LE VITE DEGLI ALTRI di Florian Henckel von Donnersmarck

2 Maggio 2007

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Soprattutto in Germania sembrano passati molto più di diciotto anni, da quando crollò il muro di Berlino. I tedeschi hanno sempre la tempra di riuscire a dimenticare in fretta le ferite nazionali e di costruire sulle macerie: perciò questo film li ha lasciati colpiti oltremodo.
Al di là di quelle che possono essere le sue componenti sociologiche, Le vite degli altri è soprattutto un ottimo esempio di come anche cinematografie estranee a quella americana possano fare dei film narrativamente forti e coinvolgenti, e allo stesso tempo riuscire a conservare uno spiccato senso critico ed autoriale.
E’ dunque un’opera coraggiosa per come si prende carico di mettere in scena un tema spiacevole per la cultura tedesca come quello della repressione poliziesca operata dai servizi segreti, ma anche molto elegante nella forma, con una fotografia molto curata e austera, in sintonia con i tempi rigidi e severi della DDR. Berlino, ben lontana dai fasti architettonici attuali, appare livida e pesante, quasi abbandonata.
Tra gli aspetti che colpiscono maggiormente c’è il modo in cui il personaggio principale, un autore teatrale sospeso tra un tiepido progressismo e la fedeltà al regime, viene mostrato come del tutto passivo: dapprima è sempre “osservato” senza che lui se ne possa accorgere, e in seconda battuta non si rende mai conto di quello che veramente gli accade, mentre le sue azioni di ribellione sono completamente inutili per quanto audaci. Verrebbe senza dubbio scoperto da un sistema a cui non sfugge nulla, se non fosse per la risollevata umanità dell’uomo incaricato di tenerlo sotto controllo.
In realtà è lui il vero protagonista del film, l’unico che agisce nel vero senso della parola, il solo a compiere un’azione veramente risolutiva all’interno del film, nel drammatico finale. Anche la sua azione è però del tutto vana, in un regime che cerca di sopprimere non solo ogni tentativo di ribellione, ma anche ogni sentimento, ogni individualità.
Le vite degli altri è infatti un film che punta ad accentuare le condizioni di disumanità, la freddezza scientifica di una burocrazia poliziesca. L’eroe, il più efficiente funzionario della STASI, inizia ad invidiare la sua vittima, le sue passioni, la sua cultura, il suo amore per il teatro, la musica e la poesia. Entrando nella sua vita, spiandola, se ne trova coinvolto.
C’è un che di cinematografico, una sorta di replica dell’immedesimazione spettatoriale, nel suo cambiamento improvviso, nel suo progressivo calarsi negli stati d’animo dello scrittore e infine nel suo tentativo di salvare la sua relazione amorosa e la sua stessa vita. Un ingresso inesorabile nell’esistenza di un individuo che ricorda un po’ quello di James Stewart ne La finestra sul cortile.
La spia, l’impiegato solitario che vive in un appartamento dall’arredamento ridotto al minimo, il cui unico vizio è rubare qualche minuto ad una prostituta, si appassiona alla vita tramite quella di un altro. Silenziosamente, cerca di trasformarsi in un deus ex machina, in un demiurgo che può cambiarla a suo piacimento, cercando di metterla per il meglio, di aggiustare i conflitti e dilemmi. Questa sua hybris è però destinata al fallimento: se fosse stato un film americano, probabilmente ce l’avrebbe fatta. Il cinema europeo ha invece sempre a cuore gli antieroi.
Eppure, Le vite degli altri è anche un film pieno di tensione, di colpi di scena, di scene forti dal punto di vista drammatico: non c’è quella rarefazione degli eventi tipica dell’autorialità europea, anzi. E’ un film d’azione che sembra in superficie rispettare tutti i clichè del caso, cattivo perfido e dark lady compresi. Per questo si è ben adattato al gusto d’oltreoceano e si è portato a casa il premio Oscar per il miglior film straniero.
Noi italiani, ancora legati a piccole produzioni, a vecchi maestri, a storie di formazione abusate e ad interni su famiglie borghesi distrutte, potremmo prendere esempio da un film che riesce a mettere a nudo un tabù nazionale, a scuotere la coscienza, senza per questo rinunciare allo spettacolo vero e proprio.
Locandina
Con Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, Thomas Thieme, Hans-Uwe Bauer
Sceneggiatura di Florian Henckel von Donnersmarck
Fotografia di Hagen Bogdanski
Montaggio di Patricia Rimmel
Scenografia di Frank Noack
Prodotto da Quirin Berg, Max Wiedemann
Distribuito da 01 Distribution
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