NAKED LUNCH
This Atom Heart Of Ours
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Sono assolutamente convinta che la sovrabbondanza di uscite discografiche produca una dispersione dell’attenzione e che a causa di questa enorme disponibilità di musica siamo tutti portati ad essere sempre più selettivi e forse anche un po’ spietati, per riuscire districarci nel mare di proposte in cui rischiamo di annegare. Per esempio: prendete un po’ di chitarre vagamente shoegaze, un po’ di tastiere e una batteria giusto per tenere il ritmo, scrivete dei testi melensi e ordinari su relazioni fallite e amori impossibili, cantate con voce stranita e sofferente per esprimere tutto il vostro malessere esistenziale ed ecco bell’e pronto un album che si potrebbe intitolare… uhm, vediamo…. “This Atom Heart Of Ours”. Pubblicato per la Louisville, è l’ultima fatica dei Naked Lunch, band austriaca dalle alterne vicende, attiva fin dal 1991, che però, nonostante il nome preso dal romanzo di Burroughs, non ha proprio niente di trasgressivo. E infatti hanno sfornato una serie di brani indistinti e senza personalità, un album piatto, monotono, senza guizzi vitali che non comunica nessuna emozione. Sono stata troppo dura? Basta guardare il video del singolo, Military Of The Heart (http://www.youtube.com/watch?v=dYyPPoqt43k), per capire che si stanno annoiando anche i membri della band! Gli episodi più significativi sono quelli in cui tornano alla mente altri gruppi, in special modo i Notwist (pare che abbiano in comune il produttore): basti ascoltare My Country Girl o Waterfall, un mix fra le atmosfere folkeggianti degli Shins e i Notwist oppure The Tower, brevissima ballata alla Sparklehorse o In The End, la traccia di chiusura che fa ripensare ai gloriosi Eels. Nulla riesce a riscattare questo disco: né gli arrangiamenti, banali e confusi, né i virtuosismi strumentistici evidentemente inesistenti, né la voce monocorde del cantante, né i testi: “I madly climb the highest mountain / and swim the deepest ocean / only to be with you” (…dov’è che l’ho già sentito?) o ancora: “Cause i know how it feels to be down on my knees”; un teenager in piena crisi ormonale avrebbe fatto di meglio. Oh mio dio… credo proprio di no!!! |
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9 aprile 2007 @ 16:40
Sento il bisogno fisiologico di quotare questa frase: “sovrabbondanza di uscite discografiche produca una dispersione dell’attenzione” . Parole sante Jag.
E ci aggiungo chedovrebbero smettersela con questa politica: “pubblico mille album che se uno vende mi rifaccio anche degli altri”.
Se esistono ancora dei responsabili della qulità nelle labels, che si facciano avanti, o sono rimasti solo imarketers ?!?!?!?
Ah, buona pasquetta !!!!!
9 aprile 2007 @ 21:56
scusate… ma vorrei proprio sapere chi sono i due che hanno votato e che hanno dato 4/5!!! @_@
10 aprile 2007 @ 00:29
La prima rece ad 1 stella apparsa su IFB…
10 aprile 2007 @ 00:48
Non ho mai capito se si vota il disco o la recensione.Io ho votato la recensione, del disco non so un cacchio.
10 aprile 2007 @ 08:51
io voto sempre il disco: per quanto riguarda la recensione, in genere esprimo il mio parere nel commento…
10 aprile 2007 @ 09:40
ah ha ahh
) sachiel grazie!! ma anche io credo che si debba votare il disco…
10 aprile 2007 @ 14:05
Sach, sei ammonito: SI VOTA IL DISCO !!!!!!!
10 aprile 2007 @ 15:34
quando scatta l’espulsione fran? Comunque solitamente voto il disco, ma stavolta ho fatto diversamente, chissà perchè….forse perchè sto sprofondando lentamente nella follia
5 maggio 2007 @ 18:11
secondo me è un buon disco.
insomma, una cosa da 6,5. sui testi un po’ melensi e facilotti sono d’accordo ma il pop è fatto di frasi di quel genere: di migliaia di “pouring rain”, di “same old stories” e così via. lo sappiamo bene tutti, no? gente come nick cave, leonard cohen o gli smiths è rara. e pure loro hanno scritto testi banali sulle ali dell’amore perduto. semplici invocazioni a una donna. cose molto dirette. il pop non è necessariamente poesia, anzi.
davvero non sono per nulla d’accordo con la recensione. tu adduci il fatto che certi suoni ricordino diversi artisti (e va bene per gli sparklehorse ma tutti gli altri te li sei sognati: gli shins in particolare) per cassare il lavoro come schifezza. c’è del già sentito ma non per questo è un disco da buttare. non puoi aspettarti i nuovi clouddead dietro ogni angolo. le melodie molto dirette me lo hanno fatto apprezzare come un continuum. è un album coeso, fluido. che poi nessun pezzo spicchi non è così importante se nessuno, al contempo, mi fa ribrezzo.
ciao