Lun 29 Gen 2007
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In genere il concetto di supergruppo mi spaventa. Raramente trovo in tali progetti l’ispirazione e la vena creativa che contraddistingue i singoli membri alle origini; non mi appaiono mai come somma delle sensibilità, piuttosto trovo prevalere interferenze distruttive che portano a dischi sfuocati e inconcludenti.
Però qui c’è l’indie con la I maiuscola, in un territorio, come quello della British Columbia canadese, che mai come ora è risultato fecondo di lavori clamorosi. E allora mi faccio ingabellare anch’io dalla storiella del cottage idilliaco di Vittoria, dove tre menti ispirate come Dan Bejar (New Pornographers, Destoyer), Spencer Krug (Wolf Parade, Sunset Rubdown) e Carey Mercer (Frog Eyes) partoriscono la creatura Swan Lake, autoproducendo in un ambiente familiare e confortevole – così almeno recita la cartella stampa – il loro esordio “Beast Moans”. Premo il tasto play e sono disorientato. Si capisce subito che non è un disco pop, da prendere alla leggera e fare le pulizie durante l’ascolto; bisogna essere disposti a scavare. Non si può negare la presenza di spunti geniali, di idee sconvolgenti, ma rimangono prevalentemente sospese, senza una forma netta, intrappolate in trame sconnesse e pretenziose, in bilico tra indie-rock a bassa fedeltà e sperimentazioni sonore. Un disco volutamente non accessibile, viene da commentare. Si ascoltino l’iniziale “A Widow’s Walk” e “A Venue Called Rubella”: ripulite e strutturate potrebbero essere delle perfette pop-songs orecchiabili. L’inidiscutibile bellezza di “All Fires” – mai traccia promozionale fu più azzeccata – sta proprio qui: nel far riemergere il songwriting in primo piano. Altri brani apprezzabili, da cui partire per un approccio in discesa, sono indubbiamente “The Freedom” e “Are You Swimming in Her Pools?”, un piccolo capolavoro di bellezza elliottsmithiana fuori controllo. Per il resto, l’album gira stucchevolmente su se stesso: le svogliate reminiscenze folk e i rumorismi d’avanguardia filtrano l’idea di un lo-fi dal sapore snob, un sapore che impasta la bocca e, alla fine, provoca un leggero senso di nausea. In definitiva, tre stelle, ma una è tutta per “All Fires” |
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Gennaio 29th, 2007 at 12:43
concordo parola per parola. qualche buon episodio per un cd che sembra un po’ “buttato là”… per me due stelle come i pezzi veramente validi di questo disco.
g
Gennaio 29th, 2007 at 13:48
spencer krug è il montezemolo dell’indie (sebbene - suppongo - con molti meno soldi). come se wolf parade e sunset rubdown non fossero di per sè due gruppi sufficienti per calmare le sue brame musicali.
sul disco non ho un giudizio definitivo: all fires è molto bella, però se il resto è come dici…
Gennaio 29th, 2007 at 20:59
anche io sono abbastanza d’accordo con il giudizio qui dato: sicuramente non fa dispiacere ascoltare in nuovi pezzi la voce del buon Spencer, ma l’album è fin troppo reiterante su certi temi, un serpente che si morde la coda. e a volte pecca di eccessiva pretenziosità (cosa che secondo me “eredita” dalla componente Frog Eyes, veramente indigeribili da quanto difficili).
:)
Gennaio 29th, 2007 at 21:16
Eh..sentiti pochissimo ma pretenziosi mi è venuto alla bocca quasi subito.
E poi onestamente al di là di qualche canzone che funziona abbastanza bene, onestamente mi sembra che spesso sotto certi modi si nasconda una discreta mancanza di idee pure e semplici.