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QUADROPHENIA di Franc Roddam

2 dicembre 2006

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Quadrophenia è sempre stato celebrato come un’opera rock, e come ogni film legato ad un genere musicale, ha subito il triste destino di essere ricordato esclusivamente come un manifesto dei costumi e dei gusti a cui si dedica. Prodotto dagli Who e ispirato dal loro disco omonimo, al pari di Tommy ha mantenuto e sviluppato la sua fama più tra i seguaci di Daltrey, Townshend e soci, che tra i cinefili veri e propri.
Anche perché la presenza della band non si limita certo alla colonna sonora.
Credo che l’approccio, inevitabilmente, non possa prescindere da questo dato ingombrante: Quadrophenia è un film sui mods, movimento giovanile che imperversò a Londra all’inizio degli anni sessanta e che salì agli onori della cronaca devastando a più riprese la cittadina marittima di Brighton, dove amava scontrarsi con il gruppo rivale dei rockers e con la polizia. I mods avevano un loro modo di intendere la vita, che si ripercuoteva sui loro gusti musicali, sul loro abbigliamento e soprattutto sul loro atteggiamento verso la società. Il film è una celebrazione di questa way of life, e insieme un funerale, proprio nel momento in cui Paul Weller e gli Jam, assieme ai gruppi ska/rocksteady, ne proponevano un revival.
Quadrophenia non si libera di molti dei difetti dei film “generazionali” e di ambientazione nostalgica: l’uso smodato delle hit dell’epoca, soprattutto di girls bands, un certo schematismo nella trama, qualche eccesso predicatorio nel definire i contrasti e l’indifferenza della società inglese, il ricorso ai topos dell’amore infelice e del tradimento degli amici, una caratterizzazione troppo scontata dei rapporti tra Jimmy, il protagonista, e i suoi genitori. Ci sono sequenze indicative: il ragazzo guarda gli Who a Top of the Pops, scimmiottando la batteria di Keith Moon, e il padre in canottiera gli domanda “Ma cos’è questa schifezza?”
Pur trasposti nella Londra del 1964, i temi non sono molto dissimili da quelli nichilisti della schiera dei “rebels without a cause” capeggiata dal James Dean di Gioventù bruciata.
Jimmy difatti non ha futuro, se non quello di continuare a prendere anfetamine, ubriacarsi, darsi ad atti di vandalismo che lo identificano con il gruppo, e a comprare giacche a tre bottoni. Quando capirà che anche questo non da alcun senso alla sua esistenza, quando toglierà il velo ai suoi miti, la sua vita gli sembrerà del tutto inutile: il prototipo del giovane disadattato, niente di più e niente di meno.
Ci sono però altri motivi che elevano Quadrophenia al di sopra dei film-celebrazione di un gruppo musicale o di un movimento: per certi versi, può essere considerato come uno degli ultimi frutti della lezione del Free Cinema, ovvero di quel corpus di film che rinnovò il cinema inglese alla fine degli anni cinquanta, a partire dall’attività documentaristica di cineasti come Lindsay Anderson, Tony Richardson e Karel Reisz, uniti nella rivista Sequence. I loro esordi, favoriti dalle tecniche leggere di ripresa, si allontanavano dal patriottismo bellico e dalle tradizioni vittoriane ed elisabettiane, che fino ad allora dominavano il cinema britannico, per avvicinarsi ai temi del mondo operaio nel difficile momento della ricostruzione, o a soggetti difficili come il razzismo e l’omosessualità. La stessa tradizione che ha poi influenzato il primo cinema di Ken Loach.
Lo stile di ripresa del film è infatti molto libero, e tende a concentrarsi sulla figura del suo protagonista, sulla sua visione delle cose, prediligendo primi piani e piani medi, abbandonandosi a campi lunghi solo nel momento in cui vuole isolarlo ed evidenziare la sua solitudine, seguendo ogni sua reazione con una cinepresa molto mobile, specialmente nelle sequenze nei club o quelle in cui Jimmy gira con la sua adorata Lambretta per le strade di Londra. I difetti e le situazioni tipo sopra elencate sono gli inevitabili puntelli di un racconto che altrimenti procederebbe in maniera rarefatta e completamente episodica.
Alla tradizione del Free Cinema è da ricondurre anche l’attenzione alla ricostruzione della società inglese dell’epoca, di quel periodo di difficoltà appena prima che il mito della Swinging London cancellasse del tutto le ferite della Seconda Guerra Mondiale. Il ritratto della città suburbana e di questi ragazzi impelagati nei lavori più umili è piuttl “realismo poetico” di venti anni prima e investe il film di un’atmosfera pessimistica che nemmeno la rievocazione delle gesta “eroiche” di Brighton riesce a colmare, pervadendo tutta la visione di una sottile aura di malinconia e disillusione.
Per gli Who, Quadrophenia è inevitabilmente la loro “My Generation” cinematografica.

Locandina
Unofficial Site
 
Con Phil Daniels, Leslie Ash, Philip Davis, Mark Wingett, Sting, Ray Winstone
Sceneggiatura di Dave Humphries, Franc Roddam, Martin Stellman, Pete Townshend
Fotografia di Brian Tufano
Montaggio di Sean Barton, Mike Taylor
Scenografia di Lino Fiorito
Musiche di The Who
Prodotto da The Who Films

 

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