Novembre 2006


11 Votes | Average: 4 out of 511 Votes | Average: 4 out of 511 Votes | Average: 4 out of 511 Votes | Average: 4 out of 511 Votes | Average: 4 out of 5 (11 votes, average: 4 out of 5)
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La verità è terribilmente semplice se la guardi dritta in faccia. Semplice come l’odore della pioggia quando attraversi un prato troppo grande e troppo verde. Come quelle 2 parole sul pezzetto di carta stropicciato che proprio non avresti dovuto ritrovare in fondo a quella tasca. Come un’alba che filtra tra le quattro pareti di una stanza d’albergo mentre ti si accartocciano attorno, e diventi un puntino isolato su un pianeta dove tutti sono di nuovo nessuno. Un suono stupido come quello di un telefono, che si trasforma in una cosa fredda e tagliente, odiosa. La tua ombra allungata sull’asfalto, e più acceleri e più ti si attacca addosso nera e strisciante e non puoi, non puoi liberarti neanche con tutto quel vento addosso. E i colori del cielo e di tutto quanto, quando non potresti davvero saperlo ma lo senti che stà succedendo tutto adesso e per l’ultima volta.
Sto diventando troppo vecchio per questo genere di cose ma ci proverò lo stesso, dopotutto io e Damien siamo coetanei, posso farcela anche io.
E’ il passato vedete. Anche Mr Rice l’ha capito, forse per questo i suoi dischi sono intrisi di passato come poche cose al mondo. Ce l’hanno insegnata proprio male questa cosa, è tutta sbagliata. In realtà il Passato, lui, è l’unica cosa che davvero non passa. Mai. Sei tu che guardi altrove quando è più facile. Il passato non è morto, è forse l’unica cosa davvero viva. Il presente è fatto di passato.
Prendetelo così questo nuovo disco di Damien Rice. Tra qualche anno diventerà ancora più vivo e pulsante probabilmente. E se non vi ci ritrovate più di tanto puo’ anche darsi che sia perchè state guardando dalla parte sbagliata. Vi capisco. Lo faccio anche io certi giorni. In “9″ c’è tutto quello che c’era in “O”, meno ruvido quanto volete, diverso da certe angolazioni ma la sostanza è quella. L’esordio di Damien Rice era composto fondamentalmente da una manciata di navigati demo, ripuliti ma neppure troppo per l’occasione. Non deve essere stato facile riuscire a non aggiungere qualcosa in questi 4 anni. Troppo spesso si confonde la quantità con la qualità, aggiungere qualcosa con l’acquisire qualcosa in più è un processo tutto tranne che automatico e scontato. Bravo Mr Rice, sono anche io un ammiratore dell’arte del togliere piuttosto che dell’aggiungere. In fondo anche le detonazioni distorte di “Me, My Yoke and I” o “Rootless Tree” non sono cosa nuova a chi del cantautore irlandese aveva seguito le performance live o ricorda l’intensa “I Remeber” di “O”.
Ha le idee ancora chiare, si autoproduce Damien Rice, si prende il suo tempo, si guarda intorno senza fretta, succedono delle cose, altre non succedono e tutto cambia comunque. Ma poi riprende in mano la solita vecchia chitarra, tira sù al volo un home studio ed eccolo di nuovo davanti ai microfoni con l’eterea Lisa Hannigan e compagnia. Facci un favore Damien, non inventarti niente che non sia già qui. Vogliamo bene alle tue canzoni così come sono, perchè sono così come sono. Anche tra altri 4 anni. Certe cose cambiano, altre rimangono le stesse…giusto?

Cover Album
Band Site
9 [ Warner Bros / WEA - 2006 ] BUY HERE
Similar Artist: Cat Stevens, Rocky Votolato, David Gray
Rating:
1. 9 Crimes
2. Animals Were Gone
3. Elephant
4. Rootless Tree
5. Dogs
6. Coconut Skins
7. Me, My Yoke and I
8. Grey Room
9. Accidental Babies
10. Sleep Don’t Weep
3 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 5 (3 votes, average: 3.67 out of 5)
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Nuovo Contest per IndieForBunnies !!!
In concomitanza con la recensione di “Queens Live In Caskets”, il vostro sito ‘conigliesco’ di fiducia, vi regala una copia dell’album di Aaron Stout.
Avremmo voluto indire un mega-concorso, con domande trabocchetto, risposte multiple, indovinelli degni del miglior “Codice Da Vinci”…. ma in realtà siamo conigli poco fantasiosi e terribilmente pigri.
Allora volete una copia di “Queens Live In Caskets” ???
Lasciate un commento a questa recensione, scrivete qualsiasi cosa, indicate ovviamente la vostra mail e noi ci limiteremo a sorteggiare il fortunato vincitore.
Questo contest scade Venerdì 1 Dicembre alle 20:00.

Aaron Stout sarà anche una cara persona ma qualche piccolissimo problema lo avrà di sicuro anche lui. Porterà magari sempre a spasso il cane a far pipì la mattina presto, aiuterà pure le vecchiette ad attraversare la strada ma sotto sotto una bella micro-sindrome dissociativa latente secondo me non gliela toglie nessuno. Ormai è accertato scientificamente che tutti gli artisti, seppur in proporzioni minime, soffrono di qualche “variazione” della percezione reale delle cose che li porta a vivere, in parte, solo nel loro mondo. C’è chi lo dà più a vedere e chi invece ne è affetto in proporzioni praticamente “impercettibili”. Questo singolare, assurdo, modo di interpretare la realtà si riflette poi nelle loro opere d’arte rappresentandone alla fine il vero valore aggiunto, rispetto magari a un opera “normale” di una persona “normale”. Che essi dipingano, girino con una videocamera in spalla o scrivano, non fa differenza. Stout se spogliato di un certo contorno sonoro e tendente alla follia della sperimentazione non si discosta molto rispetto alle sonorità di un Damien Rice, di un Nick Talbot o di un Ben Harper (versione docile acustico e mansueto). L’unica differenza di base sostanziale è che nelle sue canzoni l’epicentro sonoro proviene esclusivamente dal country anche se il buon Aaron cerca di mascherarlo in tutti i modi. Country e chitarra acustica: ecco qua Aaron Stout spogliato di tutto. Sembra in alcuni episodi di ascoltare le cose più lente dei Black Keys o qualcosa di molto minimale targato Conor Oberst. Poi però gli scatta qualcosa dentro (dettato forse da quel mondo latente di cui sopra…) e si mette a stravolgere in parte o a cambiare direttamente direzione sonora. Ecco quindi i vari rumori di sottofondo che sporcano, le sirene della polizia che ogni tanto tornano a riempire una canzone solo chitarra e voce o addirittura l’elettronica e le drum machines che chiudono questa ennesima buona produzione. Una produzione che parte in quinta con un riff elettrico acido e ruffiano allo stesso tempo e che poi si snoda lungo un percorso musicale differente. Canzoni intimiste spesso opportunamente lasciate a galleggiare nel loro mare amniotico, a volte invece riportate bruscamente a sbattere i denti sull’asfalto. Insomma, la Monotreme si conferma ancora una volta una stupenda piccola realtà capace di produrre insieme ai dischi tutto un mondo latente che, a prima vista, risulta invisibile.

Cover Album
Band Site
MySpace
Queens Live In Caskets [ Monotreme - 2006 ] BUY HERE
Similar Artist: Damien Rice, Beck, Bright Eyes
Rating:
1. The Coronation
2. Space Station
3. Lightspeed
4. Talk Out Of Turn
5. To Prague And Back
5. First Song For Jaclyn
6. Fountain Of Youth
7. The Ballad Of Curtis Jones
8. Story Of My Life
4 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 5 (4 votes, average: 3 out of 5)
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Sì. Volendo farla breve, si parlerà di rumore, al limite dell’ascoltabile (eppure).
Quindi se volete fermatevi pure qua e non andate oltre con la lettura.
Quello che troverete in questo disco in termini “sonori” è un bilanciato alternarsi di: Deserti artici interiori, illimitati spazi vuoti, cavità buie e rimbombanti.
Crescere di tensioni e stridori stratificati. Attacchi d’acido escoriante e confusione mentale. Si tratta di un ottima sintesi spaventosamente ed inevitabilmente moderna di molte “avanguardie” e suoni estremi: doom, industrial, ambient, harsh noise, power electronics, grind, free jazz.
Eppure, in fondo, qualcosa di umano resta. Una qualche volontà di ordinare, per quel che si può, il caos. Il ricominciare dalla polvere, dalle macerie, da quel che rimane (è rimasto). Il tentare di riformulare nuovamente un linguaggio dopo che ogni parola ha perso significato. E’ come la premonizione di una nuova età della pietra dove si ricomincerà ad emulare per esorcizzarlo tutto ciò che terrorizza e non si comprende. E’ il desiderio innato e fiero del superamento della paura e del dolore, non una sterile apologia dell’uomo animale ma l’eroica e dolorosa rinascita dell’animale umano.
Perché occorre ascoltare questa (non) musica?
Evidentemente, non occorre affatto. Di dischi simili ne sono anche già esistiti e probabilmente ne continueranno ad esistere, diciamo solo che questo è l’attuale stato dell’arte. Il fatto semmai è che i Wolf Eyes esistono e proliferano ben più di quello che la loro discografia ufficiale lascia intravedere e questo potrebbe bastare per farci dormire sonni meno tranquilli.
Per chi poi volesse sfidarsi e cimentarsi nell’esperienza dell’ascolto di questo disco, sappia che non è affatto escluso che possa rimanerne inspiegabilmente attratto. E’ il terrore-fascino per ciò che è immenso, infinitamente senza fine, inspiegabilmente oscuro. Il fascino proibito delle unghie sulla lavagna. Il vuoto improvviso che provoca tachicardia.
E’ perciò impossibile consigliare a tutti indistintamente questo disco e comunque non necessario. Personalmente non ho resisistito e ci ho provato. Sono vivo. Potete farcela anche voi.

Cover Album
Band Site on Sub Pop
MySpace
Human Animal [ Sub Pop - 2006 ] BUY HERE
Similar Artist: Liars, Black Dice, Throbbing Gristle
Rating:
1. A Million Years
2. Lake Of Roaches
3. Rationed Rot
4. Human Animal
5. Rusted Mange
6. Leper War
7. The Driller
8. Noise Not Music
7 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 5 (7 votes, average: 4.43 out of 5)
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I Carpacho! si esibiranno insieme ad altre 3 giovani band italiane all’interno della serata SPORCO IMPOSSIBILE che si terrà il 29 Novembre al Circolo degli Artisti di Roma.
Di seguito alcuni link utili :
Sporco Impossibile Official Blog
MySpace Sporco Impossibile
Circolo degli Artisti Official Site

Ascoltatore indiesnob superficiale: carini questi qui, sembrano Bugo…
Sachiel (visibilmente indispettito e parzialmente irritato) : Bugo? Ma daiiii, c’è qualcosa di più qui dentro, mi sembra un’affermazione semplicistica la tua.
Ascoltatore indiesnob superficiale (visibilmente contrariato per la parola “semplicistica”): e allora chi se non lui, non vedi l’umorismo caciarone che fanno questi ragazzi?
Sachiel già sulla via di casa, senza voglia di parlare e con un desiderio irrefrenabile di ascoltare qualcosa di Rino Gaetano. Si perché Bugo, a mio avviso, è troppo costruito, insomma, nell’eterno dilemma “ci è o ci fa?” io propenderei decisamente per la seconda ipotesi. I Carpacho hanno qualcosa in più, un tocco lievemente malinconico camuffato da una spiccata ironia e da arrangiamenti pop molto orecchiabili. “La Fuga Dei Cervelli” è un disco di grande appeal melodico, accenti twee, ritornelli che ti si appiccicano in testa per ore e soluzioni elettriche perfettamente in equilibrio tra Weezer e british pop alla The Divine Comedy. Se andate alla fine della recensione troverete tra gli artisti a loro affini il nome dei Quintorigo, e non ero ubriaco quando l’ho scritto, anche perché astemio. Semplicemente arrivati alle ultime due tracce, ci troviamo di fronte a due brani assolutamente trasversali e giocati su arrangiamenti che impennano all’improvviso per poi implodere e tornare ad una calma solo apparente. C’è anche qualcosa che non va, ma solo se siete anche voi degli ascoltatori superficiali come l’amico indiesnob di cui sopra, perché al primo impatto potreste avere la sensazione di trovarvi di fronte all’ennesima e becera formazione pop italiana alla Velvet e affini. Sarebbe peccato mortale, perché in queste tracce c’è del talento puro, ci sono ragazzi che stanno imparando ad utilizzarlo a dovere e ci sono pure le canzoni: “Maledetto Il Trucco”, ad esempio, è una ballata geniale giocata sulla sensazione del tempo che passa e che non torna più, il tutto in un tono ironico-amareggiato in cui riconoscersi fino all’ultima parola. Autoprodotto??? E’ questa l’assurdità di un mercato discografico che perde il tempo a produrre immondizia e non si accorge di questi piccoli tesori sommersi che meriterebbero ben altri successi.

Mp3:
Sporcast Carpacho! (podcast con intervista + brani)

Cover Album
Official Site
MySpace
La Fuga Dei Cervelli [ autoprodotto - 2006 ]
Similar Artist: Weezer, Quintorigo, Rino Gaetano
Rating:
1. Intro (Sensazionale)
2. Progetti Supersonici
3. Carpacho
4. Polso
5. Maledetto Il Trucco
6. Toilette
7. Tropici
8. Regole Per Un Cervello Difettoso
9. Bossa Draga
10. Arabesque

Sono Pigri Questi Romani. Addirittura più pigri di noi, che si sa, di certo non scherziamo. Prima di mezzogiorno non se ne parla di postare la puntata. Così ci rigiriamo i pollici per ore in attesa di sentire il telefono squillare: un via libera, la puntata è servita. Nel frattempo prepariamo le pistole, per affrontare i coltelli. Scusate ragazzi, ma che colpa ne abbiamo noi se il nostro atlante è così sbilenco da mettere Maniago in provincia di Udine. Pordenone, ora lo so.

Per fortuna c’è Brassy che con le sue notizie dolci mi prospetta un Natale a tinte noir, quindi felice. Ma diciamolo pure, per fortuna c’è Ilaria, che ha pulito lo studio come meglio non si poteva e ora va in giro fischiettando con il nuovo cd nelle orecchie. Per fortuna ci sono i coniglietti, furbi e dispettosi, ma con i dischi giusti sempre al momento giusto. Per fortuna ora siamo tutti uniti.

Playlist:
1) The Long Blondes “Swallow Tatto”
2) Alessandro Raina “My Fragile Family 3
3) Ten Thousand Bees “June”
4) The Isles “Major Arcana
5) Pony Up “Shut Up and Kiss Me”
6) Carpacho “Intro(sensazionale!)”
7) Giuliano Dottori “Alibi
8) The Foundry Field Recordings “Buried Beneath The Winter Frames
9) Two Gallants “Steady Rollin”
10) Like Honey “So Silent

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #4
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Contact Lazy Sundays:
lazysundays@fastwebnet.it

8 Votes | Average: 3.75 out of 58 Votes | Average: 3.75 out of 58 Votes | Average: 3.75 out of 58 Votes | Average: 3.75 out of 58 Votes | Average: 3.75 out of 5 (8 votes, average: 3.75 out of 5)
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Che il cinema italiano sia in crisi lo dimostrano non tanto gli incassi, tornati discreti con i film di Natale e le commedie di Veronesi, quanto il fatto che esso ha costantemente necessità di cercare dei nuovi eroi. Basta citare Brecht per capire che è beata quella terra che non ne ha alcun bisogno.
Il nuovo eroe è Paolo Sorrentino, che è arrivato a dover sostenere il peso di essere la migliore speranza del cinema italiano dopo aver realizzato appena due film, per altro ottimi. L’attesa per la sua nuova fatica era talmente alta, quindi, da farla arrivare in fretta e furia a Cannes ancora sotto forma di copia-lavoro.
L’amico di famiglia, uscito finalmente in versione definitiva, è un ottimo film, forse meno elegante e meno lineare de Le conseguenze dell’amore, ma ugualmente distante dai temi cari e abusati dei giovani autori italiani: nessuna denuncia sociale, pochi riferimenti autobiografici e autoreferenziali, nessuna tendenza al “film di formazione”, quanto piuttosto un’attenzione insolita su personaggi che il cinema raramente ha fatto diventare dei protagonisti.
Le conseguenze dell’amore faceva vedere i moti dell’anima di un elegante ed insospettabile colletto bianco della Mafia, mentre L’amico di famiglia presenta un personaggio assai malsano, un usuraio che nella sua scarsa grazia ricorda le deformazioni shakespeariane di un Riccardo III o di uno Schylock. Ai personaggi di Shakespeare, tra l’altro, rimanda anche il suo costante riferimento alla malvagità come ricompensa per i torti subiti per la sua pessima presenza fisica.
Di una cosa si può subito dare atto a Sorrentino: non ha paura di scontentare il pubblico, né mai tenta di accattivarselo, dimostrando il coraggio di puntare al cattivo gusto pur di incanalare il film secondo i suoi propositi artistici. Dimostra però anche di sentire la presenza dello spettatore, e di volere sempre venire incontro ai suoi bisogni di comprensione, evitando così di essere troppo personale e sfuggente.
Geremia, il protagonista, all’apparenza è un anziano sarto dall’aspetto grottesco, sgradevole e sporco, incapace di trovare moglie neppure affidandosi ad un’agenzia matrimoniale e costretto a vivere in uno squallido appartamento con una madre inferma e morbosa. In realtà è uno strozzino senza scrupoli e senza alcuna moralità, dedito al voyeurismo, con una passione per i gianduiotti e manie cleptomani.
Come però in Shakespeare, è l’unico ad avere una sua coerenza etica in un ambiente pacchiano, volgare ed ipocrita. Ecco quindi il personaggio di Bentivoglio, che apparentemente oppone il suo ritiro country, associato a patetici sogni di fuga verso il Tennessee, allo squallido tugurio del suo amico Geremia e alla sua avidità. Eppure, il regista riesce a non essere affatto predicatorio e fintamente “sociale” in quanto il suo film è poggiato su una variegata gamma di soluzioni di messa in scena, che si allontanano radicalmente dal realismo per sposare toni espressionistici, e che rifiutano del tutto una struttura lineare in favore di una narrazione che procede per lampi ed intuizioni, più che su un intreccio ben definito. I suoi protagonisti dimostrano la loro personalità attraverso i dettagli, o i gesti ricorrenti, e la loro recitazione è molto misurata, a differenza della moda italiana attuale, che vede spesso gli attori urlare il loro stato d’animo con la macchina da presa incollata, e ugualmente nevrotica. La tipizzazione dei suoi personaggi quindi non passa tanto per i dialoghi, che pure sono molto presenti, ma soprattutto per gli espedienti visivi che hanno il maggior peso nel determinare umori ed atmosfere.
Paolo Sorrentino ha uno stile: è questo che gli fa avere, rispetto ai suo giovani colleghi, un passo in più. Difficile stabilire se sia una sua caratteristica o ne sia complice la rinnovata collaborazione con Luca Bigazzi, uno dei migliori tecnici del cinema italiano. Il campo in cui dimostra di avere un talento fuori dal comune è soprattutto quello della relazione tra lo spazio e il personaggio. Il degrado umano che il film mette in mostra ha uno stretto contatto con lo squallore di Latina e i suoi edifici invadenti, ridondanti e desolati, che entrano nel film al pari dei protagonisti. Il paesaggio, urbano e non, ha lo stesso ruolo che spesso detiene nei film di Ciprì e Maresco (anche essi, nemmeno a farlo apposta, hanno una proficua collaborazione con Bigazzi): forse, quello di Sorrentino è meno abbandonato, ma anche più intrigante, in quanto più familiare allo spettatore.
Si possono perdonare delle allusività scontate, come quelle di Geremia che associa la Vergine alla giovane Rosalba, certi toni da commedia vanziniana (i gladiatori di borgata all’Altare della Patria), o anche certi inserti “riassuntivi” più simili a videoclip che ad un film vero e proprio (la colonna sonora è di Theo Teardo, già autore delle musiche di Lavorare con lentezza e Denti) da cui il cinema italiano tarda a liberarsi. Non c’è dubbio però che la sequenza in cui Geremia si sdraia vicino ad una Eva contemporanea, che prende il sole nuda sotto ad una palma, in un giardino dell’Eden ricreato in un viale di Latina, dimostra un talento che sarebbe bene non dissipare in alcun modo.
Nonostante inevitabili difetti, L’amico di famiglia è comunque una promessa mantenuta.

Locandina
Official Site
 
Con Giacomo Rizzo, Fabrizio Bentivoglio, Laura Chiatti, Clara Bindi, Lorenzo Gioielli, Marco Giallini
Sceneggiatura di Paolo Sorrentino
Fotografia di Luca Bigazzi
Montaggio di Giogiò Franchini
Scenografia di Lino Fiorito
Prodotto Domenico Procacci per Fandango
Distribuito Fandango/Medusa
6 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 5 (6 votes, average: 3 out of 5)
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Originalità e qualità: sinonimi?
Il buon Marinetti già aveva sviscerato e colto l’importanza della questione un secolo fa, e in ogni caso la risposta sembra essere ancora lontana.
E con la nuova release di casa UNIVERSAL/GSL non è che gli ispirati Mars Volta rendano più semplice il compito rispondere alla grande questione.
Personalmente quando si tirano in ballo i TMV faccio obiettivamente fatica a non rimanere incantato dalla magia che pervade, inonda e circonda questa band(a), da ritenere quasi alla pari di una setta per il carisma e il coinvolgimento che riescono ad esercitare. Con lo scopo ben preciso di destrutturate ogni concetto musicale assodato e percorrere nuove vie senza preconcetti di sorta, alla ricerca della forma canzone aggrappandosi anche all’improvvisazione pur di creare senso di smarrimento.
Amputechture è stato ampiamente tacciato di essere un’opera rovente, per i presupposti molteplici e angoscianti legami con il mondo delle religioni, dell’ignoto e dell’occulto.
Possono esserci fondamenti relativamente a questo discorso o può anche essere che tutto sia un tam tam sollevato gratuitamente, di certo resta l’evidenza che i dodici evocativi titoli non fanno altro che suffragare la prima tesi, celebrando continuamente feticci e icone di ogni genere religioso come bafometti, cervi e viscere.
Le monsoniche provocazioni psych, mai patetiche e insipide, per questo gruppo che dedica la stessa ricercatezza ed attenzione sia alle liriche che al sound, schiantano l’ascoltatore-discepolo.
Si può trovare di tutto e anche il suo opposto, strumenti banali trattati con sapienza esplorano l’ancora ignoto.
Le molteplici fonti culturali, dalle quali prendono spunto le menti creative Cedric e Omar, sono esimi personaggi della pittura, del cinema, delle arti in generale, i quali gli hanno formato un preciso background, di alto ed eterogeneo livello intellettuale. Ma la compattezza ideologica non scema mai e in questo modo ci si può permettere di spaziare da scampi elettronici (Tetragrammaton) a tracce noise (Meccamputechture).
Il lurido giaciglio Asilos Magdalena porta oltre la linea di galleggiamento tutte le debolezze umane finora sommesse e la profonda drammaturgia di questa scheggia rende solo un inutile esercizio fine a sé stesso ricacciare sotto al livello di controllo a questo punto.
Mai ampolloso e debole, è uno dei classici lavori che merita le fuckin’ cinque stelline, ma una critica bisognerà pure farla, non ci si vorrà mica illudere che sia stata raggiunta la perfezione? A voi il difficoltoso compito, anche se il tentativo, iniziato con De-loused In The Comatorium e proseguito con Frances The Mute, è chiaramente in atto.
Che sogno se venissero prodotti ogni anno almeno tre-quattro album di questo sfolgorante livello, in grado di impegnare un paio di mesi per riuscire a maturare un giudizio netto e poi cento anni per farti allontanare da esso.
Io non sono ancora riuscito a sfuggire alla trappola Martiana, e soprattutto lungi da me questa urgenza.
Cover Album
Official Site
Amputechture [ Universal - 2006 ] BUY HERE
Similar Artist: Pink Floyd, Jane’s Addiction, Ennio Morricone, Jimi Hendrix, The Blood Brothers
Rating:
1. Vicarious Atonement
2. Tetragrammaton
3. Vermicide
4. Meccamputechture
5. Asilos Magdalena
6. Viscera Eyes
7. Day Of The Baphomets
8. El Ciervo Vulnerado

Dalle frequenze di Radio Tandem (98.4 MHz) nell’etere della provincia di Bolzano all’universo virtuale del World Wide Web, un nuova puntata di iNDiEBAR.

Nella prima parte ci saranno news relative ai Garbage, agli Oasis, a Ryan Adams (non Brian), The Fall di Mark E. Smith ed i Trail Of Dead. Le news si concludono con un brano dei My Chemical Romance.

Nella finestra degli amici di Indie For Bunnies, al solito ben studiata, Axelmoloko ci erudisce parlandoci di The Big Sleep e facendoci ascoltare un brano degli stessi.

Poi ci sarà una breve recensione dell’album “Someone To Drive You Home” dei Long Blondes ed un bel estratto del disco.

Il secondo split della trasmissione vi stupirà non solo come genere di musica (dance) ma addirittura come provenienza geografica (Italia): ecco a voi lo SPECIAL SPAGHETTI DANCE!
Scopriremo che anche nel Belpaese a forma di stivale si produce dell’ottima musica dance che nulla ha da invidiare alle megaproduzioni del Regno Unito o Europee.

Mp3:
Podcast

Link:
Radio Tandem
IndieBAR Blog

iNDiEBARRADIO

Axelmoloko presenta :

Cover Album
Band Site
MySpace
Band: The Big Sleep
Album: Son Of The Tiger [ French Kiss - 2006 ] - BUY HERE
Traccia Trasmessa: Murder

Presenti sulla nuova copertina del Deli Magazine (guida, irrinunciabile, sull’attuale scena di NYC), considerati tra le più entusiasmanti “next big thing” della grande mela i The Big Sleep sono un trio di base a Brooklyn capace di farsi un nome nell’underground locale e non solo grazie a live trascinanti.
Il nome della band è recuperato da una detective-novel del 1949 di Raymond Chandler da cui è stato successivamente tratto un, ben più famoso, film-noir, con il grande Humprey Bogart, pellicola dalle nostre parti meglio conosciuta come “Il Grande Sonno”.
Dopo l’EP “You Today, Me Tomorrow”, è uscito pochi mesi fa, attraverso la label French Kiss, il primo album “Son Of The Tiger”, lavoro di granitico psych-rock capace di vantare tra le proprie fonte di ispirazione le più disparate influenze musicali, dai Led Zeppelin ai Cure, dai Funkadelic a Nick McCabe.
A tutto questo aggiungiamo una forte passione del trio per la storia, e in particolare per la “Seconda Guerra Mondiale” ed abbiamo il quadro completo in merito ad un disco osannato dalle riviste “creatrici di hype” (Pitchfork tra le altre) e da tutti coloro che hanno avuto la fortunata occasione di gustarsi i The Big Sleep in versione live.

Mp3:
Murder
(from the album “Son Of The Tiger”)

You Can’t Touch The Untouchable (from the album “Son Of The Tiger”)

Sleepykid Waltz (from the EP “You Today, Me Tomorrow”)

5 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 5 (5 votes, average: 3.8 out of 5)
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Nell’era in cui anche la morte e Lady Oscar, ormai prossima all’ospizio, tengono aggiornati i loro siti on-line, diventa automaticamente impossibile per voi evitare l’informazione lucente su questa band che procede contromano in galleria a fari spenti verso chiunque sia interessato a un paio di accordi messi in fila a dovere. Con un veloce colpo di spugna il vostro cervello cancella tutti i vari Rakes, Mando Diao, Maximo Park, Editors, Arctic Monkeys, Bravery, Bloc Party e Nada Surf per piazzare al centro del ring le ottantadue-ma-in-realtà-dodici tracce garage di “Stop the Tape! Stop the Tape!”. Si, perché qui i secondi scorrono e con loro scivolano via anche i normali paletti che delimitano e differenziano una traccia dall’altra. Così capita che ti ritrovi all’inizio della settima canzone (“Devil”) ma in realtà è la numero 43. Dettagli in definitiva… . Torniamo al centro della scena. David & the Citizens nel mezzo, con i The Killers morti ammazzati per terra ai loro piedi (…toh la cara legge del contrappasso…) e non importa se durano solo fino al giorno di Santo Stefano. Vorrà dire che mi ci spaccherò i timpani sotto le feste, dato che “Sad Song #2” mi sa molto di melodia allegra e distorta, perfetta per le prossime festività. Domanda a cui rispondere si: “Può essere il pop dinamico e romantico allo stesso tempo?” “_ _!(inserire risposta)” Questo disco proveniente dalla sempre più fertile Svezia ne è l’ennesima conferma. Molto revival. Impressioni che provengono da lontano ma anche da dietro l’angolo, leggasi Brit Pop dello scorso decennio. Il fuzz, il doposbornia col fiato corto e tutta quella musica inglese anni novanta, rimescolata a dovere. Portata un gradino più su. Un passo più avanti (o due indietro, dipende, ma tanto è lo stesso per le correnti musicali: tornano quando sembrano scomparse del tutto, ri-diventando la nuova avanguardia quando uno meno se lo aspetta…). Ecco i Supergrass che sfociano in qualcos’altro quindi. Ecco questa voce che a volte urla, raschia a dovere il pavimento e si spezza. Un timbro che si avvicina a quello di Pelle Almqvist, cantante degli Hives. Fortemente convincente. Saranno anche due notti di fila che faccio fatica a dormire come una persona normale ma sono abbastanza lucido per affermare con sicurezza che, a livello personale, “A Heart & a Hand & the Love for a Band” è con ogni probabilità la miglior canzone di apertura di un disco indie rock per questo 2006. Stupenda anche “To Keep You Safe from Harm & Trouble”, traccia numero (ehm…) cinquanta di un album prodotto in un modo perfetto, che smussa chirurgicamente tutti gli angoli di quelle canzoni che si trasformano e cambiano pelle in soli tre minuti. Quelle per capirci che passano dalla poesia al calcio in culo: dal pianoforte/chitarra-acustica alle distorsioni/Jack Daniels. Produzione affidata a un marchio di garanzia come quello della Bad Taste Records che propone artisti di notevole spessore (Denison Witmer anyone?). Questo disco suona un po’ come se gli Interpol si scrollassero dal groppone tutta la tristezza e le atmosfere cupe, lasciando intravedere una maggiore apertura verso sonorità meno claustrofobiche, più varie, e verso una gioia di vivere e di ubriacarsi al pub sconosciuta ai più. O potrebbe anche far pensare agli Spoon solo più dinamici e meno legati col filo spinato a un sound che sembra “dover esser così per forza, sennò qualcuno s’incazza”. Qualcosa di molto 1984 emerge sporadicamente e riporta il cervello a galleggiare sull’ondata di suoni analogici e tremendamente asciutti. Scambi veloci di chitarre che dialogano freneticamente da un canale all’altro, instaurando una discussione accesa. Non è solo questo. C’è anche spazio per qualche episodio “soft” che vorrei lasciar scoprire a voi. Non volete più sentir nominare la “parola chiave” New Wave? Ok, vi capisco perfettamente anche perché ho il vomito anch’io, però tenete a mente che questo è un disco rock che merita. A prescindere da tutte le catalogazioni e gli schemi dentro cui lo si potrebbe intrappolare.
Cover Album
Official Site
MySpace
Stop The Tape! Stop The Tape! [ Bad Taste - 2006 ] BUY HERE
Similar Artist: Spoon, Razorlight, The Sleepy Jackson
Rating:
1. A Heart & a Hand & The Love
For A Band

8. One Day, One Day,
One Day…
15. Out of My Hands
22. Oblivion
29. A 1000 Questions for
You
36. 48h
43. Devil
50. To Keep You Safe From Harm & Trouble
57. Are You in My Blood?
65. Sad Song #2
73. What If Nobody Would
Catch Us?
82. Stop The Tape! Stop
The Tape!
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Le Lunghe Bionde sono un quintetto di Sheffield formato da tre donne e due uomini, di cui uno, Dorian Cox, è l’autore di quasi tutti i testi del gruppo.
Di bionde e biondi tuttavia, nemmeno l’ombra.
Quello che invece c’è in tutti gli episodi che il gruppo ha licenziato dal 2003 – anno in cui si è formata la band – ad oggi è uno squisito indie pop di fattura contemporanea, prettamente britannico ed elegantemente intessuto su coordinate ( new ) new wave e art rock.
Questo adrenalinico debutto conferma sostanzialmente le sensazioni che ci eravamo fatti con i singoli che lo hanno preceduto: Franz Ferdinand old style a go-go, i Rakes più luminosi, l’attitudine declamatoria dei Pulp, Elastica, Raveonettes, Blondie, Le Tigre e una malcelata vena 60’s soul.
Se a questi ingredienti poi ci aggiungi un look così cool da far sembrare Johnny Borrel lo sfigato di turno, un’ iconografia che rende romantiche anche le atmosfere più fredde dei dipinti di Edward Hopper, il successo è quasi inevitabile.
Tutto molto chic, insomma, tutto perfettamente in linea con l’hype del momento.
Ma poi sarà veramente tutto così “ snob ” ?
Secondo me – ma non lo dite in giro – l’urgenza primaria delle Long Blondes è una sola: far ballare i loro fan. E se sul valore del resto ho qualche perplessità, su questo non nutro invece alcun dubbio.
Se non l’avete già fatto, provate a mettere su “ Separated By Motorways “, “ Giddy Stratospheres “ o l’ultimo singolo “ Once And Never Again “ e ve ne farete un’idea.
Se ancora – ma ne dubito – non siete del tutto convinti, perché in fin dei conti su tre pezzi due li avevate già divorati in passato, allora c’è un’altra soluzione: mettete da parte per qualche istante le waverie di cui sopra e puntate decisamente sulla traccia numero nove, “ Swallow Tattoo”, un concentrato di romanticherie adrenaliniche e sentimenti pop come non si sentiva dai tempi del debutto di Maximo Park, che si candida direttamente alla vittoria tra i primi cinque singoli dell’anno.
A questo punto se ancora l’effetto LB non ha fatto presa su di voi, ci potrebbero essere due spiegazioni: o siete in coma e non ve ne siete accorti, o odiate profondamente le derivazioni moderne del britpop come le scimmie artiche e i loro simili.
In entrambi i casi vi posso dare un ultimo consiglio: andate avanti fino all’ultima traccia, “ Weekend Without Makeup “. Se anche questi 4 minuti e 11 secondi di scariche wave per dancefloor non producono nessun risultato, allora lasciate perdere, c’è poco da fare. Io comunque c’ho provato, perché con me la cura LB antinoia ha fatto miracoli. Prima di ascoltare l’album, lo crediate o no, giacevo su un letto d’ospedale privo di coscienza.
L’ultima cosa che ricordo prima di risvegliarmi lì è che ero intento a bruciare con foga le pagine dell’ultimo NME con in copertina i Kooks e gli Arctic Monkeys…

P.S.: In questo scenario entusiasmante vanno però fatte un paio di critiche: la prima nota di demerito va alla produzione di Steve Mackey e Richard Flarck, colpevoli di aver “ ripulito “ eccessivamente il suono di alcuni pezzi da quelle imperfezioni che li rendevano più affascinanti; la seconda riguarda la scelta dei brani inseriti nell’album: come si fa a lasciare fuori “ Appropriation ( By Any Other Name ) “ che è uno dei pezzi migliori della band?

Cover Album
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Someone To Drive You Home [ Rough Trade - 2006 ] BUY HERE
Similar Artist: Franz Ferdinand, The Rakes, The Raveonettes, Pulp, Elastica
Rating:
1. Lust In The Movies
2. Once And Never Again
3. Only Lovers Left Alive
4. Giddy Stratopheres
5. In The Company Of Women
6. Heaven Help The New Girl
7. Separated By Motorways
8. You Could Have Both
9. Swallow Tattoo
10. Weekend Without Makeup
11. Madame Ray
12. Knife for the Girls

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