Gennaio 2007


12 Votes | Average: 3.67 out of 512 Votes | Average: 3.67 out of 512 Votes | Average: 3.67 out of 512 Votes | Average: 3.67 out of 512 Votes | Average: 3.67 out of 5 (12 votes, average: 3.67 out of 5)
Loading ... Loading …
Un’idea di testo, un’immagine o uno stato d’animo, la composizione delle melodie principali, l’arrangiamento e la distribuzione delle responsabilità, l’effetto sorpresa piuttosto che un’ipnotico ed avvolgente insistito, i trucchi del mestiere, la registrazione delle parti, l’assemblaggio ed il mixaggio, volumi ed effetti, distribuizione degli elementi sui due canali, la collocazione dei suoni in uno spazio virtuale ma tridimensionale, la masterizzazione, una botticina finale di volume e giusti toni. Questa è l’arte pop. A prescindere dai risultati. E non è che a fare le cose in bassa fedeltà o con attitudine punk cambi la sostanza, sempre di scelta di un determinato immaginario da comunicare e delle rispettive metodologie tecniche da utilizzare si tratta. Detto questo i The Shins al loro (atteso?) terzo disco si dimostrano fuoriclasse abili ed equilibrati di moderno pop classico. Le canzoni dei precedenti dischi grazie alla straordinaria capacità di creare immaginario malinconico-retrò-adolescenziale sono state scelte per le colonne sonore di svariati film e telefilm indipendenti, su Internet il passaparola ha raggiunto dimensioni più che considerevoli. Insomma, i tempi sono buoni per tentare il vero colpaccio (glielo si augura) e da che mondo e mondo è insistendo, aggiornando, ritoccando, mai rivoluzionando che si ottengono questi tipi di risultati. Poi, semmai, una volta insediatisi ai vertici si potrà giocare a stravolgere e sconvolgere, la solita storia…
Insomma le canzoni di questo ‘Wincing The Night Away’ sono tutte molto ben composte: partono qui e finiscono là dove non si poteva immaginare senza tagli né scosse avvertibili. Le melodie ultraclassiche (dai Beach Boys agli Smiths, dai Beatles ai Wilco, da Bowie ai Modest Mouse) si lasciano ascoltare con naturalezza e piacere rilasciando sulla pelle quel sapore che si diceva. Gli arrangiamenti, effettivamente, provano talvolta ad osare anche un po’ di più ma in definitiva la sostanza non cambia molto: musica perfetta per spensierati viaggi in macchina all’imbrunire (ma chi ne fa più?) o come sfondo al primo bacio tra i due nerd, brutti anatroccoli in seguito cigni, dell’ennesima commedia americana. Non ci sono spigoli né angoli, i piani non si separano mai, niente esagerazioni. Ai colpi di testa sono sempre preferite le raffinatezze di tacco. Tutti i suoni, traccia per traccia sono ultra-compressi, separati senza sbavature e collocati esattamente dove le leggi non scritte della radiofonicità richiedono. Una grande perizia insomma ed idee molto chiare. Tanto tanto lavoro e labor limae. Insomma, complimenti ancora. Purtoppo a me la cosa annoia, ma me ne dispiaccio.
Cover Album
Band Site
MySpace
Wincing The Night Away [ Sub Pop - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Beach Boys, Smiths, Wilco, Modest Mouse
Rating:
1. Sleeping Lessons
2. Australia
3. Pam Berry
4. Phantom Limb
5. Sea Legs
6. Red Rabbits
7. Turn On Me
8. Black Wave
9. Spilt Needles
10. Girl Sailor
11. A Comet Appears
3 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 53 Votes | Average: 3.67 out of 5 (3 votes, average: 3.67 out of 5)
Loading ... Loading …
Tutto questo non ha nulla a che fare con Via Margutta.
La città eterna è lontana anni luce, così come la nostra “amata” musica nazional popolare e tutto quello stuolo di ragazzette, che come cantava Luca, “ce l’hanno solo loro”. Tirate quindi pure un sospiro di sollievo e andate avanti, il peggio è passato.
Chissà perché poi un tizio di Londra, trasferitosi in uno sperduto villaggio di pescatori scozzese, decide di nascondersi dietro il moniker ‘Barbarossa’, provocando visibile confusioni nei voraci ascoltatori indie del belpaese.
Chissà poi perché lo stesso tizio senta il desiderio di imbarcarsi a nord in cerca di una comunità di artisti un po’ hippie che lo faccia sentire apprezzato, considerato che tra Adem (produttore del suo primo EP), Simon Lord (ex Simian e produttore di quest’album) e Talvin Singh (spesso si sono trovati a suonare insieme…), al nostro James non sembrava mancassero compagni di allegre strimpellate.
Questioni di chimica.
Sta di fatto che il collettivo Fence, manipolo di temerari dislocati nella piccola cittadina scozzese di Anstruther ed uniti dal solo desiderio di comporre senza obblighi discografici, questo Barbarossa l’hanno accolto a braccia aperte. Impossibile fare diversamente dal momento in cui il rosso, a giudicare dalla musica per nulla ‘malpelo’, ti si presenta con un gioiello acustico come “Love And You”, ai più sarà sembrato di intravedere tra le nebbie che inesorabili salgono dal mare, il fantasma di Elliot Smith o Jeff Buckley imbracciare una sei corde e straziarsi il cuore.
Miglior biglietto da visita, fidatevi, non esiste.
Il resto di “Chemical Campfires” non è certo da meno.
Semplice, sospirato, raccolto intorno alle sue storie di rimpianti, amore, disillusione. Da queste parti le emozioni sincere non sono assolutamente merce rara, è facile caderci dentro con la stessa frequenza con cui, prima o poi, in qualsiasi soggiorno oltre-manica la fitta pioggerella diventa immancabile compagnia di viaggio.
Folk arricchito di tutto l’armamentario d’occasione, banjo, fiati, harmonium, violini, ma sempre senza strafare, senza, per intenderci, allestire quelle orchestrine che vanno tanto di moda di questi tempi, impalpabili intromissioni elettroniche che sarebbe esagerato definire folk-tronica e ancora di più indie-tronica, e quella voce intorno sulla quale, suoni e arrangiamenti calzano come il migliore dei vestiti confezionato dal migliore degli stilisti.
Finito il tempo di reperire in giro compagni con cui suonare o produrre musica, per James, “red-beard”, è arrivato finalmente il momento di aprirsi ad appassionati ascoltatori capaci di innamorarsi delle sue atmosfere. Non gli sarà difficile, anche e soprattutto da noi, nonostante quel nome.
Cover Album
Band Site
MySpace
Chemical Campfires [ Fence - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Devendra Banhart, Thom Yorke, Iron & Wine
Rating:
1. Love And You
2. The Light
3. Aeroplanes
4. Lines
5. We Are Lit
6. Burning Daylight
7. Seven Years
8. Know Better You
9. Earthclock
10. Fall or Fly
10 Votes | Average: 3.1 out of 510 Votes | Average: 3.1 out of 510 Votes | Average: 3.1 out of 510 Votes | Average: 3.1 out of 510 Votes | Average: 3.1 out of 5 (10 votes, average: 3.1 out of 5)
Loading ... Loading …
In genere il concetto di supergruppo mi spaventa. Raramente trovo in tali progetti l’ispirazione e la vena creativa che contraddistingue i singoli membri alle origini; non mi appaiono mai come somma delle sensibilità, piuttosto trovo prevalere interferenze distruttive che portano a dischi sfuocati e inconcludenti.
Però qui c’è l’indie con la I maiuscola, in un territorio, come quello della British Columbia canadese, che mai come ora è risultato fecondo di lavori clamorosi.
E allora mi faccio ingabellare anch’io dalla storiella del cottage idilliaco di Vittoria, dove tre menti ispirate come Dan Bejar (New Pornographers, Destoyer), Spencer Krug (Wolf Parade, Sunset Rubdown) e Carey Mercer (Frog Eyes) partoriscono la creatura Swan Lake, autoproducendo in un ambiente familiare e confortevole – così almeno recita la cartella stampa – il loro esordio “Beast Moans”. Premo il tasto play e sono disorientato. Si capisce subito che non è un disco pop, da prendere alla leggera e fare le pulizie durante l’ascolto; bisogna essere disposti a scavare. Non si può negare la presenza di spunti geniali, di idee sconvolgenti, ma rimangono prevalentemente sospese, senza una forma netta, intrappolate in trame sconnesse e pretenziose, in bilico tra indie-rock a bassa fedeltà e sperimentazioni sonore.
Un disco volutamente non accessibile, viene da commentare. Si ascoltino l’iniziale “A Widow’s Walk” e “A Venue Called Rubella”: ripulite e strutturate potrebbero essere delle perfette pop-songs orecchiabili.
L’inidiscutibile bellezza di “All Fires” – mai traccia promozionale fu più azzeccata – sta proprio qui: nel far riemergere il songwriting in primo piano.
Altri brani apprezzabili, da cui partire per un approccio in discesa, sono indubbiamente “The Freedom” e “Are You Swimming in Her Pools?”, un piccolo capolavoro di bellezza elliottsmithiana fuori controllo.
Per il resto, l’album gira stucchevolmente su se stesso: le svogliate reminiscenze folk e i rumorismi d’avanguardia filtrano l’idea di un lo-fi dal sapore snob, un sapore che impasta la bocca e, alla fine, provoca un leggero senso di nausea.
In definitiva, tre stelle, ma una è tutta per “All Fires”
Cover Album
Band Site
MySpace
Beast Moans [ Jagjaguwar - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sunset Rubdown, Destroyer, Beirut
Rating:
1. Widow’s Walk
2. Nubile Days
3. City Calls
4. A Venue Called Ribella
5. All Fires
6. The Partisan But
He’s Got To Know
7. The Freedom
8. Petersburg, Liberty Theather
, 1914
9. The Pollenated Girls
10. Bluebird
11. Pleasure Vessels
12. Are You Swimming In
Her Pools?
13. Shooting Rockets

Torniamo in studio tra le mura amiche, con un pezzo di fegato in meno e due grosse borse sotto agli occhi. Bisogna avere il fisico per essere una star del podcasting, e io devo ancora allenarmi. Però avere un’assistente metodica, tenace, e soprattutto restia ad abbandonarsi alle coccole e ai drink offerti dagli ascoltatori, ha sicuramente dei vantaggi. Scegliere i dischi da passare non è mai stato un grosso problema – oddio, questa settimana un pochino sì, visto che ho ascoltato per il 90% del tempo Dividing Opinions - ma senza Ilaria la puntata sarebbe stata molto più spettinata e pallida.

In scaletta anche l’appuntamento mensile con Brassy.

Playlist:
1) Cold War Kids “Hang Me Up To Dry”
2) The Shins “A Comet Appears”
3) Asobi Seksu “Strings
4) Deerhoof “+81”
5) Giardini di Mirò “Dividing Opinions”
6) Rino Ceronti “Addio Milano”
7) Cars Can Be Blue “Batman”
8) Black Diamond Heavies “Fever In My Blood
9) The Holloways “Generator”
10) Clap Your Hands Say Yeah “Satan Said Dance”

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #12
Feed RSS

Links:
MySpace

Contact Lazy Sundays:
lazysundays@fastwebnet.it

3 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 5 (3 votes, average: 3.33 out of 5)
Loading ... Loading …

Chi: Chantalle è l’alter-ego/pseudonimo di Francesco Benincasa, “l’ombrello” sotto cui l’ex chitarrista dei Babalot di Che Succede Quando Uno Muore. Ma Chantalle è anche “la tenutaria di tutta l’area autocelebrativa della personalità di ogni maschio moderno che, vedendo frustrata la sua aggressività dall’iper-organizzazione e conseguente comodità dell’era moderna, rivolge contro se stesso la propria attenzione”; la virata in-solitario di n musicista che si auto-condanna; e guarda con sarcasmo ed amara ironia a realtà che si fatica a tenere tra le mura accoglienti di una stanza.
Come: Denti Bianchi è una raccolta - le canzoni preferite di Chantalle, ma anche le nostre - che viaggia su cd-r o tramite i canali peer-to-peer di Soulseek (da dove ce lo siamo procurato, scaricandolo direttamente dall’autore); quattordici canzoni che cercano di riassumere un percorso/scelta di vita e che meriterebbero una sistemazione migliore.
Cosa: La scatola dei balocchi di un musicista, in cui - attraverso un lo-fi in bilico tra scelta e circostanze - vengono mischiati in quattordici tracce (mai termine fu più azzeccato) le anarchie hip-hop dei eildentroeilfuorieilbox84 (”Era Meglio”), le originarie sovversioni Babalot (”Non Sei Più”), il post-punk à-la Skiantos (”In-soap-portabile abitudine”), le tentazioni pop di Samuele Bersani (”L’Uomo Del 2500″) e molto altro ancora. Il risultato è un album che si avvicina soprattutto ai Mr.Brace del nostro amico Astar.
Perchè: Difficile spiegare il motivo per cui i dischi di Chantalle (sempre del 2006 è l’EP Asilocomio) non abbiano ancora trovato non solo una major, ma nemmeno una minuscola etichetta indipendente disposta a dargli fiducia. A nostro modesto parere, Chantalle rappresenta - nel panorama italiano - uno degli artisti più sottovalutati; e questo disco si contende, insieme a Spielerfrau, Sunset Rubdown e Casiotone For The Painfully Alone (tanto per citare soltanto le opinioni del sottoscritto), il non invidiabile titolo di “Album più sottovalutato del 2006″.

Cover Album
MySpace
Denti Bianchi [ autoprodotti - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Mr.Brace, Babalot, Giovanni Lindo Ferretti
Rating:
1. Era Meglio
2. Punti Di Vista
3. L’Uomo Del 2500
4. Conserve Di Abitudini
5. Non Sei Più
6. Canzoni d’Amore
7. Curiosità E Piacere
8. Tu Sei Meglio Di Me
9. Con(ab)ominio
10. Le Ipotesi Che Seguono
Le Tesi In Accademia
11. In-Soap-Portabile
Abitudine
12. La Buca Del Suggeritore
13. Scherzi Di Un Cervello
Da Prete
14. Ninna Nanna
6 Votes | Average: 4.5 out of 56 Votes | Average: 4.5 out of 56 Votes | Average: 4.5 out of 56 Votes | Average: 4.5 out of 56 Votes | Average: 4.5 out of 5 (6 votes, average: 4.5 out of 5)
Loading ... Loading …

Sentite, qua non si tratta di fare favori agli amici o cose del genere. Ve lo giuro. Figuratevi poi se io mi metto a pubblicizzare gratuitamente Astar Goodman che oltre a far scuocere sempre la pasta ascolta roba inconcepibile per i miei condotti uditivi. Qua si tratta di rendere giustizia a un album bellissimo e basta. Dopo aver ascoltato “Salvate il Mio Maglione Dalle Tarme” ed averlo fatto imparare a memoria a tutto il vicinato grazie alle mega casse del mio vintage Sansui Stereo Receiver R-30 (tra parentesi, adesso quando cammino per la strada, vicino casa, alcune persone, in genere di sesso femminile, sopra i cinquant’anni o mi guardano strano o cambiano marciapiede…) ho avuto l’illuminazione. Sono andato sul sito della Tafuzzy, ho visto la copertina di questo debut e ho mandato una bella e-mail al nostro amico Brace. Ecco qua. Sono tornato subito indietro di tre anni. Registrato tra maggio e agosto del 2003 infatti, questo disco vede i Mr.Brace in formazione minimale: Lompa alle chitarre elettriche e agli esperimenti sonori strani, Alice alle tastiere e il Brace alla chitarra acustica oltre che alla voce. Già, la voce: qui si parte dal falsetto fino a qualcosina in inglese (ma pensa te…), passando per il solito modo affascinante, sgraziato dolcissimo, di cantare e raccontare storie. I testi sono un mix di visioni e folle attaccamento alla realtà. Dove non si eccede con le minchiate (termine non proprio tecnico per parlare di qualcosa in modo giocoso sotto più aspetti) “Ho una felpa di New York/ e una bella giacca beige/ mi tengo stretto con le mani/ che se parte il bus mi cado” [Storia di un Mammuth] si arriva sicuramente a un buonissimo livello di composizione introspettiva (e qui dovrei copiare come minimo tutto il testo di “Igloo”…). Registrato in maniera alquanto agricola (i rumori della pedaliera del buon Lompa col loro “track-tra-track” sono il vero valore aggiunto della produzione) dentro l’affascinantissimo L’acasadilompa Studio questo disco rivela all’ascoltatore un paio di segreti essenziali per la costruzione di pop-folk songs d.o.c. . Non importa, cioè, quanti accordi metti dentro la canzone, quante sfumature differenti del suono sai proporre. L’essenziale è la sostanza in se per se (“uguale se al quadrato”, scriverebbe chi so io nei post di sotto) . Ce l’hanno ricordato in questi anni in molti (davvero devo fare tutti i nomi degli artisti nell’ormai consolidato folk movement di nuovo millennio?). Qui di sostanza ce n’è anche troppa. Giri acustici intelligentissimi (“Brace Due”, con tanto di chitarra spaziale), romanticismo a basso costo per noi giovani (“Passeggiando”) e una sfrenata voglia di raccontare se stessi al mondo (“Brace”). Tutto molto emozionante, tutto molto poetico, tutto molto filtrato da un sound americano che ha radici ben più lontane di un danzante, giovane folk singer barbuto e pittore. Prova essenziale di come una band con un paio di chitarre, alcune idee ben strutturate possa davvero fare musica che punta alla qualità di quello che c’è dentro e non alla confezione del disco o alla copertina di una rivista.

Adesso, dopo tutte ste belle parole se tirate fuori un terzo album del caz*o prendo il primo treno per Riccione e… .

Cover Album
Band Site
MySpace
Mr. Brace [ Tafuzzy - 2003 ] - BUY HERE
Similar Artist: Devendra Banhart, Pavement, Beck
Rating:
1. Brace
2. Brace Due
3. Storia Di Un Mammuth
4. Igloo
5. Passeggiando
6. Little Implosion
7. Pollollo
17 Votes | Average: 4.24 out of 517 Votes | Average: 4.24 out of 517 Votes | Average: 4.24 out of 517 Votes | Average: 4.24 out of 517 Votes | Average: 4.24 out of 5 (17 votes, average: 4.24 out of 5)
Loading ... Loading …
Michel Gondry continua a tenere fede al suo assai originale proposito di fare dell’inconscio l’oggetto prediletto della sua filmografia, giunta finalmente alla ribalta del grande pubblico dopo il successo di The Eternal Sunshine of a Spotless Mind. Tra i pochi ad essere riuscito nella difficile impresa di far convivere la propria anima autoriale negli abiti, più o meno definiti ed eccentrici, del melò, Gondry può dire di essere arrivato a trovare la formula vincente, la chiave di volta per fare in modo che il suo cinema si esprima al massimo delle sue potenzialità.
Anche in una circostanza come questa, in cui gli è stato ridimensionato il cast, al ritorno nella realtà europea dopo l’esperienza americana, è riuscito a sfruttare la maggiore libertà senza abusarne, trovando ciò che si può definire un ottimo equilibrio. Come a voler sancire definitivamente il suo status di autore, lascia lungo il suo ultimo film molte orme del suo stile, oltre a ritornare ai suoi consueti temi e alle consueto rapporto con le storie. E’ ormai chiaro che a Gondry piacciono i personaggi maschili sensibili e sentimentalmente tormentati, e i personaggi femminili originali, affascinanti nel loro anticonformismo, insofferenti verso i legami duraturi; ed è altrettanto chiaro come la loro relazione, rappresentata su un piano più mentale che reale, sia il perno su cui ruota tutta la sua attività di regista e sceneggiatore.
Ma come riesce Gondry a rendere questo piano mentale, onirico, sui cui è giocato quasi tutto L’arte del sogno? Forse, riuscendo a scegliere accuratamente quelli che sono gli elementi dello “spostamento”, cioè di quel processo subcosciente tramite il quale le cose e le persone vengono caricati di un significato particolare. Tutti i dettagli e i prodotti dell’attività onirica del protagonista sono piegati ai suoi voleri poetici. Il pony di pezza che campeggia sul manifesto, sui cui Stephane e l’amata si ritrovano a cavalcare è una tipica esca drammatica, al pari delle sue strambe invenzioni: due caschi per comunicare telepaticamente, una strana macchina del tempo. Nel suo cinema l’amore (quasi sempre non corrisposto), i momenti di pura e semplice malinconia, resa con mezzi pure strettamente “commerciali”, non mancano e hanno una rilevanza notevole.
Non è solo questo, però.
Se si eccettuano delle sequenze marcatamente visionarie, che tengono forse conto dei deliri lisergici di Roger Corman e del suo Il serpente di fuoco (1967), si può ben dire che anche Gondry ceda all’ambizione surrealista di confondere la realtà con il sogno, al punto che verso la fine è ormai impossibile per lo spettatore riuscire a distinguere tra i due piani con sufficiente chiarezza. Quello che vediamo sono le reali conseguenze delle angosce, dei tormenti, dell’amore e delle speranze del timido Stephane, oppure non è altro che il prodotto che egli prepara nel suo studio televisivo/cucina in cui produce i suoi sogni? L’uso della luce, di colori brillanti e personaggi tutti a modo loro un po’ strani fa in modo che le differenze tra le due dimensioni si attenuino fino a sparire, fino a fare di tutto il film una specie di ininterrotto sogno ad occhi aperti.
Gondry applica uno repertorio di ripresa da Nouvelle Vague: macchina mobile, largo uso di inquadrature decentrate e di punti di vista apparentemente casuali, jump cuts e scavalcamenti di campo.
Si sta rivelando senza dubbio il più pericoloso dei geni: un genio astuto, e molto consapevole del suo talento. Ad ogni modo, L’arte del sogno è un film strepitoso.
Assolutamente da non perdere.
Locandina
Official Site
 
Con Gael Garcia Bernal, Charlotte Gainsbourg, Alain Chabat, Miou-Miou, Pierre Vaneck, Emma de Caunes
Sceneggiatura di Michel Gondry
Fotografia di Jean-Luis Bonpoint
Montaggio di Juliette Welfling
Scenografia di Ann Chackraverty, Pierre Pell, Stephan Rosenbaum
Prodotto Georges Bermann e Frederic Junqua
Distribuito da Mikado
Discography: ENJOY [EP] (1997 - AMV), PRACTICAL FOOTWEAR [EP] (1998 - AMV), LOOKS LIKE A RUSSIAN (1999 - Tugboat Records), IN BETWEEN TIMES [EP] (2001 - Candle Records), THE HILL FOR COMPANY (2001 - Tugboat Records), A MINOR REVIVAL (2003 - Hausmusik/Fortuna Pop), CONCERTO AL BARCHESSONE VECCHIO [live] (2004 - Fooltribe), TAKE ME WITH YOU WHEN YOU GO [EP] (2005 - Trifekta), RESERVATIONS (2006 - Homesleep)

Arriviamo leggermente in ritardo a causa del traffico intenso pre-natalizio, ma poco importa, perché lo sappiamo che qui a Napoli non ci sarà certo una calca insopportabile per un appuntamento del genere. Ed infatti occupiamo tranquillamente la terza fila al teatro della Galleria Toledo, non troppo gremito per questo concerto dei Sodastream, appena in tempo per assistere all’esibizione di Claudio Donzelli alias Athebustop. Il ragazzo pesarese ci offre una manciata di brani in lingua inglese suonati con l’ausilio della sola chitarra acustica. Non male, seppur da verificare su un lavoro di studio che dovrebbe essere in uscita in primavera. Un piccolo e gradevole antipasto prima dell’ingresso di Karl Smith e Pete Cohen e del loro artigianato pop dai toni malinconici. Quello che sorprende è innanzitutto la splendida voce di Smith, che non perde nulla dal vivo, e favorisce una resa dei brani davvero perfetta per il pubblico non numerosissimo ma sicuramente attento e appassionato. In scaletta prevalgono le canzoni di “Reservations”, fresco di pubblicazione:acustica, il contrabbasso che talvolta diventa viola e ogni tanto la tastiera tinteggiano il concerto con colori tenui e caldi allo stesso tempo. Brani come “warm july”, la “reservations”, la strumentale “Michelle’s cabin” sono troppo belli per essere sciupati, e dal vivo non perdono smalto ma ti entrano dentro e affondano nelle tue sensazioni serali offuscate da ricordi natalizi non proprio rincuoranti. Non mancano la canzoni dei vecchi album, come “Horses”, e lo stralunato Cohen ci regala dei siparietti in un discreto italiano che ci fanno sorridere. Questo ragazzo, i cui vocalismi accompagnano le note di basso e la voce principale, possiede l’aria di colui che si è svegliato cinque minuti prima e ispira sensazioni miste di tenerezza e simpatia. Non è certo un concerto in cui spararsi pose da rockstar, e quelle parole e i piccoli racconti che introducono le canzoni sono un ingrediente in più di una bella serata di musica d’autore suonata col cuore. Peccato solo che non ci sia stato il bis, a quanto pare a causa di problemi con l’organizzazione; ma questo non ci ha impedito di tornarcene a casa tra le luci di un natale che inesorabilmente incombeva sulle nostre anime, ed affondare in un posto sicuramente più rassicurante i nostri sogni notturni.

Link:

Sodastream Official Site
BUY Sodastream Albums
Homesleep Official Site
“RESERVATIONS” review on Indie For Bunnies

Mp3:
New Horse (from the EP “Enjoy”)
Sister Night (from the EP “In Between Times”)
Keith And Tina (from the EP “Take Me With You When You Go”)
Charity Board (from the EP “Take Me With You When You Go”)
Fitzroy Strongman (from the album “Looks Like A Russian”)
Fresh One (from the album “The Hill For Company”)
Welcome Throw (from the album “The Hill For Company”)
Devil On My Shoulder (from the album “The Hill For Company”)
Weekend (from the album “A Minor Revival”)
Twin Lakes (from the album “Reservations”)

10 Votes | Average: 4.2 out of 510 Votes | Average: 4.2 out of 510 Votes | Average: 4.2 out of 510 Votes | Average: 4.2 out of 510 Votes | Average: 4.2 out of 5 (10 votes, average: 4.2 out of 5)
Loading ... Loading …
Guido di notte su una strada periferica, sono quel minuscolo puntino luminoso in un pozzo nero senza forma. C’è qualcosa di terribilmente puro nell’immagine di un mondo che inizia a disegnarsi davanti ai tuoi occhi solo per quell’istante in cui lo attraversi, una realtà pronta a scomparire ingiottita dal buio perfetto che si richiude alle tue spalle. E da lontano devi essere anche tu come una di quelle stelle lassù, ma impazzita, e caduta, e mentre danzi tra le curve sembri così persa in cerca del tuo pezzo di cielo. E loro, le altre stelle, immobili da altezze inconcepibili a guardare in giù. Forse per sempre.
Certe canzoni dei Giardini di Mirò potrebbero raccontarsi proprio così: disegnano il buio, crudo e sconfinato, per poi dischiudersi in prismi di luce quasi accecanti fino a schiantarsi su se stesse in un crepuscolo finale e definitivo.
Dividing Opinions. Giusto. Allora dividiamoci subito: quello della band romagnola è un disco cardine, un punto di riferimento indipendentemente dalla discografia precedente e scommettiamoci futura. Ogni posizione è lecita ma o siete con me o contro di me su questo. I due minuti dell’introduttiva e omonima Dividing Opinions hanno l’incedere monolitico dello shoegaze ma perfettamente intagliato dagli inserti elettronici della seconda metà, una canzone che è anche il primo segnale se non un esplicita dichiarazione di intenti, della compattezza e della precisione compositiva maturata dalla band. Coesione e lucidità sono due fattori che caratterizzano il suonato attuale dei Giardini di Miro’, e diciamolo pure quando è lecito farlo, in maniera assolutamente non comune: da questo punto di vista ci sarebbe da faticare non poco per trovare un disco che attualmente tenga il passo con questo Dividing Opinions. Non per farsi prendere da facili entusiasmi, ma quelle quattro stelle e mezzo corrispondono esattamente alla mia idea di piccolo capolavoro.
Direi che ora siamo all’equilibrio perfetto, e non è una parola usata a sproposito, tra quella maestosità nella costruzione che da sempre contraddistingue certo suonato alla Godspeed You! Black Emperor e la struttura musicale più diretta intesa nel senso convenzionale di canzone, dove il refrain e il ritornello sanno comunque guidare l’ascoltatore. E visto che siamo nel momento delle citazioni ci aggiungerei i Slowdive presenti ma ormai assolutamente metabolizzati, i Mogwai ma più sfaccettati e con un controllo sulle dinamiche spesso superiore, i Mew ma infinitamente più determinati e incisivi.
Siamo davanti ad una formazione che ormai dovrebbe (e meriterebbe) tranquillamente il confronto su vetrine internazionali decisamente più stimolanti e appaganti dei soliti claustrofobici paesaggi italiani. E le collaborazioni di rilievo presenti nell’album (Jonathan Clancy dei Settlefish, Sascha Ring al secolo Apparat reduce tra l’altro dall’ottimo recente lavoro con Ellen Allien, gli americani Cyne, Glenn Johnson dei Piano Magic) ne sono la dimostrazione più evidente. Una nota di merito anche ad Emanuele Reverberi che ha curato gli impeccabili ed emozionanti arrangiamenti degli archi.
Da non sottovalutare neppure la grande immediatezza di un album che nonostante certe epiche deframmentazioni finali di drum machine ed elettronica e quell’approccio in crescendo con cui i scarni riff iniziali sbocciano, prima malinconici poi violenti in crepuscoli iridescenti mai meno che definitivi, riesce sempre a comunicare una tensione interiore diretta e come dicevo immediata.
Il risultato alla fine è come riuscire ad imbrigliare senza disperderne la forza creatrice, i moti oscuri, alterni e maestosi del mare in tempesta, in nove piccole bottiglie di vetro.
Si, assolutamente poco meno che un miracolo.
Cover Album
Band Site
MySpace
Dividing Opinions [ Homesleep - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Godspeed You! Black Emperor, Slowdive, Mogwai
Rating:
1. Dividing Opinions
2. Cold Perfection
3. Embers
4. July’s Stripes
5. Spectral Woman
6. Broken By (thanks to “Qoob“)
7. Clairvoyance
8. Self Help
9. Petit Treason

4 Votes | Average: 3.5 out of 54 Votes | Average: 3.5 out of 54 Votes | Average: 3.5 out of 54 Votes | Average: 3.5 out of 54 Votes | Average: 3.5 out of 5 (4 votes, average: 3.5 out of 5)
Loading ... Loading …

Provenienza: Svezia (ormai non c’è nemmeno più da stupirsi: là la classe te la danno il giorno che vieni registrato all’anagrafe).
Nome: spagnolo.
Lingua utilizzata per le parti vocali: inglese.
Ci sono già tutti gli ingredienti per intrigare.
Questo è quel che si cela dietro al progetto El Perro Del Mar, il mio personalissimo e intimo sottofondo alle inquadrature impresse nella mia memoria di una magica settimana nella misteriosa Praga.
Il destino di molta musica con la quale si ha la fortuna/sfortuna di entrare in contatto è indissolubilmente collegato al “dove”, “come” e “quando” questo si verifica.
Nel caso specifico la successione di eventi astrali è risultata perfettamente allineata e questo mi ha portato ad essere immediatamente conquistato sin dal primo ascolto di questa ennesima produzione folk-pop dalla glaciale scandinavia. Il merito è totalmente dei roventi arpeggi e dell’angelica Sarah Assbring, un talento agrodolce senza uguali.
A partire da “Candy” fino a “Here Comes That Feeling”, soffermandosi inevitabilmente al picco di estasi che provoca “God Knows (You Gotta Give To Get)”, el perro del quale si è in compagnia è palesemente un cucciolone docile, voluminoso e lanoso, perfetto da tenere sulle ginocchia a riscaldarci.
I classici coretti scandinavian-dream potrebbero risultare ripetitivi, ma sono la chiave sulla quale si basa la strutture delle 10 tracce e in pochi minuti si risulta assuefatti totalmente. L’impostazione è semplice, acustica e questo permette alla voce suadente di scorrere sussurrando.
Un tipico cd da loop: rabboccatevi il bicchiere di Bayleis bollente e tuffatevi estasiati nell’incantevole ascolto. Anche se a dire il vero con in sottofondo la deliziosa Miss Assbring nella versione El Perro Del Mar l’inverno può essere solo fuori, ci pensa lei a creare il tepore al punto giusto.
Cover Album
Band Site
MySpace
Look! It’s El Perro Del Mar [ Hybrism - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Concretes, Bang Gang, Mi and L’Au
Rating:
1. Candy
2. God Knows (You
Gotta Give To Get)

3. Party
4. People
5. Dog Listen
6. I Can’t Talk About It
7. Coming Down The Hill
8. This Loneliness
9. It’s All Good
10. Here Comes That Feeling
11. Shake It Off
(US Bonus track)

Next Page »

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.