa tanto moda… Nonostante un’acustica non impeccabile la loro prestazione è energica, coinvolgente e tutto sommato soddisfacente.
Dopo questa discreta carrellata di gruppi emergenti si comincia a fare sul serio: entrano in scena i big.
Al palco principale si attende Beck e la sua banda. Parte “Loser” e con essa le immagini sui maxischermi posti al fianco del palco, ma a suonare non sono loro, bensì le loro controfigure in marionette!!! Dopo pochi istanti entrano loro in carne ed ossa e l’ovazione li accoglie.
Beck ha lasciato crescere i capelli ed ha un copricapo avana che sta tra il cowboy texano ed il colonialista delle indie orientali… Look a parte, nonostante la splendida trovata artistica delle marionette, sembra che Beck non sia in giornata di grazia. Anche durante i pezzi più aggressivi il geniale ragazzo di L.A. sembra un po’ intristito e malinconico, come in preda alla malinconia che lo spinse a comporre “Sea change”. Lo spettacolo dei “pupazzi” rende l’esibizione più gustosa fin anche a toccare momenti di pura ilarità quando viene trasmesso un video sulle prodezze del gruppo in giro per la Ville lumière e per concludere nel backstage dei Radiohead…
Tra il concerto di Beck e l’entrata in scena degli “Angeli di Oxford” passa poco più di mezz’ora, troppo poco per poter andare ad ascoltare dei, a quanto pare, pur meritevoli Editors. Purtroppo l’idea di concentrare cotanti artisti in due sole giornate preclude la possibilità di poterne apprezzare in toto la programmazione. A farne le spese, non ce ne vogliano, è per l’appunto la band di Birmingham che con “The black room” si sono catapultati alla ribalta della scena neo-wave d’oltremanica.
Ci saranno altre occasioni per conoscerli meglio.
Lo stillicidio dell’attesa grava nell’animo dei fans mentre il parco si gremisce all’inverosimile. Il ritardo, previsto e prevedibile, ammonta a soli 15 minuti e con “Airbag” fanno ingresso i Radiohead. Sugli schermi e dietro il palco frammenti video scompogono il gruppo e avallano il delirio mistico degli acuti di Thom Yorke con proiezioni astratte e figurate. Il colore dominante è il rosso, l’atmosfera ipnotica. Due ore di esibizione al termine di un festival così denso di note costituiscono una chiusura in grande stile. Pezzi ormai storici tratti da “The Bends” e “OK Computer” si alternano con le tracce avanguardiste degli ultimi 3 album. Ovazioni e grande entusiasmo accompagnano l’esecuzione di pezzi quali “Paranoid Android” o “Idioteque”, religiosa attenzione invece per i 4 nuovi brani che usciranno nel prossimo album. Nonostante una proclamata svolta 3 delle nuove canzoni sembrano continuare il percorso elettro-beat psichedelico che da “Kid A” in poi ha caratterizzato il gruppo, solo l’ultima sembrava tornare su di un rock più “convenzionale” col triangolo chitarra-basso-batteria in posizione dominante. Scorrono in sequenza le pietre miliari del loro repertorio e l’ambiente trascende in una simbiosi osmotica. La band esce di scena, ma il rientro è d’obbligo, c’è ancora da inebriarsi con la sempreverde “Karma Police” cantata a squarciagola da una folla oramai in visibilio.
E’ tempo di bilanci: la manifestazione, giunta alla quarta edizione, sembra sempre più affinare la propria organizzazione ed ha accolto in queste due giornate 57.000 persone con tutti i servizi indispensabili e non. Il giudizio non può che essere positivo in definitiva quindi.

Link:
Broken Social Scene Official Site
Phoenix Official Site
Skin Official Site
The Dead 60s Official Site
Beck Official Site
The Editors Official Site
Radiohead Official Site
Mp3:
Broken Social Scene - Major Label Debut (recorded 30/10/05) - thanks to Captain’s Dead
Broken Social Scene - Fire Eyed Boy (The Late Show with David Letterman (06/29/06) - thanks to Culture Bully
Phoenix - Long Distance Call (25 Hours a Day Mix)
Phoenix - Everything Is Everything (Live Version)
The Dead 60s - Seven Nation Army (BBC Radio 1, Zane Lowe Session, 9-22-04)
The Rakes - All Too Human (Acoustic live)
The Rakes - Open Book (Acoustic live)
The Rakes - Retreat (Phones Remix)
Beck - The Golden Age(Live Version)
Beck - Tropicalia (Live On KCRW 11/11/1998)
Beck - Pink Moon (Nick Drake Cover)
Editors - Feel Good Inc. (Gorillaz Cover)
Editors - French Disko (Stereolab Cover)
Editors - Bullets (Live Version)
Radiohead - Wonderwall (Live Version Oasis Cover) - thanks to My Old Kentucky Blog
Radiohead - Lucky (Live Version with Michael Stipe) - thanks to Kwaya Na Kisser Blog
Radiohead - Fake Plastic Trees (Live Version from Glastonbury) - thanks to Tunes Help You Live More Easily Blog

Questo è un disco uscito l’anno scorso ma dovevo un favore al grande coniglio lucente.

Porcaputtanaporcaputtanaporcaputtana…indeciso se alla fine scrivere o no alla fine decido sempre alla fine che scrivo. Ma alla fine. Allora…tre due uno via! Durante “Picky Bugger” rifletto su cose piuttosto polverose e dondolo a ritmo come un burattino. Il falsetto mi condiziona l’esistenza. Solarità. E non è poco. “Station Approach” è sicuramente la miglior canzone dei Doves dai tempi di “The Cedar Room” mentre “Forget Myself” sono i Gomez diventati finalmente gioiosi solo per il fatto di essere vivi. Dimentico davvero me stesso. Scordo tutte le ansie da prestazione che incatenano questa mia mente in stand-by nei confronti del mondo. Torno a scorrere come un fiume: “No, I Know I Won’t Forget You/ But I’ll Forget Myself If The City Will Forgive Me”. Mi perdo nel fumo dei tombini di New York anche se gli Elbow stanno da tutt’altra parte. Non sono a New York eppure la notte è proprio quella di New York. Ste chitarre acustiche m’hanno sempre acchiappato, ma la vera differenza qui la fa il basso. E il tom della batteria. Bello vitaminico. Amplificatori valvolari for life? Può darsi. Mi stufo subito di analizzare grammaticalmente il disco e già va meglio. Mi sdraio come un maiale blu e comincio a squagliarmi, finchè non penetro liquefatto nel letto e rimango intrappolato dentro il materasso. Disco celebrativo. Trattasi di disco celebrativo. Credo. Evviva la vita; medita sulla morte, diventa anche un po’ triste se vuoi cugino, ma poi vai, corri a piedi nudi dove cazzo vuoi. Corri Forest…corri.. Non senti che bel giro di chitarra? E non trasudi questa atmosfera annebbiata? Bene. Adesso se avete anche la possibilità di arrivare all’edizione con il bonus dvd incluso fatelo. Un videoclip di ottima fattura per ogni traccia dell’album. Una regia sperimentale, oscura piena di riferimenti alle emozioni che una persona prova e non sa neanche di provare. Parla il subconscio per voi. Dovete solo stare a guardare. Noi siamo le tue viscere. Noi siamo l’indie rock che ti mancava e siamo anche il basso distorto che hai sempre voluto. Ci siamo evoluti. Da Generazione X a Generazione Apatia. Il ritmo di dischi come questo ci fa muovere bene.

[per qualsiasi dubbio, spiegazione, semplificazione, rivolgersi all’indirizzo della redazione]

Cover Album
Band Site
Leaders Of The Free World [ V2 - 2005 ] - BUY HERE
Similar Artist: Doves, Lambchop, Soundtrack Of Our Lives
Rating:
1. Station Approach
2. Picky Bugger
3. Forget Myself
4. The Stops
5. Leaders Of The Free World
6. An Imagined Affair
7. Mexican Standoff
8. The Everthere
9. My Very Best
10. Great Expectations
11. Puncture Repair
Il clima è tropicale, l’atmosfera esotica, si passa da paradisiache quieti ricche di dettagli sonori all’abbattersi inatteso di impetuose tempeste: è un’ode alla giovinezza, ai suoi impulsi, alle sconfinate malinconie, all’irruenza del desiderio, così confuso e così bruciante.
Ed è quindi tensione improvvisativa in canzoni/strutture che si sfaldano continuamente mutandosi in altro: pause piene di rumori e suoni cangianti e poi stacchi improvvisi, strappi e scariche elettriche.
La voce del novello sireno Aaron With è iper-emozionale ed eccessiva, tutta gorgheggi e miagolii, come se Thom Yorke cantasse Devendra Banhart e viceversa.
Ed è proprio quest’uso della voce che rischia di poter appesantire l’ascolto di questo lavoro, insieme forse all’eccessivo enciclopedismo, alla sensazione, cioè, che questi tre talentuosi ragazzi abbiano voluto unire un pò troppo a tavolino tutto il meglio degli ultimi vent’anni di rock.
Sarebbe forse occorso più tempo a tanti ingredienti e carne al fuoco per maturare in qualcosa di più compiuto e personale.
Ma daltronde è proprio questa urgenza, questa fretta, questo voler far subito confuso che rende tanto fresca, struggente e “giovane” questa comunque ottima opera prima.
Cover Album
Band Site
Beautiful Seizure [ Leaf Label - 2005 ] - BUY HERE
Similar Artist: Radiohead, Storm And Stress, At The Drive-In
Rating:
1. Kalamazoo
2. Easy Does It
3. Fire Fire
4. $40.000 Plus Interest
5. Larchmontt’s Arrival
6. La Lluvia
7. Red And White Bells
8. Apple Or A Gun
9. Frozen In Escape
10. Before The Suburbs
11. Hello Explosion
12. Pulling My Face In
And Out Of Distortion,
I Blink Too Much
Il “french touch” raramente sbaglia.
Da quando, nello scorso decennio, i cugini francesi hanno esibito questa personale abilità di trattare elettronica applicandola ai più diversi generi musicali, risultati entusiasmanti sono stati sotto gli occhi di tutti. Evidente la ventata di freschezza che ha investito i club di tutta Europa, l’house rivitalizzata (Cassius, Daft Punk) il jazz tirato a lucido (St.Germain, Gotan Project), notevole l’interesse suscitato presso il pubblico rock, incuriosito tanto dalla commistione di pop e psichedelia inaugurata dal duo Dunckel-Godin (aka Air), che dai semplici passatempi melodici di gruppi come Phoenix e Tahiti ‘80.
Con tali presupposti è opportuno fidarsi quando da Parigi si alzano segnali di approvazione per l’ennesimo enfant-prodige.
Il polistrumentista Sebastièn Schuller dopo tre anni dall’acclamato EP “Weeping Willow” giunge finalmente alla pubblicazione del suo atteso, debutto discografico (uscito in parte del mercato europeo l’anno scorso, sbarcato in America solo in questi giorni).
Schuller alla scuola di “french touch” deve aver trascorso molto tempo da attento studente. Ha seguito con interesse le lezioni di pianoforte e atmosfere cinematiche del professore Yann Tiersen, passato ore ed ore chino sui testi di illustri docenti come Kid Loco, Air, luminari nel combinare in modo assolutamente personale sonorità pop ed elettroniche.
Le undici tracce di questo entusiasmante esordio riesce però ad andare ben oltre le semplici e più ovvie influenze nazionali. Forte la sensazione che l’artista parigino, intenzionato ad esprimere al massimo le sue potenzialità espressive, non si sia fatto scrupolo a ricercare valide alternative sonore in giro per il mondo.
Consumando “Happiness” è facile immaginarsi il suo autore vagare per l’Islanda intento a studiare tanto il post-rock onirico dei Sigùr Ros che gli intrecci elettro-minimali dei Mùm, soffermarsi nelle capitali rock, da Londra a New York , spettatore entusiasta della recente evoluzione di Radiohead e Blonde Redhead.
Nel remoto caso in cui le sonorità proprio non riescano a riportare alla mente capolavori come “Kid A” e “Butterfly Is Misery”, ecco correre in nostro aiuto la voce di Schuller filtrata e manipolata, praticamente una copia non autorizzata di quella di Tom Yorke.
Detto questo però non bisogna incappare nell’errore di trattare il parigino come un semplice, seppur abile, imitatore. Il suo sound malinconico e al tempo stesso melodico è ricco di felici soluzioni musicali, fini arrangiamenti, elementi che denotano indubbie e personali capacità compositive. Fosse uscito qualche hanno fa “Happiness” sarebbe stata perfetta colonna sonora per pellicole come “The Virgin Suicides” e “Lost In Translation”, ma non c’è da rammaricarsi, in tempi in cui Hollywood sembra non poter far a meno di lanciare sequel di fortunate produzioni cinematografiche, siamo sicuri che il nome di Sebastian Schuller sta cominciando a circolare anche al di là dell’oceano.
Cover Album
Band Site
Happiness [ Minty Fresh - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Blonde Redhead, Air, Sigur Ros
Rating:
1. 1978
2. Weeping Willow
3. Sleeping Song
4. Wolf
5. Ride Along The Cliff
6. Where We Had Never Gone
7. Tears Coming Home
8. Edward’s Hand
9. Donkey Boy
10. Alone You Walk
11. Le Dernier Jour
«Bang Bang. You’re Dead».
E all’improvviso gli occhi mi si riempiono di sangue; è brutto perché, oltre a sopportare la paura per tutte le pareti che ballano, adesso ci si mette anche il rosso devastante. Etilbenzene nelle vene e bolle di prozac sparse sul soffitto. Ho il ricordo lontano dello sguardo sbarrato alla Ketamina di un mio amico che si muoveva come un animale preistorico e annuiva a tutto. Il lettore va da solo, senza che ascolti minimamente i miei comandi. Beh, la prossima volta si dovrà sturare quelle cazzo di orecchie caro il mio lettore grigio metallizzato. Nel frattempo cortesemente suoni ancora dolci musichette. Maledetti questi della Urtovox: con la scusa del “ci piace un casino il tuo modo intrippato di scrivere” mi costringono anche quasi a spararmi su le supposte d’assenzio pur di riuscire a cacciar fuori qualche frase interessante che segua a dovere il perimetro della loro musica. La loro musica. Bella la loro musica. Parliamo degli Elle e di come Bstrong s’insinua dentro ogni cavità dell’organismo. Pavimentazioni brillanti d’elettronica su cui poggiano vasi fioriti d’indie rock, concimati dal suono di una chitarra elettrica che non conosce banalità. Tutto è al posto giusto, nessun fottuto ragazzino che tocca niente in giro. Niente disordine. Provare il profumo di “To Be On The Way Out”. Tastare con mano. Prendere a piene mani dal sound, senza rancore. L’album è piuttosto “cupo”, “nero”, oserei dire rassegnato alla contemporanea perdizione del mondo eppure ogni tanto arriva una scarica che dice “Dai…non te la prendere…siamo tutti dentro la stessa merda…rialza quella testa…c’è anche il prezzo consigliato di quindici euro e cinquanta…”. Ecco quindi “FAQ” a parlare per tutto il disco. “FAQ”. Perché la vita non potrebbe essere sempre come “FAQ”? Nei secondi di questa canzone voi potete sentirci la storia musicale di Bobby Gillespie che a tarda notte rincontra i fratelli Reid al pub; insieme decidono di andare subito nel loro vecchio studio di registrazione e casualità delle casualità…ci sono i Chemical Brothers con le loro strampalate macchine di scomposizione del suono dietro al vetro. Macchine alimentate a cherosene. Tutti pronti? Via! E’ shoegazer, è psichedelia, è un calcio alle frustrazioni e a questa cazzo d’insonnia che arriverà a marcirti tutte le ossa. E’ acidità perforante, è…te. In fondo. Chill out-pop-rock-elettronica. Rilassatezza-gusto di fragola-te stesso girato di 180 gradi-ansia moderna. Affiora qualche similitudine sonora con il romanticismo di “Neon Golden” dei Notwist e qualcosa di più intimo e semplice di marca Turin Brakes. Poi il disco finisce e tutto rimane uguale…ma tanto lo sospettavate già. Tutto immobile al suo posto…come prima: la scheggia irregolare che galleggia dentro al mare bluastro, una luce in fondo agli occhi che continua a tradirvi e il vostro ego che nuota in un universo di cioccolata al latte.
Cover Album
Band Site
Bstrong [ Urtovox - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Flaming Lips, Primal Scream, Yo La Tengo
Rating:
1. Come On
2. How Does It Feel ?
3. Human Grace
4. I Can’t Understand
5. FAQ
6. To Be On The Way Out
7. Might Is Right
8. What’s New ?
9. And You ?
10. Spy
The Racounters Discography: BROKEN BOY SOLDIERS (2006 - Elektra)
Morrissey Discography: VIVA HATE (1988 - Siren), KILL UNCLE (1991 - Sire), YOUR ARSENAL (1992 - Sire), BEETHOVEN WAS DEAF [live] (1993 - EMI), VAUXHALL & I (1994 - Sire), SOUHTPAW GRAMMAR (1995 - Reprise), MALADJUSTED (1997 - Mercury), YOU ARE THE QUARRY (2004 - Attack/Sanctuary), LIVE AT EARLS COURT (2005 - Attack/Sanctuary), RINGLEADER OF THE TORMENTORS (2006 - Attack/Sanctuary)

Eravamo rimasti alla disperata fuga verso gli stand gastronomici, giusto? Bene.
Arrivato alla meta, scelgo di prendere un piatto di tartiflette: si tratta più o meno di patate cotte in padella insieme con salsiccie e crema di latte. A cotanta delizia affianco l’ennesima birra e due graufes alla nutella. Con queste prelibatezze culinarie, comunque migliori dei pesantissimi hamburger che avevo mangiato a pranzo, mi permetto una ventina di minuti di relax sul prato dietro gli stand. Mentre sorseggio un po’ di birra e mi accendo una sigaretta, chiacchierando mi soffermo a guardare la gente che passa davanti a me. Mi rendo conto che buona parte del pubblico del Rock En Seine è più o meno mio coetaneo (cioè ha un’età intorno ai 25-30 anni), che è composta per una fetta non minore da bellissime e delicatissime parigine e che nonostante tutti bevano birra e fumino di tutto da quasi 7 ore non ho visto neanche un accenno di rissa né soprattutto uno sguardo minaccioso dopo gli inevitabili scontri durante i concerti. Uno scenario molto difficilmente riproducibile qui da noi…Vabbè, pazienza. Ci arriveremo (?).

Ora però è il momento di tornare al “ Scène De La Cascade “ per godermi alle 21,30 i Raconteurs di Jack White e Brendan Benson. Dato che arrivo con leggero anticipo in quella zona decido di fare un salto al terzo palco, dove da una mezz’oretta stanno suonando i newyorkesi Tv On The Radio. Complice l’assenza di gruppi importanti sugli altri stage, la “ Scène De l’Industrie “ è affollatissima e il gruppo di Brooklyn, in tournèe per la promozione del secondo album “ Return To Cookie Mountain”è furiosamente intento a costruire un caleidoscopio di suoni che abbracciano la new wave e cultura black, il rock di David Bowie e l’irruenza punk. Uno show di grande impatto, che la platea parigina dimostra di apprezzare non poco. Non così il sottoscritto che pur riconoscendo grandi capacità alla band non riesce proprio ad digerirla per più di 20 minuti. Se proprio dovessi dare un voto lo farei sulla base delle reazioni del pubblico, ed in questo caso penso si possa parlare di una sufficienza piena.

Ammaliato dai richiami western morriconiani che annunciano l’inizio dell’esibizione dei Raconteurs, mi fiondo verso la “Scène De La Cascade”, a pochi metri dal palco. L’impressione è che più che un side project del leader dei White Stripes, i Raconteurs siano proprio una band vera e propria. White abbandona per larga parte del concerto il ruolo del frontman e si pone come semplice membro del gruppo, rispettando il ruolo dell’altra voce Brendan Benson, che con parte dei Greenhorses completa il novero dei musicisti-narratori. Come sull’album “ Broken Boy Soldier”è spesso Benson a fare la prima voce, e devo dire che il ragazzo di Detroit se la cava in modo più che soddisfacente, specie nelle acide melodie beatlesiane di “Hands”. Poi però - e non poteva essere altrimenti - sale in cattedra her majesty Jack White. Sono bastate due canzoni due per infiammare le decine di migliaia di presenti. Sono stato a decine di concerti nella mia vita, ma vi assicuro che, ad oggi, posso dire di non aver ancora visto un personaggio così genuinamente “rock”. Praticamente enorme fisicamente, con un bicipite da far impallidire i palestrati di tutto il mondo, il “fratello” (?) di Meg prende il microfono quando partono le note di “Bang Bang “ di Nancy Sinatra, dopo averci già ci deliziato in apertura con le gemme lisergiche di “Level”. Il classico della coppia Sinatra-Hazelwood viene stravolto in un fiume di distorsioni chitarristiche, un tempesta di suoni taglienti che si irradiano sulla riva della Senna lasciando attoniti gli spettatori, che forse come me non si aspettavano una cosa dal genere da un presunto “ side-project”. La voce di Jack è qualcosa di poco descrivibile, sembra che la chitarra canti e i suoi urli furiosi suonino, tutto si fonde creando un suono unico, tremendamente blues eppure quasi hard rock ma anche spiritualmente soul. Solenne e devastante. Troppo MC5 insomma! Non ho idea di cosa possa accadere ad un concerto degli Stripes, non riesco ad immaginarlo, ma deve essere qualcosa che si avvicina di molto ad una di quelle esperienze che ricorderai per tutta la vita. Davanti a me tre stilosissime parigine che sembrano uscite da una sfilata congiunta di Dior, Louis Vitton e Alexander Mc Queen che fino a poco prima osservavano composte lo show, si mettono in pratica a pogare e a dimenarsi come ossesse. La cosa peggiora quando a “Bang Bang” segue il pezzo migliore dell’album, “Broken Boy Soldier”. In quel momento ho iniziato ad immaginare che cosa possono essere i White Stripes dal vivo. Il carnefice del cantante dei Von Bondies pare posseduto dai demoni del Delta, solo che mentre lì i vecchi bluesman laceravano le anime di chi li ascoltava con storie oscure e disperate e gli accordi di una chitarra acustica, Jack White distrugge le orecchie dei presenti con una potenza inaudita, con gli urli della chitarra e le stridule note della voce, sostenuto da un drumming incessante ed ipnotico.
Da quel momento in poi non ricordo molto, se non che dopo qualche decina di minuti mi hanno trascinato a forza verso il palco centrale perché stava per cominciare il live del Moz. Che poi era l’headliner della giornata. Che in sostanza era quello per cui ero venuto in terra francese. Me ne vado a malincuore perché Morrissey è sempre Morrissey, ma vi assicuro che non è stata una scelta facile…
Ah, tornato a Roma ho comprato il dvd “ Under The Blackpool Lights”. Ora ho capito che cosa possono provocare i concerti degli Stripes…

Arrivato alla “ Grand Scène “mi accorgo di non il solo ad aver subito il fascino elettrico dei Raconteurs. Nonostante Morrissey fosse, come si diceva, l’headliner della giornata, buona parte del pubblico preferisce attardarsi dalle parti del secondo palco per cogliere le ultime briciole live del gruppo americano. Dopo qualche minuto d’attesa ed un’altra birra - l’ultima della giornata - prendo posizione ad una decina di metri dal palco e attendo impaziente l’arrivo del mancuniano.

Un live di Morrissey, il primo della mia vita, chissà perché. Eppure gli Smiths per me non sono solo un gruppo, sono parte della mia vita. Sono la prima band inglese non contemporanea che iniziai ad ascoltare da adolescente. La prima. Dopo vennero gli Stone Roses e gli Who e poi tutto il resto. I Beatles non fanno testo, li assorbi passivamente fin da quando sei piccolo e arrivi a 15 anni che già conosci buona parte delle loro canzoni senza averle mai cercate veramente. Ma Johnny Marr e Morrissey furono i primi a spiegarmi cos’erano gli “altri” anni ottanta. Non solo yuppismo, giacche con le spalline, electro pop, divertimento sintetico, dark, Joy Division e Cure. C’era dell’altro. C’erano delle canzoni esili eppure sinestetiche, che ascoltavi mentre sentivi il profumo dei fiori e l’odore dell’amore, e ti sentivi raccontare di baci sotto il ponte di ferro, di come quell’amore non fosse come tutti gli altri perché era differente, perché eravamo noi, di come in fondo sarebbe bello, di una bellezza divina, morire colpito al fianco di chi ami.

C’erano altre immagini oltre a quelle iconografie debordanti, volgari ed posticcie di cui eravamo tempestati da bambini: questi alfieri dell’ heavy metal che sembrava indossassero delle parrucche cotonate, i fulmini e i teschi di quel rock pseudo-antagonista, i residui addomesticati della cultura punk, il divismo sfrenato dei Duran Duran. Perché i ricordi dell’Helmut ragazzino sono questi, quelli che passavano davanti agli occhi di un bambino ancora lontano dall’essere, almeno, “teen”…
C’erano le immagini degli Smiths, quelle foto in chiaroscuro colpevolmente romantiche che appaiono sulle copertine degli album, di “The Queen Is Dead” o di “Louder Than Bombs”, del video di “ There Is A Light That Never Goes Out “.Fragili e semplici immagini di persone ordinarie. L’icona dell’altra Inghilterra, fatta di amori inquieti, ma puri, come quelli dei bambini. E non importava se fossero amori omosessuali, disperati o tossici, quello che cantava Morrissey ce l’avevamo tutti dentro. Celato, forse. Non erano canzoni, erano poesie, anzi non erano neanche solo poesie declamate, erano poesie fatte di profumi e sensazioni, come se sognassi di averle vissute per qualche felice deja vu o come se dolorosamente cercassi di dimenticarle, perché le sue storie erano anche le tue. Se mi chiedessero di spiegare le sensazioni che ti fa provare la cruda tenerezza dell’amore, visto che non sono molto bravo con le parole, risponderei di ascoltare “ Still Ill” o “Hand In Glove”.

Non credo che nessuno come loro abbia girato così tante volte nel mio stereo. Tutto passa - almeno per un po’, almeno nel mio caso- ma non loro. Non c’è mese in cui non riascolti, per più volte al giorno, “The Queen Is Dead” o “The Peel Session”. Insomma per quanto mi riguarda dipinti come “ Still Il”, o “There is a light that never goes out” hanno fatto la storia della musica, come i Beatles, come gli Who, come gli Stones. E se parliamo di musica POP non credo che qualcuno possa raggiungere lo splendore floreale di “This Charming Man” versione John Peel.
Purtroppo però i due geni hanno litigato e si sono divisi. Secondo me se si facesse un sondaggio tra tutti i loro fan nel mondo, chiedendogli se fossero disposti a sborsare, che so, 200 euro per rivederli UNA volta dal vivo insieme nella loro città, accetterebbero di corsa. Io lo farei senza esitazione.
Comunque il passato non torna, non sono più adolescente, il Moz ha 46 anni e Marr ha smarrito la sua arte creativa chissà dove, per cui mi metto l’anima in pace, asciugandomi la metaforica lacrimuccia, ed attendo pazientemente l’arrivo del Re di Manchester.

Qualche minuto d’attesa ed eccolo che arriva, accompagnato da non meno di 6\7 musicisti, tutti vestiti con pantaloni bianchi e magliette verde con su stampato il logo di “Playboy”, che mi hanno ricordato, non so perché, i personaggi del film “Querelle De Brest”…
Stilosamente dandy, as usual, Morrissey si mostra immediatamente, ed inaspettatamente, molto amichevole col pubblico, presentandosi con un “Morrissey, mercì” mentre indica, col dovuto inchino, se stesso. Si parte col botto:” Panic” è la prima canzone ed è subito anche qui, come nelle strade di Londra, delirio generale. Il vecchio Moz snocciola moltissimi brani estratti da “ Ringleader Of The Tormentors” e dal penultimo “ You Are The Quarry”: dal secondo pezzo del set “ Irish Blood, English Heart” a “ In The Future…”, da “ First Of The Gang To Die” a “ You Have Killed Me”, passando per “ How Could Anyone Possibile Know How I Feel” e “ The Youngest Was The Most Loved “. Si muove teatralmente, con un attitudine che lo fa apparire più come un bonario crooner navigato che come una delle popstar più accreditate del panorama internazionale, interpretando con infinita passione i versi della sua vita, romanticherie torbide ed intense come quelle scritte dall’Oscar Wilde ritratto sullo sfondo del palcoscenico. Non è più il tempo dei gladioli e dei garofani, ma Stephen Patrick rimane in grandissima forma. Con classe, passione, coinvolgimento totale trasporta il pubblico attraverso uno show di grande impatto emotivo, senza le commoventi melodie di una volta ma con tanti brani di superba fattura. Mancano, dicevo, i gioielli raccolti in “Suedehead”, tuttavia la scelta del repertorio regala un’ora e mezza di grande valore.
E, ad ogni modo, c’è ancora spazio per pezzi come “How Soon Is Now” e per la toccante bellezza di “Girlfriend In A Coma”, che il pubblico accoglie con un boato. Le uniche che sembrano impassibile all’atmosfera estatico-entuasiastica generale sono due ragazze vicino a me, che non trovano di meglio da fare che chiacchierare tutto il tempo tra loro, credo di lavoro e vacanze.
Il bis è uno iato temporale verso quei momenti di cui abbiamo parlato fin’ora: “ Stop Me If You Think…” . Strepitosamente trascinante, i 30mila del Rock En Seine impazziscono di gioia.
La ragazza invece continua nelle sue digressioni professionali e ci guarda stupiti. Mah…
Morrissey senza Marr non sarà mai come gli Smiths, ma resta uno dei più grandi autori di musica pop dell’ultimo quarto di secolo.
Come dicono qui, “chapeau”.

Link:
The Raconteurs Official Site
Morrissey Official Site
Mp3:
The Raconteurs - Crazy (Gnarls Barkley cover live at Lollapalooza 2006) - thanks to Crazy In Rock
The Raconteurs - Bang Bang (My Baby Shot Me Down)(Nancy Sinatra cover) - thanks to Binky The Doormat
The Raconteurs - Steady As She Goes(live at MTV Video Awards 2006) - thanks to CultureBully
Morrissey - Hairdresser On Fire(Vini Reilly Mix) - thanks to Sound Of Indie

Morrissey live tracks Mp3 will come on-line soon !!!

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