Ven 24 Nov 2006
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Nell’era in cui anche la morte e Lady Oscar, ormai prossima all’ospizio, tengono aggiornati i loro siti on-line, diventa automaticamente impossibile per voi evitare l’informazione lucente su questa band che procede contromano in galleria a fari spenti verso chiunque sia interessato a un paio di accordi messi in fila a dovere. Con un veloce colpo di spugna il vostro cervello cancella tutti i vari Rakes, Mando Diao, Maximo Park, Editors, Arctic Monkeys, Bravery, Bloc Party e Nada Surf per piazzare al centro del ring le ottantadue-ma-in-realtà-dodici tracce garage di “Stop the Tape! Stop the Tape!”. Si, perché qui i secondi scorrono e con loro scivolano via anche i normali paletti che delimitano e differenziano una traccia dall’altra. Così capita che ti ritrovi all’inizio della settima canzone (“Devil”) ma in realtà è la numero 43. Dettagli in definitiva… . Torniamo al centro della scena. David & the Citizens nel mezzo, con i The Killers morti ammazzati per terra ai loro piedi (…toh la cara legge del contrappasso…) e non importa se durano solo fino al giorno di Santo Stefano. Vorrà dire che mi ci spaccherò i timpani sotto le feste, dato che “Sad Song #2” mi sa molto di melodia allegra e distorta, perfetta per le prossime festività. Domanda a cui rispondere si: “Può essere il pop dinamico e romantico allo stesso tempo?” “_ _!(inserire risposta)” Questo disco proveniente dalla sempre più fertile Svezia ne è l’ennesima conferma. Molto revival. Impressioni che provengono da lontano ma anche da dietro l’angolo, leggasi Brit Pop dello scorso decennio. Il fuzz, il doposbornia col fiato corto e tutta quella musica inglese anni novanta, rimescolata a dovere. Portata un gradino più su. Un passo più avanti (o due indietro, dipende, ma tanto è lo stesso per le correnti musicali: tornano quando sembrano scomparse del tutto, ri-diventando la nuova avanguardia quando uno meno se lo aspetta…). Ecco i Supergrass che sfociano in qualcos’altro quindi. Ecco questa voce che a volte urla, raschia a dovere il pavimento e si spezza. Un timbro che si avvicina a quello di Pelle Almqvist, cantante degli Hives. Fortemente convincente. Saranno anche due notti di fila che faccio fatica a dormire come una persona normale ma sono abbastanza lucido per affermare con sicurezza che, a livello personale, “A Heart & a Hand & the Love for a Band” è con ogni probabilità la miglior canzone di apertura di un disco indie rock per questo 2006. Stupenda anche “To Keep You Safe from Harm & Trouble”, traccia numero (ehm…) cinquanta di un album prodotto in un modo perfetto, che smussa chirurgicamente tutti gli angoli di quelle canzoni che si trasformano e cambiano pelle in soli tre minuti. Quelle per capirci che passano dalla poesia al calcio in culo: dal pianoforte/chitarra-acustica alle distorsioni/Jack Daniels. Produzione affidata a un marchio di garanzia come quello della Bad Taste Records che propone artisti di notevole spessore (Denison Witmer anyone?). Questo disco suona un po’ come se gli Interpol si scrollassero dal groppone tutta la tristezza e le atmosfere cupe, lasciando intravedere una maggiore apertura verso sonorità meno claustrofobiche, più varie, e verso una gioia di vivere e di ubriacarsi al pub sconosciuta ai più. O potrebbe anche far pensare agli Spoon solo più dinamici e meno legati col filo spinato a un sound che sembra “dover esser così per forza, sennò qualcuno s’incazza”. Qualcosa di molto 1984 emerge sporadicamente e riporta il cervello a galleggiare sull’ondata di suoni analogici e tremendamente asciutti. Scambi veloci di chitarre che dialogano freneticamente da un canale all’altro, instaurando una discussione accesa. Non è solo questo. C’è anche spazio per qualche episodio “soft” che vorrei lasciar scoprire a voi. Non volete più sentir nominare la “parola chiave” New Wave? Ok, vi capisco perfettamente anche perché ho il vomito anch’io, però tenete a mente che questo è un disco rock che merita. A prescindere da tutte le catalogazioni e gli schemi dentro cui lo si potrebbe intrappolare.
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(5 votes, average: 3.8 out of 5)




Novembre 24th, 2006 at 10:40
si ma crepi l’avarizia, sti svedesi nella terra del peer2peer per eccellenza mi vanno a lesinare sulla banda passante del server?! Maledetti barboni!..è tempo di sellare il mulo!
Novembre 24th, 2006 at 11:03
io sul mulo li ho trovate caro just
Novembre 24th, 2006 at 15:13
E lo sapevo che questi erano fichi…me lo dovevo tenè il cd, me lo dovevo!!!!
Novembre 24th, 2006 at 15:20
me piacciono proprio, complimenti!!
Novembre 24th, 2006 at 15:36
Ragazzi, per chi sta ascoltando unj po’ di folk, consiglio gli hem, gruppo recensito da just su sullivan street. Bellissimo disco davvero.Per quanti riguarda i david and the c. spero stasera di ritornare da lavoro e trovarmelo bellamente sul mio hd. Corri mulo, corri!
Novembre 24th, 2006 at 16:03
Si infatti Helmut, i promo delle etichette che arrivano vanno ascoltati bene prima di darli in pasto agli altri conigli famelici…comunque sei indaffarato con la tesi dai, non avresti potuto neanche studiarlo bene misà sto dischetto…un grazie di cuore da me stesso medesimo in persona!
Novembre 24th, 2006 at 18:01
Macchè, Giov., stavo scherzando…tranquillo…
Tornando ai discorsi di ieri, questo gruppo rappresenta il classico caso di band che, se ben pompata, potrebbe fare sfracelli, però invece non se la fila nessuno…
Novembre 24th, 2006 at 18:23
mah guarda Helmut (dico come la penso io che ieri a parte il “Pamello drogato di faccine!” non mi sono espresso chiaramente in merito) troppe pippe mentali…è tutto più veloce, smettiamola di pensarci troppo sopra: ossia per certi versi a me non importa granché se sono sulla copertina di qualche rivista o meno o se qualcun altro si accorge di loro e ci scrive sopra due pagine intere. Hanno fatto un ottimo disco e mi basta… . L’industria discografica (che vende i dischi ancora a venti euro in italia)è in crisi quanto la stampa specializzata attualmente e questi qui, molto probabilmente, non “ci campano” nemmeno con la musica…magari fanno tutt’altro…come un po’ tutti quelli che stanno in mezzo a sti due mondi (e noi che scriviamo su gruppi di cui in italia si parlerà magari tra qualche mese su un trafiletto di carta stampata o addirittura non se ne parlerà per niente come nel 90% dei casi sulle riviste) siamo l’ennesimo esempio attualmente. Tutto dura solo mezz’ora oggi come oggi. Godiamoci sta mezz’ora senza pensare al successo (oddio sta cosa del successo comincia proprio a starmi sul cazzo…guarda se devo diventare come uno che sta maria de filippi o come simona ventura tanto vale chem e lo sparo subito un colpo in bocca), alle riviste che dedicano copertine e ai cazzo di presentatori rincoglioniti vestiti di dolce e gabbana. Ascoltiamo quello che piace a noi, leggiamo autori validi e spegniamo la televisione una volta per tutte.
Novembre 24th, 2006 at 18:30
sono contentissimo di non comperare più riviste di musica da due anni a questa parte. Non servono più. La televisione attualmente non serve più. Non informa più. O, se lo fa, lo fa in maniera distorta. I libri servono ancora. Conoscere nuove persone che sappiano parlare di musica e sappiano trovare qualche gruppo decente, questo si serve, ecco perchè mi piace il fatto che ogni tanto ci vediamo anche con gli altri e parliamo di quel gruppo o di quell’altro. Il resto lasciamolo a chi (e porca puttana quanti ne sono) guarda certa merda dal tubo catodico, pensa a registrare col videofonino minchiate, compera le riviste e crede a quello che dicono (lo fanno tutti, l’ho fatto anch’io per anni, l’importante è riuscire a capire che a un certo punto non si sta andando da nessuna parte…l’informazione te la crei tu meglio di chiunque altro.
Novembre 25th, 2006 at 10:40
giov: l’aver ripreso a consumare la mia razione giornaliera di pangoccioli (dopo una breve liason con le gocciole) mi rende impermeabile ad ogni uso improprio del mio nome…
ps beccati questa!