Marzo 2007


7 Votes | Average: 4.14 out of 57 Votes | Average: 4.14 out of 57 Votes | Average: 4.14 out of 57 Votes | Average: 4.14 out of 57 Votes | Average: 4.14 out of 5 (7 votes, average: 4.14 out of 5)
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A volte la vita è un saliscendi emotivo, un bunjee jumping dove a volte cadi giù e con la testa stai quasi per toccare terra, ma poi la fune ti tira su e già sai che non durerà molto, perché la gravità terrestre e le responsabilità ti risucchieranno di nuovo verso il fondo. I Mashrooms, band di Siracusa, sanno giocare con le proprie influenze come se stessero sulle montagne russe. Scomodato John Congleton dei Paper Chase per il missaggio non poteva che essere un disco prodotto con in maniera impeccabile: i suoni sono pazzeschi e questo fa decisamente la differenza quando si tratta di post-rock, genere che, come si è detto in precedenza su questa pagine, è stato spremuto fino all’osso. Apre “July” con le sue suggestioni acustiche desolanti, piena di vuoti notturni e spazi a perdita d’occhio, e si continua con la cavalcata elettrica di “The deal”, che intervalla momenti più riflessivi ad esplosioni distorte che cessano d’improvviso. Si divertono questi ragazzi siciliani a salire sull’ottovolante e a spegnere il motore all’improvviso, lasciandosi in caduta libera per qualche secondo per poi riprendere quota. “Porro” inizia con distensive suggestioni violinistiche per poi finire in frenetiche progressioni musicali in stile Explosion in the sky. Ci sono i Mogway (Honest-Swing), incursioni noise (Grandma drunk) e c’è spazio per rumorismi ambient di carattere sperimentale (Swamp picture). Insomma non è un disco banale e prevedibile, seppur l’originalità in questi territori musicali ormai è un’utopia. Consigliato per tutti gli amanti del genere e per chi vive le proprie giornate in piena discontinuità emotiva, insomma un altro bel colpo per la cagliaritana Zahr records, una delle indie-label italiane più promettenti. Da tenere d’occhio.

Cover Album
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The Ginko [ Zahr - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Mogwai, Explosion In The Sky, Sonic Youth
Rating:
1. July
2. The Deal
3. Porro
4. Cello-Phone
5. Honest
6. Swings
7. Type Writer #
8. Grandma - Drunk
9. Pelegi #
10 Swamp Picture
11 Fidelio
12 Chinese Wife
13 La Bumba
11 Votes | Average: 4.45 out of 511 Votes | Average: 4.45 out of 511 Votes | Average: 4.45 out of 511 Votes | Average: 4.45 out of 511 Votes | Average: 4.45 out of 5 (11 votes, average: 4.45 out of 5)
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In ginocchio su questi cocci scheggiati esamino il potenziale della realtà. Lo specchio e l’acqua che lo ricopre, tutte quelle cazzo di uova rotte che mi tormentano la testa, nel sonno, di notte. La testa. Di notte. Il cavallo nordico continua a uscire come da tradizione dallo stomaco di una ragazza. Rimanete la mia intuizione primitiva. Tu mi succhi via la noia dallo stomaco. Tu mi spazzi via la noia dallo stomaco. L’oscurità continua a filtrare dai buchi dei miei jeans. Ballo da solo dentro la tua ombra. Da solo. Nella tua ombra. Ok, respiriamo un po’ più profondamente. Questi fanno paura. E se quando parte “Invisibile” potresti scioglierti anche se sei seduto sulla punta di un cazzo di iceberg, al momento isterico della rapsodia blues di “Cornice Dance” pensi a Freddie Mercuri e agli Arcade Fire perché è il momento di urlare, spaccare quello specchio con una sedia (e fanculo alle uova di cui sopra e ai sette ipotetici anni di sfiga). Ma si, in culo anche a chi canta cose strane in falsetto di come si potrebbe essere Grace Kelly o altre cose poco infette. Infette dalla malattia acida dell’alternatività. Le cose proposte non sono poi così originali e ci sono continui rimandi ma, sinceramente, è una cosa che alla fine non pesa affatto e a cui non penso più dal 1912, bei tempi quelli, quando avevo ancora tutti i denti e il motorino con la marmitta modificata e andavo al cinema a vedere l’ultimo film di Murnau. Una band campana con la melodia nel sangue, qualche campionatore in frigo e una produzione artistica firmata Dustin O’Halloran (Devici). Un gusto emo sporcato e poi ripulito prima dalle distorsioni muscolari e poi dalle centinaia di ascolti alla musica brit e alla cultura di un cantautorato semplice…affilato. Un accenno di psichedelica, un ricordo veloce per Lennon e un pensiero altrettanto rapido verso Gilmour e poi via verso una canzone acustica (all’inizio) stupenda come “Ease Off The Bit” e spunta anche Bright Eyes, ma solo per qualche istante perché poi è nascosto bene dietro le veloci chitarre art rock (nu nu nu wave, o come volete voi) che spingono e poi ancora spingono. Sulle onde fosforescenti dell’organo hammond e dentro le sottotracc del moog in “Poweder On The Words” mi sento sereno (quel piccolo spunto di pianoforte è una via di mezzo tra “Let It Be” e “Tell All The People” dei Doors). Una ballata precisa. Che è il temrine migliore credo. Punto. Nella pioggia non c’è alcun senso. Nella pioggia non c’è alcun senso. Nella pioggia non c’è alcun senso. Nella pioggia non c’è alcun senso. Nella pioggia non c’è alcun senso. Nella pioggia non c’è alcun senso (un po’ come nei piccioni).

Cover Album
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Technicolor Dreams [ Urtovox - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Bright Eyes, Pink Floyd, The Beatles, Blonde Redhead
Rating:
1. Invisible
2. Cornice Dance
3. Mrs Macabrette
4. Letter To Myself
5. Ease Off The Bit
6. Powder On The Words
7. Amnesy International
8. Santa Barbara
9. Bug Embrace
10. Danish Cookie Blue Box
11. Technicolor Dream
12. Be 4 I Walk Away
13. Panic Attack #3
6 Votes | Average: 4.33 out of 56 Votes | Average: 4.33 out of 56 Votes | Average: 4.33 out of 56 Votes | Average: 4.33 out of 56 Votes | Average: 4.33 out of 5 (6 votes, average: 4.33 out of 5)
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Se si esclude il fastidio che si prova a dover constatare che ogni decennio ha il Mean Streets che si merita, si può dire che questo film di Dito Montiel non è affatto male. Dopotutto, ha fatto incetta di premi: miglior regia al Sundance Film Festival, premio della settimana della critica niente meno che a Venezia. C’è però una punta di sospetto nello stabilire il momento in cui finisca l’autobiografismo e cominci il calcolo del capolavoro a tavolino, senza per questo nulla togliere al talento e alla buonafede di Montiel, regista e allo stesso tempo sceneggiatore di un suo romanzo, su cui si è a suo tempo rivolta l’attenzione di Robert Downey Jr.
Il fatto è che la macchina a mano, un certo intimismo, i tagli di montaggio liberi e persino le infrazioni alla grammatica classica mettono il dubbio che tutto sia un po’ studiato sulla carta, così come i continui flash-forward, l’asincrono di certe sequenze che vuole confondere i piani narrativi, l’irruzione fisica della sceneggiatura all’interno del film, tramite l’inserimento di alcune battute del copione direttamente sull’immagine.
Perché se non fosse per questo catalogo di concessioni poetiche, Guida per riconoscere i tuoi santi non sarebbe poi troppo diverso da Bronx (1993), opera d’esordio di Robert De Niro che forse ha avuto meno riconoscimenti a causa di uno stile decisamente più classico e meno accattivante. Qui come là, la figura del padre, della povertà e del quartiere restano centrali, così come le difficili convivenze razziali: i santi del titolo, difatti, sono quelli che incontra il giovane Dito durante la sua adolescenza nel Queens, e ognuno di loro rappresenta una strada da percorrere nella vita. La possiblilità di restare nella strada, nell’isolamento e nella tragedia, oppure quella di uscire dal piccolo mondo di degrado e andare in California (anche qui terra promessa, come sempre).
Su tutto, manco a dirlo, c’è la lunga ombra del primo Martin Scorsese.
Che i riferimenti biblici non manchino lo dimostra il fatto che tutto il film, costruito sui due piani del passato e del presente, del ricordo e del reale, ruoti intorno al ritorno del figliol prodigo dal successo raggiunto ai luoghi della miseria giovanile.
Il film ha una sua potenza, una credibilità assai rara per il cinema americano, un cast azzeccato su cui spicca l’interpretazione di Chazz Palminteri (c’era anche in Bronx, del resto), e uno sguardo commovente e allo stesso pudico sui piccoli drammi dei protagonisti. Se la messa in scena resta furba e ammiccante verso un pubblico selezionato, la storia è invece poderosa, a volte davvero toccante, si costruisce un pezzo alla volta e le si perdona qualche clichè pasoliniano come l’incosciente cattiveria, la sessualità primitiva dei ragazzi che non sono mai usciti, nemmeno una volta, a vedere la città e che quindi hanno una cognizione approssimativa della civiltà.
Solo il finale lascia un po’ delusi: del resto, è pur sempre un film americano, e nonostante il velo di indipendenza produttiva, al pubblico d’oltreoceano piace sempre vedere che i conflitti interiori vengano risolti, e mai lasciati in sospeso.
Locandina
Page on imdb
Con Robert Downey Jr., Dianne West, Chazz Palminteri, Shia LaBeouf, Melonie Diaz, Rosario Dawson
Sceneggiatura di Dito Montiel
Fotografia di Eric Gautier
Montaggio di Jake Pushinski, Christopher Tellefsen
Scenografia di Jody Asnes
Prodotto Sting, Bobby Sager, Peter Sahagen
Distribuito da Mikado
4 Votes | Average: 3.75 out of 54 Votes | Average: 3.75 out of 54 Votes | Average: 3.75 out of 54 Votes | Average: 3.75 out of 54 Votes | Average: 3.75 out of 5 (4 votes, average: 3.75 out of 5)
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Un’onesta incazzatura per come girano le cose di questi tempi e due-accordi-due di basso e chitarra ripetuti a volume da denuncia (sociale): ad un primo - e superficiale sguardo - si potrebbe essere tentati di bollare così il punk del nuovo (fino a quando?) millennio. Non devono pensarla nello stesso modo quelli della Touch & Go - vera e propria indie-istituzione, con i suoi 25 anni di attività - che decidono di puntare sul punk rock di Ted Leo & The Pharmacists. Per l’occasione (si tratta infatti dell’esordio per la storica etichetta), il fratello di Chris (Van Pelt) non abbandona le tradizionali influenze Clash, Jam e Bragg e, con l’aiuto di Brendan Canty (Fugazi), le utilizza come punto di partenza per l’esplorazione di - e la contaminazione con - altri territori. Living With The Living, quinto album per la band, risulta così come il disco più accessibile ed, allo stesso tempo, il più riuscito e completo dell’intera produzione. Ancora una volta è la chitarra a farla da padrone, ma le direzioni che prende - accompagnata del basso di Dave Lerner - vanno dal country-punk di “The Sons Of Cain” alla vena wave di “Army Bound”, dall’adult/pop-punk di “Who Do You Love?” e “Colleen” al combat rock dei Clash (”Bomb.Repeat.Bomb” e “Annunciation Day/Born On Christmas Day”), fino alle sonorità reggae di “The Unwanted Things” ed alla ballatona finale con “The Toro And The Toreador”. In definitiva, Living With The Living non fa che confermare il talento e la vitalità di uno dei personaggi chiave della scena indie a stelle e strisce. Per la serie: quando l’incazzatura (in)civile va di pari passo con la melodia.

Cover Album
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Living With The Living [ Touch & Go - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Clash, Husker Du, Billy Bragg
Rating:
1. Fourth World War
2. The Sons Of Cain
3. Army Bound
4. Who Do You Love?
5. Colleen
6. A Bottle Of Buckie
7. Bomb.Repeat.Bomb
8. La Costa Brava
9. Annunciation Day/Born
On Christmas Day
10. The Unwanted Things
11. The Lost Brigade
12. The World Stops Turning
13. Some Beginner’s Mind
14. The Toro and the Toreador
15. C.I.A.
6 Votes | Average: 3.33 out of 56 Votes | Average: 3.33 out of 56 Votes | Average: 3.33 out of 56 Votes | Average: 3.33 out of 56 Votes | Average: 3.33 out of 5 (6 votes, average: 3.33 out of 5)
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Al giardino spettrale al lauro muto
de le verdi ghirlande
a la terra autunnale
un ultimo saluto!

Dino Campana, Giardino autunnale.

Gente sbigottita nonchè depressa vaga per le vie ventose della città intabarrata in pesanti giacconi invernali. Disillusa si sperde avvolta in ampie sciarpe e con cappelli di lana colorata a cingere il capo. Telegiornali ansiotici sommergono di sbigottimento la popolazione con ampi e premurosi servizi, filmati ed interviste con i più lodati ed edotti esperti. Il solito istituto di ricerca inglese elabora l’ennesimo prospetto con previsioni di morti e distruzioni. Tutto ciò non è la conseguenza del precipitare della situazione
mediorientale in un gorgo allucinato senza ritorno. No. Accade che la primavera arriverà con una settimana di ritardo. Tutto sta, allora, nel preparasi psicologicamente a questo bruma fuori stagione, il gioco è tutto qua. Accantonate ancora per un po’ i Beach Boys ed i Mojave 3. Non rimane altro che far partire l’ultimo disco di Roger Quigley in arte ‘At swim two birds’, metà bucolica dei Montgolfier Brothers. Percorsi notturni, strade bagnate, uomini che ondeggiano nell’ombra, fumi e vapori, scie di sigarette strette di sbieco tra le labbra. Mani in tasca, profonda umidità ed un calpestio di foglie secche sono la compagnia perfetta di queste dieci canzoni autunnali. La voce di Quigley s’innalza severa e profonda, rincorre melodica gli arpeggi indolenti della chitarra. Come per un crooner di periferia che ha tentato la grande ribalta ma che alla fine non ce l’ha fatta, l’impasto vocale acquista quell’aura crepuscolare che lo caratterizza. Questo disco è un whiskey irlandese, penetrante e denso, che va assaporato poco a poco con sorsi dosati. Quigley avrà pensato quest’album in qualche lercio pub di Dublino, seduto nell’angolo più nascosto, tra profonde e lente boccate di sigaretta, lontano da sguardi indagatori e sospettosi. Ma proprio come quel wiskey le dieci tracce di questo ‘ritorno sulla scena del crimine’ vanno assunte a piccole dosi, con calma e rigorosamente di notte, quella profonda e livida; risulta pressochè impossibile ascoltare l’album nel mezzo di una mattinata: a metà disco le orecchie sature chiuderebbero i battenti ed il cervello andrebbe in letargo.
Il primo sorso, quello che spalanca le papille preparandole all’assuefazione, è eccellente; ‘In bed with your best friend’ s’insinua indolente tra le pieghe dell’anima, la blandisce, la scuote e l’ubriaca di romanticismo. Peccato che non tutto l’album sia sostenuto dalla stessa tensione emotiva, virando nelle successive tracce verso un incedere più lento ed autocompiaciuto. Nel finale si riprende, là dove s’agita il fantasma di Morrisey, specialmente in ‘My luck is turning’. Alla resa dei conti, anche se appare chiaro che le composizioni e l’esecuzioni siano tecnicamente di prima qualità, manca un elemento essenziale: la leggerezza, fattore indispensabile per fare breccia. Comunque affrettatevi a sentirlo che tra poco arriva primavera. Quella vera e non avrete più voglia di immalinconirvi.

Cover Album
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Returning To The Scene Of Crime… [ Green Ufos - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Mountain Goats, Chris Brokaw, Morrissey, Two Dollar Guitar
Rating:
1. I’m In Bed With
Your Best Friend

2. Giggling Fits
3. Smell Of Suntan
Oil On Your Skin
4. Falling From Trees
5. Returning To The Scene
Of The Crime
6. Down By The Stream
7. Laziness And The Lack
Of the Right Medication
8. My Luck Is Turning
9. Wine Destroys The Memory
10. Kind Of Loving
5 Votes | Average: 3 out of 55 Votes | Average: 3 out of 55 Votes | Average: 3 out of 55 Votes | Average: 3 out of 55 Votes | Average: 3 out of 5 (5 votes, average: 3 out of 5)
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Mettiamola così: questo disco mi indispone già prima di ascoltarlo, poichè arriva senza nemmeno la custodia di nylon dei cosiddetti promo (o advance, per fare i fighi…ma tanto non ci crede nessuno). Con la copertina il discorso non migliora: si vede infatti Rob Crow che regge una mug (ma per fare una cazzo di foto non poteva appoggiarla da qualche parte?!). Accanto a lui, alcune zucche di halloween e delle lapidi di cartone, che fanno molto generazione X. Quello che mi infastidisce di più è però - cazzo! - la presenza, nel booklet all’interno della custodia-che-non-c’è, del figlioletto avuto da pochi mesi (mentre nella “terza di copertina” c’è di nuovo lui con la tazza, ma questa volta insieme alla moglie - incinta): lasciate i bambini dove stanno, cazzo! Ecco, qui finiscono le considerazioni che potevo sinceramente tenere per me, ma che in realtà si collegano ad un discorso lungo svariati anni, in cui il polistrumentista di San Diego si è diviso - letteralmente - tra numerosi progetti paralleli (Goblin Cock, Thingy, Heavy Vegetables e The Ladies), di cui - sicuramente - il più importane è stato quello conosciuto come Pinback, band nota in particolare per quel Summer In Abaddon (2004) che li impose all’attenzione generale del mondo indie-rock. Nei pochi ritagli di tempo però, ha trovato spazio pure una dignitosa carriera solista, di cui il presente Living Well è il suo terzo ed ultimo lavoro sulla lunga distanza. Prodotto e registrato nella sua stanza, “ad eccezione di alcune parti, probabilmente registrate a casa di Zach [Hill] mentre lui era a pranzo” e suonato quasi interamente da solo (compresi loops, drum machines e batteria), il disco si ispira alle sonorità di quella generazione di cui Rob fa (ha fatto?) parte. Il tema portante dell’intero album - la famiglia (Rob Crow è di recente diventato padre, se non l’avevate ancora capito) - viene sviluppato attraverso intrecci di chitarra elettrica (di chiara derivazione Pinback) e un cantato monocorde caro ad Aidan Moffat. Il risultato è forse l’album più coeso che l’artista californiano abbia finora dato alle stampe: quattordici canzoni elettro-acustiche, disimpegnate e melodiche al tempo stesso, che richiamano il grunge dei Nirvana (”I Hate You, Rob Crow” e “Burns”) ed il cantautorato lo-fi del primo Beck (”Chucked” e “Ring”), ma anche il beat elettronico ed ipnotico-ossessivo che ha fatto la fortuna di band come Arab Strap e Mogwai (”Over Your Heart” e “Up”). Nonostante - musicamente parlando - Rob Crow abbia già “dato”, Living Well potrebbe insinuarsi nelle vostre vite come un’innocua illuminazione televisiva, che però salverà il vostro guardare poeticamente (e nostalgicamente) il mondo.

Cover Album
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Living Well [ Temporary Residence Limited - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Nirvana, Beck, Arab Strap
Rating:
1. Bam Bam
2. I Hate You, Rob Crow
(Album Version)
3. Taste
4. Over Your Heart
5. Up
6. Chucked
7. Burns
8. Liefeld
9. Leveling
10. Ring
11. Focus
12. If Wade Would Call
13. No Sun
14. I Hate You, Rob Crow
(Single Version)
8 Votes | Average: 4.63 out of 58 Votes | Average: 4.63 out of 58 Votes | Average: 4.63 out of 58 Votes | Average: 4.63 out of 58 Votes | Average: 4.63 out of 5 (8 votes, average: 4.63 out of 5)
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Amon Tobin è sicuramente uno degli artisti più geniali del panorama elettronico. Nato a Rio de Janeiro si è presto trasferito in Inghilterra dove ha cominciato a manifestare il suo interesse per l’ Hip Hop, il Blues e il Jazz, cimentandosi anche nella realizzazione di musiche per videogames, soundtrack e spot pubblicitari.
La sua musica infatti suggerisce sempre delle immagini mentali particolarissime: visioni notturne, ambientazioni esotiche, situazioni inquietanti, rese per mezzo di suoni distorti, arrangiamenti orchestrati, contaminazioni jazz e drum ‘n’ bass, livelli sovrapposti di suoni campionati, trasformati in presenze che sgorgano all’improvviso dalle pieghe della melodia.
Il 6 marzo scorso è uscita per la Ninja Tune la sua ultima release, Foley Room (che prende il nome dagli studi in cui vengono realizzati gli effetti sonori), sicuramente il suo disco più bello, un capolavoro assoluto.
Negli album precedenti Amon Tobin si è spesso servito di stralci presi da vecchi vinili per rielaborarli e riutilizzarli trasformandoli in qualcosa di nuovo e anche stavolta infatti ha potuto giovarsi della musica di artisti come the Kronos Quartet (in Bloodstone), Stefan Schneider e Sarah Pagé. In Foley Room però va oltre.
Stanco delle possibilità espressive degli strumenti e degli effetti musicali più o meno canonici, secondo quanto riportato anche sul sito ufficiale della Ninja Tune, ha raccolto e ha usato i suoni più diparati: dal ruggito di una tigre a gatti che mangiano topi, dal ronzio delle vespe a utensili da cucina, rubinetti sgocciolanti, il rombo di una motocicletta, ecc… trasformandoli in elementi cardine della sua sperimentazione musicale.
Foley Room è un album che colpisce immediatamente per la purezza e la ricchezza dei suoni, la sperimentazione portata all’estremo, il tentativo di portare ordine nel caos e di fondere insieme musica e suoni. E’ un album, imprevedibile.
Eccitante. Pieno di sorprese. Ad ogni ascolto si materializzano nuove profondità, si scoprono nuove interpretazioni, si sviluppano nuovi intrecci sonori.
Bloodstones apre l’album con ritmi balcanici, Esther’s è un pezzo travolgente dai ritmi spezzati e incessanti, Keep Your Distance è l’evoluzione naturale della famosissima 4 Ton Mantis.
Kitchen Sink ha un titolo decisamente descrittivo mentre la bellissima At The End Of The Day che chiude l’album è un incastro di lame e suoni metallici. In tutti i pezzi comunque è facile perdersi nel gioco di riconoscere suoni e rumori che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni ma che qui acquistano tutt’altra dimensione e diventano la leva per suscitare delle fortissime emozioni.

Cover Album
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Foley Room [ Ninja Tune - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Boards Of Canada, Bonobo, Aphex Twin
Rating:
1. Bloodstone
2. Esther’s
3. Keep Your Distance
4. The Killer’s Vanilla
5. Kitchen Sink
6. Horsefish
7. Foley Room
8. Big Furry Head
9. Ever Falling
10. Always
11. Straight Psyche
12. At The End Of The Day
Fine marzo: cambiano l’ora, la stagione e le regole. Non era mai successo che qualcuno, oltre a me e ad Ilaria, varcasse la soglia dello studio domenicale, ma Francesco, finora impiegato solo in trasferta per la sua predisposizione al gioco all’italiana, si presenta rilassato e propositivo davanti al microfono numero 2.

Primavera, si diceva, con i suoi venti (episodi) e i suoi eventi, quello al Miele e quello al Petrolio, con Ilaria che tornerà presto, perché ieri ricominciava a sbocciare, perché questo nostro rifugio, che ogni settimana ci mette a nudo e ci distoglie per qualche ora dalle cose importanti, ci aiuterà a restituire quel riso contagioso, di cui francamente non possiamo fare a meno.

Impollinatevi, voialtri là fuori, che la stagione è quella buona.

Playlist:
1) The Apples In Stereo “Can You Feel It?”
2) LCD Soundsystem “All My Friends”
3) Trabant “Very Boring”
4) Apostle Of Hustle “My Sword Hand’s Anger
5) Thee More Shallows “Night at the Knight School”
6) Wilco “Either Way
7) !!! “Heart of Hearts”
8) The Long Blondes “Once and Never Again”
9) The Sleeping Years “You & Me Against the World”
10) Gruff Rhys “Candylion”

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #20
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5 Votes | Average: 3.6 out of 55 Votes | Average: 3.6 out of 55 Votes | Average: 3.6 out of 55 Votes | Average: 3.6 out of 55 Votes | Average: 3.6 out of 5 (5 votes, average: 3.6 out of 5)
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Per certo so solo che uscirò da quella porta il più presto possibile. Uscirò lasciandomi alle spalle i tavoli che ruotano in aria e le persone che sbavano vodka sul pavimento.
Scazzato.
Annoiato.
Infreddato.
Stancato.
Butto un’ultima occhiata dentro, verso il piccolo schermo luminescente, Sempre la solita roba. Sempre i soliti discorsi e la solita gente che inflaziona le menti e le sensazioni altrui. Comandante in Capo di sto gran caz*o e Miss Reality Shit a impastare a dovere quello che una volta era un valido strumento per comunicare e per studiare noi stessi. Io non sono più come mi dipinge uno schermo da un bel po’ di tempo e se state leggendo sta roba forse neanche voi lo siete. Ecco quindi due righe su qualcosa di cui non si occuperà mai l’informazione catodica convenzionale. I Merci Miss Monroe sono italiani, sono al secondo album e viaggiano piuttosto veloce. Il loro è un punk romantico e disilluso, con rimandi sonori importanti quanto evidenti (Television, Nirvana, Sonic Youth, Pixies), ammorbidito da un pop filtrato dal tessuto della Union Jack. Si, qualche influenza brit pop che porta direttamente dalle parti dei Supergrass o da quelle di Graham Coxon come solista. Niente di complicato: garage pop arpeggiato, garage pop “riffato”, cambi di ritmo, distorsioni e la voglia di non pensare alle cose brutte. Attaccare il jack all’amplificatore, schiacciare il pedale del RAT e vedere un po’ che cosa ne esce. Ottima “Loser Afraid”, ottimissima “The Night Of The Year” dove tutti i discorsi fatti fin’ora si fottono alla grande perché entrano in scena le atmosfere dal retrogusto country folk, pompate, melodiche e di cui non si era fatto un minimo accenno. Trombone, chitarra acustica e un mood “da saloon” piuttosto coinvolgente. E poi esce anche una canzone come “Wow!”, sussurrata, “morbida”, e toccata sugli occhi da un mezzo coretto surf rock, che mischia ancora un po’ le carte in tavola. C’è anche la ballata “da ricordare” che chiude il disco (“At The Dawn Rendezvous”) con tanto di e-bow, giro di chitarra acustica in accordi minori e uno sguardo agli R.E.M. di qualche tempo fa. Ma le radici rabbiose ed esplosive che ogni tanto fanno capolino (“Polaroid”) non si possono rinnegare. Non puoi rinnegare mai ciò che sei realmente, anche se fingi e (per comodità?) dici che sei cambiato. E questa non è musica. E’ vita. Masterizzato a Miami, da chi ha messo le mani sulla roba dei Low, degli Yo La Tengo e dei Galazie 500, questo è un disco di tutto rispetto che in Italia non apparirà mai in televisione.
Meglio così.

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Some Minor Crimes [ Ghost- 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Mersenne, Les Fauves, The Termals, Graham Coxon
Rating:
1. Gang Of Blondes
2. Soap Opera
3. St. Valentine’s Day Massacre
(Some Like It Hot)
4. Zygotic
5. Morning Star #1
6. Pretty Pretty Dumb
7. Permanent For Awhile
8. Girls In Krakow
9. Loser Afraid
10. The Night Of The Year
11. Wow
12. LL
13. Polaroid
14. At The Dawn Rendezvous

Titolo: SXSW 2007 (South By SouthWest)

Austin, Texas, USA. Tutti gli anni la seconda settimana di Marzo.
Va in onda il festival più bello del mondo. Non c’è Reading, Glastonbury, Benicassim, Roskilde, Rock am Ring, Heineken Jammin’ Festival che tengano. Se volete il Massimo dovete trasvolare l’oceano.
Perchè?
Immaginate un’intera città dove si esibiscono 2000 band nel corso di una settimana. Si suona ovunque: bar, pub, nights, supermercati, sui tetti dei grattacieli, nei parchi, nei cinema, in strada.
Ti può capitare di vedere Jam sessions improvvisate tra i tuoi artisti preferiti. Pete Townsend che suona coi Fratellis, Josh Homme dei QOTSA che suona con gli Stoogies, Amy Winehouse con i Razorlights.
Noi, che anche quest’anno siamo rimasti nel vecchio continente con la bava alla bocca, abbiamo voluto condividere questi momenti, suonando alcuni brani di band che erano presenti all’evento di quest’anno, cercando di immaginarcelo un po’.
E’ poco, lo sappiamo, ma ci dobbiamo accontentare.
Brani di Albert Hammond Jr., Gruff Rhys, The Horrors, Amy Winehouse, Razorlight, The Good The Bad And The Queen, Deerhunter e Queens Of The Stone Age.

Non è mancata nemmeno questa volta la ormai celebre e celebrate finestra sul cortile di Indie For Bunnies, presentata da un insaziabile Axelmoloko. Questa settimana Bracken.

Mp3:
Podcast

Link:
Radio Tandem
IndieBAR Blog

iNDiEBARRADIO

Axelmoloko MySpace

Axelmoloko presenta :

Cover Album
Bracken on Anticon
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Band: Bracken
Album: We Know About The Need[ Anticon - 2007 ] - BUY HERE
Traccia Trasmessa: Heathens

Dietro il moniker Bracken si nasconde Cris Adams, musicista e cantante di Leeds, che dagli inizi degli anni ‘90, divide con il fratello Richard, la paternità del progetto cult Hood.
Presosi un anno sabatico dal suo gruppo principale è arrivato il momento per Cris di avviare la sua carriera solista, dando alle stampe il suo debutto licenziato dalla valida etichetta Anticon.
We Know About The Need ci consegna un’artista per nulla legato alle sue precedenti esperienze musicale, viceversa in grado di proporre una nuova e personale identità.
Folk, elettronica, hip-hop, shoegazing, e soprattuto la voce dolce e riverberata di Adams confezionano uno dei migliori lavori di questo inizio 2007.

Mp3:
Heathens

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