Febbraio 2007


4 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 5 (4 votes, average: 4 out of 5)
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L’artista belga Jérôme Deuson, dopo aver pubblicato un paio di anni fa il suo splendido album di debutto A Hundred Dry Trees per la Intr_version, torna ora con una nuova release dal titolo “The Sea Horse Limbo”, sempre per la stessa etichetta. Un compromesso fra la passione di Deuson per il PostRock con le sue melodie tipicamente malinconiche e il suo gusto personale per i glicthes e i trattamenti software del suono.
I nove brani vengono progressivamente destrutturati e trasformati in creature elettroniche per mezzo di sovrapposizioni di suoni sintetici; un brano dietro l’altro, le melodie sono decostruite e dilatate ma all’improvviso schegge di diversi frammenti musicali si ricompongono per assumere una forma più riconoscibile, perfettamente cesellati in melodie pop, sottolineate dal suono di voce e chitarra. Un tipo di musica che richiama in un certo senso Desormais o il Fennesz di Endless Summer ma che si sviluppa in uno stile assolutamente personale. L’album parte con “Why Do I Run Seasons So Fast” in cui prendono vita atmosfere minimali create per mezzo di chitarre acustiche, campanelli, suoni elettronici, glitch, distorsioni e voci sussurrate che sembrano venire da molto lontano. La bellissima “Hit My Country” è forse il pezzo più pop dell’intero album: parte con una melodia trascinante di archi che si sviluppa, soffocata lentamente da crepitii e distorsioni elettroniche, fino a spegnersi quasi del tutto per poi ripartire con più vigore e trasformarsi in una bellissima ballata con voce e chitarre acustiche.
“Oh! Le Zeppelin” con i suoi 12 minuti è a tutti gli effetti un pezzo post-rock che parte lentamente per poi crescere di tono e trasformarsi in un potente intreccio di chitarre, batteria e di suoni elettronici.
L’album si chiude con la dolcissima “(H)and In The Sand” che con i suoi suoni appena accennati ci trasporta in un paesaggio marino al tramonto, con i riflessi del sole sulle onde e i gabbiani all’orizzonte.
Insomma, un album per immergersi in un mondo incantato.
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The Sea Horse Limbo [ Intr_version - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Desormais, Fennesz, Xela
Rating:
1. Why Do I Run
Seasons So Fast
2. The Floating Boat
3. Hit My Country
4. Disco Flags Are
All Around You

5. When Cyclic
Brussels Gave Up
6. Oh! Le Zeppelin
7. The Sea Horse
8. Limbo
9. (H)and In The Sand
3 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 5 (3 votes, average: 3.33 out of 5)
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La pioggia impregna più del dovuto il mio barbour bagnato e senza imbottitura, mentre vago per i marciapiedi bagnati d’Irlanda cercando di rimettere a posto i pezzi. Trovo rifugio e sollievo soltanto temporaneo in qualche pub - sempre diverso eppure sempre lo stesso. Ognuno si porta dietro i propri ricordi, gli odori, i sapori, le sensazioni… e, per questo, quando sento da lontano il profumo della pioggia, non posso non tornare con la mente a Cork: ognuno si porta dietro la propria tristezza e malinconia (passatemi questa frase!); per alcuni è una specie di abito fatto su misura, che si cerca di coprire con altri vestiti - che si pensa - migliori e più costosi. Così è anche per Iain Archer, Nord-Irlandese e prolifico songwriter, prima nel supergruppo Reindeer Section e poi negli Snow Patrol all’apice del successo, ora di nuovo in veste solista (dopo Flood The Tanks, 2005). L’Irlanda è sicuramente terra di grandi scrittori, della Guinness, dell’IRA, ecc. ma anche e soprattutto isola di cantautori e menestrelli. A leggere i pareri e sentire l’autore stesso, questo Magnetic North trarrebbe ispirazione dagli Shins e dai Clap Your Hands Say Yeah degli esordi. Se queste influenze ci sono (io ne dubito), esse sono rintracciabili soltanto nelle tracce 2 e 3 (”Minus Ten” e “When It Kicks In”): il resto dell’album è puro cantautorato irlandese, che richiama più volte l’apprezzato Damien Rice - sebbene con meno pathos (”Canal Song”) - fa un cenno di saluto a Travis e David Gray in “Frozen Northern Shores”, quintessenza di malinconia pop a tinte anglofone e - nei giri di chitarra acustica e nell’uso dei cori - ammica ai “vecchi” Simon & Garfunkel (”Collect Yourself”).
E’inutile girarci intorno: questo è un disco che fa male (almeno a me), di quelli che non si vorrebbero ascoltare (o che addirittura si dice di vergognarsi di ascoltare), per paura di ricadere in vecchi ricordi, mai del tutto sopiti. Le liriche non sono niente di eccezionalmente ispirato; ed i chorus non si fanno pregare quanto a numero di passaggi; però tutto questo passa in secondo piano davanti ad un impianto complessivo che saprà riportarvi indietro nel tempo, davanti alle vostre peggiori malinconie. Io ci metto tre stelle e mezzo, però l’ascolto con moderazione. Per quanto riguarda le prese per il culo poi, c’è sempre tempo.
Cover Album
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Magnetic North [ Pias/Wall Of Sound - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Damien Rice, Snow Patrol, David Gray
Rating:
1. Canal Song
(End Of Sentence)
2. Minus Ten
3. When It Kicks In
4. Collect Yourself
5. Soleil
6. Everything I’ve Got
7. Arriero
8. Frozen Northern Shores
9. Long Jump
10. Luke’s Point
11. Lifeboat
6 Votes | Average: 3.17 out of 56 Votes | Average: 3.17 out of 56 Votes | Average: 3.17 out of 56 Votes | Average: 3.17 out of 56 Votes | Average: 3.17 out of 5 (6 votes, average: 3.17 out of 5)
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Suonerà strano, ma la produzione soul piu’ interessante degli ultimi mesi ci arriva dalla fredda Finlandia.
Grazie alla distribuzione della Goodfellas infatti, arriva anche qui da noi “ Keep Reachin’ Up “, terzo album della newyorkese Nicole Willis ( il primo registrato con i fedeli Soul Investigators ), un Lp splendidamente improntato a declinare il verbo soul in tutti i suoi aspetti piu’ caldi e trascinanti.
Northern Soul innanzitutto, ma anche irresistibili virate funk James Brown style, vibrazioni Tamla Motown e sensuali ballate soulful. Nota soprattutto per aver prestato la propria voce a numerosi progetti che fanno capo a suo marito Jimi Tenor, la Willis è in realtà una veterana della scena soul internazionale. A suo nome sono infatti apparsi altri due album prima di quest’ultimo “ Keep Reachin’ Up ” ( “ Soul Makeover “ e “ Be It “ ), senza contare un cospicuo numero di singoli e sette pollici ( spesso tra i piu’ suonati negli allnighter mod di tutta Europa ), collaborazioni con artisti disparati come Dee Lite e The The e partecipazioni prestigiose come il tributo a Mister Curtis Mayfield.
Dopo tanta militanza nel ristretto ma radicato sottobosco degli appassionati soulful, l’ album con i Soul Investigators ha tutte le carte in regola per permettere a Nicole di affermarsi anche presso un pubblico piu’ vasto, capace com’è di far suonare freschi ed immediati brani che sembrerebbero provenire direttamente da vecchi 45 giri degli anni sessanta. Musicalmente ed iconograficamente. Basti osservare la copertina dell’album che ritrae la soul sista come una delle tante eroine dell’epoca d’oro della musica afroamericana, come una moderna Patti Labelle che, catapultata nel 2006, continua a cantare e a far dimenare il pubblico come se nulla fosse mutato, con la stessa elegante sincerità. Superfluo commentare perle da dancefloor come “ My Four Leaf Clover “ , “ Invisible Man “ o quella “ If This Ain’t Love “; inutile indugiare sul sudore che sprigiona la titletrack e sull’incredibile proto - soulful – house di “ Holdin’ On “, che sarebbe perfetta in un dj set dei Nuyorican Soul esattamente come in un party mod tra scooter boys, birra e completi tonic.
“ Keep Reachin’ Up “ è insomma un grande album.
E se mai avete ascoltato – ed amato – qualsivoglia interprete che potesse essere ricondotto alla Soul Music, non potrete restarne delusi.
Cover Album
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Keep Reachin’ Up [ Timmion - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Soul & Northern Soul Heroes
Rating:
1. Feeling Free
2. If This Ain’t Love
(Don’t Know What Is)
3. Keep Reachin’ Up
4. Blues Downtown
5. My Four Leaf Clover
6. A Perfect Kind Of Love
7. Invisible Man
8. Holdin’ On
9. No One’s Gonna Love You
10. Soul Investigators Theme
10. Look Away

Citofoniamo da Teddy che sono le nove passate. Ci sentiamo subito a casa: un cortile tranquillo, gli strumenti già pronti, le premure della Viv. Questa è l’idea che avevamo delle “Cup of Tea” quando le abbiamo pensate. Un salotto che andasse oltre la semplice intervista, una chiacchierata in famiglia, un bicchiere di vino e un sorso di tè . I Kech sono un gruppo eccezionale da questo punto di vista. Lo sono anche per altri aspetti, per la loro musica ovviamente - provare l’ultimo “Good Night For A Fight” per credere – ma quello che mi succede ad un certo punto è semplicemente di dimenticarmi di essere uscito di casa per parlare con un gruppo. Mi sorprendo con un sorriso ebete, seduto su un divano, ad osservare con invidia Teddy e Pol che si divertono come bambini. Si respira che per loro i Kech non sono solo una band. Sono una famiglia, sono un’unione sincera, capace di resistere ai matrimoni, al lavoro, alle distanze.

Fossi stato da solo in questa trasferta, avrei chiesto a Teddy di tenermi lì a dormire. Non scherzo.

Playlist:
1) Kech”Beach Volley”
2) Modest Mouse “Dashboard”
3) Underwater Tea Party “Long Island Ice Tea
4) Hypnotic Brass Ensemble “Baliky Bone”
5) Kech “First Time” (lazysundays acoustic duo version)
6) Cold War Kids “We Used To Vacation
7) Paul Weller “The Start of Forever”
8) Kech “Things” (lazysundays acoustic duo version)

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #16
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Contact Lazy Sundays:
lazysundays@fastwebnet.it

Photo by Francesco Negri

7 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 57 Votes | Average: 4.43 out of 5 (7 votes, average: 4.43 out of 5)
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A volte c’è bisogno di riordinare le proprie cose, che sia l’appartamento in vista di una cena con amici oppure le idee e i pensieri contorti prima di iniziare la giornata. Meglio ancora, nel caso di una band, dare una forma più precisa alla propria discografia frammentata da e Ep e compilation varie. E’ così che il duo bresciano LMALL è arrivato al debutto su lunga distanza seppur in una veste non proprio inedita. Ed è un piacere tornare a parlare di questi ragazzi che, in occasione del mini split con le svedesi Rough Bunnies, ci avevano fatto assaporare atmosfere pop in puro stile Beatles e derivati. Dodici brani inglesi fino al midollo, e non solo per la lingua utilizzata, ma soprattutto per un’attitudine melodica morbida come una carezza, e spunti psichedelici che , anche nei passaggi lievemente più aspri non si incartano mai su se stessi finendo col diventare meri esercizi di stile. Quello che risalta subito alle orecchie è l’estrema compattezza dei brani, non si ha mai l’idea di essere di fronte di una sorta di compilation , ma cresce la netta sensazione di un disco concepito come corpo unico dall’inizio alla fine. Equilibrio e misura non mancano, merito di una produzione sempre accorta a non stratificare troppo i suoni, corposi e mai saturi. Non credo sia facile trovare una band con le stesse qualità sul suolo italico, che prenda spunti tanto dai Beatles quanto da band come i Grandaddy e i Flaming lips senza risultarne una copia sbiadita e provinciale. Questa è musica che meriterebbe palcoscenici indie-internazionali e una considerazione maggiore dal panorama musicale nostrano. “Tennis System & It’s Stars”, “Wimbledon”, “For A Lover” e “Venice”, per citare i quattro episodi più riusciti in scaletta, non possono non sedurre l’ascoltatore, con le loro melodie languide e non adagiate sulla forma canzone che ad un ritornello alterna una strofa. C’è qualcosa di più complesso in questi brani, eppure di facile fruizione per chiunque, in cui le architetture sonore si costruiscono nel tempo senza girare attorno ad un canovaccio classico. E se il buongiorno si vede dal mattino, questa è proprio una splendida giornata.
Cover Album
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?[ Zahr - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Beatles, The Flaming Lips, The Divine Comedy
Rating:
1. Sybil Vane
2. Agin Again
3. Tennis System &
Its Star

4. Give Her Some Flowers
5. The Dogsitter
6. A Tea At The Station
7. Wimbledon
8. For A Lover
9. Venice
10. Our Driver Goes Fast
11. Hallo
12. Victorian Swimming Pool
3 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 5 (3 votes, average: 4 out of 5)
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Ci sono un paio di correnti che al momento si stanno imponendo prepotentemente tracciando la rotta per l’indie-music a livello mondiale: da una parte il revival dark-wave che ha come capostipiti Interpol, Editors, Colder e gli appena arrivati I Love You But I’ve Chosen Darkness, dall’altra il maistream scanzonato e giocherellone dei Clap Your Hands Say Yeah e Tapes ‘n Tapes, che nella versione più innovativa vede comprendere anche Yeah Yeah Yeahs.
I cosiddetti indecisi, che con una chiave più maliziosa si possono anche definire ruffiani, ovviamente nel mezzo. Ma in questo caso “in medium” per niente “stat virus”.
La voglia di riportare in auge uno sfavillante trascorso musicale di qualche decennio fa non si sopisce, e come tanti altri anche questi Snowden non si tirano indietro al richiamo. Anche perché proporsi con qualche mese di ritardo con una release che, scippata del clamore momentaneo provocato dalla scena di pseudo appartenenza, non varrebbe un granché, potrebbe essere letale.
Anche per la dinamicità di gusti e di movimenti attuali, ma se in aggiunta non si hanno nemmeno le palle la frittata è fatta.
Pescando di qua, pescando di là, ecco bello e confezionato Anti-Anti: se suonato in qualche cd-teca, ad un frettoloso ascoltatore verrà spontaneo pronunciare “toh, il nuovo ciddì dei C.Y.H.S.Y., anzi no, c’è qualcosa di diverso…no, no, sono proprio loro…comunque…vabbè…insomma…non male dai!”
Invece è proprio il contrario.
Molto male. Malissimo. Anzi, scarso. Come il voto che riteneva sempre opportuno darmi il mio prof. di educazione tecnica alle scuole medie. Il motivo era semplice: l’impegno c’era, il risultato meno perché, ragazzi miei, quanto sbavavo sui tratti della maledetta matita quando mi dedicavo a quintale di assonometrie più o meno cavaliere. E qui la questione è la stessa: pochi cavalieri, ma infinite sbavature.
L’unica cosa che resta dopo qualche ascolto è l’eco della continua cantilena lagnosa.
Qualcosa si salva, perlomeno per conferire dignità ad un impegno che suppongo esserci stato prima della pubblicazione e che aveva rivolto il quintetto a cercare di deviare dell’autostrada già indicata e ampiamente trafficata, ma al volante di una una Trabant il compito è tutt’altro che semplice.
Counterfeit Rules è la traccia “salvatutto”, che ha avuto il merito di convincermi ad ulteriori ascolti per non giungere ad una frettolosa conclusione sulla qualità, abbastanza assente a mio avviso già di primo acchito, ma se non fosse stata presente non avrei mai proseguito col mio carico di fiducia.
La title track è gradevole coi suoi cambi di tempo e Filler Is Wasted risulta piuttosto incalzante, ma nel complesso troppo troppo poco per la sufficienza.
C’è ancora tanta strada da fare, e io personalmente non ho proprio intenzione di aspettare i gregari per scelta.
Tasto destro.
Delete.
Empty recycle-bin? Yes.
Deleted.
Semplice ed indolore.
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Anti-Anti[ Jade Tree - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Interpol, Colder, Clap Your Hands Say Yeah
Rating:
1. Like Bullets
2. Anti-Anti
3. My Murmuring Darling
4. Filler Is Wasted
5. Black Eyes
6. Between The Rent And Me
7. Counterfeit Rules
8. Innocent Heathen
9. Stop Your Bleeding
10. Kill The Power
11. Victim Card
12. Sisters
Mauve Discography: Sweet Noise On The Sofa [EP] (Canebagnato - 2007)
Far From The Madding Crowd Discography: S/T (Onthecamper - 2006)
Just A Usual Day Discography: Heavenly Voices (Onthecamper - 2006)

Poche decine di chilometri. Quelli che separano in linea d’aria Verbania e Agno. I navigatori ci consigliano di non puntare così dritto, di macinare molta più strada ma di rimanere al piano, di sconfinare costeggiando il lato occidentale del Lago Maggiore, fino a Locarno, e poi scendere veloci, una volta doppiata l’estremità nord del Verbano, verso Lugano. Prima o poi dovremmo incontrare Agno. Ma noi siamo sofisticati, si sa, e allora preferiamo prenderci tutto il tempo che vogliamo, salire su un traghetto fino a Laveno e cominciare il saliscendi, tortuoso e circolare, che ci condurrà sulle sponde del Lago di Lugano. Tortuoso e circolare, e anche cinematico, si.
Il primo disco che infiliamo nel lettore è quello dei Mauve, terzetto di Verbania che ha pubblicato un EP d’esordio per la Canebagnato Records, “Sweet Noise On The Sofa”. Apre le danze la strumentale “Miles Davis”. Rumori agresti, chitarre riverberate a rincorrersi per poi aprirsi in danze più rumorose e distorte, un crescendo di intensità e di morbosità, una coda lacustre. E’ il post-rock di scuola Mogwai il punto di riferimento più evidente che attraversa le quattro tracce dell’EP. La voce di Carlo Tosi, morbida e sognante, riporta a talune soluzioni adottate dai nostrani Giardini di Mirò, come in “Keep Me Warm”, probabilmente il pezzo più riuscito del disco. “Mauve Paranoid” mostra il lato più teso della band, mentre “Autumn Sweet” strizza l’occhio a soluzioni più pop.
Come passiamo il confine elvetico si addensa qualche nuvola. I Far From The Madding Crowd sono un quintetto di Lugano, legato alla Onthecamper Records, etichetta gemellata con la Canebagnato. Le coordinate di partenza sono le stesse dei Mauve, ma l’atmosfera che si respira dalle cinque tracce del disco è più cupa e languida. Nel complesso, un tantino meno originali, ma efficaci e suggestivi. Ci dimentichiamo all’istante dei pascoli alpini che ci attendono. Piuttosto vorremmo sdraiarci in una pozzanghera nera, possibilmente nelle periferie di Glasgow.
Ma ecco che comincia la discesa.
Dalle casse zampillano le note di “Heavenly Voices”, ultima fatica dei Just A Usual Day, band in cui oltre a Massimiliano Ruotolo figura anche Yuri Ruspini, che della Onthecamper Records è socio fondatore, insieme ad Aris Bassetti e Barbara Lehnhoff degli El Toco.
Siamo praticamente arrivati a destinazione, ci concediamo un ulteriore giro costeggiando il lago di Lugano, sposando quella pratica diffusa che porta ad allungare i percorsi per ascoltare i dischi fino all’ultima nota.
I Just A Usual Day ci riconducono al punto di partenza: agli arpeggi aperti e circolari, a quella passione che negli anni ci ha costretto a fare la spola tra Chicago e la Scozia e che ora trova in questa strada di confine un rifugio protetto e selettivo.
Da percorrere. Assolutamente.

Link:
Mauve MySpace
Far From The Madding Crowd Official Site
Just A Usual Day Official Site

Mp3:
Mauve - Mauve Paranoid (from the EP “Sweet Noise On The Sofa”)
Just A Usual Day - Milk Man (from the album “Heavenly Voices”)
Far From The Madding Crowd - Report From The Wall, News From The Front (from the album “Far From The Madding Crowd”)

2 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 5 (2 votes, average: 3 out of 5)
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Immergersi nell’acqua è come sognare. Forse questa è la chiave di lettura della terza prova solista per Aidan Moffat in arte L.Pierre, che in maniera abbastanza inattesa con “Dip” si abbandona completamente a sonorità ambient e loop eterei. Nulla che geneticamente non fosse già in altri modi e misure nel dna del musicista degli Arab Strap ma diciamo che in questo mini album o EP di 6 tracce l’idea viene portata sulla scala di concept album.
Senza fretta, c’è bisogno di fermarsi e aspettare. Aspettare finalmente immobili, e poi sarà tutto il resto che inizierà a muoversi, anche quel paesaggio che sembrava inesorabilmente statico. E’ il canto della risacca di “Gullsong” che si smonta e si dissolve in nuove sfumature fino planare leggero come un gabbiano nella morbida “Weir’s Way”, lungo brano che spiraleggia su se stesso in loop morbidi e sognanti. “Ache” guidata dalle sgocciolanti note di un pianoforte è un inno alla solitudine perfetta e assoluta che solo certe spiagge vuote sanno regalare. Tutto scorre, è proprio il caso di dirlo, liscio fino ad “Hike” traccia dalle dinamiche un po’ troppo nervose costruita sopra un loop di violini da musica da camera . Colpa principalmente di una drum machine davvero troppo intrusiva, quando infatti nella seconda metà sfuma sullo sfondo lasciando spazio a glitches e gorgoglii la situazione migliora di molto senza perdere comunque brio. Ma ormai è troppo tardi perchè l’effetto è quello della maledetta sveglia che ti tira fuori dalle coperte quei 5 minuti prima sufficienti a rovinarti l’intera mattinata. Insomma a parte questa anomalìa che spezza l’atmosfera costruita “Dip” sfoggia la stessa precisione concentrica e ipnotica di un mandala. Un lavoro che forse non aggiunge nulla di nuovo in materia ma in grado di affascinare chi apprezza le atmosfere eteree con melodie avvolgenti proprio come l’abbraccio perfetto e assoluto del liquido sul corpo. Immergersi è come sognare, lasciare fuori in superficie il mondo sensoriale che ci è familiare e scivolare perfettamente soli verso l’indefinito. O forse è solo il tornare a casa, in quel liquido amniotico che ci ha dato la vita. In ogni caso forse, l’unica solitudine che non fà davvero male.
Cover Album
Band Site
Dip [ Melodic - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Chris Clark, Arab Strap, Helios
Rating:
1. Gullsong
2. Weir’s Way
3. Gust
4. Ache
5. Hike
6. Drift
Discography: CASTWAYS AND CUTOUTS (2002 - Kill Rock Stars), 5 SONGS [EP] (2003 - Hush), HER MAJESTY (2003 - Kill Rock Stars), PICARESQUE (2005 - Kill Rock Stars), THE TAIN [EP] (2005 - Kill Rock Stars), THE CRANE WIFE (2006 - Kill Rock Stars)

Come già accaduto per il fantastico festival transalpino Rock En Seine, IndieForBunnies si avvale della collaborazione di un caro amico per un prezioso contributo dall’estero.
Il fidato Olmert dislocato per alcuni giorni in quel di Londra, torna alla nostra tana portando in dono Mp3, foto, video e soprattutto un ottimo resoconto del concerto dei The Decemberists di scena al mitico Sheperd Bush Empire.
Indie live report internazionale, contenuti assolutamente speciali, un grazie di cuore ad Olmert dagli indie-roditori.

Ecco “ I Decabristi ”, ovvero i membri della rivolta scoppiata in Russia nel dicembre del 1825 e conclusasi con la sconfitta dei ribelli, che lo Zar Nicola farà arrestare e deportare in Siberia.
Cosa c’entri tutto questo con Portland, città di mare dal clima temperato e dalla effervescente scena artistica, non e’ dato sapere. Il dubbio potrebbe però esserci svelato da Helmut , Axelmoloko e soci in una possibile prossima intervista (a distanza) a Colin meloy, leader e mente del gruppo, autore dalla “penna” raffinata e dalla voce piuttosto nasale; Sono certo che i Bunnies non farebbero su di lui della “vanziniana ironia” come quella che mi è capitato di leggere su di una recente recensione. Eccone un’ estratto: ””Colin Meloy, il cantante e autore delle canzoni, è paffuto, occhialuto, con una faccia buffa e cinematografica da nerd di provincia, di quelli che al campus universitario se ne stavano chiusi nella loro cameretta a leggere, fantasticare e strimpellare la chitarra invece di fare sport, sbronzarsi e portarsi a letto le studentesse più carine “.
A mio parere i decembristi non c’entravano nulla nemmeno con Bologna (anche se il concerto si svolgeva all’Estragon, guarda caso, a via Stalingrado), citta’ politicamente e socialmente non idonea per concerti di questa levatura ( forse funzionerebbe meglio per un concerto dei Linea 77 o una manifestazione “ movimentista “ ).
Fatte queste sarcastiche ed amare considerazioni, non potevo che gustarmi Colin Meloy e soci in quel dì Londra, approfittando per andare a vedere anche i Magic Numbers che avrebbero suonato il giorno successivo.
La band statunitense è in tour per presentare la loro ultima fatica ( la prima con una major) “ The Crane Wife”, una sorta di concept album che prende lo spunto da un’antica favola giapponese, “Tsuru no ongaeshi” (La gratitudine della gru). La vecchia parabola popolare narra di una gru ferita che, attraverso le cure amorevoli di un uomo, trasformano l’animale in donna e fedele compagna, fino a quando la curiosità e l’avidità del suo salvatore non romperanno per sempre l’incantesimo.
Ad ogni modo, l’8 febbraio , puntualissimo come una diffida della Digos, arrivo al The Forum di Shepherds Bush Empire. All’entrata Il primo impatto mi fa venire subito alla mente una scena tratta dal film “Los Lunes Al Sol”, dove il protagonista ed un suo amico sono seduti su una scogliera, osservando una nave da crociera diretta in Australia:
-“Lo sapevi che L’Australia e’ 10 volte piu’ grande della Spagna, ma con meno della meta’ della popolazione? E’ un paese agli antipodi!!”
-“Antipodi? Sarebbe a dire?”
-“Antipodi, contrario di. Li lavori, qui no; Li scopi, qui no.”
A suo modo, Londra ed in particolare il Forum e’ agli antipodi , paragonandolo ad un qualsiasi locale della capitale. Ottima la scelta delle birre alla spina, ben fatti i cocktail, puliti ed ordinati i cessi, acustica molto simile ad un’auditorium, gente (non me ne vogliano i lettori “romani”) decisamente di qualita’ superiore e, non per ultima, ottima visibilita’ da ogni punto del teatro.
Ma forse tutto questo era scontato.
Come scontata era la scaletta dei brani, concentrata maggiormente sull’ultimo album. Magistralmente eseguita la lunghissima (quasi 13 minuti) “The Island, Come And See, The Landlord’s Daughter, You’ll Not Feel The Drowning”, canzone da sofisticato rock anni 70 ( non a caso la tastierista Jenny e’ una gran fan dei Jethro Tull e di Emerson, Lake e Palmer ).
Molta partecipazione per “Shankill butchers”, che si allontano dalla fiaba nipponica, rievocando scene della guerra in Irlanda ( realmente accaduti ) negli anni 70. Immancabili I 3 episodi di “The Crane Wife” vera spina dorsale dell’album, ovviamente riproposta al contrario (come nell’album). Splendida anche la hit “ O Valencia” - che narra le vicende di due novelli Romeo e Giulietta il cui amore è contrastato dalla famiglia di lei - ballata un’po da tutti i settori del teatro così come “Yankee Bayonet (I Will Be Home Then)”.
Non scontata invece era la versione di “Sixteen military wives”, dove Meloy ha dato prova di esperto front man, suddividendo il teatro in 4 parti di pubblico e attribuendo a ciascuno (non senza fatica) il suo “la di da di da” nel ritornello. Il tutto ovviamente in puro stile” Decembrista”: un coro contro l’altro , come in una battaglia di 2 secoli fa. Sempre da “Picareque” sono state riproposte “We both go down together”, ascoltata pero’ dai “bellissimi” cessi del The Forum, a causa delle 2 birre precedentemente bevute, e “The Engine driver”.
Estratta da “Her Majesty” la coinvolgente “Billy Liar”, che inutile dire, ha fatto alzare di nuovo le 3 file superiori del teatro.
Meloy ha anche avuto il tempo di far entrare 2 ospiti inglesi, uno dei quali era nientemeno Robyn Hitchcock che ci ha deliziato con un paio di proprie composizioni. Un’ po di delusione, per chi come me, alla parola “ospiti”, aveva gia’ pregustato Joanna Newsom o Morrissey, considerato che il “ paffuto “ leader ha spesso ammesso di ispirarsi all’ex Smiths , dedicandogli recentemente un Ep, che riproponeva alcune sue canzoni da solista. Con la giovane cantante americana, invece, ha per ora all’attivo solo una cover, “Bridges and Balloons”.
Ma la vera sorpresa si e’ avuta al ritorno dal richiestissimo “bis”. Dopo aver ironizzato sugli inglesi presenti ( “Voi che vi vestite con pochi pound da H & M” ), ha aperto “A Cautoniary song”, ma in versione solista. Il perche’ lo si e’ capito poco dopo, allorché due componenti del gruppo sono entrati tra il pubblico battendo il tempo con degli strani strumenti. Di seguito i due, con l’aiuto dal palco di Meloy, hanno creato una “trincea” tra gli spettatori, inscenando una battaglia della guerra civile americana: da una parte gli inglesi, capitanati dal batterista John Moen, dall’altre i “rivoltosi” con il bassista “tutto fare” David Funk. Il tutto, con il sottofondo della branp, adeguatamente rallentato e improvvisato.
Tornato “L’ordine”, Meloy ha chiuso il concerto chiamando sul palco una decina di ragazzi , per nulla intimiditi nel proporre con lui “Sons And daughter” in una versione corale .
Applausi quindi per questi Decemberists, sia da me che dai moltissimi presenti. Applausi anche per il neo papa’ Colin Meloy che, a parte la giacca orrenda, si e’ rivelato un piacevolissimo intrattenitore ( a proposito, a sentir lui la madre era veramente una trapezista cinese: “Mia madre era una trapezista cinese nella Parigi prebellica, contrabbandava bombe per i partigiani. Incontrò mia padre a una festa a Aix-en-Provence. Lui era travestito da cadetto russo e lavorava per l’Asse” ) .
Anacronistici insomma. Almeno cosi sono o vogliono sembrare. Lo ammette lo stesso Meloy in un’intervista:” Penso sia vero. Vuol dire che facciamo un tipo di musica che le radio oggigiorno non trasmettono. E poi i miei dischi preferiti sono sempre stati anacronistici rispetto ai loro tempi. Mi sono sempre piaciute le canzoni fuori moda. Se vivi a Portland, in mezzo alla natura, ti viene naturale suonare certa musica, come dire, bucolica”. Che canti dell’Unione Sovietica degli anni ‘40 o dell’Irlanda dei ‘70, del Giappone della notte dei tempi o della Guerra Civile americana, Meloy descrive sentimenti e fatti senza tempo e quindi decisamente interessanti per i suoi contemporanei. Lo fa, specie in quest’album, miscelando sapientemente tenerezza e tristezza, commedia e tragedia, avventura e romanticismo.

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Mp3:
A Cautionary Song (live version)
Wuthering Night (live version)
Your Love (Outfield Cover)
Charity Board (Kate Bush Cover)
O Valencia (live version)
Bring On The Dancing Shoes (Echo And The Bunnymen Cover)

Pictures from the Live Performance (London - The Forum, Sheperd Bush Empire - 08-02-2007) :
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Video from the Live Performance (London - The Forum, Sheperd Bush Empire - 08-02-2007) :



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I post-it sono un’ottima trovata, ma se sei un disordinato cronico ti possono complicare la vita.
Io per esempio vivo in un appartamento disseminato di appiccicosi foglietti colorati.
Li uso con una facilità disarmante e con altrettanta facilità li scordo chissà dove pochi secondi dopo. Alcuni periodicamente saltano fuori, nei momenti meno opportuni e quando le informazioni che contengono ovviamente non servono più a nulla, di altri ne perdo le tracce in quei simpatici buchi neri che ogni dimora che si rispetti conserva gelosamente.
Ranghild deve avere il mio stesso problema.
Posso tranquillamente immaginare il casino che regna nella sua cameretta e soprattutto quell’arcobaleno di pezzetti di carta sparsi un po’ ovunque.
Leggenda vuole infatti che proprio un post-it, rinvenuto chissà dove e sul quale aveva appuntato il titolo di una canzone, sia all’origine di questo progetto musicale, a cui la giovane di Bergen ha dato vita un anno fa.
“Soda Fountain Rag” è infatti il nome di un brano che un certo Duke Ellington compose a soli quindici anni, a tutti gli effetti la sua prima creatura.
Non è sicuramente il jazz ne tanto meno lo stesso smisurato talento ad accomunare quel mostro sacro di Duke con questa fanciulla norvegese, quanto invece una comune, irrefrenabile voglia, manifesta già in giovane età, di comporre musica.
Rinchiusa nella sua stanza, circondata da un armamentario che ogni “bedroom music kid” che si rispetti possiede (niente di più di una scalcinata pianola casio, un comune pc con software audio craccati al seguito, una chitarra rimediata per due soldi due…) la nostra ha cominciato infatti a sfornare con impressionante velocità un’infinita serie di irresistibili composizioni casalinghe.
Ora ci pensa la nostra MyHoney Records, indie label di Brescia, a mettere ordine nella sconfinata produzione di Soda Fountain Rag patrocinando il primo lavoro sulla lunga distanza.
Una indomabile indole da smanettona, comune in una generazione di ragazzi nati con un mouse tra le mani, messa a disposizione di uno spiccato senso melodico coltivato, come per sua stessa ammissione, con ripetuti ascolti di Magnetic Fields, The Moldy Peaches, Adam Green fin alle più attuali Rough Bunnies, fanno di Ranghild e del suo “home-made project”, uno dei nomi caldi dell’attuale scena nord-europea.
Con “Sometimes I Wonder If You Have A Heart” ci vengono servite solari parentesi twee-pop, essenziali composizioni elettro-pop, in un tripudio di istintive melodie rigorosamente presentate in tenuta ‘low-fi’.
E se chitarrine ed inserti di tromba vi riporteranno alla mente i tempi in cui Isobel Campbell strappava il microfono a Stuart Murdoch, in quella che era l’alba dell’avventura con i Belle & Sebastian, quando l’immancabile pianola da discount conquisterà l’intera scena vi sembrerà di trovarvi al cospetto di demo trafugati a Stereolab o Au Revoir Simone (“Angry Girl”, “Army Of Silent Kids”).
Se dopo aver letto questa recensione, avete segnato su un post-it il nome di questa ennesima sorpresa made in Scandinavia, assicuratevi che quel maledetto fogliettino appiccicoso non vada perso, Soda Fountain Rag promette di regalarci piacevoli sorprese in un futuro decisamente prossimo, sarebbe un errore perderne le tracce.
Cover Album
Band Site
MySpace
Sometimes I Wonder If You Have A Heart [ MyHoney - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Belle & Sebastian, Au Revoir Simone, Moldy Peaches
Rating:
1. Don’t Kill The Clowns
2. You Can’t Stop Me
3. Are Philosophers Lonely ?
4. Angry Girl
5. I Was Reborn
6. Army Of Silent Kids
7. Extra Life
8. Who Needs A Car ?
9. The Year I’m 17
10. New Dancing Shoes

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