Mar 20 Feb 2007
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I post-it sono un’ottima trovata, ma se sei un disordinato cronico ti possono complicare la vita.
Io per esempio vivo in un appartamento disseminato di appiccicosi foglietti colorati. Li uso con una facilità disarmante e con altrettanta facilità li scordo chissà dove pochi secondi dopo. Alcuni periodicamente saltano fuori, nei momenti meno opportuni e quando le informazioni che contengono ovviamente non servono più a nulla, di altri ne perdo le tracce in quei simpatici buchi neri che ogni dimora che si rispetti conserva gelosamente. Ranghild deve avere il mio stesso problema. Posso tranquillamente immaginare il casino che regna nella sua cameretta e soprattutto quell’arcobaleno di pezzetti di carta sparsi un po’ ovunque. Leggenda vuole infatti che proprio un post-it, rinvenuto chissà dove e sul quale aveva appuntato il titolo di una canzone, sia all’origine di questo progetto musicale, a cui la giovane di Bergen ha dato vita un anno fa. “Soda Fountain Rag” è infatti il nome di un brano che un certo Duke Ellington compose a soli quindici anni, a tutti gli effetti la sua prima creatura. Non è sicuramente il jazz ne tanto meno lo stesso smisurato talento ad accomunare quel mostro sacro di Duke con questa fanciulla norvegese, quanto invece una comune, irrefrenabile voglia, manifesta già in giovane età, di comporre musica. Rinchiusa nella sua stanza, circondata da un armamentario che ogni “bedroom music kid” che si rispetti possiede (niente di più di una scalcinata pianola casio, un comune pc con software audio craccati al seguito, una chitarra rimediata per due soldi due…) la nostra ha cominciato infatti a sfornare con impressionante velocità un’infinita serie di irresistibili composizioni casalinghe. Ora ci pensa la nostra MyHoney Records, indie label di Brescia, a mettere ordine nella sconfinata produzione di Soda Fountain Rag patrocinando il primo lavoro sulla lunga distanza. Una indomabile indole da smanettona, comune in una generazione di ragazzi nati con un mouse tra le mani, messa a disposizione di uno spiccato senso melodico coltivato, come per sua stessa ammissione, con ripetuti ascolti di Magnetic Fields, The Moldy Peaches, Adam Green fin alle più attuali Rough Bunnies, fanno di Ranghild e del suo “home-made project”, uno dei nomi caldi dell’attuale scena nord-europea. Con “Sometimes I Wonder If You Have A Heart” ci vengono servite solari parentesi twee-pop, essenziali composizioni elettro-pop, in un tripudio di istintive melodie rigorosamente presentate in tenuta ‘low-fi’. E se chitarrine ed inserti di tromba vi riporteranno alla mente i tempi in cui Isobel Campbell strappava il microfono a Stuart Murdoch, in quella che era l’alba dell’avventura con i Belle & Sebastian, quando l’immancabile pianola da discount conquisterà l’intera scena vi sembrerà di trovarvi al cospetto di demo trafugati a Stereolab o Au Revoir Simone (“Angry Girl”, “Army Of Silent Kids”). Se dopo aver letto questa recensione, avete segnato su un post-it il nome di questa ennesima sorpresa made in Scandinavia, assicuratevi che quel maledetto fogliettino appiccicoso non vada perso, Soda Fountain Rag promette di regalarci piacevoli sorprese in un futuro decisamente prossimo, sarebbe un errore perderne le tracce. |
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Febbraio 20th, 2007 at 09:58
ottimi consigli - axel - come al solito. davanti a certe (ultime) produzioni nord-europee ci vado un po’cauto: spesso - come si è avuto modo di scrivere - ci si ritrova con canzoni simili a mille altre; o troppo twee e docliastre. non è questo il caso, almeno dai sample. tra l’altro, il paragone con la prima isobel campbell ci sta tutto.
ps per quanto riguarda invece dog problems, non lo so: non riesce a convincermi più di tanto. mi sembra un tantino troppo “american-style”…
Febbraio 20th, 2007 at 13:10
Questa ” soda fountain rag ” puzza un pò di ” stranezza “…
Febbraio 20th, 2007 at 20:01
Pam non temere se la musica scandinava comincia a sembrarti un po troppo mielosa buttati sul black metal…o sulla sperimentale degli Ulver suvvia…nieh!eh!eh!
io ho messo un post-it sul desktop cmq…che forse è ancora più grave me sa…
Febbraio 21st, 2007 at 11:10
non voglio indagare sui possibili significati del nome ulver - di per sè già troppo sperimentale per i miei gusti. comunque, la cosa più black con cui sono venuto in contatto è stato un black russian ai tempi in cui frequentavo le discoteche (immagino che su questa mia affermazione ci possa essere una selva —ouch!— di doppisensi…bah, che menti malate che abbiamo!)
Febbraio 21st, 2007 at 19:09
Pensi sempre male..Ulver significa Lupo e norvegese me lo porti a settembre…