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Il film di Sofia Coppola appartiene alla categoria dei capolavori mancati. A quella categoria di film sui quali di solito i critici si astengono dal trarre giudizi definitivi, lasciando al pubblico l’ultima parola: sarà il tempo a decidere se farne un cult, oppure ad abbandonarlo all’oblio come un’ingombrante porcellana parcheggiata in soffitta. |
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Novembre 2006
Gio 23 Nov 2006
Mer 22 Nov 2006
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C’ era una volta Edward Droste. Edward da Chicago, all’ inizio della nostra storia, tutto pensava tranne, un giorno, di incidere un disco per la Warp. Ma le favole si sa hanno percorsi ingarbugliati e finali incredibili.
Ribattezzatosi ben presto con lo pseudonimo di “Grizzly Bear”, Edward registra una manciata di pezzi su cassetta a beneficio del proprio ristretto pubblico d’ amici. Il disco piace e il ragazzo viene messo sotto (contratto) dalla Kanine, è “Honor Of Plenty”, sostanzialmente di Indie Rock si tratta ma non impressiona. Edward cade nel dimenticatoio, associato frettolosamente, ad una nascente-morente pseudo scena dall’ estetica prettamente gay. Nel 2006 (si parla dei giorni nostri) i Grizzly Bear tornano con “Yellow House”, Edward non è più solo ma accompagnato da un gruppo di talentuosi musicisti, in grado di dar corpo alle su intuizioni Pop a dir poco trascendentali. “Yellow House” è lo specchio del suo creatore, una contraddizione vivente, un concentrato di brillanti deduzioni da secchione dell’ Indie Pop, che però non trovano mai la soddisfazione della perfetta centratura. Il disco sembra apparentemente seguire le orme degli High Llamas (grandissimo gruppo), riproponendo la formula catchy-pop dei suddetti ma con una variante personale, melodie segmentate e ansiosamente a singhiozzo. La classe comunque, va precisato, è quella dei già citati High Llamas. “Yellow House” è fatto di particolari, i segmenti melodici sono microcosmi allucinanti e allucinati, ma pur parlando di pop matrice Beach Boys non abbiamo mai la soddisfazione del pezzo orecchiabile memorabile. Un po’ come se Wilson & Co. tentassero di suonare jazz attorno al fuoco (ce li vedete?). Avete presente gli Animal Collective sinfonici senza corrente? Ce li avete davanti. Recensione dei Grizzly Bear precedentemente pubblicata su IndieRiviera |
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Mar 21 Nov 2006
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I treni espresso sono la maledizione del mio tempo. Un tempo che si dilata incessantemente secondo dopo secondo e si espande come un gas nocivo. La cosa che più mi incuriosisce dei treni a lunga percorrenza è la loro capacità di far puzzare tutti quelli che ci sono dentro allo stesso modo. Niente discriminazioni di sorta. Puzzano tutti: ricchi, poveracci, donne, bambini, vecchi e animali. Eccolo il vero livellamento sociale. Ti ritrovi seduto di fronte a un’affascinante ragazza di colore e immagini per un secondo come sarebbe la tua vita insieme a lei. Cambierebbe qualcosa? I profumi, tutte le altre sensazioni sarebbero le stesse o la tua percezione del mondo assumerebbe altre sfumature? Guardi fuori dal finestrino. Tiri fuori i dischi che hai dentro lo zaino. I binari a quest’ora devono essere davvero annoiati. T’immergi nella tua mezz’ora di consuetudine al mirtillo. Spuntano i ricci di Albert. L’album di Hammond jr è davvero un bel tuffo indietro carpiato nelle emozioni di qualche anno fa ma suona bene e poi piace anche a mia madre. Ricordo di essere arrivato a questo disco dopo la cocente delusione per gli ultimi due targati Strokes. Partiamo dal singolo, cioè la canzone che mi ha catturato all’inizio e che mi ha fatto battere il piede a ritmo. Back To The 101: c’è lo spunto di chitarra elettrica che inizialmente fa il verso a quella cazzo di Hilary Duff e al suo singolo distruggi neuroni è vero, però è anche vero che siamo sui livelli di buona musica pop. Musica che Casablancas e gli altri soci ultimamente avevano deciso di incartare come una buona caramella e vendere al supermercato senza considerare che la merce era scaduta da un po’. La batteria suona sempre a metronomo su frequenze altissime. Gli stop and go ci sono sempre e la chitarra sferraglia veloce alla fine del manico. E allora? Allora è l’anima che è leggermente più sincera. Sono le sonorità più ruspanti ed è il blues e i Beatles di Call An Ambulance ed è la voce rauca anzi è quel falsetto su “In Transit” prima che parta veloce il basso e quel filo molto tardo sixties di vita sulle strade di New York fino all’alba e… . Si, la batteria fila bene. La batteria è più presente e sembra venire in contro al tuo stomaco e non picchiettare solo velocissimamente sul charleston. Dal Rosey College in Svizzera a Is This It, l’album che ha riacceso più di una speranza in chi credeva a un certo tipo di sonorità. E adesso questo progetto che mischia spunti vintage a una produzione intelligente. Bravo Jr. Gilet attillati e suono agile. Questo disco è snello. Meno di quaranta minuti, un ritmo dinamico che cambia e una voce che si lascia fare ascoltare piacevolmente e a volte raschia quasi come quella di Kelly Jones. David Bowie nascosto dal pop garage di facile presa e da qualche coretto surf rock. Lou Reed dietro l’angolo e un disco che fa leva sulla chitarra elettrica come strumento portante. Una produzione imbottita di gente cool: Sean Lennon, Ben Kweller, Ryan Gentles (managaer degli Strokes), Jody Porter (Fountains Of Waine) eccetera. La mela non casca poi tanto lontano dall’albero. Qui è tutto molto Strokes, ma lo è in una maniera leggermente meno fighetta e più spensierata. Sembra un bel progetto senza troppe costrizioni. Uno di quelli tipo “oh io mi sono scassato alla grande sparisco per due settimane che c’ho da registrare i cazzi miei su un quattro piste (se vi viene in mente Frusciante è più che ok). Scelgo i musicisti che pare a me e vaffanculo alle bacchette nere di Moretti, alle modelle che Valensi si porta sottobraccio nei pub e alle cinture e ai Rolex di Casblancas”. Basta co sto stile da prima pagina per forza. Suoniamo cose già sentite ma facciamolo con criterio Cristo! Occcchèi basta così. Siete tornati nel vostro ufficio. Io manco a dirlo sono ancora qui sul treno a lunga percorrenza che cerco di impuzzonirmi al meglio la felpa. Voi forse di fronte al computer, immersi nella routine del cazzo che poi con altre modalità, in altri ambienti, con altra gente, è anche la mia. Ma lo sapevate che siete aggrappati ogni giorno al nulla più gelatinoso e trasparente? E io lo so? Antimateria sotto le unghie e melassa nei polmoni. Mah, vabbèh….almeno adesso sapete che se volete un dischetto allegro da “mettere su” senza pensare a qualcosa in particolare avete un nome preciso. Cospargete tutto con uno strato di pomata al cortisone e fate finta di niente. Tornate a vivere come prima. Continuate a fingere che va tutto bene.
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Lun 20 Nov 2006
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Gli eildentroeilfuorieilbox84 si esibiranno insieme ad altre 3 giovani band italiane all’interno della serata SPORCO IMPOSSIBILE che si terrà il 29 Novembre al Circolo degli Artisti di Roma. Giornate perse a fare zig-zag tra i canali. Giornate perse tra i videoclip di MTV, il Processo di Biscardi, una puntata di Loveline sulla penetrazione anale e mille e mille clips pubblicitari. Qui non c’è profondità, causa buchi rosa. Il telegiornale scandisce le mie ore: conigli rosa che uccidono con la sega elettrica, segreterie telefoniche stuprate da videofonini fantasma, padroni che mordono i cani. Arrestato, agghiacciato, assiderato. Guazzabuglio di stili ed influenze musicali: progressive, soprattutto; rock italiano e post; psichedelìa, garage, hip-hop, hardcore. |
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Dom 19 Nov 2006
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Di colpo apre gli occhi, non ricorda cosa stava sognando. Si guarda attorno confuso. Mette a fuoco le ombre ed i contorni si fanno definiti. E’ buio. E’ camera sua. Respira profondamente e si alza per andare a bere. Passando nel soggiorno scosta le tende e guarda fuori: oltre la veranda, nel giardino, l’erba tagliata da poco si è congelata e brilla alla luce della luna. E’ arrivato il freddo, finalmente. C’è un silenzio pacificante. Sbatte una porta. E’ il vicino che esce di casa, con fare furtivo si incammina per il viale sputando nuvole di vapore. Chissà dove va a quest’ora. Le foglie cadute galleggiano su pozzanghere scure. Mentre si dirige in cucina gli viene in mente una canzone ma non si ricorda le parole. Deve cercare di pensare a cose allegre. Sono le 6. Non vale la pena tornare a dormire. Mette su un caffè. Sorride notando che ha preparato la solita moka da due, poi gli viene un po’ da piangere. Com’è che faceva quella canzone? L’ultima volta che l’ha vista era sul bus che andava in città, leggeva una rivista di moda, lei non l’ha notato. Lui ha frenato. Ha girato la bici ed è tornato a casa.
Si è finito tutto il caffè, anche volendo ormai non riuscirebbe più a dormire. Un brivido gli corre dietro la schiena. Si alza e accende il riscaldamento, poi torna in camera e prende il maglione che gli ha regalato lei, l’anno scorso, per Natale. Se lo infila. Esce di casa contando i passi, è un gioco che faceva quando era piccolo. Dietro gli alberi il primo spicchio di sole è come se gli ferisse gli occhi. Ha già perso il conto. Sorride e si guarda intorno sperando che non ci sia nessuno. Se gli chiedessero come sta non saprebbe cosa rispondere. Poi gli torna in mente quella canzone. Ora si ricorda, è un pezzo dei Mountain Goats. E’ stato Sebastiano a parlargli per la prima volta di loro. Sebastiano passa intere giornate a fare ricerche su Internet e a scaricare tonnellate di mp3. E’ un gruppo abbastanza sconosciuto, un piccolo culto sotterraneo, gli aveva detto, ma se ti sono piaciuti i Neutral Milk Hotel quasi sicuramente ti piacerà anche questo disco. Inizialmente in verità non gli era sembrato un granchè ma poi continuando ad ascoltare, le canzoni gli si erano come incollate al cuore ed oltre alla voce tagliente ed alla chitarra acustica aveva cominciato a fare caso anche a tutti gli altri suoni che stavano sotto, come trattenuti: alle gocce di piano, agli archi, ai riflessi di batteria ed aveva pensato che erano come odori che si sprigionavano a poco a poco un po’ come quando bevi del buon vino con qualche tuo amico che si improvvisa grande intenditore e comincia ad ammorbarti con tutte quelle storie che il vino è come una creatura viva eccetera eccetera, tu bevi e pensi: prima o poi la smetterà. John Darnielle ha un po’ la faccia da sfigato ed i capelli come Jim Carrey in Scemo e più Scemo, ne aveva visto una foto sul sito del gruppo, ma bisogna riconoscere che sa scrivere canzoni veramente toccanti, intime e confortanti . Fa un cavolo di freddo. Chissà se Sebastiano si è scaricato anche l’ultimo dei Mountain Goats, è uscito da circa un mese, quando torno a casa gli mando una mail. Se non sbaglio è il decimo disco in poco più di dieci anni di carriera. E’ veramente strano che non ne avessi mai sentito parlare prima, ma forse è bello così: un piccolo segreto per pochi. Due cani passano rincorrendosi a velocità folle. Anche lui vorrebbe mettersi a correre, invece si stende su un’aiuola, mezzo morto. E’ arrivato il freddo, finalmente. |
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Sab 18 Nov 2006
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Micro schegge. Ambiente altamente contaminato. Mi sembra proprio che tra “Scene of the Park” e decisioni di seconda mano succedano cose piuttosto strane. Samples di attimi densi. Poi comincia a colare un succo d’arancia molto più dolce: “A Wrong Song” è tutto fuorché qualcosa di sbagliato. Molta bassa fedeltà e intimità acustica. Serve a riportarsi sui binari delle persone sane di mente. Quattro accordi. Una chitarra senza jack. Ma tanto poi cambia tutto di nuovo. Lo sospettavo. Si incasina tutto ancora una volta. Piccoli battiti d’elettronica e varie sensazioni minimali in loop. Arrivate a “Melotronic Avenue” che provate a instaurare un dialogo serio con la poltrona del salotto, ma farfugliate solo frasi piene fino all’orlo di bit. Alla fine sarà così. Sarete turbati ma contenti. Pianoforte e melodie british e/o aria fresca più sole cocente. Pop nello smalto luccicante esteriore. Tutt’altro all’interno. Atmosfere lunatiche e/o computer dai denti aguzzi e/o bava digitale che cola sul pavimento. Preparate lo straccio che dopo tocca a voi pulire.
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Ven 17 Nov 2006
IndieBar Radio Session - Puntata N° 7
Posted by axelmoloko under INDIE PODCAST , IndieBar[4] Comments
Settima edizione delle Radio session di Indiebar. Nella prima parte ci saranno news relative ai Luna, Graham Coxon e la sua installazione alla Tate Modern Gallery, gli Inspiral Carpet ed il ritorno dei White Stripes. Nella pagina curata Indie For Bunnies, ricca di informazioni e competenza, Axel ci parlerà degli Eagle*Seagull. Poi ci sarà un recensione di un concerto dei Lemonheads ed un brano dall’ultimo disco. Il secondo split del programma vi stupirà con un divertente quiz: riconoscerete i plagianti ascoltando i plagiati? Casi storici e conclamati di “ispirazioni”. Come costruire un successo con quel motivetto che ti resta in testa da quando sei ragazzino? Eccovene degli esempi, alcuni dei quali finiti direttamente in tribunale… Mp3: Link: Axelmoloko presenta : |
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Ven 17 Nov 2006
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“This record was made with one microphone, one acoustic guitar, a cheap keyboard, six pairs of hands, three sets of vocal chords, and one small egg shaker. All of the music produced by this small arsenal of sound was compiled, edited, and recorded in two rather poorly decorated London flats…”
Ci credono fermamente alla loro natura low-fi questi Princeton. Sicuramente per necessità ma anche forti del fatto che dopo tutto se hai delle buone idee puoi fare anche a meno di tecnologie all’avanguardia e non viceversa, i tre ragazzi americani realizzano tutto in casa, comprese le copertine utilizzate per le versioni promo di questo “A Case Of The Emperor’s Clothes” (quello che mi viene consegnato è un cd con art-work rigorosamente fatto a mano…stupendo !!!). I Princeton sono due gemelli di Los Angeles, area Santa Monica, alla ricerca di un po’ di visibilità . E in un’ epoca in cui con pochi click si fa presto a sapere tutto di tutti, i 15 secondi di notorietà (ebbene si i tempi cambiano e i minuti diventano secondi…) non si negano più a nessuno. Quello che propongono i fratelli Kivel (coadiuvati dall’inseparabile amico Ben Usen) è delizioso indie-folk ad alto tasso melodico. Le strimpellate di acustica corrono lisci, handclaps, tamburi e pianole rimediate su chissà quale bancarella da rigattiere, fanno le loro apprezzate apparizioni, l’atmosfera da falò sulla spiaggia con tanto di coretti annessi è presto ricreata. Tra le sette tracce di questo lavoro, da considerarsi a tutti gli effetti un’ EP di presentazione, non manchiamo di notare anche una sottile e mai disprezzata vena malinconica (“Two Hands”). Non si fa fatica quindi a credere che da queste parti conviva tanto un’ anima pop cresciuta a pane e Kinks che una sensibilità acustica capace di ammirare Nick Drake quanto di consumare con ripetuti ascolti recenti sorprese indie come Page France. Si sa, di questi tempi, solo con le buone idee si va poco lontano, ora il passo successivo è mantenere le intenzioni e la sincerità di questo esordio autoprodotto (e per ora distribuito ai soli concerti) ed affidarsi a qualche piccola ma navigata etichetta indie. Affiancati da un buon produttore e un’ attrezzatura che di certo non puoi permetterti in a “poorly decorated London flat” il futuro dei Princeton può riservarci piacevoli sorprese. |
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Gio 16 Nov 2006
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Una foto che immortala un momento. Uno scatto che ferma il tempo. Toulouse, Montreal. Le cose che furono ci appaiono oggi sfuocate ed indistinte. La nostra mente ha cambiato gli eventi – il nostro passato – solo per salvarci, solo per farci dimenticare. Momenti che vengono rielaborati: i saldi di fine anno, la lista della spesa, il vassoio di alluminio del take-away cinese, il cucchiaio sporco di caffè, la scatola vuota dei cereali (ed il gioco che c’era dietro), la tovaglia a quadretti macchiata di sugo.
Click. L’immobilità del nostro essere. La staticità che si muove. Olivier Alary, Ensemble. Siamo fermi eppure moriamo. Un banale pomeriggio. Il suono domestico della chitarra acustica sui tappeti sonori della nostra eterna illusione: il tempo è ancora più immobile di quello che pensavamo. Siamo condannati ad una semi-eternità. Ma anche una goccia che cade da un rubinetto può essere un segnale di risveglio; forse il preludio di un temporale estivo (“Summerstorm”) che risvegli, nella nostra mente, i ricordi, sotto forma di atmosfere jazz, un sassofono solitario nella notte, poi di nuovo la confusione rock del vivere. Click. Scivoliamo nell’apatia. Il nostro blu si tinge di grigio insieme a Lou Barlow. Anneghiamo in un mare di occasioni perdute, mancate. Non siamo riusciti a capirla; non siamo riusciti a spiegarci; ad essere capiti. Due menti diverse che ragionavano insieme senza mai incontrarsi (“One Kind Two Minds”). Agli accenni di romanticismo acustico abbiamo risposto con le nostre spigolosità elettroniche. Click. Rimane soltanto la notte. Se siamo fortunati, i suoi silenzi: il suono del vento è la miglior musica d’atmosfera per questi momenti (“Unrest”). Ma ancora siamo senza pace. Non riusciamo a dormire ed usciamo per strada, camminiamo per ore ed ore, poi torniamo a casa e continuiamo a camminare nella nostra stanza, i passi che risuonano nella nostra mente. Click. La copertina di un disco, che prendiamo e mettiamo nello stereo. Ancora chitarra acustica, archi, ancora ricordi. La voce è quella di Cat Power; ma potrebbe essere quella che non sentiamo da tanto tempo, di cui vorremmo cancellare, non possedere più il ricordo (“Disown, delete). Click, click, click. Tutto quello che ci siamo lasciati indietro. Il suono di un pianoforte in lontananza (“All We Leave Behind”), si confonde con i rumori della città di notte. Alla fine, rimane soltanto il silenzio. |
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Mer 15 Nov 2006
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| Discography: AMYCANBE [EP] (autoprodotto - 2006) |
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Indie-folk malinconico e raffinato, una voce che cattura fin dalle prime note, soluzioni musicali semplici e al tempo stesso tremendamente efficaci (provare per credere la tromba di “Yellow Suit” e “Matthew & Mark”) se c’è qualcuno di voi che ancora non conosce gli Amycanbe è assolutamente categorico rimediare. Di seguito Indie For Bunnies si fa una chiacchierata con Marco Trinchillo, chitarrista del quartetto ravennate, cercando di avvicinarsi ad una delle realtà musicali più interessanti dell’attuale scena indie italiana. Per vederli dal vivo, invece, basterà attendere poche settimane, il 29 Novembre gli Amycanbe si esibiranno a Roma, al Circolo degli Artisti, all’interno della Sporco Impossibile Live Nite.
Ascoltando la musica degli Amycanbe uno degli elementi che inevitabilmente rimane più impresso è la voce di Francesca. Trovo impossibile non innamorarsene. Qual è il vostro rapporto con uno strumento come la tromba ? Ho letto che presto sarete in studio con Marco Thaler, produttore tra gli altri di band quali Notwist, Lali Puna e Ms John Soda. Come è nata questa collaborazione, avete già contatti con qualche etichetta per il debutto sulla lunga distanza ? Anche se fino ad ora non è presente nessun tipo di intromissione elettronica, la vostra musica sembra prestarsi bene all’aggiunta di elementi digitali (mi vengono in mente soluzioni adottate da gruppi quali Lali Puna o Masha Qrella). Vi interessa un evoluzione di questo tipo o la natura musicale degli Amycanbe è e sarà legata all’utilizzo di soli strumentali tradizionali ? Personalmente non mi stupirei di vedere presto gli Amycanbe apprezzati in paesi notoriamente attenti alle evoluzioni di musica indie come Francia, Germania, Olanda, Belgio. Avete già ottenuto attenzioni dall’ estero ? Prevedete una futura distribuzione e promozione europea ? Girovagando su internet, ho trovato molte ed entusiaste opinioni sul vostro conto. In particolare mi ha colpito questa frase riguardo la vostra musica letta sul blog Polaroid: “Mi ricordo di quando ci si innamorava. Le parole e la musica nascevano insieme, era l’anticipo di un’intuizione, come giocare a far tremare l’aria prima di sfiorarsi. Se ancora non l’ho dimenticato insieme a tutto il resto è soltanto perché ci sono canzoni che ogni tanto fanno sentire di nuovo così, e ti lasciano appeso al tuo bicchiere appoggiato al petto e l’altra mano in tasca, davanti alle luci, davanti agli amplificatori, davanti a quattro ragazzi che suonano, tu, lì, al mondo….” “Domenica mattina, a letto in dolce compagnia sotto un enorme piumone, quando fuori, nonostante il sole, le temperature si aggirano sotto lo zero. Ovviamente la neve ricopre tutto il paesaggio.” Difficilmente ho trovato su internet foto che ritraggono il gruppo. Penso alle tipiche immagini utilizzate soprattutto per promozione. Viceversa ho notato che mettete a disposizione molti disegni. Presterete una canzone alla compilation benefica “50 minutes”. Parliamo della serata Sporco Impossibile. Come siete entrati in contatto con i ragazzi di questo progetto ? Impressioni, aspettative per questa prima data romana. Chiudiamo con una curiosità. E’ vero che il vostro merchandising ai concerti prevede tra gli altri anche la vendita di slip griffati Amycanbe ? |
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Link: Mp3: |



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