LONEY, DEAR
Loney, Noir
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Una carezza o un sorriso non risolvono i problemi di nessuno, ma possono alleviare il dolore o le fatiche che la quotidianità ci offre inesorabilmente su un piatto d’argento. E’ un po’ come quando durante le fasi finali di una partita di calcio il difensore spara via il pallone dalla propria area difendendo il risultato e a sua squadra dall’assalto finale degli avversari. Hai semplicemente alleggerito il gioco, tirato un sospiro di sollievo e sei già pronto per una nuovo assalto a Fort Apache. Dischi come questo servono soprattutto a raddrizzare l’umore e il peso delle cose che ci rendono le giornate difficili, e ancora una volta il tutto viene dalla fredda, ormai solo nel clima, terra svedese. E se ne sono accorti anche alla Sub Pop, divenuta la label dell’indiepop per eccellenza. Non è mai troppo tardi, per cui questo che in realtà sarebbe il penultimo disco dei Loney, Dear diventa praticamente il primo distribuito su scala mondiale: piccoli testacoda della discografia contemporanea. Quello che potrebbe diventare maniera o semplicemente opportunismo, qui non si avverte nemmeno lontanamente. Ciò che traspare dalle dieci composizioni in scaletta è una sincerità assoluta ed un gusto spiccato per la melodia e i cori in falsetto, che rendono le canzoni molto più che un mero esercizio di stile. Dubbi legittimi del lettore attento e smaliziato da ascolti del genere potrebbero essere: dov’è l’originalità? Perché dovrei ascoltare proprio questi qui e non altre decine di band del genere? In effetti non credo di avere la risposta a portata di mano, non credo di poter spiegare bene perché i miei umori e le mie orecchie mi stanno portando ogni giorno a metter su questo disco almeno una volta. Guardando fuori la finestra scorgo tra i tetti della mia città almeno lontanamente la voglia di uscire fuori e assaporare l’aria che si fa sempre più calda. E allora non faccio altro che infilare gli auricolari dell’ ipod nelle orecchie, far partire Loney, noir e aggirarmi per le strade di una Napoli luccicante per la primavera, tra cori in falsetto, battiti di mani, chitarre solari, fiati e quelli che si definiscono ritornelli killer. Si, c’è proprio qualcosa in più del semplice pop da camera in questi solchi, e non so dirvi cosa esattamente. Sarà che ho un bisogno fottuto di un sorriso o di una carezza ideale per andare avanti, ma io trovo tutto questo indispensabile. |
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18 aprile 2007 @ 10:44
“come quando durante le fasi finali di una partita di calcio il difensore spara via il pallone dalla propria area difendendo il risultato e a sua squadra dall’assalto finale degli avversari. Hai semplicemente alleggerito il gioco,!”
Candido Sach come vincitore del mese del premio “Nick Hrnby” (da me istituito ora). Gran similitudine!
Me li procuro assolutamente (similar The Clientele) !!!!!
cIAO
18 aprile 2007 @ 11:06
Gran disco.
Si dovrebbe ascoltare lui perchè nella “leggerezza” ci sono tante sfumature che salgono ascolto dopo ascolto, perchè quella “leggerezza” è in grado creare un’atmosfera e non è poco.
18 aprile 2007 @ 12:47
a me non è piaciuto granchè (ma – del resto – non sono un fan nemmeno dei clientele): in generale poi – ultimamente – non sto ascoltando molto indie pop… l’ultimo disco di “vero” indie pop – secondo me – che ho ascoltato è stato l’album di soda fountain rag…
18 aprile 2007 @ 12:55
Pam, ti stai convertendo pure tu al death metal e alle sperimentazioni con trapani e scoregie? A me sto’ dischetto piace parecchio, poi certo, se sonorità twee comuni a molte band, soprattutto svedesi, non prendono troppo, allora non piaceranno nemmeno questi qui.
18 aprile 2007 @ 14:44
Ne uscissero piu’ spesso di dischi cosi’. Facili melodie d’accordo ma i brani nella loro costruzione non sono mai banali e sfacciatamente commerciali. Non per pignoleria dato che cambia poco volevo segnalare la corretta scaletta dei brani.
am John | Saturday waits | Hard days 1234 | I am the odd one | I could say (no one can win here) | I’ll call you lover again | Carrying a stone | The meter marks ok | And I won’t cause anything at all ciao
18 aprile 2007 @ 14:47
una domanda: L’ultimo album dei lonely, dear si chiama ‘’sologne”? (dato che lonele, noir e’ il penultimo come rip in recensione)
18 aprile 2007 @ 14:58
Ciao federico,
in realtà la Subpop comunica sul suo sito ufficiale questa scaletta :
1. Sinister In a State of Hope
2. I am John
3. Saturday Waits
4. Hard Days 1.2.3.4
5. I am The Odd One
6. I Could Stay
7. I Will Call You Lover Again
8. Carrying a Stone
9. The Meter Marks OK
10. And I Won’t Cause Anything At All
noi infatti abbiamo recuperato l’informazione qui : http://www.subpop.com/releases/loney_dear/full_lengths/loney_noir
penso che la tracklist da te segnalata si riferisca alla prima produzione svedese (almeno credo…)
saluti
18 aprile 2007 @ 15:35
preso un abbaglio. confermo la vostra grazie
18 aprile 2007 @ 15:38
Giusto per fare i precisini –
– questo non è un album twee-pop.
18 aprile 2007 @ 15:41
In effetti non è molto twee…pero’ nemmeno siamo agli antipodi
18 aprile 2007 @ 16:03
no, no…si attesta sui canoni dell’indie pop… io avrei aggiunto qualche trapano, ma tant’è…
18 aprile 2007 @ 17:39
questo è un giorno memorabile…il mondo virtuale non sarà più lo
stesso..e sto dischetto ha una luccicanza notevole…bene, che si continui così…:D