Dicembre 2006


Indie Top Ten, decima posizione

#10 - Arctic Monkeys - Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not ( Domino )

Anche se all’ultimo posto disponibile, nella mia top ten del 2006 le scimmie artiche ci dovevano essere. Pompatissimi dalla stampa britannica, giovanissimi, grezzi, genuinamente pop. I 13 pezzi dell’album sono 13 potenziali singoli buoni per le radio, per il dancefloor, per i nostalgici dell’epoca brit-pop, per le ragazzine e per chi adolescente non è più.
Aiutati dall’essere nel posto giusto al momento giusto, gli Arctic Monkeys sono stati sicuramente baciati dalla fortuna, ma il disco è buono, fresco e godibile.

Mp3:
I Bet You Look Good On The Dance Floor (thanks to “Indiestatic” Blog)

Indie Top Ten, nona posizione

#9 - The Radio Dept. - Pet Grief ( Labrador )

Me lo aspettavo diverso il secondo lavoro degli svedesi Radio Dept. Immaginavo continuassero a percorrere i territori shoegazing del magnifico “Lesser Matters”, invece Pet Grief irradia ben altri colori: Royksopp, Kings Of Convenience, New Order e, perfino, Pet Shop Boys.
Il cambiamento di rotta non muta l’anima del gruppo, sempre legata ad un’espressione dei sentimenti più contrastanti: amore, odio, passione, fragile malinconia e accesa felicità.
Messe da parte le celestialità chitarristiche di Keen On Boys, di quest’album ricorderò soprattutto la tenue Sleeping In e il meraviglioso singolo The Worst Taste Music.
Il futuro è a Nord…

Mp3:
The Worst Taste In Music
A Window

“PET GRIEF” review on INDIE FOR BUNNIES

Indie Top Ten, ottava posizione

#8 - Mystery Jets - Making Dens ( WEA )

Definiti dal cantante dei Kooks uno dei gruppi che “spazzeranno via i resti del Britpop”, questa giovane e poco promozionata band inglese mette a segno quello che a mio avviso è l’album pop più convincente dell’anno.
Con l’originalità propria di bands come Gorky’s Zygotic Mynci e Super Furry Animals, in Making Dens i nostri miscelano sapientemente schegge pop Razorlight\Supergrass\Hefner (You Can’t Fool Me Dennis, Purple Prose), esplosioni di colori e hammond (The Boy Who Ran Away), atmosfere 70’s (Horse Drawn Cart) e ballate decembristiche (Little Bag Of Hair).
Un debutto da applausi.

MYSTERY JETS on INDIE FOR BUNNIES

Indie Top Ten, settima posizione

#7 - Paul Weller - Catch-Flame ! ( V2 Music)

Impossibile per il sottoscritto non inserire nei migliori dieci album del 2006 questo SUPERBO doppio cd live del Modfather N. 1 registrato all’ Alexandra Palace.
Passano gli anni, le mode, i gruppi, ma Paul è sempre il grande Paul. Visto dal vivo per il tour promozionale dell’album, la sua classe e la sua energia fanno paura: è imbarazzante vederlo suonare con la carica di un kid alle prime armi, è commovente percepire come si possa amare la musica e restare profondamente umile nonostante quello che si è conquistati nella propria carriera.
Il live contiene tutti i suoi cavalli di battaglia, da A Town Called Malice a Shout To The Top, passando per Porcelain Gods, Savages e In The Crowd.
Un acquisto essenziale per tutti i fan, e non solo.

Indie Top Ten, sesta posizione

#6 - Non Voglio Che Clara - S/T ( Aiuola )

Li abbiamo recensiti, li abbiamo intervistati, li abbiamo incontrati ai loro concerti: per IFB i NVCC sono una delle più belle realtà italiane degli ultimi anni.
Cantautorato di qualità, pop orchestrale alla Bacharach, immaginario cinematografico, storie ordinarie, amori finiti, sognati, sperati, paure inconfessate: questo il mondo dipinto con arguta sensibilità da Fabio De Min e soci, per un album che seduce infinitamente fin dal primo ascolto.
I fallimenti intimi de L’Oriundo e gli amori impossibili della hitchcockiana Cary Grant resteranno a lungo scolpite nella mia playlist italiana di tutti i tempi…

Mp3:
Un Nome Da Signora
Cary Grant

“NON VOGLIO CHE CLARA” review on INDIE FOR BUNNIES

“NON VOGLIO CHE CLARA” interview on INDIE FOR BUNNIES

Indie Top Ten, quinta posizione

#5 - Henri Salvador - Révérence ( V2 Music )

Inatteso è bellissimo il ritorno sulle scene di questo bizzarro e poliedrico 89enne nativo della Guyana francese. Henri Salvador – crooner e compositore soprattutto, ma anche attore, presentatore, comico, primo interprete di un pezzo rock in lingua francese, scopritore di Keren Ann e inventore, secondo Tom Jobim, della bossa nova ( ! ), è da più di mezzo secolo ormai una sorta di mito inarrivabile sia in patria che all’estero.
La sua musica, specie negli ultimi anni, è una garbata miscela dei profumi di Ipanema e del fascino notturno della Rive Gauche, di fumose ed intime atmosfere jazzy e di divertiti e vivaci swing orchestrali.
A differenza del penultimo – e francamente appena sufficiente – “Ma Chére A Tendré” questo Révérence è qualitativamente assai più vicino al meraviglioso “Chambre Avec Vue”, in cui il buon Henri dettava con Francoise Hardy e Toots Thielemans. Nel suo ultimo lavoro, registrato tra New York, Rio De Janeiro e Parigi, gli ospiti – e scusate se è poco! – sono Caetano Veloso e Gilberto Gil.
Non foss’altro per la riproposizione di Dans Mon Ile pezzo che, come si diceva sopra, avrebbe ispirato ad Antonio Carlos Jobim l’invenzione della bossa, Révérence merita di diritto ( almeno ) il quinto posto nella mia classifica annuale. Perché è un album di delicata e rarefatta bellezza, un altro incantevole episodio nella carriera di questo estroso e multiforme artista.

Mp3:
Dans Mon Ile

Indie Top Ten, quarta posizione

#4 - The Flaming Lips - At The War With The Mystics ( Warner Bros. )

Il 2006 ci regala il ritorno, a quattro anni da “Yoshimi… “, di una band seminale come i Flaming Lips di Wayne Coyne. Rispetto all’albo precedente – che confesso non mi era piaciuto per niente –, At The War With The Mystics riporta il livello musicale sui livelli a cui ci avevano abituato i Lips.
Soffusamente psichedelico (My Cosmic Autumn Ribellion), popedilicamente obliquo (Yeah Yeah Yeahs Song), radicalmente seventies rock (Pompei Am Gottamerdun), il nuovo dei Flaming Lips non è stato uno degli album che ho ascoltato di più, ma viceversa lo ricorderò come uno di quelli che ho amato più profondamente.

Mp3:
Free Radicals (thanks to “Pop Tarts Suck Toasted” Blog)

Indie Top Ten, terza posizione

#3 - Televise - Song To Sing In A & B ( Club AC30 )

Formando i Televise, Simon Scott ( ex Slowdive ) ci regala uno dei migliori album dell’anno. Song To Sing In A & B è un lungo viaggio in 9 parti denso di carezze 4AD e riverberi Creation Records, di echi Telescopes e sognanti vapori Slowdive, luminosamente armonizzati dal “pygmalione” Simon Scott. Il sogno inizia ad avvolgerti alla terza traccia, If I Told You, trasportandoti in un universo di sentimenti che credevi di avere smarrito nei momenti più cupi ed intensi della tua vita, prosegue con il singolo I Don’t Know Why, denso di strabordante energia pop e si dilata nei vortici spaziali di Smile e nelle rifrazioni Catherine Wheel della successiva Underwater, che colorano la notte di lucenti bagliori.
Stupendo.

Mp3:
If I Told You
Smile

“SONG TO SING IN A & B” review on INDIE FOR BUNNIES

Indie Top Ten, seconda posizione

#2 - Radio Birdman - Zeno Beach ( Crying Sun Records )

Sono bastati appena due studio album in quasi trent’anni ( l’esordio “Radios Appear ” è del 1977 ) per fare dei Radio Birdman una band di culto.
Seminali iniziatori con i Saints della scena garage punk australiana, artefici di un’esplosiva miscela di Stooges, MC5, 13th Floor Elevators, sonorità surf e, non di rado, dilatazioni psichedeliche doorsiane, i Birdman ( formatisi nel 1974 ) del cantante Rob Younger e del chitarrista Deniz Tek tornano nel 2006 con un nuovo strepitoso album.
Zeno Beach conferma il perenne stato di grazie di un gruppo che suona selvaggio, devastante e adrenalinico come ai tempi di Anglo Girl Desire e Murder City Nights.
Inarrivabili.

Mp3:
You Just Make It Worse

“ZENO BEACH” review on INDIE FOR BUNNIES

Indie Top Ten, prima posizione

#1 - Brightblack Morning Light - S/T ( Matador )

Il disco che quest’anno mi ha affascinato di più è quello degli statunitensi Brightblack Morning Light. Dilatato, notturno, lynchiano, rurale, mai claustrofobico, elegante: un peyote psichedelico di cui da tempo sentivamo la necessità.
Semplicemente straordinario.

Mp3:
Everybody Daylight

“BRIGHTBLACK MORNING LIGHT” review on INDIE FOR BUNNIES

2 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 5 (2 votes, average: 4 out of 5)
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Le parole colano come lacrime di sangue sul filo spinato dell’esistenza. Come se potessero spzzare le catene, si insinuano lungo il sentiero della vita, ubriache di libertà. Le parole dei Grimoon (formazione italo-francese nata nel 2003), filtrate attraverso le vicende del sig. Lillo (protagonista del cortometraggio nel DVD allegato al disco), annullano progressivamente la realtà; passano - per mezzo di specchi e travestimenti - dal reale all’irreale; proprio come il sig. Lillo, che si lascia alle spalle il mondo conosciuto e diventa protagonista di questa irrealtà.
La Lanterne Magique nasce così, dall’incontro tra musica ed immagine, francese ed italiano, strumenti ed umori; dagli intrecci tra realtà e finzione, cullandosi nei suoni e nel mood della melodia. I testi, scritti e cantati da Solenn Le Marchand, sono l’espressione più intima di sensazioni ed immagini catturate tra la Francia e l’Italia; narrate attraverso una registrazione in presa diretta, che lascia spazio all’improvvisazione ed ai cambi di umore. Si parte dal folk - inteso nell’accezione meno americana e più mediterranea del termine - per approdare - guidati da fisarmoniche, flauti, violini, organi e mandolini - a vari generi e sensazioni.
Alla fine - comunque - sia che si considerino i richiami alla scuola francese di Yann Tiersen (”Cinéma”), dei Noir Désir e persino degli Air (”La Lanterne Magique”); sia che ci si abbandoni alle atmosfere rurali di “Moka” o al tango di “Mr Carré”; sia che si ammirino le tentazioni sperimentali di “Liberté” e “Les Films d’Horreur”; si ritorna sempre alle parole: che sussurrano nelle grondaie; che si impadroniscono dei marciapiedi e si scontrano coi nostri pensieri.
Cover Album
Band Site
MySpace
La Lanterne Magique [ Macaco - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Yann Tiersen, Noir Désir, Louise Attaque
Rating:
1. Prisonniers
2. Mr Carré
3. Moka
4. Frontière
5. Liberté
6. Le Clown
7. La Lanterne Magique
8. I’m Looking For Paris
9. Lucie
10. Cinéma
11. Les Films D’Horreur
12. Luxure Et Passion
13. Même Les Mains Vieillissent
8 Votes | Average: 4.5 out of 58 Votes | Average: 4.5 out of 58 Votes | Average: 4.5 out of 58 Votes | Average: 4.5 out of 58 Votes | Average: 4.5 out of 5 (8 votes, average: 4.5 out of 5)
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Riconosco che non è giusto continuare a sfamare gli zombie che escono dal pavimento…questa storia va avanti anche da troppo. Penso che adesso sarebbe opportuno chiamare al telefono il tizio dei Gogol Bordello, per comunicargli che finalmente ce l’ho quasi fatta ad avere un paio di baffi che romperebbero il culo ai suoi, in ogni momento. Hey Eugene!…i baffi…quando vogliono. Scelgano loro posto e ora. Gli zombie, spuntano da sotto la terra. Com’è il tempo sottoterra ragazzi? C’è il sole?!? The Weather Underground era un’organizzazione radicale militante di comunisti, che sul finire degli anni sessanta/inizio settanta nacque dalle periferie di Chicago e si schierò apertamente contro la guerra in Vietnam. The Weather Underground è anche una citazione presa da un verso di Bob Dylan (“You don’t need a weather man to know which way the wind blows”). The Weather Underground è a tutti gli effetti un bel gruppetto “MySpace” spuntato dal nulla che mi ha incuriosito sin da subito quando, “rovistando” tra gli amici di quello e i parenti di quell’altro che hanno un vicino in comune con quello che abita nella stessa via del tizio che gira sempre senza giacca dalle parti della zona dei pub dove vedo spesso anche il fratello del tuo vicino di casa, ho ascoltato “Illumination”. Canzone che dà i titolo a questo e.p. fatto da cinque tracce piacevoli: rock abrasivo ed elegante. Romantico e senza troppe cronometrazioni sui tempi, sulle battute, sui vestiti. Niente che non sia già stato suonato miliardi di volte, soprattutto, nel corso di questi anni dove “riciclare” è diventato ormai una certezza da cui pare non si possa più fuggire, più che una possibilità tra tante, una facile alternativa al “pensare e sperimentare da soli”. Tutto è una merda ragazzi…scegliamoci quella che puzza di meno. Ecco qua…dopo la predica con tanto di incenso violetto che fuoriesce dalle narici, addentriamoci nella musica. Questo e.p. contiene belle melodie che per qualche istante fanno tornare alla mente qualcosa già presente sul secondo disco dei Libertines, tutti quegli assoli “smangiucchiati” che sembrano lasciati a metà per poi riprendersi in coda e dar sostegno a una voce imperfetta, logorata da troppo alcol. Il timbro vocale di Harley è simile per certi versi a quello più raschiante di Eddie Vedder anche se la distanza da colmare in quanto a resa immediata è ancora tanta. Disco simile per certi versi anche all’ultimo di Hammond JR, disco che scivola via in onestà. I Weather Underground stanno preparando del materiale per una release ufficiale nel 2007…forse è arrivato il momento di annotare il loro nome perché tra un po’ qualcuno potrà iniziare a vantarsi di aver scoperto un bel gruppo, mentre voi sapevate tutto, già da parecchio tempo.
Cover Album
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Illimunation (EP) [ autoprodotto - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Counting Crows, David & The Citizens, Ambulance LTD
Rating:
1. Illumination
2. Moments in Time And Space
3. Stuck Between Your Eyelids
4. Leap Into The Void (2005)
5. Talking to the Preacher (2005)
7 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 5 (7 votes, average: 4.43 out of 5)
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Mattina pigra e indolente, il grigio piega il cielo e sfuma nell’acqua. La fortuna di potersi affacciare e osservare un poco di mare, anche se lontano. Una stanza abbastanza grande da farci stare un bel po’ di cose, e un disco che ti accompagna e riempie gli spazi vuoti delle tue pareti mentali. E’ vero, queste canzoni sono come delle grandi stanze, piene di spazio ma comunque finite, ampie e piene di aria fresca. Musicalmente vi confluiscono un bel po’ di influenze , soprattutto una certa attitudine britpop psichedelica, di quelle che riempiono i brani di curve improvvise e virate melodiche spezzate da escursioni strumentali e algide soluzioni armoniche. Quello che viene fuori sono delle composizioni molto compatte eppure sfuggenti e di assoluto fascino, in cui le chitarre sono spesso in primo piano e vengono spezzate da incursioni pianistiche e da tastiere sintetiche. I testi svolgono appieno il compito di introspezione senza perdersi in inutili lirismi fini a se stessi tipici di chi vuole stupire con il cantato in italiano a tutti i costi. Ci sono momenti in cui mi sono perso nella bellezza di certe canzoni, come nella seconda parte di “Parole per chi sei”, in cui tutti i suoni svaniscono e resta un pianoforte, una batteria timida ed una voce languida che poi riprende la corsa e cresce. E quello stesso pianoforte apre la successiva “Aria e nuvole” , suggestiva ballata da viaggio notturno che ricorda nella struttura certe cose dei gruppi dream pop come i My Morning Jacket.
Personalmente credo proprio in brani come questo i Suite riescano a tirare fuori il meglio dalla propria musica, che comunque resta sicuramente sempre una spanna sopra quella proposta da tanti gruppi italiani ben più conosciuti. Una maturità già acquisita che di sicuro ha ancora tanto da offrire nell’immediato futuro. Nonostante i brani non siano propriamente di struttura classica danno l’impressione che dal vivo possano risplendere di una luce ancora nuova e sorprendente. Quindi segnatevi questo nome e se dovessero capitare dalle vostre parti, siete stati avvisati, non dite che nessuno ve l’aveva detto. Giornata pigra e indolente torno da te, ho la musica adatta adesso.
Cover Album
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MySpace
Prima Del Vero [ Yugen Music - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Beatles, Elle, Perturbazione
Rating:
1 ?
2 Di Pioggia Mi Perdo
3 E Il Centro?
4 Anna (Divano E Tivvù)
5 Quadri Bianchi
6 Il Semplice Suono Che Ha
7 Parole Per Chi Sei
8 Aria E Nuvole
9 La Stanza
10 Giucandido
11 !
5 Votes | Average: 3.2 out of 55 Votes | Average: 3.2 out of 55 Votes | Average: 3.2 out of 55 Votes | Average: 3.2 out of 55 Votes | Average: 3.2 out of 5 (5 votes, average: 3.2 out of 5)
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Potrebbe sembrare che ad ottantadue anni Alain Resnais abbia finalmente deciso di realizzare una storia lineare. Un forte copione teatrale è infatti il soggetto del suo nuovo film, premiato per la regia al Festival di Venezia. In realtà, la sua ultima opera gira in circolo come il bancone del bar di Lionel: un circolo in cui tutto alla fine, non torna.
L’impressione più evidente che si ha, guardando questo meraviglioso film, è quella di una presa di coscienza ineluttabile: la solitudine come situazione necessaria. Il gesto finale, l’abbraccio consolatorio tra Gaelle e l’attempato fratello Thierry, sembra l’unico tipo di conforto, non catartico, meno che mai risolutivo, che la vita può riservare.
Cuori è un film straordinario, tutto girato in interni, che rifiuta qualsiasi tipo di crescendo drammatico e fa trasparire la verità proprio nel momento in cui, come ogni film d’autore, manifesta in modo più o meno velato il suo status di opera, di costruzione semantica, di lavoro sulla messa in scena. Solo in questo modo possono essere lette le riprese dall’alto (un alto senza soffitto) dell’appartamento in cui si aggirano Thierry e Nicole, o la neve che improvvisamente scende nell’appartamento di Lionel, mentre egli dialoga con Charlotte: licenze poetiche, virtuosismi, dichiarazioni di poetica e di presenza che non indeboliscono, ma anzi rafforzano, il rapporto tra lo spettatore e il film. E’ da sempre il paradosso del cinema europeo: capace di penetrare più a fondo proprio nel momento in cui si rivela come prodotto autoriale.
Ma non è tutto: Alain Resnais, il regista dei continui ritorni, dei relais temporali, del passato che incombe sul presente, ad una prima visione potrebbe dare l’idea di essere retrocesso ad un cinema più semplice, più diretto, meno innovativo. Sarebbe una percezione sbagliata, perché se da una parte è vero che mancano i vorticosi salti temporali di Hiroshima mon amour o de L’anno scorso a Marienbad, da un’altra è vero che l’operazione è ancora più difficile, e la sfida più ambiziosa. Il passato pesa sui protagonisti in modo più sottile, parte forse dai dettagli e dagli oggetti, come il quadro in casa di Thierry o la foto in quella di Lionel, o ancora le videocassette di Charlotte. Incombe eppure non si svela, come non si svela la città: Parigi non si vede che all’inizio, sepolta nella nebbia e nella neve, e poi si dilegua restando sempre fuori campo. Un’assenza che è comunque una presenza, una sensazione che getta una patina opaca sul viso dei protagonisti, intenti a cercare un rimedio alla constatazione che dopo aver vissuto, come spiega Nicole, gli si è rimpicciolito il cuore.
Sarà forse proprio per la neve, motivo ricorrente del film: forse un espediente un po’ didascalico (l’inverno dei cuori?) eppure anche un elemento che fa da referente costante allo spazio urbano. Si può sorvolare su certe soluzioni troppo facili, come il ricorso agli spazi costantemente separati che accentuano la divisione di personaggi che fanno addirittura fatica a toccarsi, presi come sono a identificare le loro ferite. Si potrebbe notare anche un debito eccessivo verso l’origine teatrale del soggetto.
La macchina da presa è però tanto elegante, sinuosa nel seguire i personaggi rifiutando l’eccessività del gesto, della recitazione, delle situazioni: nel finale, a Resnais basta allontanarla un po’ dai personaggi, isolarli nei loro ambienti quotidiani, silenziosi e deserti, per rendere l’idea del suo film molto meglio che inutili dialoghi.
Locandina
“Cuori” su IMDb
Con Sabine Azema, Lambert Wilson, Andrè Dussolier, Pierre Arditi, Isabelle Carrè, Laura Morante
Sceneggiatura di Alan Ayckbourn e Jean-Michel Ribes
Fotografia di Eric Gautier
Montaggio di Hervè de Luze
Scenografia di Jean-Michel Ducourty
Prodotto Valerio de Paolis, Bruno Pesery, Julie Salvador
Distribuito da BIM
3 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 5 (3 votes, average: 3.67 out of 5)
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Tanto lo so che Gesù Cristo un giorno ci punirà tutti per le sonorità attillate, per i riff di chitarra veloci veloci e l’atmosfera pop-punk con le pareti scartavetrate “Avete esagerato! L’avete tirata troppo per le lunghe co ’sta roba!!!”; verrà castigato alla pari anche chi non ha mai creduto in quei segni di riconoscimento, chi si è sempre dichiarato fortemente contrario a questo revival mascherato da corrente originale e sovversiva. Nel frattempo cerchiamo di goderci tutto nel miglior modo possibile e aspettiamo consapevoli e mansueti come le vacche indù l’ira che si abbatterà su di noi. Qui è tutto molto asciutto, diretto e a volte filtrato da qualcos’altro come se la band fosse sotto casa e stesse cantando le canzoni al citofono. Gli Ashley sono un gruppo proveniente da Toronto. A galleggiare nelle loro vene, oltre alla foglia d’acero secondo una veloce stima personale, dovrebbe essere anche del buon Chianti, considerando che il cantante si chiama Gasper Barone, il chitarrista Pat Alessi, il bassista David Viva e il batterista Angelo Virginillo. La musica del gruppo è chiusa tutta dentro un sound newyorkese da locale stracolmo di gente e fumo di sigaretta. Parte “Fuel To The Fire” e avete già capito tutto. Ottima produzione che maschera il pop rock sotto le mentite spoglie di un finto demo garage. Ok, noi siamo abituati a certe cose e andiamo avanti e invece di far troppo i criticoni stiamo lì e battiamo il piedino a ritmo. Quando parte la traccia numero undici, “Reprise” della title track, ecco un piccolo sussulto, perché quello che si sente all’inizio e che intervalla le battute della chitarra acustica è proprio un rutto megagalattico che neanche Sachiel potrebbe (chissà? Sfida lanciata?…). Era dai tempi del disco “Get A Grip” degli Aerosmith che non sentivo un bel rutto corposo aprire una traccia. Premiato il coraggio sicuramente! La voce di Barone ricorda quella di Win Butler degli Arcade Fire; gli studi di gioventù che emergono, filtrando tra le righe, dicono sicuramente Led Zeppelin e Rolling Stones ma i testi sono veramente troppo scadenti. Solita solfa del tipo (vado a memoria e a intuito, da quello che ricordo) “Hey bambina, lo so che vorresti essere parte del mio mondo/vieni qua sballiamoci/ok è tutto giusto/facciamo casino e presto ti assicuro che sarai mia” però il disco fila via liscio e veloce che è una bellezza. Niente di miracoloso, ma se non disdegnate certe sonorità, neanche se fritte in padella per l’ennesima volta con lo stesso olio bluastro e se vi è piaciuto l’ultimo lavoro di Hammond jr allora date una possibilità anche a questo. Nel frattempo che, da lassù, qualcuno di importante finisca per bene di incazzarsi a dovere.
Cover Album
MySpace
Where Were You ? [ Ashley Music - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Strokes, Albert Hammond jr, Television, Razorlight
Rating:
1. Fuel To The Fire
2. Honey
3. Since I Met You
4. Hold On
5. I Thought I
Lost The Time
6. These girls
7. Don’t Stop Your
Crying
8. Where Were You?
9. Rock N’Roll Punk
Sex
10. Last Of The Dying
Breed
11. Reprise
12. Letter (I Would Like
To Talk To You)
Discography: Inside In/Inside Out (2006 - V2)
Dieci anni fa, i ventenni d’oltremanica indossavano spesso Clark’s, camicie Burberrys e montgomery. Ostentavano tutti una certa strafottenza, un’arroganza che magari non gli apparteneva intimamente, ma che, comunque, era il caso di mostrare.
La causa di tutto questo risiedeva solitamente in un cd che aveva in copertina l’immagine di due uomini che camminavano in direzioni opposte, presumibilmente per qualche strada di Londra. Il titolo si riferiva a qualche sorta di Gloria mattutina, se non sbaglio.
Dopo dieci anni e passa, non è cambiato molto.
I ventenni nel 2006 indossano Converse, cravattini neri stretti e giacche di pelle. La strafottente arroganza sembra essersi acquietata, ma non del tutto.
Le cause di questi lievi cambiamenti sembrano essere tutta un serie di gruppi che, in un modo o nell’altro, hanno probabilmente ascoltato migliaia di volte quell’album dalla copertina ordinaria. Luke Pritchard, il leader dei Kooks si è ritagliato una parte in questo macrocosmo musicale mediaticamente sterminato ma, musicalmente, molto molto povero di idee e personalità.
A differenza dei maudit anacronistici che, nel 2006, ancora credono basti recitare la parte del tossico per essere un artista, Luke e la sua band quel posto se lo sono guadagnato onestamente, a colpi di pop song melodiche, catchy, solari e rock “ quanto basta “.
A dirla tutta hanno avuto anche un bel po’ di fortuna ad incontrare quasi subito la mano fatata della Virgin Records, che si è posata su di loro senza che i nostri avessero fatto poi molta gavetta.
Fatto sta che i Kooks hanno approfittato della buona sorte per incidere uno tra gli album più piacevoli dell’anno, quell’” Inside In Inside Out “ che è arrivato a toccare il tetto del milione di copie vendute in tutto il mondo.
Il 2 novembre i Nostri approdano al Circolo degli Artisti per la tappa romana del loro tour, che li ha visti suonare praticamente ovunque in tutta Europa, “ Festivalbar “ compreso.
Ben consapevole quindi del target di pubblico che mi avrebbe atteso al Circolo, arrivo stranamente puntuale sul posto per ascoltare questi nuovi idoli delle teen-ager. Che ci sono, e sono moltissime. Stanno in prima fila, con la tradizionale Union Jack e i meno consueti palloncini colorati, con i cellulari pronti a scattare foto e filmare la performance del loro gruppo prediletto, con le frangette e le spille britanniche.
I Kooks, più puntuali del sottoscritto, salgono sul palco verso le dieci e mezza, accolti da un orda di urla e gridolini come ogni popstar che si rispetti.
Chitarra acustica per Luke e partono le note di “ Seaside “, seguita dalla nervosa – e strapop – “ See The World “. L’impressione iniziale è la stessa che accompagnerà tutto il live: quella di un gruppo che suona brit-pop bene, molto bene, con energia, gusto per la melodia e una buona capacità tecnica; di un cantante che sa stare sul palco, che non si risparmia ( anche nelle “ dovute “ pose per le fans ) e che tutto sommato non pare essersi montato la testa neanche troppo.
Tra la supergrassiana “ Eddie’s Gun “ e le schegge Razorlight \ Shed Seven di “ You Don’t Love Me “, il concerto fila liscio come ce lo si aspettava, con i cori adolescenziali di “ Naive “, con una splendida “ Match Box “,con un paio di b–side interessanti e pure due bis, naturalmente di brani che erano già stati suonati, perché i pezzi scritti non sono ancora moltissimi.
Amaro in bocca?
Non fosse per i 16 euro del biglietto, assolutamente no.
British pop ci si aspettava e british pop si è avuto.
E poi, senza fare troppo gli spocchiosi, chissà quanti di noi una decina di anni fa – ai tempi di quell’album dalla copertina ordinaria – si dimenavano sotto il palco dei loro idoli agitando Union Jack convinti, nella loro arroganza giovanile, che quella che stavano ascoltando fosse la miglior band di tutti i tempi…

Link:
The Kooks Official Site

Mp3:
California (live at Osaka)

Crazy (live at BBC)

Video from the Live Performance:




2 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 5 (2 votes, average: 3 out of 5)
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Ultimamente questo e’ il mio disco della sera, quando voglio rilassarmi e godermi i miei percorsi mentali. Canzoni che aiutano i pensieri a distendersi, non li tagliano a fette e non li nebulizzano con microscopiche gocce di tristezza velate di malinconia. Il pregio/difetto di questo secondo lavoro del norvegese Nordgarden, anche se ormai italiano di adozione, e’ che non arriva a farti tremare le ossa e a farti crollare addosso il tetto di stelle che romanticamente avevi creato dentro di te. Ti accompagna e ti riscalda come un tiepido e timido fuoco. Dal punto di vista stilistico siamo sempre dalle parti del cantautore che imbraccia la chitarra acustica, chiama qualche amico a suonare qualche altro strumento (in questo caso una tromba, degli archi e poco altro), e si diverte a scrivere semplici ballate dal piglio talvolta lievemente jazzato. Di sicuro c’è che il ragazzo sa come scrivere una buona canzone ed avendo abbandonato la prolissità che aveva fatto del disco desordio un lavoro che piaceva a metà, ci offre una solida prova di cantautorato acustico. Questo disco si sta facendo subdolamente spazio nella mia quotidianità, per chi, pur non risultando memorabile o indispensabile per i miei umori, riesce a mettere ordine nelle mie cose offrendomi il modo di deframmentare il mio hard disk mentale in meno di quaranta minuti. Mettere un limite al mio caos interiore, ecco lo scopo di questo blu luminoso di cui si parla nel titolo.
Cover Album
MySpace
A Brighter Kind Of Blue [ Stoutmusic - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Damien Rice, Nick Drake, John Martyn
Rating:
01. A Brighter Kind
Of Blue

02. The Gift Of Song
03. My Father The Sailor
04. Good Things Die
05. Blessed
06. Metronome
07. To The River
08. Monday
09. What Would Ol’ Bob Say?
10. Weeks At A Time
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Vedere tutto insieme e non vedere niente. Qualcosa come il perdere la messa a fuoco quando involontariamente si rimane a fissare un particolare, un oggetto, un paesaggio in questo caso sicuramente urbano. Sicuramente notturno, fatto di simmetrie luminose speculari su un asfalto nero e bagnato di pioggia. Costellazioni asincrone di neon e fari lontani animati con la stessa metrica stanca e rigida con cui le luci delle auto si spostano nel traffico. Cosa avviene nell’universo sensoriale quando si cade in quello stato di ottundimento, mentre la mente vaga fuori dal tempo ed è come se i nervi ottici smettessero di trasmettere al cervello cosciente? Dissociazione dalla realtà esaminando la realtà è un bel paradosso. Se avesse anche un suono credo che sarebbe il suono di “Superheroes Crash”. In un certo senso controcorrente questa nuova prova del duo francese: in un anno dove la glitch-indie-tronica dei suoni umani ha preso il sopravvento quantitativo, l’algido distacco degli OMR coglie quasi in contropiede. Interessante notare che è una ricerca sonora estremamente lucida e precisa quella di Virginie Krupa and Alexandre Bovelli, dove tutto sembra coerentemente e costantemente sostenuto da un alito di gelo che spira dalle drum machine ai sintetizzatori fino a ibernare anche voce, chitarra e basso. Ipotermia emozionale. C’è la mano illustre di Mario Thaler (Lali Puna e The Notwist) a garanzia di un sound indubbiamente allo stato dell’arte. Il problema è che il distacco inumano di suoni e parole è un arma a doppio taglio per gli OMR, se lasciarsi avvolgere nel morbido gelo di “Superheroes Crash” può essere piacevolmente alienante al momento giusto e nel giusto stato d’animo, è altrettanto vero che sulla distanza si rischia la ripetitività e si perde coinvolgimento.Peccato perchè nelle intenzioni e nei tempi un disco del genere poteva portare gli OMR su delle atmosfere a metà tra Portishead e Depeche Mode. Una bella ricetta che però per lo più rimane solo sulla carta stavolta.
Cover Album
Band Site
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Superheroes Crash [ Uncivilized World - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Colder, Depeche Mode, Lali Puna
Rating:
1. Captive In The
Height Of Summer
2. Superheroes Crash
3. Stood The Test
Of Time
4. Immobilized
5. Dancers
6. Ten Minutes To Six
7. Clean And Tidy
8. Silvery
9. I Don’t Know
10. So And So
11. To The Train

L’ultima domenica pigra del 2006. Una puntata da ascoltare accovacciati davanti al caminetto, in attesa che arrivino gli ospiti. Prima di strafogarvi di cibo e di regali godetevi un’ora di improvvisazione radiofonica pura e decidete in quali dischi investire la mancia della nonna.
Non ci siamo accodati alla tradizione della top ten di fine anno, sarebbe stato troppo facile e scontato, lo faremo per iscritto, raccontandovi i sapori del 2006. Piuttosto, c’è un occhio al 2007, ai dischi che attendiamo impazienti, all’idea di svegliare ogni domenica un coniglietto diverso e portarlo ancora in pigiama nelle vostre cuffie. Infine, ritroviamo Emanuela, che, in una Roma privata del rock natalizio, ci propone due dischi interessanti.
Buon Natale, amici ascoltatori.
Ci ritroviamo con l’anno nuovo

Ilaria e Tommy

Playlist:
1) Art Brut “Nag Nag Nag Nag
2) Electric President “Label My Mind, Blown”
3) Ferraby Lionheart “Tickets to Crickets”
4) Calla “Bronson”
5) Giugno Truffaut “Altrove
6) Baustelle “Un Graffio” (Garbo Cover)
7) Beirut “Mount Wroclai (Idle Days)”
8) Sparrow House “When I Am Gone
9) Midlake “Roscoe”
10) Sonic Youth “Incinerate”

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Lazy Sundays #8
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