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Come il protagonista de “Il Respiro” di Thomas Bernard (per la cui rappresentazione teatrale gli Yellow Capra hanno scritto le musiche) il suono di questa band milanese cerca di affrancarsi dalla malattia ricorrendo - appunto - sì alla musica, ma legata alle immagini (numerose - infatti - sono state le collaborazioni con registi e le composizioni per film muti); cercando - per quanto possibile - di fermare il tempo, di catturare emozioni sempre più intense; in un malinconico viaggio sonoro che (con l’aggiunta di flauti, violoncello, wurlizer e rumorismi vari al tradizionale chitarra-basso-batteria) parte dal post-rock (ovvero “il niente”, ® Giov) e arriva alle melodie cinematiche e strumentali, passando per l’elettronica, la musica classica e perfino certe esplosioni rock.
Attraverso un’esperienza live a fianco di band come Calla, Arab Strap, Giardini di Mirò, ecc. gli Yellow Capra giungono alla prima tappa sulla lunga distanza nel pieno della loro forma creativa, portando alla luce dieci acquerelli acustici, dieci bozzetti di “rock da camera” che trova la sua ragion d’essere nelle giornate uggiose. Più che il singolo brano, deve essere tenuto in considerazione l’intero lavoro, come un’opera in più atti, ognuno collegato, ma allo stesso tempo indipendente dall’altro: si va dalcrepuscolarismo di “Roulè Roulotte” alle voci eteree di “Topo Morto & Mini Mucca”, passando per le atmosfere Mogwai - ma più romantiche - di “(I Am) Macho Man” e della rarefatta “Swim Milo, Swim”, per l’etnica di “Matranga”, fino al crescendo stile Explosion In The Sky di “Red Meat”. Alla fine del disco, si ha l’impressione di aver percorso (intrapreso?) una strada per sfuggire al male di vivere - in tutte le sue sfumature - attraverso le immagini evocate da un dolce messaggio sonoro. |
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Ottobre 2006
Gio 19 Ott 2006
Mer 18 Ott 2006
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Gli iLiKETRAiNS sono senz’ altro la sorpresa più gradita del mese di Ottobre, almeno per quanto mi riguarda; e poco importa se la Fierce Panda li cataloga fra le uscite del 26 di Giugno scorso, io sugli scaffali li vedo solo ora e per me sono di Ottobre! Lo premetto subito, gruppo inglese con la fissa dei Joy Division; ora, se hai dei pregiudizi sui novelli Ian Curtis allora siamo in due. Ma qui c’è (finalmente) qualcosa in più, non semplice tributo, non semplice citazionismo revivalista ma qualcosa di tremendamente personale. Il quintetto di Leeds, mette in pista infatti un inedito ibrido New Wave / Post Rock. Immaginate un frullato omogeneo fra Mogwai ed Explosion In The Sky da una parte e Joy Division dall’ altra. Atmosfere nervose, cariche di elettricità irrisolta che cercano sfogo in un crescendo che monta ma non trova il senso del vero. La valvola fischia ma il tappo non salta, la frustrazione è quella della New Wave più classica e meglio riuscita, ma la classe è d’ altro stampo, di un’ altra epoca. Il cantato baritonale di Dave Martin ha più a che fare con le profondità alla Nick Cave o con l’ austerità malinconica di Mark Kozelek (Red House Painters) che con certi ragazzetti che giocano a fare i “money for nothin get your chicks for free”. Manca all’ appello la prova del nove live, ma certe code cariche di feedback ricordano violentemente gli Yo La Tengo dal vivo e questo rappresenta un ottimo presagio, ma aspettiamo di sentirli dal vero.
Infine gli perdoniamo anche qualche abbozzo di self-made-marketing, la fantasiosa storia che si siano conosciuti “casualmente” alla stazione della natia Leeds fa davvero fatica a reggere. Ma pazienza, in un mondo in cui anche la Emi si butta sull’ indie-non-indie e Badly Drawn Boy gira ad ore diurne su Mtv, la fantasia è l’ unica arma in cui sperare. Sicuramente assieme ai Televise il miglior debutto inglese dell’ anno. Recensione degli iLiKETRAiNS precedentemente pubblicata su IndieRiviera |
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Mar 17 Ott 2006
MICAH P. HINSON - Live @ Bronson (Ravenna, 10-10-2006)
Posted by Diggei Brusco under INDIE LIVE[17] Comments
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Discography: MICAH P. HINSON AND THE GOSPEL OF PROGRESS (2005 - Overcoat Recordings), MICAH P. HINSON AND THE OPERA CIRCUIT (2006 - Jade Tree))
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Sempre notevoli le serate non danzanti che lo staff del Bronson riesce ad organizzare. Sforzi ben spesi soprattutto se accorre il pubblico delle grandi occasioni: nello specifico in grande quantità e di considerevole eterogeneità. Complimenti per l’impegno, ma l’acustica…vabbè, diciamo che ci si “accontenta” della possibilità di assistere al live di un artista talentuoso. Ma che vuoi farci, alla classe è difficile resistere. Le vibrazioni rimangono sottopelle e la padana notte nebbiosetta che mi abbraccia all’uscita chiudono il cerchio. |
| Link: Micah P. Hinson Official Site Jade Tree Official Site Mp3: Jackeyed (from the album “Micah P. Hinson And The Opera Circuit”) The Leading Guy (from the album “Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress”) |
Lun 16 Ott 2006
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| Discography: NATURA IN REPLAY (Cyclope/Bmg - 1999), FIDUCIA NEL NULLA MIGLIORE (Cyclope/Bmg - 2001), SPLENDORE TERRORE (La Tempesta/Venus - 2005), TOILETTE MEMORIA (La Tempesta/Venus - 2006) |
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[L’intervista è molto lunga e me ne scuso a partire da adesso ma sono sempre dell’opinione che tagliare qualche domanda non è giusto nei confronti dell’artista e di voi che leggete. Sono del parere che se una cosa è originale, bella e coinvolgente nella sua interezza non bisogna mai mutilarla “a priori”. Abbiamo la fortuna, su questo sito, di non dover rendere conto a nessuno e non ci viene imposta una lunghezza da rispettare, perciò…buona lettura. Per tutti coloro che invece ritengono sia “troppo” una pagina come questa beh…potete tranquillamente andare su altri siti musicali ma sappiate che nessuno vi parlerà così bene di Moltheni…(e della sua passione per i Mars Volta!)] Ad aprirmi la porta dell’appartamento è un Moltheni leggermente pallido, ancora convalescente ma in fase di ripresa da un forte raffreddore…«Umbè…ma che sta succedendo a Bologna…fa un caldo pazzesco!» «Non lo so…è scoppiata una nuova primavera…io sto male proprio per questo motivo…dovevi vedere che cos’era Roma tre giorni fa: l’Equatore!!!». Percorro il piccolo corridoio fino al soggiorno, dove, alzando lo sguardo sopra l’armadio, vedo posizionate in bella mostra una lunga fila di lampade che sovrastano la stanza «Si, faccio collezione di vecchie abat-jour…ne ho cinquecento sparse in tutta Italia, alcune a casa di mia madre, altre….qui ne ho cinquanta. Ma accomodati pure sul divano». Sta per cominciare l’intervista a un personaggio di solito schivo e leggermente diffidente ma onesto e sensibile come pochi. Durante questa lunghissima e avvincente chiacchierata avrò l’occasione di toccare con mano la grande cultura musicale di Umberto Giardini, la sua spesso irrefrenabile e bellissima “voglia di dire” e quella ottima vena condivisa dal sottoscritto del non vergognarsi di mandare liberamente all’altro paese chi se lo merita. Perché, se svanisce anche questa possibilità, le cose forse avrebbero ancora meno senso di quello che già hanno. «Guarda che schifo. E’ vergognoso!…» Mi fa, prendendo in mano una copia recente di una nota rivista musicale specializzata «…invece di aiutare i gruppi emergenti e validi che avrebbero realmente bisogno di una copertina, vanno a ripescare un gruppo morto e sepolto di cui nessuno sentiva la mancanza e fanno pubblicità occulta a questa marca! E’ uno schifo!». Nella foto in questione il gruppo “in questione” è ritratto in primo piano, tutto propenso a far sembrare naturale la posa davanti all’obiettivo, ma il marchio di una nota marca di abbigliamento è più grande delle loro facce. Bene…penso che possiamo cominciare.
“Toilette Memoria” potresti brevemente dirci da che cosa hai preso spunto per il titolo del disco? Il titolo del disco non è altro che un omaggio che ho voluto fare a una persona scomparsa in una toilette…in un bagno. Ho vissuto questa scena qualche anno fa e così, un po’ romanticamente mi andava…
Molto folk, molta solarità come nell’ “Età Migliore” ma anche molta psichedelia e atmosfere più cupe e intimistiche. Insomma è un disco che tocca molti angoli musicali differenti. Sei sicuramente contento del risultato finale così vario e libero da schemi. Puoi considerarlo il tuo album migliore e completo? Cosa è cambiato musicalmente da “Splendore Terrore”? E cosa è cambiato in Umberto dall’anno di Splendore Terrore? La tua amicizia con Franco Battiato risale ai tempi del film “Perduto Amor” in cui tu interpretavi anche un piccolo ruolo o è una cosa molto più radicata nel passato? Come sono nate le collaborazioni con “i due Verdena” e con Pipitone dei Marta Sui Tubi? Il testo de “Nella Mia Bocca” come molti altri nel disco ruota attorno a pensieri guidati dalle tue esperienze personali di vita. Come è nata questa canzone? Senti, è vera la storia che dopo “Fiducia” hai fatto un album dalle sonorità piuttosto “forti” e che hai trovato difficoltà nel farlo pubblicare dalla tua etichetta? Che fine ha fatto quel lavoro? Adesso vorrei passare a un paio di domande che sono arrivate in redazione da parte dei ragazzi che hanno partecipato al nostro contest. La prima la scrive un ragazzo siciliano di nome Salvo, te la leggo: Questa domanda invece è quella che ha vinto il contest e abbiamo voluto premiare il ragazzo che l’ha scritta, Stefano da Roma, perché ci è parso un tuo grande grande ammiratore che ha “analizzato a dovere una canzone del nuovo disco”: Nella prima traccia di Toilette memoria (”Io”), una parte del testo recita: “Nelle città polvere bianca, dove il denaro canta la musica tace!” Le liriche di questo pezzo mi sembrano un richiamo al rapporto di Moltheni con le case discografiche; specialmente dopo la delusione della mancata produzione dell’album “Forma mentis” (che di fatto poi non ha mai visto la luce). La frase citata in particolare sembra creare un’ immagine inquietante di grandi produttori discografici che si distruggono di cocaina e si limitano a produrre dischi commerciali (richiamo al denaro), non prendendo affatto in considerazione lavori più impegnati e che proprio per questo motivo non venderanno milioni di copie (”la musica tace” proprio perchè mortificata e svilita). Questa è una mia personale interpretazione delle liriche oppure sono riuscito a leggere bene tra le righe? Come mai hai deciso di svoltare verso sonorità più intime, acustiche, psichedeliche lasciandoti dietro le spalle il rock “d’impatto” immediato degli inizi? E’ stata una decisione ben ponderata, una svolta decisa o più che altro la naturale evoluzione del tuo percorso? Chi sono i tuoi migliori amici nel mondo della musica attualmente, sempre ammesso che tu ne abbia? …a proposito! Come sei arrivato all’etichetta di Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti? Qual è la tua giornata tipo? Davvero? Hai pure un po’ di manie praticamente… Qual è il tuo sogno o incubo più ricorrente, qualcosa diciamo che durante la notte “ritorna”? Quali i musicisti che nella tua vita hanno più influenzato il tuo modo di fare musica? Quindi recentemente avrai apprezzato anche le doti di uno come Devendra Banhart… A me dal vivo ha impressionato molto Guy Blakeslee (Entrance)… Si ma a questo punto Umberto voglio i nomi! Ok ok perfetto ho capito perfettamente: un po’ me lo aspettavo e un po’ son… Anche Strokes? Beh…più sperimentali loro, quella degli Oneida è un’altra concezione di garage…siamo un po’ “da un’altra parte” ma sempre venendo da quel territorio… Beh lì dentro c’è molto Jimi Hendrix…penso a Rubber Factory…direi tra White Stripes e Jimi Hendrix… . Diciam… Addirittura?Purtroppo non ha ancora avuto il piacere di ascoltarli…beh guarda chiudiamo questa parentesi magari parlando a questo punto della svolta dei Black Rebel Motorcycle Club, band a cui io tengo particolarmente dopo l’ultimo disco. Cosa ne pensi della loro “virata” folk? Perfetto. Davvero. Abbiamo finito, questa domanda è un po’ partic… Dici?!? Beh adesso allora me la devi giustificare questa. Io non la penso come te. Cioè a me non piacciono molto, pur reputandoli ottimi musicisti. Il progressive…non so…io non ci sono “nato dentro”. Una persona che magari sin da bambino ha sempre ascoltato Genesis, Area, forse è più avvantaggiato per i Mars Volta… . Però adesso devi giustificarmela! Mah guarda…io ho letto alcune recensioni in giro sull’ultimo album, Amputhecture. Queste recensioni sono molto contrastanti. Ce ne sono alcune che ne parlano molto bene e ce n’è una di un giornalista che dice in poche parole “I Mars Volta hanno stufato. Annoiano, fanno puro revival e basta. Naif puro, fine a se stesso. Ripescaggio. Prendono solo dal passato e non creano”. Ecco io vorrei chiedert… Certo. Devi. Gli Area infatti sono oggettivamente grandi, anche se a me per esempio non piacciono… Chiudiamo con una cosa che non riguarda la musica: se Umberto Giardini fosse l’uomo più potente del mondo (il che è già una condanna secondo me…) qual è la prima cosa che farebbe? L’intervista termina, ma la nostra voglia di parlare (believers or not!) non si è ancora esaurita del tutto. A “microfono spento” io e Umberto parliamo di vari argomenti e arriviamo a conclusioni che in linea di massima ci vedono andare d’amore e d’accordo. Veniamo da due generazioni differenti e pur non avendo in fondo granché da spartire con lui, ritengo di aver imparato qualcosa oggi. Quello che era nato come un semplice botta e risposta è diventato poi, in parte, un dialogo aperto sulla vita. |
| Link: Moltheni Official Site La Tempesta Official Site Mp3: L’Età Migliore (from the album “Toilette Memoria) Nella Mia Bocca (from the album “Toilette Memoria) |
Ven 13 Ott 2006
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PROLOGO: prendere una buona dose di Neil Young, amalgamarla poi con un misurino di attitudine lo-fi alla Lou Barlow, un pizzico di Beck e un pugno di estrosa improvvisazione, dopodichè accendere lo stereo o qualunque tipo di lettore musicale, attendere qualche secondo ed ecco pronto il disco d’esordio di Chad VanGaalen, “Infiniheart”. Un’album pieno di tutto, che schizza in moltissime direzioni diverse e quasi sembra sfuggirti dalle mani. Un bellissimo disco che circa un anno fa prometteva un futuro roseo per il talentuoso polistrumentista canadese . Vi basti ascoltare “Kill me in sleep” per farvi un’idea.
CAPITOLO PRIMO: e siamo al secondo disco, e visto quanto è prolifico l’artista in questione è ancora molto poco. Pare abbia registrato un centinaio di canzoni negli ultimi dodici mesi, per poi sceglierne quattordici per questo Skelliconnection, che, diciamolo subito,non delude le attese. Il risultato finale non si discosta dal fortunato esordio, proponendo una forma di folk arricchito da soluzioni elettroniche lo-fi, spunti rock, country e blues, che confluiscono in uno stile che è già molto personale. Molto ben costruiti i brani, che oscillano tra classiche impostazioni folk come in “Sing me to sleep”o “Graveyard”, momenti più spigolosi e distorti (flower garden), improvvisazioni strumentali o elettroniche che costituiscono brevi intermezzi tra una canzone a l’altra, mentre il resto offre suggestioni in chiave indie rock, atmosfere talvolta più sintetiche e vicine a quello che si osa definire post-rock. CAPITOLO SECONDO: difficile davvero riuscire a fornire un quadro esaustivo da ciò che viene fuori nelle tracce di questo lavoro. I progressi col suo predecessore ci sono, soprattutto nella coesione nei brani nonostante le innumerevoli influenze e sfumature. Ecco, questa volta non si ha l’ impressione che il disco schizzi da tutte le parti come non possedesse punti di riferimento, anzi sembra ci sia una logica ben precisa che lega gli episodi della scaletta. Siamo di fronte ad un’artista dalle potenzialità enormi, che probabilmente in futuro ci riserverà ancora grosse sorprese se saprà cavalcare ancora meglio il proprio talento. CAPITOLO TERZO: un imbuto, a Chad VanGaalen servirebbe semplicemente questo per il futuro, in modo tale da far confluire in un suono ancor più denso la miriade di ingredienti apparentemente incompatibili delle proprie influenze. EPILOGO: e ora si, potete pure uccidermi nel sonno. |
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Gio 12 Ott 2006
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E’ buio.
Guido senza fretta. La strada sembra venirmi incontro e perforarmi il petto, per poi uscire dalla schiena e continuare il suo macabro gioco infantile con altri ignari automobilisti. Ho appena terminato l’intervista con Finn Andrews e il mio sguardo è fisso verso il vuoto più profondo dell’universo. Rimango immobile nel captare la voce rotta e disperata che esce dalle casse. Non c’è nessuno davanti al mio motore e gli alberi sembrano aver abbandonato già da molto tempo la sottile speranza di poter comunicare con anima viva. E’ solo quando la title track si diffonde in modo piuttosto prepotente dai finestrini semi aperti che mi accorgo della mancanza del tocco delicato della pioggia sul parabrezza e sulle labbra. Peccato. Sarebbe stato l’elemento naturale conclusivo perfetto, di una giornata faticosa, intensa ma piena d’emozioni. All’improvviso sparisce tutto. Rimane l’essenziale. La notte. Il silenzio. Innegabile come sin dagli inizi la figura del cantante dei Veils mi abbia affascinato: ascoltavo il romanticismo agrodolce di The Runaway Found e mi convincevo sempre di più di come quel “tocco di qualità profonda” fosse una cosa già vista dentro la figura di Jeff Buckley, Patti Smith, Micheal Stipe e altri che trascina(va)no dietro di loro un’aura oscura, maledetta…tremendamente affascinante. Ad Andrews non importa niente delle fotomodelle, delle copertine sulle riviste o dell’ammirazione della gente. Uno che, giovanissimo, scappa dalla Nuova Zelanda per andare a Londra in cerca di fortuna con una chitarra e qualche canzone in tasca è già un tipo interessante. Uno che imprime su disco la maledizione di un uragano devastante che a distanza di due anni sconvolgerà realmente gli occhi dell’America e del mondo [“The Valleys Of New Orleans”] non può non essere preso in considerazione. Sognavo ascoltando Vicious Traditions; sogno adesso perdendomi dentro le linee psichedeliche e velenose di “Not Yet”. Dopo il debut, della formazione originale è rimasto solo questo esile frontman dagli occhi tristi e dalle corde vocali dilaniate, che è forse attualmente anche troppo sensibile e timido in un mondo indie rock sfrontato, aggressivo, “molto fast food” fatto di band “cotte e mangiate”, mode che durano mezz’ora e sentimenti veramente poco nobili. Le influenze maggiori rintracciabili in Nux Vomica raccontano dei Doors di Bob Dylan, della psichedelia pop dei Verve e il sentimento poetico allucinato di Patti Smith. Un disco molto più “corale”, orchestrale e arrangiato in maniera più varia di “The Runaway Found”, che rimane comunque un ottimo esordio. Ma, mentre nel debut c’erano anche un paio di canzoni “deboli” che concedevano tutto o quasi al pop e all’immediatezza dell’ascolto, qui si fatica a trovare una canzone scadente o anche solo apparentemente incompleta. Questo disco ha classe anche nei momenti più “leggeri”. A volte si ha l’impressione di ascoltare il folk un po’ ipnotico e sognante di Devendra Banhart rimescolato in chiave garage da Jack White. Non c’è il pop fine a se stesso, c’è il pop con il solo scopo di emozionare e far pensare a qualcosa di speciale, di personale, magari di introvabile. “Il tuo pugno non deve avere come riferimento la faccia dell’avversario, ma il muro che c’è dietro: i nemici non vanno picchiati e basta, vanno picchiati ATTRAVERSO”. Ecco… il nuovo disco dei Veils penetra e fuoriesce dalla vostra anima con estrema disinvoltura. Se l’avesse ascoltato il buon vecchio Bruce Lee adesso il Jet Kune Do sarebbe tutta un’altra storia! |
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Mer 11 Ott 2006
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Definitivamente affrancatisi dalla sciocca e superficiale etichetta di semplici cloni di Laetitia Sadier & soci e dopo aver licenziato - appena un anno fa – lo splendido “ Tender Buttons “, gli inglesi Broadcast tornano sulle scene con un’antologia che raccoglie 18 brani estratti dalla loro nutrita discografia.
“ The Future Crayon “ copre quasi interamente la decennale attività del duo formato da Trish Keenan e Jamie Cargill, andando a pescare tra compilation ( All Tomorrow Parties 01 ), e.p. di difficile reperibilità ( Extended Play e Echo’s Answer ) e 7 pollici introvabili ( Come On Let’s Go ). Il risultato, lo si capisce fin dall’iniziale “ Illumination”, non è una raccolta “ for fans only” come spesso accade in questi casi, ma una delle loro migliori release. “ The Future Crayon “ porta impresso a fuoco il marchio di fabbrica del gruppo di Birmingham: una musica che offre sentimenti umani a laptop e sintetizzatori, un suono capace di evocare panorami cinematici in bianco e nero e tingersi di avvolgenti atmosfere easy listening, di cavalcare le metronomiche distese kraut-pop degli Stereolab - con i quali condivide il raffinato gusto della canzone d’autore francese - senza dimenticare le coordinate elettroniche di casa Warp, Sarebbe stato un delitto non aver potuto ascoltare l’ipnotica dolcezza di “ Unchanging Window \ Chord Simple “ e “ Where Youth And Laughter Go “, il lirismo da soundtrack retrò di “ Daves Dream “ , i glitchismi dal retrogusto fifties di “ A Man For Atlantis “ e quelli groovey di “ Minus Two “, le colonne sonore per spy movie sint(h)etici “ One Hour Empire “ e “ Hammer Without a Master “e l’epico western elettronico “ Belly Dance “. Acquisto imprescindibile per i molti estimatori del gruppo, “ The Future Crayon “ è anche un’invitante occasione per coloro che si accostano per la prima volta all’universo sci-fi dei Broadcast. Questi ultimi – ne siamo certi – ci ringrazieranno… |
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Mar 10 Ott 2006
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Applauso, lor signori - clap, clap - sta per iniziare l’unica indie-pastiche tragi-comica (più tragica che comica), irriverente, kitsch, distruttiva, esuberante ed esibizionista, che “demolirà i confini tra musica, presentazione e promozione”. Non esiste morale o messaggio per i posteri; solo assurdità; solo caos - a prezzi stracciati. Introduzione |
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Lun 9 Ott 2006
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Incredibile come i tuoi occhi infuocati mi stiano ancora consumando da dentro. Curioso come ci siano ben 5 gruppi indie dal nome che inizia per “K” che mi coccolano a meraviglia le orecchie. Fantastico come ogni volta che scrivo, intorno a me, diventi all’improvviso tutto più buio della tua coscienza. Diagonale come questi capelli comincino ad assomigliare ad un groviglio malefico di serpenti. Le icone spariscono dallo schermo. Fisso per un secondo l’immagine degli alberi ingialliti e il monitor esplode in mille frantumi vetrosi. Non esce neanche Freddy Krueger a darmi una pacca amichevole. Rimane solo un buco. Dondolo sulle tue parole. Il fatto è che non riesco più a sentire con la tua pelle. Mi dissocio da tutto e resto in ascolto di quello che passa la casa. La casa, nello specifico, trasuda dalle pareti il disco dei Mersenne. I Mersenne sono tre. I Mersenne sono di Bologna. I Mersenne mi fanno venire voglia di scendere in strada, spaccare la mia mazza da hockey sulla schiena di qualche tipo pettinato per bene dalla polo col colletto alzato, baciare la prima donna che incontro e poi piangere romanticamente in attesa del tramonto. A Bologna il tramonto non lo si vede. Lo si intuisce. Ho abitato per sei mesi al centro della città e il sole era più che altro una presenza “per sentito dire”. «Hai mica visto il sole oggi?» «Mmmh no, non mi pare…però ho visto i Mersenne! Erano sul palco…suonavano prima dei Modey Lemon». Nella musica dei Mersenne, si percepisce quel bagliore istantaneo, tipico del sound americano, della bassa qualità in fase di scadenza, quella qualità rabbiosa firmata Weezer, Pixies, Death Cab For Cutie. Aprite le orecchie: questo disco è pop ma con disinvoltura punk. Questo disco parla di una generazione che ha studiato coi soldi di papà per fare l’ingegnere alla NASA e ora lavora part-time al Conad, suggerendo le migliori offerte della settimana a studenti squattrinati che sognano a loro volta di diventare famosi. Arpeggi elettrici e sognanti. Accelerazioni improvvise. Svogliatezza e disinvoltura nella gestione delle distorsioni. Prego signora prenda pure le zucchine. Sono freschissime.
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Ven 6 Ott 2006
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L’odore del disgelo, il piacere del risveglio, nonostante tutto.
Stiracchiarsi al sole mattutino e partire. “Dovessi mai svegliarmi” dei Numero 6, nello specifico, parte proprio bene: morbido e avvolgente, coretti e clap clap. “Spara se vuoi”, “Un finale rocambolesco” e “Automatici” sono una tripletta da lasciare di stucco: tre piccoli capolavori di quel pop italiano che accarezza i timpani con arrangiamenti preziosi e curati, scalda il cuore mantenendo però il giusto distacco e solletica la corteccia cerebrale con testi intelligentemente lievi, con quella capacità che è poi il mistero profondo dell’arte pop, di far apparire spensierato anche un trattato di filosofia e permettere l’ascolto a più livelli. Proseguendone l’ascolto la tavolozza dei colori esplode lasciando spazio a chitarre appena più robuste e rockish, giochetti quasi electro-wave, comunque anni ’80, che ti guardi intorno per vedere se sei solo e puoi metterti a fare il “ballo del manichino” senza troppo vergognartene (“A galla i demoni”), jingle-jangle di chitarrine acustiche da qualche parte sopra l’arcobaleno (“Mi succede”), risentimento e sarcasmo stemperati da un falsetto “Vibrante” e da un kazoo strombettante (“Al cuore della storia”), refrain strumentali definiti e definitivi (“Stiamo per perderci”). Poche concessioni al superfluo e qualità compositiva pressoché costante fino all’ultima canzone: “Da piccolissimi pezzi”, altro piccolo capolavoro tra “Karma Police” e “The Passenger”, per quel che mi riguarda il vertice dell’intero lavoro (“Io non faccio poesia. Verticalizzo e bado al sodo”). In definitiva, i Numero 6 mi si sono rivelati come una vera e graditissima sorpresa, di quelle che quasi ti torna la fiducia nella musica Pop italiana. Un’altra meravigliosa anomalia che rischia di restare segreto per pochi. Sarebbe un vero peccato! |
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