Febbraio 2007


2 Votes | Average: 2 out of 52 Votes | Average: 2 out of 52 Votes | Average: 2 out of 52 Votes | Average: 2 out of 52 Votes | Average: 2 out of 5 (2 votes, average: 2 out of 5)
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Il terzo studio album di Chantalle Passamonte aka Mira Calix segna il punto d’arrivo di una percorso sperimentale che la sudafricana ha intrapreso da diversi anni.
Dopo aver studiato fotografia in patria, Chantalle arriva a Londra nel 1992 per tentare di esprimersi in questo campo. Dopo poco però è costretta a fare i conti con i magri guadagni che ricava dall’essere una freelance e decide di aprire un negozio di dischi a Soho, dando così sfogo all’altra sua grande passione: la musica.
Inizia a fare la dj in alcune serate in giro per Londra, all’interno di location inusuali occupate per l’occasione. Niente clubbing quindi, più che altro situazioni intime ed originali dove suonare musica chill out dopo la chiusura dei locali. In questo periodo entra in contatto con la Warp e si inserisce in pianta stabile nell’ufficio stampa dell’etichetta. Da qui in poi inizierà ad occuparsi di musica a tempo pieno.
In direzione warpiana andranno soprattutto i primi lavori ( il singolo “ Pin Skeeling “ del 1998, l’album “ One On One “ e le ” Peel Sessions “ del 2000 ), largamente influenzati dalle ricerche di Aphex e Autechre.
Se già dal secondo album “ Skimskitta “ ( 2003 ) la Calix inizia ad elaborare una poetica molto più personale, fatta di elementi d’avanguardia, improvvisazioni repentine e laceranti frammentazioni acustiche, sarà con le collaborazioni poi contenute nell’EP “ Three Commissions “ ( 2004 ) che la sudafricana si affrancherà definitivamente dagli archetipi degli esordi per intraprendere una direzione “ sperimentale “ nell’accezione più creativa e organica del termine. L’EP in questione nasce dal lavoro fatto su commissione per il Museo di Storia Naturale di Ginevra e per una galleria d’arte britannica. La richiesta del Museo appare particolarmente stimolante quanto di non facile attuazione: creare musica con dei “ found sounds “ inusuali quali i ronzii degli insetti, api e farfalle in particolare. Partendo da questa traccia Chantalle dà vita ad improvvisazioni suggestive e rarefatte, irreali e violente, specie quando ad accompagnarla c’è la London Sinfonietta.
Sarà quest’ultima esperienza a prefigurare direttamente gli orizzonti di “ Eyes Set Against The Sun “, un album che esprime le tensioni della realtà contemporanea attraverso la costruzione di un’altro universo, parallelo ma speculare al nostro. Un mondo in cui si comunica attraverso la minacciosa purezza del canto di un coro di bambini ( che aprono e chiudono il disco ), tra suoni rubati all’acqua che scorre, violini, ritornelli inquietanti ( l’iniziale “ Because To Why “ ); un luogo in cui le note toccanti di un piano ( “ Eeilo “ ) e l’ angoscia di lunga suite per glitch ossessivi e field recordings ( “ The Way You Are When “ ) trasportano l’ascoltatore in una realtà distante dalla nostra, nel tempo e nello spazio. In questo “ altrove “ la grazia immanente può arrivare inaspettata, sotto forma di poche parole pronunciate come carezze, tra un diluvio di vetri spezzati che col passare dei minuti prendono l’aspetto della divinità Richard D. James ( “ Umbra / Penumbra “ ), oppure attraverso il battito d’ali di una farfalla che vola via in una foresta di minimalismi zen e tensioni ambient ( “ Belonging ( No Longer Mix ) “ ).
L’universo musicale di “ Eyes Set Against The Sun “ non vi si schiuderà dinnanzi facilmente, poichè per mantenersi puro e incontaminato ha scelto di nascondersi dietro un’apparente ostica impenetrabilità.
Vale però la pena fare uno sforzo, perché raramente oggi ci viene data la possibilità di perderci in simili esperienze sonore.
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Eyes Set Against The Sun [ Warp - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Autechre, Aphex, Boards Of Canada, Seefeel
Rating:
1. Because To Why
2. Stockholm Syndrome
3. A Cereus Night
4. Eeilo
5. Protean
6. Way You Are When
7. Tillsammans
8. Umbra/Penumbra
9. Belonging (No Longer Mix)
10. One Line Behind

Il tasto l’hai premuto, ormai.
E’ inutile che tenti di tornare indietro, di far finta di niente.
Il passato è un animale grottesco, il presente, invece, è un grosso punto di domanda. E’ una gomma costretta in un vicolo cieco da lame taglienti.
Si ritrae, si deforma, si difende, ma è ad un passo dal lacerarsi.
Il futuro è tutto contenuto in quel pezzetto di gomma.

Pungetemi dunque.
Che sono stufo di questo stallo, di quest’aria viziata. Fate uscire tutta quella verità, quei colori.

Saprò ripagarvi

Playlist:
1) Billie The Vision & The Dancers “I’m a Cuckoo (Belle & Sebastian Cover)”
2) The Rakes “We Danced Together”
3) Kech “Good Night For A Fight”
4) Uzi & Ari “Mountain/Molehill”
5) Shotgun & Jaybird “Secret
6) Alessandro Raina “Red Cloud Slaughtered Beach”
7) Pia Fraus “Pretend To Be Here
8) Mauve “Keep Me Warm”
9) Of Montreal “The Past is a Grotesque Animal”

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #15
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Il primo incontro con quelli del Marinaio Gaio (non mi soffermo, lascio alla vostra curiosità le ricerche, nella convinzione che comunque prima o poi ne risentirete parlare) è stato in una notte fonda di fine agosto alticci dell’alcool delle notti fonde di fine agosto. In spiaggia a Pesaro, campo neutro: di Riccione io di Senigallia loro.Un tizio alto e magro dall’aria simpatica con dei baffi e dei capelli che non vedevo dai tempi dei “Tre moschettieri” mi chiede perché abbia le scarpe e non sia scalzo. Un altro ragazzo coi capelli a scodella ed un gradevole sorriso da eterno adolescente dice che vuole spedirmi il suo demo: lui, il moschettiere ed un altro figuro hanno una band. Si chiamano Chewingum e proprio non riescono a spiegarmi che razza di musica facciano. Pop è l’unica cosa che capisco. Gli lascio il mio indirizzo, mi tolgo le scarpe e concedo loro il mio primo ed ultimo bagno estivo: rigorosamente dalle caviglie in giù. Baci abbracci e un’altra estate è bella che finita.
Quelle contenute in “Eppi” sono quattro canzoncine piene di grazia e immaginario malinconicamente scanzonato, retrò e gocce di pioggia su di me…Chitarra acustica di sole e giri in bici, voce sussurrata come soffio su un dente di leone ( il “soffione”). Ritmi educati e sornioni, comunque frizzanti: da ballare tra sé e sé col sorriso sulle labbra. Nei testi, insoliti ed originali pensieri d’amore, ricchi di dettagli e citazioni esotiche: nomi di città lontane, letteratura del liceo, canzoni che ti salvano dai momenti grigi. Ascoltando queste piccole meraviglie rubate al tempo si rischia di venire rapiti in un’altra epoca forse mai esistita, surreale, dove ancora contano le buone maniere e la cavalleria, dove si può assistere ai corteggiamenti di Valentino e Valentina innamorati dell’amore di quando avevi otto anni e scoprivi i Beatles tra i dischi dei tuoi e c’era quella ragazzina con le trecce sull’altalena che non capivi bene…ma volevi andare da lei. Ci si ritrova inebetiti, travolti da caldi ricordi, sorridenti e sovrappensiero. Ribadisco, innamorati di cotanta naivetè e magnetica semplicità apparente. Annotarsi il nome per il futuro, prego.

Cover Album
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Eppi (EP) [ Marinaio Gaio - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Belle & Sebastian, Half-Handed Cloud, Why?
Rating:
1. Giallo Paprika
2. Paul Simon
3. Giulio-Claudia
4. Rianair

Titolo: Control (Joy Division)

Forse il film di Anton Corbijn in Italia non arriverà mai, noi però abbiamo deciso di dedicare una puntata ai Joy Division ed alle vicissitudini del loro leader Ian Curtis, scomparso giovanissimo ma già adulto.
Un incontenibile Lor15 ci racconta i fatti e misfatti di una band che con due soli dischi ha scritto la storia della musica indie degli ultimi 25 e passa anni e vedremo che anche oggi c’è ancora chi ne trae fonte di ispirazione.

Nella prima parte della puntata ci saranno news relative a Foo Fighters, Dinosaur jr, Maximo Park, Morrissey, Franz Ferdinand, Spiritualized e Massive Attack.

Axelmoloko, con competenza, ci parla di The Format, dandoci l’ennesima ventata di freschezza e novità nell’aprire la finestra sul cortile di Indieforbunnies.

Infine Fulvio ci segnala la numerologia che sta dietro all’ultimo album dei Tool. Se si suonano in sequenza due brani, sovrapposti ad un terzo si ottiene una canzone inedita. Noi abbiamo provato e…

Mp3:
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Axelmoloko presenta :

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Band: The Format
Album: Dog Problems[ Nettwerk - 2006 ] - BUY HERE
Traccia Trasmessa: Dog Problems

Solari composizioni indie-rock, melodie killer, questa la semplice ed efficace ricetta dei The Format.
Maggiori titolari del progetto proveniente da Peoria, Arizona, sono Sam Means (chitarra, pianoforte, tastiere)e Nate Ruess (voce, sintetizzatore) ragazzi cresciuti a dosi massiccie di Beach Boys e XTC, e in patria forse troppo presto associati a recenti, scadenti, realtà musicali quali The Get Up Kids e Jimmy Eat World.
Arrivato dopo l’esordio autoprodotto “Interventions + Lullabies”, “Dog Problems” è infatti ben altra cosa rispetto al plastificato punk-rock melodico confezionato ad uso e consumo dei giovani skaters d’oltreoceano.
Le melodie sono perfette, i suoni genuini, insomma come qualcuno ha scritto “la colonna sonora perfetta per un’estiva giornata di sole”.

8 Votes | Average: 3.75 out of 58 Votes | Average: 3.75 out of 58 Votes | Average: 3.75 out of 58 Votes | Average: 3.75 out of 58 Votes | Average: 3.75 out of 5 (8 votes, average: 3.75 out of 5)
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E’ stato ufficialmente rilasciato a gennaio dalla Polyvinyl, l’ultimo album della one man band Of Montreal, intitolato “Hissing Fauna, Are You The Destroyer?”, realizzato da Kevin Barnes, con la sola collaborazione di parenti e amici. Ormai è chiaro che, tranne rare eccezioni, è quasi impossibile ingabbiare una band o un album in un genere definito. E non è questa l’eccezione.
Il terreno di gioco in questo caso è l’indie pop ma Barnes si diverte a giocare con ogni genere musicale possibile: si spazia dalla dance anni ’80 alle chitarre psichedeliche fino a toni dark, passando poi per ritmi funk, manipolazioni e distorsioni elettroniche per sfociare infine nel college rock. Un album sicuramente caotico e imprevedibile, un agglomerato instabile di emozioni e atmosfere oniriche e surreali. D’altra parte è stato scritto durante un lungo periodo di depressione e Barnes stesso lo ha definito un concept album, un tentativo di mettersi a nudo per mezzo di testi dalla disarmante onestà in cui affronta temi molto personali: fallimenti, cuori spezzati, crisi mistiche, frustrazione…

It’s so embarrassing to need someone like I do you
How can I explain I need you here and not here too
I’m flunking out
I’m gone, I’m just gone
But at least i author my own disaster
……
Sometimes i wonder if you’re mythologizing me like i do you
We want our film to be beautiful, not realistic
Perceive me in the radiance of terror dreams
And you can betray me, but teach me something wonderful

Nonostante i temi “difficili” però, l’energia e il ritmo travolgente della musica saranno sicuramente apprezzati da chi cerca qualcosa fuori dall’ordinario.
Svettano su tutte “Gronlandic Edit”, “Heimdalsgate Like a Promethean Curse” e i 12 minuti della splendida “The Past Is A Grotesque Animal”, fulcro dell’album, in salsa electro-funk.

Cover Album
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Hissing Fauna: Are You the Destroyer? [ Polyvinyl - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Elf Power, Animal Collective, !!!
Rating:
1. Suffer For Fashion
2. Sink The Seine
3. Cato As A Pun
4. Heimdalsgate Like
A Promethean Curse

5. Gronlandic Edit
6. A Sentence Of Sorts
In Kongsvinger
7. The Past Is A
Grotesque Animal
8. Bunny Ain’t
No Kind Of Riderc
9. Faberge Falls For
Shuggie
10. Labyrinthian Pomp
11. She’s A Rejecter
12. We Were Born The
Mutants Again With
Leafling
13. Du Og Meg
(LP Bonus Track)
14. Voltaic Crusher/Undrum
Muted Da (LP Bonus Track)
15. Derailments In A Place
Of Our Own (LP Bonus Track)
16. No Conclusion
(LP Bonus Track)
5 Votes | Average: 3.4 out of 55 Votes | Average: 3.4 out of 55 Votes | Average: 3.4 out of 55 Votes | Average: 3.4 out of 55 Votes | Average: 3.4 out of 5 (5 votes, average: 3.4 out of 5)
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Abbiamo tutto per te, figliolo. Benvenuto nella merda più nera. Soffri di nausea? Hai attacchi di ansia? Ti manca l’aria, vero? (Oddio quanta aria fresca nei polmoni ti manca) Nell’ultimo anno sei dimagrito chili e chili per poi rimetter su peso, a forza di pensieri alla frutta candita? T’interroghi ancora sul significato di certe cose assurde che in molti reputano imprescindibili? Beh…basta. Qui sei nella merda e adesso tutto può fottersi in un secondo. Sei in un ovale rotto da un bambino anemico. Sei dentro una delle tante uova disegnate da Bosch. E la cosa sorprendente è che…sei a testa in giù, cazzo! Eccolo qua il mio amico Guy Blakeslee che, se tira vento se ne vola e se lo abbracci crepa, per quanto è secco. Stavolta Entrance non è una persona smarrita che a diciott’anni se ne scappa, nauseato dalla cattiveria di Baltimora e comincia a dormire sotto i ponti, a suonare come un pazzo in ogni scantinato d’Europa e del Nord America. No. Stavolta dietro la sigla d’Entrata finalmente c’è una produzione con un pizzico di buon senso. C’è un’etichetta, la Tee Pee (The Brian Jonestown Massacre, Witch, Kalas) e prima ancora la Entrance Records. Ci sono dei veri musicisti, non più campanelli e idee rotte (seppur bellissime). C’è una batteria e un basso e una chitarra allucinatissima e…un violino (!). C’è Paz Lenchantin a co-produrre, a co-suonare, a co-cantare e c’è un vortice di psichedelia immenso, lisergico, a tratti balcanico a tratti molto blues. Quel blues che ai tempi di Ray Charles i neri cantavano giù in strada per scaldarsi le vene, nascosti dentro agli angoli di New York, di fronte a un bidone che andava a fuoco e che spingeva via lontano nel vento anche le ultime ceneri delle loro coscienze (annegate altrimenti dentro una bottiglia di Jack). Le coscienze si. La dignità mai. Questa vita devi morderla, cazzo devi addentarla e fargli male, fratello. Devi farla sanguinare tu per primo e non puoi permetterti di soccombere a qualche colpo basso. Questo disco eccellente suona esattamente come dovrebbe suonare. “Pretty Baby” è l’epicentro di un vortice che risucchia tutto. I violini e una carovana di strani personaggi. Jack White che dopo parecchi bicchieri di Rum “alla calata” prende una Hofner rossa fiammante, la attacca a un amplificatore valvolare e comincia a suonare ubriachissimo una poesia di Patti Smith in chiave selvaggiamente blues. Ecco come suona sta roba. C’è un concetto dietro a questo album. C’è il concetto che l’unica cosa sicura della tua cazzo di vita è una sola. La morte. Si, ok, toccati quello che vuoi quanto vuoi ma tanto è così. Punto. E allora ecco la celebrativa e ammaccatissima “Prayer Of Death” [ I Want To Die Without No Fear/ I Want To Die Rejoicing/ I Want To Meet My Brother There/ And Hear His Glorious Voice Sing/…], un estratto dal libro tibetano della morte ad aprire il booklet, un bel po’ d’illustrazioni piene di scheletri che rubano donne impaurite dai loro villaggi, altri rimandi funerei e le dediche a Syd Barrett, Kurt Cobain, William Blake e altri parenti e amici passati a miglior vita. Ricordati che devi morire! “Si si…mo me lo segno.” rispondeva Troisi qualche anno fa in un film. Quest’album procede lentamente come un carrozzone del circo che traballa su una strada sterrata, lascia cadere a terra gli strumenti, buca una ruota, ma va avanti dritto alla meta. Disco registrato in undici giorni, su un sedici piste a Chicago, sotto l’occhio vigile di Steve Albini e qualche personaggio fricchettone che già me l’immagino raccontare della sua ennesima reincarnazione, avvenuta un giorno preciso della seconda metà di marzo, prima di cadere semi svenuto e fumatissimo con la bava alla bocca sul pavimento [se ancora non avete smesso di leggere siete proprio stoici, cazzo N.d.R]. Lo spirito di un disco nato dal fumo acido del cosmo. Elementare in modo quasi fastidioso. Ripetitivo e ossessivo, come tutte le cose firmate da Entrance. Disco che sarebbe piaciuto a Jim Morrison. Disco che, date le sonorità, poteva tranquillamente essere prodotto da una persona strana come Jeff Magnum (Neutral Milk Hotel, Circulatory System). Disco che rintraccia la mente di Johnny Cash e la stordisce di giri concentrici, cantilene e atmosfere nerissime. “Valium Blues” era presente anche su “The Kingdom Of Heaven Must Be Taken By Storm”, primo disco di Blakeslee; qui è ri-arrangiata in chiave molto più incasinata e lisergica, con tanto di violini maledetti, gitani e delay su tutto. A tappeto proprio. “Requiem For Sandy Bull” è una canzone strumentale di cui nessuno sentiva il bisogno, ma si può perdonare guardando la totalità di questo bel viaggio onirico. “Lost in The Dark” è la spiegazione del perché Beirut non arriverà mai a tanta maledizione [Reach For The Light/ But The Switch Is Gone/ Well What You Gonna Do Now?/ Some Other Time Baby, Death Will Be Breathin’ Down Your Neck/ Respect]. Mi dispiace fratello. O ci nasci o sennò non ci diventi nero pece dentro. Al massimo arrivi a qualche sfumatura di quel grigio fumo di Londra, ma non è la stessa cosa. Puoi anche auto-spaccarti un sitar sulla schiena ma non ce la fai proprio. Sciamanico. Celebrativo. Ritmato come un rito voodoo brasiliano nei pressi della spiaggia (“Never Be Afraid”). Tanti galli sgozzati qui amico.Never Be Afraid! When You Think About Death Every Morning Don’t You Ever Be Afraid!”. I violini. Continuano a suonare i violini. Quando una persona muore, muoiono con lui i pensieri, le sensazioni, la volontà e il suo alter-ego. Ecco che d’improvviso scompare la vita da sempre sognata ma mai raggiunta; e i momenti indimenticabili si mescolano in un vortice assieme a quelli più scuri. Comincia a fare davvero freddo. La vista si tinge di viola e l’autunno…stride sempre di più.

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Prayer Of Death [ Tee Pee - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Syd Barrett, Beirut, Neutral Milk Hotel, The Doors
Rating:
1. Gream Reaper Blues
2. Silence On A
Crowded Train
3. Requiem For
Sandy Bull (R.I.P.)
4. Valium Blues
5. Pretty Baby
6. Prayer Of Death
7. Lost In The Dark
8. Never Be Afraid
12 Votes | Average: 3.5 out of 512 Votes | Average: 3.5 out of 512 Votes | Average: 3.5 out of 512 Votes | Average: 3.5 out of 512 Votes | Average: 3.5 out of 5 (12 votes, average: 3.5 out of 5)
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Si può dire senza ombra di dubbio che è l’opera più estrema di Lynch. Forse si potrebbe anche arrivare a dire che è vero che il regista sia arrivato a giocare con il pubblico e con il suo nome, cercando a tutti i costi la provocazione totale.
La provocazione è quella di fare un film completamente girato nella testa di qualcuno. Lynch si prodiga nel confondere le carte sul proprietario della testa in merito: è la sua o quella di Laura Dern?
Comunque, parte come un film confuso ma comprensibile per i primi trenta o quaranta minuti e poi improvvisamente abbandona qualsiasi logica, scardinando il concetto di causa/effetto in modo ancora più radicale di quanto non facesse Mulholland Drive.
Potrebbe essere cosa? Un melodramma come il film che sta girando il regista Jeremy Irons? Oppure è una pirandelliana emanazione della finzione sulla vita reale, secondo un intricato gioco di piani narrativi e temporali? Jeremy Irons sta girando un film su una coppia adultera: il remake di un film mai finito, visto che l’originale venne sospeso per la morte dei due protagonisti, uccisi per gelosia dal vero marito. Ovviamente, anche il marito dell’attrice Laura Dern è follemente geloso, e la sceneggiatura è tratta da una leggenda polacca, forse è per questo che nel film ci sono scene in polacco? Ma tutti i pezzi di questo puzzle c’entrano davvero? E’ davvero necessario cercargli una collocazione?
Cosa ne viene fuori? Un film tremendamente affascinante, frutto dell’incredibile senso del cinema di Lynch. Difficile dire se tutto il pubblico si presta al gioco, ma è probabile che molti lo facciano controvoglia. Perché la sensazione che lascia Inland Empire è quella di un sottile gioco di ipnosi, di un coinvolgimento che va molto oltre la nostra reale volontà di partecipazione. Spesso durante la visione si ha la sensazione di essere totalmente passivi, legati a quello che Lynch ha deciso di farci vedere: non c’è più nemmeno quel lavoro mentale a cui spingeva Godard nei suoi film più sfilacciati, accostando gli elementi e i materiali, affidando al nostro bagaglio culturale il compito di produzione del senso.
Tre ore di film, tra primi piani fissi e lunghissimi, incredibili giochi di luce ed ombra, passaggi decisamente stretti e salti temporali vertiginosi, figure ricorrenti e archetipi, e la sensazione di essere finiti (come forse è finita la protagonista) in un relais, in un buco nero della razionalità. Dal momento in cui Laura Dern fa entrare quella strana signora in casa? O nel momento in cui entra in quello scantinato che poi da su una casa/set in cui lei finisce intrappolata? Oppure nel momento in cui compire l’adulterio (ma lo compie davvero?) Prima però si è vista ad un tavolo, nello stesso studio, con l’attore del film che sta girando e poi con il regista. Ecco, è su questa confusione di piani, di scene che si ripetono senza un ordine, di personaggi che sbucano nel film senza una causa apparente e altrettanto misteriosamente spariscono, che Inland Empire costruisce il suo fascino. Il fascino del totale abbandono della linearità.
Lynch arriva persino ad implodere su se stesso nei mille rivoli che ha creato. A quel punto però si spera che lo spettatore abbia già rinunciato a ricostruire il senso delle immagini, e si sia lasciato sedurre dall’esperienza.
Come riesce Lynch a rendere questa atmosfera allucinata, totalmente priva di legami con la realtà? Fedele alla tradizione surrealista e al cinema di Bunuel, lo fa giocando con gli oggetti, con le situazioni e i personaggi: in Inland Empire ci sono dei brandelli di senso. Gli stessi che si ritrovano nei sogni dopo che la coscienza ha riordinato il lavoro onirico: così nel film ci sono oggetti e personaggi ricorrenti, dei significanti a cui la razionalità dello spettatore si aggrappa disperatamente. L’uomo con la lampadina in bocca, la ragazza che piange davanti al televisore, la famiglia di conigli vestita in giacca e cravatta, la vecchia signora che capita in casa di Laura Dern, la prostituta con la gamba di legno e la scimmietta, il cacciavite, il ricorrere del 4-7…
La lista degli oggetti fonte di spostamento e condensazione potrebbe essere ancora più lunga: archetipi o macguffin che spingono lo spettatore a trovare qualcosa che non c’è, a fuggire dalla trappola di immagini e sequenze agglomerate l’una sull’altra. Ci sarà pure un senso nel modo in cui la Dern si ritrova improvvisamente in un cinema vuoto a vedere la sua stessa storia, mentre la stessa sequenza viene vista in televisione da una ragazza che piange. Vale la pena trovarlo?
Film scritto, diretto, montato e prodotto da David Lynch, che si cimenta con il digitale: una finestra aperta sul cinema del futuro, uno dei film fondamentali del decennio.
Locandina
Official Site
 
Con Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux, Harry Dean Stanton, Grace Zabriskie, Peter J.Lucas
Sceneggiatura di David Lynch
Fotografia di Timo Salminen
Montaggio di David Lynch
Scenografie di Christine Wilson e Wojciech Wolniak
Prodotto da Laura Dern e David Lynch per StudioCanal
Distribuito da BIM
9 Votes | Average: 3.22 out of 59 Votes | Average: 3.22 out of 59 Votes | Average: 3.22 out of 59 Votes | Average: 3.22 out of 59 Votes | Average: 3.22 out of 5 (9 votes, average: 3.22 out of 5)
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“Colui che domina gli odori domina il cuore degli uomini”
Da “Il Profumo” di P.Suskind

Mi affaccio al balcone poco prima dell’ora di pranzo, si levano i profumi dalla cucine delle case attorno e sotto di me. Una posizione privilegiata per vedere il paesaggio e per stimolare i recettori olfattivi. Deve esserci una connessione tra gli odori e i ricordi quando un profumo straniero, proveniente da qualche finestra più sotto mi arriva al naso, e al cervello. Sembrerebbe cucina orientale, e se non fosse per il mare lì davanti, se solo osservassi il cielo plumbeo e mi soffermarsi su questi profumi dalle origini lontane da qui, mi sembrerebbe di trovarmi a Londra, probabilmente in quella West London di cui è zuppo questo disco. Se valesse la regola per cui in ogni supergruppo il valore delle band di provenienza dei musicisti si sommasse algebricamente, ci troveremmo di fronte al capolavoro del nuovo secolo: Damon Albarn dei Blur, il basso di Simonon dei Clash, la chitarra di Simon Tong dei Verve e Tony Allen, batterista collaboratore di Fela Kuti. Ovviamente non è così, ma siamo comunque di fronte ad un ottimo disco che ha sicuramente bisogno di ascolti ripetuti per entrare in circolo e che rappresenta la colonna sonora ideale per quello spicchio di Londra multietnica nei dintorni du Portobello road. Discreta ma di grande qualità la produzione di Danger Mouse, che apporta quel tanto di modernità ad un disco impostato su canovacci brit-pop dai tempi medio-lenti. Echi di dub e accenni di afro-beat rendono brani come “Hystory song” oppure “Nature springs” morbide ed avvolgenti ballate prive di nucleo ma ricche di sfumature. Piccole figure visibili in controluce, immagini che svaniscono, colori che si fondono col grigio, e Albarn che sembra aver fatto tutto con comodo, senza forzare le cose : “A soldier’s tale” sembra un pezzo degli ultimi Blur, malinconico e scivoloso, mentre “80’s Life” ci riporta agli anni ’50, con quel pizzico di modernità che ci fa capire che siamo sicuramente di fronte ad un brano di musica contemporanea. Non fatevi trarre in inganno dai primi ascolti, potreste bollare questo lavoro come piatto e ripetitivo, invece il disco è pieno di tante e tali sfumature che non può davvero non piacere. A volte certa musica ha bisogno di tempi e modi giusti, o più semplicemente degli odori più adatti all’ascolto per cui annusate l’aria attorno a voi prima di infilare il disco nel lettore, siete avvertiti.

Cover Album
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The Good, The Bad & The Queen [ EMI/Parlophone - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Blur, The Clash, Gorillaz
Rating:
1. History Song
2. 80s Life
3. Northern Whale
4. Kingdom Of Doom
5. Herculean
6. Behind The Sun
7. The Bunting Song
8. Nature Springs
9. A Soldier’s Tale
10. Three Changes
11. Green Fields
12. The Good, The Bad
And The Queen

4 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 5 (4 votes, average: 3 out of 5)
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Discography: END OF A HOLLYWOOD BEDTIME STORY (Grenadine - 2000), NOR THE DAHLIAS: THE DEARS 1995-1998 (Grenadine - 2001), NO CITIES LEFT (SpinArt - 2004), THANK YOU GOOD NIGHT SOLD OUT [live] (MapleMusic - 2004), GANG OF LOSERS (Arts & Crafts - 2006)

Siamo sinceri, ci aspettavamo di intervistare Murray Lightburn.
Non solo perchè front-man dei THE DEARS ma soprattutto perchè del gruppo canadese Murray è a tutti gli effetti autentico deus-ex-machina.
Trovare ad attenderci il solo bassista Martin Pelland mi ha costretto, come prima cosa, a stracciare un buon 80% delle domande già pronte. Vi assicuro handicap non da poco.
L’intervista si rivelerà comunque piacevole e senza dubbio utile per conoscere meglio questa band che con il recente “Gang Of Losers” sembra aver conquistato molti più appassionati ascoltatori di quanto avesse già fatto l’ottimo, precedente, “No Cities Left”.
Martin ha una gran voglia di parlare, e complice anche svariati bicchieri di vino bianco oltre a confessarci di non amare troppo blog e webzine ci tiene a sconfessare una leggenda metropolitana che proprio su web circolava tempo fa. Se vi vengono a raccontare che i THE DEARS sono stati delusi dall’aver incontrato il loro idolo Morrissey, beh come dice qualcuno “Questa è proprio una grande gigantesca strepitosa cazzata!”.
Purtroppo questo come altri argomenti (…ci ha parlato, con nostro sommo stupore, in termini entusiastici della biografia dei Red Hot Chili Peppers) rimangono fuori dalla video-intervista in oggetto, la nostra conversazione alla fine si aggirerà ben oltre i 30 minuti, ridotti a 10 per ovvi motivi di tempo e utilizzo del prezioso YouTube.
Alla parte finale dell’intervista, appena sotto il palco, assiste anche la tastierista Valérie Jodoin-Keaton, non possiamo non accorgerci della sua presenza e cambiamo velocemente opinione, forse più che Murray avremmo voluto far sedere lei davanti alle telecamere.

Intervista: Axelmoloko
Riprese e Montaggio: Gianluca

Mp3:
Who Are You, Defenders Of The Universe (from the album “No Cities Left”)
Bandwagoneers (from the album “Gang Of Losers”)
Whites Only Party (live performance at AJs Alehouse, Kingston, 15 November 2006)
22: The Death Of All The Romance (live performance at AJs Alehouse, Kingston, 15 November 2006)
Lost In The Plot (live performance at Morning Becomes Eclectic, KCRW, 29 November 2004)

Links:
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Il primo album dei Bloc Party era figlio della Londra di inizio millennio: c’era la voglia di ballare e lasciarsi andare del Sabato sera; la sicurezza inglese di vivere su un’isola lontana dai problemi e dalle sofferenze degli “altri”; la spensieratezza di rinchiudersi in un pub/club. Il secondo album della band di Reading è invece figlio illegittimo degli attentati alla metropolitana della City e del terrore che esso ha generato. Il Sabato sera e lo “sballo” sono ormai alle spalle. Il presente è una triste Domenica pomeriggio in cui il malessere non vuole passare. A Kele Okereke e soci non resta quindi che vincere la loro indecisione middle-class ed andare a caccia di streghe. Le canzone che ne escono - direttamente dall’uomo della strada - sono più riflessive, le liriche più ciniche ed amare che mai. C’è un senso di delusione nell’uscire per strada; tutte le persone appaiono come nemici; il terrore è ovunque. Gli arpeggi a ricalcare il suono delle tastiere sono più frequenti che in passato, nonostante si cerchi di seppellirli sotto l’incedere delle percussioni. I brani però stentano a decollare; si trascinano uno dopo l’altro quasi controvoglia, con l’indifferenza di chi è stato educato dalla televisione. La batteria perde la spontaneità di Silent Alarm; le chitarre sono meno penetranti e decise. L’ascoltatore - ed i musicisti - sembra rimanere impietriti dallo stesso terrore di chi - quel giorno - ha visto in faccia la morte. Non gli resta dunque che rimuginare sul recente passato: gli episodi che convincono di più sono infatti quelli più istintivi e rabbiosi - flashback di un divertimento che sembra svanito nel nulla (su tutti, “Hunting For Witches”) - concentrati nella prima parte del disco. I quattro inglesi si accontentano - purtroppo - di essere “carini ed annoiati”: dicono di non poter essere feriti, ma non riescono a reagire.
Cover Album
Band Site
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A Weekend In The City [ Wichita - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Interpol, Strokes, Killers
Rating:
1. Song For Clay
(Disappear Here)
2. Hunting For Witches
3. Waiting For The 7:18
4. Prayer, The
5. Uniform
6. On
7. Where Is Home?
8. Kreuzberg
9. I Still Remember
10. Sunday
11. SRXT

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