Aprile 2007


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Non che ce ne fosse bisogno. Non che fosse necessario. Ma urgeva e reclamava. Difficile dargli una spiegazione. Si era oltre la logica, oltre gli Idoli del mercato e del teatro. Cercava flussi e visioni. Mica roba complessa, da dottori o diplomati in conservatorio. No. Era solo questione di poche note in movimento magico tra loro e di un filo di voce per calmare il buio atroce che annerava dentro. Sfamarsi con la nouvelle cuisine è impresa per pochi. Forse per nessuno. Le trattorie sotto casa, invase da odori casalinghi, aglio, cipolle, pancetta che sfrigola, fritture che dorano l’aria, sono il cantuccio caldo dove sprofondare per sentirsi accolti. E per rimpinzarsi a dovere, con tutta la soddisfazione papillare che occorre. Perdersi tra le canzoni di Monta è un po’ come prenotare il solito tavolo, quello che fa angolo, con la tua visuale, la cucina lì in fondo, le scale sulla destra, con quel triangolo di sole che si spande meticoloso. Tobias Khun, ex leader dei Miles, disciolto gruppo power rock teutonico, direttamente da Monaco di Baviera, cucina undici piatti, poco sperimentali e ricercati, ma conditi ed insaporiti dalle sapienti mani di chi sa come cullare ed accarezzare orecchie in disuso. Una chitarra semi-acustica, un basso, una batteria e poco altro. Perché non è che serva molto per essere sazi. L’atmosfera è tutto. In un disco, poi, è l’elemento essenziale. E’ ciò che lo fa salvare o cadere nello strapiombo che urla mentra barcolla sul filo sottile dell’appagamento durevole. Trame vocali che ricordano alcuni suoi gloriosi conterranei come i Notwist, canzoni che scivolano via in soleggiati pomeriggi domenicali come ghiaccioli d’estate, leggerezza e tocchi di classe che affascinano. Niente è più complesso della semplicità. ‘Kiss Goodnight’ e ‘How does it feel’ si fanno coraggio e penetrano come solo il miglior parmigiano reggiano sui maccheroni sa fare. In questo guazzabuglio di odori e sapori non poteva mancare la ciliegina sulla torta: ‘Goodmorning Stranger’ è il pezzo che i Coldplay non scriveranno mai più, una delicata ballata, incalzante, una melodia che uccide. Tutto ‘The brilliant masses’ è attraversato da una grazia e da un’ispirazione genuina che meritano ben altri scenari, ma il buon Tobias pare essere felice così, schivo ai riflettori e ai fatui luccichii se è vero che nel mezzo di ‘Capitulate’ canta: “Exclusion is a privilege, and i’m happy to be privileged”. Applausi per Monta.

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The Brilliant Masses [ Klein - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Ed Harcourt, Damien Rice, The Notwist
Rating:
1. Capitulate
2. Good Morning Stranger
3. There’s A Hole In Your Heart
4. See Me Through Your Eyes
5. Everything
6. All The Luck In The World
7. Lost Patrol
8. Homecoming
9. Kiss Goodnight
10. How Does It Feel
11. The Brilliant Masses

La traccia numero nove. Ricordatelo. L’abbiamo ascoltata per tutto il viaggio. Mi aspettavo che ti piacesse, ma non così tanto. Non l’avevo associata a nessun momento finora, forse tu si. Da oggi però quegli archi sublimi mi riporteranno in mezzo a queste colline. Mi faranno pensare quanto mi sia allontanato dai colori e dal silenzio. Talmente tanto che sai cosa ti dico? Ti dico che ora ho bisogno di risentirla, almeno in cuffia, o in macchina mentre cercheremo una connessione. Ne ho bisogno. Incessante. Come dei tuoi occhi.
Ora andiamo. Devo chiamare Napoli.

1) The Phonograph “The Phonograph”
2) Laundrette “A State of Form”
3) Wilco “Sky Blue Sky”
4) The Jaguar Club “Beautiful House”
5) Patrick Wolf “Magic Position”
6) Loney, Dear “Saturday Waits”
7) Tre Allegri Ragazzi Morti “Allegri Senza Fine”
8) The National “Fake Empire”
10) Whitest Boy Alive “Burning”
11) The Narrator “Surfjew”

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Lazy Sundays #25
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“I’d like to be somebody else and not know where I’ve been…”. Citazione proveniente direttamente dal 1994 che spesso mi calza a pennello. Vado forte però. Col cazzo che m’incateni baby. Sono un Ariete della primissima ora con la luna in acquario. Un bel casino amico: se mi tocchi ti bruci; “se mi scegli e poi mi fotti io ti faccio male” (tanto per citare qualche altro spostato…); Non ce la fai proprio a tenermi. Poi però divento triste; mi fermo e m’incammino a passo lento verso casa. Apro la cassetta delle lettere: c’è una busta cicciotta (con su disegnato un pettirosso) che comincia a pulsare e l’omino dentro urla a gran voce “Shoeagazeeer! E’ roba shoegaaaazeeeerr!”. “Cazzo!” penso “…è quasi estate e dovremmo vendere on line gelati alla fragola e sparare fuori sul globo terracqueo solo musica ska. Basta con le frustrazioni nere come la pece e le distorsioni e i riverberi e i lamenti sussurrati”. Devo discuterne con Axel dei gelati alla fragola e del resto. Tutto a forma di coniglio deve essere!!! Il disco lo metto su lo stesso e mi preparo. Non conosco ancora niente ma già sospetto un paio di cosette. Parte “Heartbreaks” e in mente torna subito familiare “Just Like Honey” dei Jesus And Mary Chain, salvo poi, verso il secondo minuto, abbandonare il ritmo lento da ninna nanna distorta per buttarsi dentro qualcosa di leggermente più selvaggio (nonché vergognosamente romantico “Oh My Heart Is Full/…Full Of Your Love…”). Eccezion fatta per tre tracce, i testi del disco non risultano sviluppati in maniera articolata. Meglio tre parole e un fiume di post rock che scorre tutt’intorno (che due note e un mare di stronzate urlate aggiungerei) per far splendere a dovere 40 minuti di arte. “Loyalty” è uno strano incrocio tra Ursula Points e Bel Auburn, mentre “Roy” ono i Sigur Ròs prima della “fase Takk…”. Dilatazione totale. Ennesima buona prova della psichedelica del millennio in corso. Groviglio di filo spinato spalmato di miele. Psichedelica da iPod mi verrebbe da dire. Da ascoltare mentre camminate per strada e i visi delle persone sono tutti uguali e inconsapevoli (provare come esperimento-traccia suggerita “The Hardest Part”). Se si passa sopra al fatto che a volte si è portati a distrarsi e a non seguire più con completa attenzione “tutto il discorso” (la musica in alcune tracce è oggettivamente ripetitiva fino all’ossessione) alla fine si rimane soddisfatti e incupiti alla grande. Echi, riverberi, nebbia e tutto quello che non troverete mai dentro l’estate 2007 è contenuto qui dentro. Adesso però uscite di casa che fuori c’è il sole.

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Sun Come Undone [ Morphius - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: My Bloody Valentine, Ursula Points, Bel Auburn
Rating:
1. Aidan Quinn
2. Heartbeats
3. Loyalty
4. Into The Woods
5. Flying
6. Ghost Train
7. Halloween
8. New Years Kiss
9. Wake Up
10. Roy
11. The Hardest Part
15 Votes | Average: 3.6 out of 515 Votes | Average: 3.6 out of 515 Votes | Average: 3.6 out of 515 Votes | Average: 3.6 out of 515 Votes | Average: 3.6 out of 5 (15 votes, average: 3.6 out of 5)
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Non è che ci si ammazzi di lavoro di questi tempi, si sa. Colpa del caldo, ma anche dei dischi. Quelli difficili. E sia chiaro, non parlo di difficoltà nel descrivere un certo tipo di sonorità o nel trovare accostamenti stilistici che stiano in piedi, perché, ahimè, risulta fin troppo facile, e se vogliamo anche un tantino ripetitivo, rispolverare tutti quei discorsi dell’ondata brit/new wave degli anni ’00, quella che dai Franz Ferdinand arriva ai Maximo Park, passando per The Rakes, The Futureheads, Art Brut, etc. Tantomeno parlo di ascolti impegnativi per la pazienza con cui si deve scavare in profondità, perché qui è tutto veloce ed immediato. Intendo piuttosto la difficoltà nel rispondere ad una domanda che mi pongo in continuazione: “ma questo disco mi piace oppure no?”.
Ecco, questo non riesco a capire, perché se infilo “Our Earthly Pleasures” nel lettore e aspetto che la bocca sia piena di tutte e dodici le tracce per raccontare cosa avverte il mio palato, la sentenza è amara: niente di chè. Sento come le mucose rivestite, i denti impiastricciati, sento capsule nuove, impiantate come glassa a ricoprire i tanti nervi scoperti, quelli che fulminavano il cervello ad ogni ascolto di “A Certain Trigger”.
Poi, di tanto in tanto, decido di ascoltare le tracce da vicino, isolate dal contesto, ingigantite con lenti e specchi. Faccio ammenda, molti pezzi girano che è un piacere, mai banali negli arrangiamenti come nelle liriche di Paul Smith; c’è anche un discreto tasso di energia, c’è di che divertirsi, insomma.
Allora decido di farmene un’opinione definitiva, li osservo da più angolazioni: studio le reazioni della gente durante un dj-set, mi confondo tra la folla ad un concerto recente. Li trovo ancora i migliori della loro generazione, in fin dei conti. Trovo divertente il dialogo impettito e convulso di chitarre e tastiere (“Our Velocity)”, efficace l’arpeggio introduttivo di “Books From Boxes”, un vero marchio di fabbrica. Le ginocchia si incrociano veloci in “A Fortnight’s Time”, e mi perdo sulla melodia liberatoria di “Parisian Skies”. Mi perdo, dunque. E mi confondo.
Non fosse che a fianco del mio letto giace un 7 pollici dall’artwork magnetico e dallo styling impeccabile, come quello di “Going Missing”, direi che “Our Earthly Pleasures” è un disco eccellente.
Il confronto con il predecessore, però, è perso in partenza. Per una minore carica emotiva; e per l’assenza di pezzi definitivi. “Apply Some Pressure” e “The Coast Is Always Changing” rimangono ancora su un altro pianeta.

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Our Earthly Pleasures [ Warp - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Rakes, The Futureheads, Art Brut
Rating:
1. Girls Who Play Guitars
2. Our Velocity
3. Books from Boxes
4. Russian Literature
5. Karaoke Plays
6. Your Urge
7. The Unshockable
8. By The Monument
9. Nosebleed
10. A Fortnight’s Time
11. Sandblasted And Set Free
12. Parisian Skies
7 Votes | Average: 3.43 out of 57 Votes | Average: 3.43 out of 57 Votes | Average: 3.43 out of 57 Votes | Average: 3.43 out of 57 Votes | Average: 3.43 out of 5 (7 votes, average: 3.43 out of 5)
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C’è quella ragazza con cui ti trovi bene, con cui ti diverti e ami trascorrere qualche ora spensierata. Lei ti ascolta, ti fa divertire, è una buona amica, e non è poi nemmeno così male, carina e dolce. Allo stesso tempo sai che non brucerai mai per lei, che il fuoco della passione non si accenderà mai e che nulla potrà evolversi in qualcosa di diverso. Lo sai, e in fondo non capisci il perchè e ti dispiace pure. Forse è la vita che ti prende in giro o è semplicemente che tu sei un dannatissimo stronzo e ti innamorerai della prima che sarà pronta a spezzarti il cuore e a rendere le tue notti insonni. Siamo così autolesionisti da essere consapevoli della nostra autodistruzione con largo anticipo, e nemmeno questo serve a salvarci il culo. Questo disco è proprio come quella ragazza, che non ha niente di sbagliato, non ha una virgola fuori posto, ma alla fine non si fonderà nel tuo lettore per i ripetuti ascolti. No, non lo farà. Mark Gardener, ex leader dei Ride, pubblica due anni fa sul suolo americano questo debutto da solista, giunto a noi solo adesso (almeno ufficialmente, lo so, non vivo nel mondo delle fiabe). L’album è inteso come raccolta di canzoni che lui ha composto nel tempo, per cui la gestazione del lavoro è stata abbastanza lunga. La scaletta è discretamente eterogenea e ci presenta un cantautore sicuramente navigato e che sa scrivere canzoni, prettamente chitarristiche e che non disdegnano inserti sintetici e come nella suggestiva title track. Si predilige, però, un approccio classico alla forma canzone dove episodi elettrici (splendida l’iniziale Snow in Mexico) si alternano a brani acustici che virano leggermente in atmosfere bucoliche anche se lontane da un approccio folk tout court. Come accennato prima, non c’è niente che sia sbagliato, eppure si avverte una massiccia dose di mestiere che non brucia di passione e non trasmette l’urgenza di dire qualcosa o di esprimerla semplicemente con la musica. Manca un po’ di anima, a mio avviso necessaria per farti tornare a mettere su questo disco una volta ancora, soprattutto in un momento in cui le uscite discografiche si susseguono a ritmi vertiginosi. Si soffre di bulimia di ascolti di questi tempi, e tutte queste pubblicazioni di caratura buona ma non eccelsa rischiano di urtarsi l’una con l’altra e di togliersi spazio a vicenda. In definitiva un buon disco, ma proprio come quella ragazza di cui prima, difficilmente ci si tornerà su per più di qualche ascolto sporadico e rassicurante. Non è poco, ma siamo assolutamente lontani dal “tutto” di cui abbiamo necessariamente bisogno.

Cover Album
Mark Gardener Official Site
Goldrush Official Site
Mark Gardener MySpace
Goldrush MySpace
These Beautiful Ghosts [ UFO - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Goldrush, Ride, Richard Hawley
Rating:
1. Snow In Mexico
2. Getting Out Of Your Own Way
3. To Get Me Through
4. Magdalen Sky
5. Rhapsody
6. Summer Turns To Fall
7. Beautiful Ghosts
8. Flaws Of Perception
9. The Story Of The Eye
10. Where Are You Now?
11. Water And Wine
12. Gravity Flow
13. Dreams Burn Down
14. Turn (Demo)
15. Twisterella (acoustic live in NYC)
4 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 5 (4 votes, average: 2.75 out of 5)
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Centochiodi è stato annunciato dallo stesso regista come il suo ultimo film di finzione. Dopo una lunga carriera, Olmi ha infatti deciso di tornare alle origini del documentario, campo nel quale mosse i primi passi nel cinema circa cinquanta anni fa.
Questo è un film poetico, nel senso che procede più per associazioni dirette che non per passaggi logici.
Quando Raz Degan e Luna Bendandi vengono ripresi in un bosco in riva al Po, di notte, mentre un orchestrina suona “Non ti scordar di me”, il ricordo va inevitabilmente ad uno dei più bei baci di tutta la storia del cinema: quello che si scambiano, sempre in riva ad un fiume, Sylvia Bataille e Georges D’Annoux in Partie de campagne (1936) di Jean Renoir.
Centochiodi potrebbe anche essere interpretato come un film dal valore messianico, ma a dire la verità la parte del confronto religioso è quella che appare più debole e predicatoria, almeno quando viene messa a confronto con i momenti in cui Olmi sceglie la via diretta delle immagini piuttosto che quella indiretta delle parole. Scelta coerente, visto che il tema del film è proprio quello dell’abbandonarsi all’umanità recuperando una sorta di ignoranza positiva circa i legami della civiltà.
Qui si torna appunto a Renoir e al suo concetto di plein air, che sembra la poetica espressa da Olmi in questo film girato nel mantovano. Il modo in cui dirige (con gusto documentaristico, appunto) l’erba, gli insetti, il fiume e i moti dell’acqua sono molto simili a quelli visti in Partie de campagne e Le déjeneur sur l’erbe (1959). Qui come là, il ritorno ad una natura non selvaggia, ma idilliaca, serve al protagonista come comprensione dei limiti della civiltà e delle sue sicurezze. L’incontro con i luoghi e i tempi distesi degli abitanti del piccolo paesino lombardo rappresentano per il protagonista una rinascita, ben più radicale di quella simbolica di inchiodare letteralmente i libri di una polverosa biblioteca. Non è un caso che l’incontro inizi con una pioggia purificatrice.
Se Guy Montag in Fahrenheit 451 cercava di salvare i libri da un regime totalitario che sopprimeva l’immaginazione, qui Raz Degan cerca di sfuggire alla pesantezza accademica, al rigore e allo schematismo della filosofia e della teologia per arrivare al contatto immediato con la verità delle cose. Sulla sua strada, sono molto importanti non solo i personaggi del piccolo villaggio, che vivono in armonia con un ambiente continuamente minacciato dall’estinzione (il mostruoso siluro priva il fiume dei pesci che vi sono nati, le ruspe minacciano continuamente di sbaraccare gli abitanti), ma soprattutto l’incontro con la panettiera Luna Bendandi. E’ sicuramente lei il personaggio più renoiriano del film, non solo per la citazione di Partie de campagne: la sua pienezza, sessualmente vitale e priva di malizia, ricorda quella di Nenette (Le déjeneur sur l’herbe) mentre la sua commovente purezza richiama Henriette, soprattutto nello splendido primo piano finale in cui Olmi fa comparire un velo di lacrima sul suo viso innocente.
Se ne Le déjeneur sur l’herbe il protagonista imparava a mettere in crisi le sue certezze scientifiche, l’immersione panica di Centochiodi libera Raz Degan di una cultura non più rivelatrice, ma eccessivamente vincolante.
Il modello israeliano, con sorpresa, risulta un Cristo di campagna più credibile di quanto ci si potesse immaginare. Il film lascerà discutere sul suo significato spirituale, ma piace considerarlo principalmente per ciò che è, una splendida elegia della spontaneità. Il cinema italiano, sempre più moribondo, perde così anche gli exploit di questo fantastico autore.
Locandina
Con Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattara, Damiano Scaini, Franco Andreani
Sceneggiatura di Ermanno Olmi
Fotografia di Fabio Olmi
Montaggio di Paolo Cottignola
Prodotto da Ministero dei Beni Culturali e Rai Cinema
Distribuito da Mikado

Label: MELODIC
Location: Manchester, England
Since: 1998
Music Style: INDIE ROCK, ELECTRONIC

Artists: HARRISONS - WINDMILL - DEPARTMENT OF EAGLES - THE LONGCUT - WORKING FOR A NUCLEAR FREE CITY - THE ISLES - MINOTAUR SHOCK - OUTPUTMESSAGE - ARMS - PEDRO - BAIKONOUR

L’indie label di questo mese muove da Oriente ad Occidente, dal Giappone all’Inghilterra. Manchester, per la precisione. Nella città che diede i natali a Smiths, Joy Division e Stone Roses, nonché alla storica label Factory, David Cooper ha creato nel 1999 una coraggiosa etichetta indipendente, la Melodic, un serbatoio musicale piuttosto prolifico ( sono già ben cinquanta le release all’attivo ) che ama tingersi di colori bizzarri e sperimentali e romanticismi pop, bagliori elettronici e cantautorato di qualità sublime.
La prima produzione dell’etichetta – nata nel 1998 – è l’ep di James Rutledge aka Pedro, autore di un’elettronica venata di sonorità retrò-futuristiche e breakbeat jazzistici tra Tortoise, To Rococ Rot e Jim O’ Rourke, che nel 2003 pubblicherà, sempre su Melodic, l’omonimo album d’esordio.
L’elettronica deviata di Pedro – attivo anche con il progetto parallelo Minotaur Shock – e altre produzioni simili ( Empire State, Topo Gigio, Outputmessage, Baikonour per alcuni aspetti ) tracciano buona parte delle prime uscite della label, fino al debutto dell’ormai ex Arab Strap Aidan Moffat con il moniker L.Pierre. “ Hypnagogia “ ( melo 013 ) inaugura l’oscuro viaggio insonne di Moffat che, parallelamente agli Arab Strap, traghetterà lo scozzese fino all’ultimo sei tracce “ Dip “ ( melo 045 ), sorta di etereo “ concept album “ in bilico tra echi di rock liquido e bagliori elettronici.
Alla miscela obliqua firmata L.Pierre ed all’ elettronica onnivora di Pedro e soci, David Cooper aggiungerà di lì a poco un inaspettato colpo basso: “ For The Lonely Heart Of Cosmos “ ( melo 031 ) di Baikonour, appassionato shoegazer nativo di Versailles ma inglese d’adozione . Packaging ed artwork ultracurato come per tutte le release dell’etichetta ( il motivo di questa scelta ce l’ha spiegato lo stesso David nell’intervista che leggerete poco sotto ), sonorità che abbracciano tanto il krautrock di Neu! e Ash Ra Temple quanto le metronomie degli Stereolab, ritmiche orientaleggianti e dancey alla maniera di Alex Gopher e Chemical Brothers orchestrate attraverso un innato senso pop fanno di quest’album un’opera talmente originale e sopra le righe da non poter non essere amata.
Dal caleidoscopio di Baikonour ai newyorkesi Department Of Eagles di Daniel Rossen ( già voce degli stupendi Grizzly Bear ) e Fred Nicolaus. “ The Cold Nose “ ( melo 034 ), che esce nel novembre del 2005, mette a segno un altro successo per l’etichetta. Le zuccherine melodie folk-pop di Grizzly Bear qui si allargano verso orizzonti “ electro-eclectic “ che portano all’incisione di mezzi capolavori tra Warp e Beck come “ Romo Goth “ e “ Spring Break “, a delicate ballate per voce e scarna drum machine come “ Sailing By Night “ fino ad episodi di pop para-sinfo-elettronico come “ The Curious Butterfly Realizes… “. Se vi siete abbandonati perdutamente a “ Yellow House “ oppure se semplicemente amate certe malinconie pop non convenzionali, “ The Cold Nose “ deve essere il vostro prossimo acquisto…
Recensiti qualche tempo fa dal sottoscritto su IFB e anch’essi attivi nella grande mela, gli Isles rappresentano la scelta più smaccatamente e deliziosamente Pop tra le produzioni Melodic. Pop solare colorato alla maniera di Smiths e Housemartins e lucide schegge di Echo & The Bunnymen e Interpol si rincorrono continuamente in “ Perfumed Lands “ ( melo 039 ), uno dei migliori Lp usciti lo scorso anno. Brani come “ Flying Under Cheap Kite “, “ Summer Loans “ sono semplicemente perfette pop song, mentre la superba “ Eve Of The Battle “ ci ricorda che “che quando si è dotati di un così grande talento pop non si fa nessuna fatica a far indossare agli Interpol le collane di gladioli del Moz “…
Suono smithsiano di matrice newyorkese per gli Isles, suono mad-chesteriano per una band – finalmente! - di Manchester, i Working For A Free Nuclear City.
Combo in grado di alternare pezzi pop a groove elettronici, suite sperimentali a chitarre rock, i WFAFNC riportano alla luce i tesori nascosti della gloriosa ed immortale scena baggy. Gli idiomi cittadini vengono sciorinati dai Nostri senza timore reverenziale né stucchevoli tentazioni di plagio ( gli Stone Roses di “ Dead Finger Walking “ e i Chemical Brothers di “ Over “ ), così come pezzi quali “ Innocence “ e “ England” si avviano a sfidare apertamente le creazioni sintetiche dei Broadcast. E poi ancora vortici shoegaze ( “ So “ ) e Kraut-pop d’alta scuola ( “ Forever “ ), il tutto imbevuto da una brumosa vena psichedelica. Splendido e dannatamente groovey!
Debutterà il 23 aprile con “ Puddle City Racing LightsWindmill, moniker scelto dal 23enne cantautore Matthew Dillon. Noi di IFB gli abbiamo assegnato quattro stelle e mezzo, vale a dire quasi il massimo. A ragion veduta. Vi basterà ascoltare poche tracce per capire che l’Inghilterra, grazie a Dio, non sforna solo i The View e i Mumm-Ra ( ??? ) di turno, ma anche e soprattutto misconosciuti artisti dotati di un talento nettamente al di sopra della media, che guardano oltreoceano per raccogliere tanto l’eredità del compianto Elliot Smith, quanto la vena creativa dei Mercury Rev e dei Flaming Lips per trasfigurarli in una incantevole soluzione folk-pop come se ne trovano raramente. Un successo annunciato. Se amate la musica e non gli hype, s’intende.
Sfortunatamente motivi di spazio mi costringono a non poter dare ulteriore spazio alle prossime release dell’etichetta. Pure non posso tacere su alcuni nomi di cui si sentirà certamente parlare in futuro: Arms, Harrisons e i redivi Longcut.
Melodie elettroniche, sperimentazione baggy, pop floreale, rock obliquo, cantautorato di qualità: si può chiedere qualcosa di più ad una label?
Ad una label no, ma al suo proprietario e principale manager, si.

Ciao David, che si dice a Manchester? Vorrei partire dall’inizio: come e quando è nata la Melodic Records? Che ruolo hai al suo interno?
A Manchester il tempo è bello e soleggiato (tanto per cambiare). Melodic Records è nata quando, lavorando per un’azienda PR chiamata Pomona, ebbi occasione di parlare con un giornalista che voleva scrivere un articolo su Rae & Christian per i quali al tempo stavo facendo della pubblicità. Ci siamo sentiti al telefono e abbiamo fatto una lunga chiacchierata sulla musica in generale. Questo tipo mi disse che suonava nei Dakota Oak Trio, che io avevo visto a Manchester proprio alcuni giorni prima di supporto a Badly Drawn Boy. Comunque, James Rutledge ( Pedro, n.d.r. ) mi mandò un demo della sua roba solista e volle il caso che mi trovassi in ufficio presto quel giorno. Lo ascoltai e dei brividi mi corsero lungo la spina dorsale; quindi lo chiamai dicendo che volevo dare vita ad una label, con il 6 tracce che mi aveva mandato come prima release. Tutto registrato su una cassetta a 4 tracce.

Quale è il concetto o l’idea che sta dietro questo progetto? Quali sono i tuoi piani futuri? Quando cominciasti, pensavi di concentrare le produzioni Melodic Records su un suono particolare o sei sempre stato aperto a differenti influenze?
Credo che il nome Melodic sia importante, dato che amo la melodia…sia che si tratti di Miles Davis, Deerhoof or Kraftwerk. Anche l’etichetta Factory ha esercitato su di me una grande influenza, così come la Blue Note. Musica grandiosa spalleggiata da un incredibile artwork. Penso che noi, come label, abbiamo sempre fatto le nostre cose. Abbiamo iniziato mettendo insieme la musica strumentale che ci piaceva e della strana roba sinistroide, perché era quella con cui mi trovavo coinvolto al momento, ma più di recente mi sono buttato di nuovo sulle guitar bands. Mi piace soprattutto il fatto che abbiamo artisti statunitensi che hanno firmato per la label così come artisti francesi ed inglesi. Mi piacerebbe avere più band di Manchester in qualche modo, ma sono molto esigente, la band deve essere perfetta. Mi piacerebbe raggiungere le 100 releases…stiamo per arrivare alla nostra 50°. Ho sempre detto che fin quando avrò abbastanza denaro per far uscire un disco, andrò avanti.

Parliamo degli album che sono usciti qualche anno fa. I più interessanti sembrano essere Baikonour, Pedro e, più di recente, Department Of Eagles. In particolare, il più ambizioso sembra essere questo Baikonour, completamente strumentale, basato su un forte mix tra suoni elettronici, krautrock e vibrazioni orientali. Che cosa ci puoi dire di queste band?
- Sarebbe meglio che parlassi direttamente con queste persone a proposito dei loro album…( e non è detto che non lo faremo infatti…n.d.r. ) Ma sì, Baikonour è un grande esempio di qualcuno davvero originale. La sua musica mi ricorda Neu! che incrociano gli Stereolab. Ha una grande collezione di dischi. La prima volta che l’incontrai, non ci fu bisogno che suonasse la roba shoegaze che amava, come MBV e Cocteau, ma aveva degli album reggae e dub davvero grandiosi. Mi piacque davvero il fatto che fosse aperto a diversi generi musicali. L’album dei Department Of Eagles mi piace perché è pieno di un’innocente esuberanza. Il loro nuovo album, che dovrebbe uscire il prossimo anno, è vicino a quello che Daniel fa con l’altra sua band Grizzly Bear – suona come se Brian Wilson fosse coinvolto! È molto serio e davvero speciale, ma mi piace ancora il primo album perché loro praticamente andarono in studio con alcune canzoni finite ed altre da completare e vennero fuori con uno dei miei album favoriti di tutti i tempi.

Per quanto mi riguarda, siamo venuti in contatto con le produzioni Melodic ascoltando l’incredibile album di debutto di Working For A Nuclear Free City. Mi ricordano moltissimo la scena baggy di Manchester dei primi ’90…come li hai scoperti? Sono semplicemente eccezionali!
Mi fa piacere che la pensiate così e sì, queste sono proprio le ragioni per le quali li ho ingaggiati. Loro hanno qualcosa di Stone Roses, Primal Scream, Spacemen 3 e Beta band. Una combinazione incredibile…sono stanco di tutte queste band che suonano tutte come i The View che suonano come i Libertines che suonano come i Clash. Il mio amico Graham, che organizza delle grandi serate chiamate Blowout nei club di Manchester, mi diede un loro demo un paio di anni fa ed è stato il miglior demo che abbia mai avuto! La cosa che mi piace di più dei WFANFC è che, per quanto riguarda la label, si sposano alla perfezione con Pedro, Outputmessage e L. Pierre – possono fare musica strumentale eccellente e d’atmosfera ed essere creativi e sperimentali, ma possono anche scrivere grandiosi tunes. Il loro prossimo singolo dopo “Sarah Dreams Of Summer” è proprio una perfetta pop song. Mi piace il fatto che migliorano col tempo e diventano dei songwriting sempre migliori. Inoltre, sembrano sempre alla ricerca del modo migliore per superare i limiti. Sono molto ambiziosi nella musica che fanno.

Un altra band che amo moltissimo sono gli Isles. Mi è parso curioso che una label di Manchester produca un album così fortemente influenzato dagli Smiths, fatto da un gruppo di ragazzi americani…
Sì, loro sono una splendida band newyorkese che suona romantiche pop song… E poi gli Smiths…di recente ho deciso che sono la mia band preferita di tutti i tempi. Sono sempre stato indeciso tra New Order / Joy Division, Clash e Smiths…

Come pensate di promuovere il vostro roster fuori dalla Gran Bretagna? Sappiamo che stai lavorando a dei concerti di Windmill in Italia nei prossimi mesi…allo stesso modo, ci piacerebbe veder suonare nel nostro paese altre band come WFANFC, Isles…c’è qualche possibilità nel prossimo futuro?
È difficile come piccola etichetta auto-promuoverci per il mondo così come vorremmo. Ma avendo fatto uscire quelli che pensiamo essere dischi sempre migliori, ci sembra che le cose stiano andando sempre meglio per la label. Anche noi speriamo che Department Of Eagles, WFANFC, Isles possano suonare in Italia i loro nuovi album e sembra che Windmill lo farà prima o poi. Fateci conoscere qualche buon agente o promotore e cercheremo di far suonare più band nel vostro paese! ( l’invito è aperto, su…n.d.r.! )

In tutta sincerità, che cosa pensi dell’attuale scena rock inglese? Forse mi sbaglio, ma leggendo giornali come NME, mi sono fatto l’idea che molte band stiano ricevendo più attenzioni di quanto ne meritino. Scarsa qualità, pochi suoni nuovi e validi e troppo hype. Al momento, per grandi artisti come Windimill, sembra essere difficile avere una vetrina più ampia…
Credimi, è stancante. Mi fa sentire vecchio! Siamo una società molto disponibile economicamente al momento e tutto deve essere fresco e nuovo. Questo è in parte dovuto ad internet, la gente vuole avere informazioni nel modo più veloce possibile. La prima vera band che ho amato, quando avevo 11 anni, furono gli Specials, che ancora mi piacciono. Ai giorni nostri, le nuove generazioni sembrano amare una band per 3-6 mesi circa e quindi passare ad un’altra. Ho un figlio di 17 anni che è più o meno così. Allo stesso tempo però è grandioso che le band ed i giovani dettino le mode, ecc., hanno un potere più grande che mai. È curioso che venga menzionato l’NME…non si occupano molto della nostra musica (sarei preoccupato se lo facessero!). Credo che si sia arrivati al punto che l’NME non sappia più che cosa cerchi. Kerrang aveva solo Gallows in copertina e la nuova band che l’ NME aveva in copertina erano i Twang e so riconoscere quale delle due è la più importante ed entusiasmante. È curioso inoltre perché Kerrang sta ora vendendo decisamente più copie dell’NME. Questo deve aspettare e vedere cosa piace ai ragazzi e quante myspace hits possono avere. I loro giornalisti non hanno più la capacità di allungare il collo per scovare bands. Ma, hey, la sto prendendo troppo seriamente. Quello che dovete ricordare è che il NME è “the Heat of the music magazine world”. Deve essere immediato e spiccio per i giovani. La mia band preferita al momento sono i Besnard Lakes e sia Uncut che Mojo hanno scritto di loro di recente. Se volete leggere a proposito di musica di alta qualità, è meglio non mollare Mojo, Word o Uncut. Anche Pitchfork è molto buono e tremendamente influente. Mi piacerebbe che ci fosse qualcosa come Pitchfork nel Regno Unito…

Parlaci delle nuove band che hanno firmato per Melodic: Longcut, Arms, Harrisons, Outputmessage…
Longcut è un “one-off single”, credo. Una band di Manchester che ho sempre amato e con cui è stato grandioso fare un singolo. Gli Arms mi entusiasmano molto. Come Windmill, Arms è un songwriter con una voce incredibile. Todd (Arms) e Matt (Windmill) hanno promesso di registrare con noi un duetto per un singolo di Natale. L’idea mi entusiasma molto! L’album di debutto di Harrisons è incredibilmente valido e come il debutto di Windmill non c’è una traccia debole.

Cosa pensi dei software “peer to peer”? Credi possano danneggiare in particolar modo una indie-label come Melodic?
Avrei desiderato avere una label negli anni ’70 o ’80, quando venivano venduti soltanto vinili. È per questo che le label facevano un sacco di soldi. Ai giorni nostri, è difficile fare soldi. Penso che l’industria musicale si trovi in un momento particolare: riduce i prezzi dei cd per cercare di invogliare la gente a comprarli piuttosto che scaricarli illegalmente. A meno che non venga creato un nuovo tipo di formato che non possa essere condiviso a copiato, molte aziende andranno in fallimento. Negli Stati Uniti, la gente viene multata per il download illegale e questo dovrebbe accadere anche da noi. Sono abbastanza sicuro che la maggior parte del nostro catalogo venga scaricato illegalmente piuttosto che comprato. Dall’altro lato, dobbiamo cercare di far uscire special records con ottime confezioni per assicurarci che la gente vada a comprarli piuttosto che copiarli o scaricarli illegalmente.

Menzionaci una band o un artista del passato e uno dei nostri tempi che ti piacerebbe avere nella Melodi e, ovviamente, spiegacene il motivo…
Mi piacerebbe aver avuto una label negli anni ‘70/ ’80 per ragioni puramente finanziarie, come ho detto prima. C’è una band di Manchester che si chiama Polytechnic. Mi sarebbe piaciuto metterli sotto contratto e mi piace molto l’album di Beirut. Il mio amico Ben, che gestisce la Ba Da Bing di New York, lo ha scoperto, così almeno è una consolazione…!

Ok grazie David e complimenti per quello che ci fai ascoltare!
Grazie a voi e se passate da Manchester dovete assolutamente venirci a trovare nei nostri uffici!

Thanx to PaMeLlO per la traduzione dell’intervista

Link:
Official Site
Catalog
Shop On-line

Mp3:
Wei’s Way - L Pierre (from the album “Dip”)
Tokyo Moon - Windmill (from the album “Puddle City Racing Lights”)
Major Arcana - The Isles (from the album “Perfumed Islands”)
Vigo Bay - Minotaur Shock (from the album “Maritime”)
No One Does It Like You - Department Of Eagle (from the album “The Cold Nose”)
Hoku To Shin Ken - Baikonour (from the album “For The Lonely Hearts Of The Cosmos”)
Sommeil (WFANFC Remix) - Outputmessage (from the EP “Sommeil”)
You Got The Love (Shadow Dancer Remix) - The Longcut (from the single “Idiot Check”)
Troubled Son - Working For A Nuclear Free City (from the album “Working For A Nuclear Free City”)
All Things Rendered - Pedro (from the album “Pedro”)

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La curiosità è un pesante fardello. Lo è stata prima di Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not (2006) e lo è ancora di più ora, ad un anno da quella che è stata - nel bene e nel male - una svolta nella vita di questi quattro ragazzi di Sheffield e nell’indie world in generale: curiosità di sapere se la storia delle due chitarre elettriche, regalate a Alex Turner e Jamie Cook per Natale, sia vera; di capire come si siano ritrovati, nel giro di una manciata di gigs, a passare dal The Grapes allo Sheffield Forum; di dare una spiegazione alle 120 versioni diverse dei loro brani, che circolavano in rete ancor prima che fosse uscito un loro disco; ma, soprattutto, curiosità di capire se le lodi del NME siano giustificate o se si tratti semplicemente degli “Arctic Monkeys che suonano come i Libertines che suonano come i Clash”. A questo proposito, il loro secondo disco dovrebbe dirci Who The Fuck Are Arctic Monkeys (2006) e cosa vogliono fare da grandi.
L’occasione è ghiotta, ma potrebbe rivelarsi una trappola (vedi Clap Your Hands Say Yeah e, almeno parzialmente, Bloc Party): dimostrare di non essere un souvenir da quarto d’ora andywharoliano. In una parola, di non essere “pop”. Favourite Worst Nightmare trova dunque i quattro blokes con ancora indosso le loro t-shirt (e con l’immancabile stecca da biliardo appoggiata su una spalla) e con la cravatta al collo - frutto probabilmente del milione e passa di copie (360.000 soltanto nella prima settimana) che hanno fatto vendere alla Domino - ma ancora insoddisfatti, senza saperne il motivo (musicalmente, questo è un bene!); e, nell’album, questo feeling da “cercare indizi negli occhi di un cadavere” si avverte dannatamente!
Ci pensa il primo singolo/ opening track (”Brianstorm”), con le sue cavalcate adrenaliniche, a togliere ogni dubbio: malgrado tutto quello che è successo, sono - fortunatamente - ancora loro, con un anno in più di esperienza alle spalle e - soprattutto - una produzione più consapevole, affidata a James Ford e Simian & Mike Crossey. Anche questa volta sono i dialoghi tra chitarre, basso e batteria a farla da padrone (”Do Me A Favour” e “If You Were There, Beware”), mentre i quattro di High Green si destreggiano con sorprendente scioltezza tra chorus contagiosi (”D Is For Dangerous”), cambi di tempo e break piazzati là dove servono. Con due ballate a dividere e chiudere il disco (”Only Ones Who Know” e “505″) ed una manciata di influenze che non si limitano ai soliti nomi, spingendosi fino a richiamare i Blur (il secondo singolo, “Fluorescent Adolescent”, e la già detta ballata a metà album) e citare i Duran Duran in “Teddy Picker” (ma io ci vedo pure gli Offspring), gli Arctic Monkeys dunque si confermano alla grande, smentendo molti indie snob della prima ora (tra cui il sottoscritto) e proponendosi - ancora, nel bene e nel male - come unica e vera band rappresentativa di un’intera generazione. I soli difetti, già presenti peraltro nel loro precedente lavoro, potrebbero essere l’eccessiva omogeneità tra le 12 tracce dell’album ed una certa ingenuità di fondo che pervade le liriche: ma vi assicuro che, ascoltando l’album, a tutto questo si fa poco o per nulla caso.

Cover Album
Band Site
MySpace
Favourite Worst Nightmare [ Domino - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Libertines, Bloc Party, Franz Ferdinand
Rating:
1. Brianstorm
2. Teddy Picker
3. D Is For Dangerous
4. Balaclava
5. Fluorescent Adolescent
6. Only Ones Who Know
7. Do Me A Favour
8. This House Is A Circus
9. If You Were There, Beware
10. The Bad Thing
11. Old Yellow Bricks
12. 505
Mi alzo. Una testa enorme, ma veramente enorme, eh. Ok, una è andata. Ora devo riprendermi. La giornata è lunga, molto lunga. Dovremo farvi ballare fino a tardi (@ Goganga - Milano, dalle 20). Ilaria è dispersa nella Milano del Design, speriamo di riacciuffarla al volo a qualche simposio, nel frattempo svegliamo Brassy, che dopo parecchio tempo torna a farci visita con i suoi dischi.

Playlist:

1) Tarwater “When Love Was The Law in Los Angeles”
2) Archie Bell “The Better Blueprints”
3) My Teenage Stride “Chock’s Rally”
4) A Toys Orchestra “Ease Off The Bit”
5) eildentroeilfuorieilbox84 “Cippah”
6) Perturbazione “Qualcuno si dimentica”
7) Apples In Stereo “Apples In Stereo”
8) Sister Vanilla “What Goes Around”
9) Julian Nation “1992″
10) Monta “Homecoming”

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #24
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Contact Lazy Sundays:
lazysundays@fastwebnet.it

Discography: RICCARDO SINIGALLIA (2003 - Ricordi BMG), INCONTRI A META’ STRADA (2006 - SONY BMG)

Quando Riccardo Sinigallia fa il suo ingresso sul palco in jeans e maglione verde elettrico, e si mette a suonare da solo ‘Finora’ al pianoforte, tutto verrebbe da pensare fuorchè ad una virata veementemente rock del resto del concerto. Ed invece così sarà, tra la goduria ed il tripudio dei pochi astanti. Dopo la prima esecuzione entrano uno ad uno i restanti membri della band: Daniele Sinigallia e Matteo Chiariello alle chitarre elettriche, Marco Rovinelli alla batteria ed un bassista extra lusso come Filippo Gatti, che con un berretto di lana blu in testa ed una fine barba nera ad incoronargli il viso sembra un incrocio tra Ernst Heminghway da giovane ed un Lucio Dalla dei tempi migliori. La strategia di Riccardo: creare il più bel suono ed andare dritto al centro di ogni singola nota, scomporla, levarle l’anonima forma e farla esplodere d’armonia. Infila meticolosamente perle nel filo teso tra le sue mani, fino ad ottenere una lucente collana, preziosa nella sostanza e semplice alla vista. Che non è un concerto come gli altri lo si percepisce subito dal feeling che istantaneo s’instaura tra l’intreccio dei suoni e quello dei cuori. Ogni nota è suonata con la passione del musicista che sa che quello è il suo ultimo concerto e che di conseguenza vuole lasciare il più bel ricordo di sé. Il tutto è esaltato da un’acustica nettamente sopra la media rispetto ai non-luoghi addetti alle esibizioni live in quel di Partenope. Ed è sintomatico dell’incultura musicale il fatto che debba essere la sala di un cinema ad offrire performance sonore degne di questo nome; fin quando la musica leggera verrà intesa solo come passatempo e non come arte le cose non cambieranno di certo. Ma come direbbe Carlo Lucarelli: “Però questa è un’altra storia”. Poche note di ‘Se potessi incontrarti ancora’ ed è subito rock, un’aggressione furiosa come neanche l’ Orlando, un crescendo vertiginoso con tutti a seguire la strada illuminata dal potente picchiettare del pianoforte. La lunga coda psichedelica fa circolare il sangue con fragore nelle vene. Prima di abbandonare il pianoforte, Riccardo cesella altre chicche tratte dall’ultimo album e con ‘Amici nel tempo’ continua a stupire chi s’aspettava il solito concerto del solito cantautore dai toni pacati. Come sempre i suoni che vengono fuori sono limpidi e perfetti, grazie all’orecchio sensibile di chi si è costruito la propria credibilità nella ricerca di sonorità fuori dell’ordinario. L’armonia tra i membri della band incanta, con inserimenti chitarristici sempre tesi, in continuo dialogo elettrico tra loro. ‘La revisione della memoria’, pezzo tratto dall’album d’esordio, inaugura il cambio di strumento di Sinigallia, che imbraccia una chitarra acustica, sempre rannicchiato su di uno sgabello che fatica a contenere la sua energia. Ed è ancora rock, tirato, emozionale, un rincorrersi tra chitarre e basso, con uno straripante Canini a rullare e picchiare alla batteria. In certi tratti ricordano alcuni crescendo degli Spiritualized, un’onda sonica inarrestabile. Una dopo l’altra scorrono le gemme contenute nell’ultimo disco, da ‘Anni di pace’ dove finalmente sentiamo la meravigliosa voce corretta al cognac di Filippo Gatti, fino a ‘Uscire fuori’ in versione stoner, ruvida, inquieta, una freccia diretta al centro della carne. Più lo ascolto e lo osservo, più mi viene in mente l’irruenza del ghepardo, elegante nell’esplosione muscolare, deciso, micidiale senza esitazione, ipnoticamente devastante. In mezzo càpitano anche l’arpeggio di ‘Bellamore’, ballata tutta sbuffi e sospiri, ‘Una canzone per Fede’, che si fa strada tra note di cristallo, e ‘La descrizione di un attimo’ deliziosa canzone mandolinata che scrisse a suo tempo per i Tiromancino. ‘Buonanotte’ sembrerebbe il commiato da Napoli con i membri del gruppo che escono uno alla volta dopo una lunga jam session psichedelica. Inevitabile il ritorno. Ineluttabile l’ennesimo trasalimento. ‘Il nostro fragile equilibrio’ e ‘Lontano da ogni giorno’ calano il sipario.
Come al solito quando il rock chiama Napoli non risponde. Deprimente è vedere che in una sala da 358 posti solo una sessantina di questi siano occupati. Ma come disse una persona molto più saggia di me: “Non servono grandi folle per grandi concerti”. Sottoscrivo in pieno.

“RICORDI A META’ STRADA” review on INDIE FOR BUNNIES

Foto Thanx to Concertina Live

Link:

Riccardo Sinigallia Official Site

Mp3:
La Revisione Della Memoria (live studio session)

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