KINGS OF LEON
Because Of The Time

Inizia “Knocked up” e già intravedi piccoli cristalli di luce intermittente nella notte, echi di new wawe che non ti saresti aspettato ed una canzone lunga in apertura di disco. Scelta coraggiosa ed efficace, non rimpiangi un singolo attimo di quei 7’ 10”. Ritrovi un po’ di fango e polvere nella successiva “Charter”, ed era un po’ quello che ti saresti immaginato qui dentro. Il basso pulsa, è molto più evidente, qualcosa è cambiata, ma le chitarre graffianti ci sono lo stesso. L’inizio di “On Call” ti culla, ancora new wawe notturna e quello strumento a quattro corde che si fa sentire più forte che mai. Ma le chitarre reclamano il loro spazio e giocano ad alternarsi e sovrapporsi nei ritmi vertiginosi di “Mc Fearless”. La voce dissonante di Caleb c’è sempre, ma è il contorno che prende nuove sfumature, nuovi percorsi, meno ubriachi, più asciutti e moderni.
Ma proprio quando sei convinto che il passato sia irrimediabilmente svanito ti ritrovi col tuo bicchiere di whiskey in mano, in un lercio pub di periferia ad ascoltare l’incedere quasi sgraziato e lievemente psichedelico di “Black thumbnail”. Poi ti viene quasi voglia di muovere il culo nella successiva “My Party”, divertente digressione pseudo danzereccia in chiave rock. Cazzo se ti diverti questa volta, farai l’alba prima di tornare a casa lercio e puzzolente. Ma felice. Poi si rallenta leggermente nell’incipit di “The Love Way”, ma subito si riprende la corsa, come è giusto che sia. I Clash chiederebbero il conto per la successiva “Ragoo” , che deve davvero molto ad un disco immenso come “London Calling”.
Un’altra piccola sorpresa da questi re di Leon che acquisiscono una credibilità sempre maggiore, per quello che fanno, e soprattutto come lo fanno. C’è il classico southern rock di “Fans”, ma soprattutto la sorprendente “The Runner”, che inizia come una ballata dal piglio folk, per virare in un classico indierock chitarristico chiudendo con una battuta gospel. Capogiro, testacoda, ma vuoi ancora andare avanti. E ti ritrovi ad incrociare “Trunk” e il suo acido rock notturno e oscuro, e poi “Camaro” per quella dose di sudore che mancava ancora all’appello. E si chiude il sipario con una splendida ballata elettrica condita da tastiere, “Arizona”, che ti accompagna verso il silenzio del disco che ha finito il suo corso. Poi il tempo di un bicchier d’acqua, e proprio ora che sei particolarmente scazzato decidi di ricominciare da capo. Ne hai bisogno oggi, e forse magari anche domani. Sono tutti uguali i giorni da queste parti.
2. Charmer
3. On Call
4. Mc Fearless
5. Black Thumbnail
6. My Party
7. True Love Way
8. Ragoo
9. Fans
10. The Runner
11. Trunk
12. Camaro
13. Arizona
KINGS OF LEON su IndieForBunnies:
Recensione “ONLY BY THE NIGHT”


9 Maggio 2007 @ 13:54
Ho sbagliato a scrivere new wave piu’ volte,me ne accorgo solo ora.Che amarezza!
9 Maggio 2007 @ 13:57
a prescindere dalla tua ottima e precisa recensione, devo dire che i kings of leon non mi hanno mai appassionato - e non credo riusciranno con questo loro nuovo lavoro. una carriera comunque rispettabile, la loro, che li vede andare molto bene soprattutto in gran bretagna…
9 Maggio 2007 @ 14:30
Questo disco mi ha sorpreso. Non me l’aspettavo proprio perchè i precedenti mi erano piaciuti ma non mi avevano conquistato così.Forse sarà una cosa solo mia, ma ora lo vado a mettere su di nuovo.
9 Maggio 2007 @ 21:09
MITICO!!!!!!!!!!!!!!!!!!
GIURO CHE E’ L’ALBUM CHE STO ASCOLTANDO DI PIU’ IN QUESTI GIORNI INSIEME AL NUOVO WEATHER UNDERGROUND!!!
BELLISSIMO!!!!
BLACK TUMBNAIL E TRUE LOVE WAY SPACCANO IL CULO ANCHE AI PICCIONI!!!!!!
BRAVO SACHIELLO PEZZO OTTIMO!!!!!!!!!
9 Maggio 2007 @ 21:31
causa le mie recenti insormontabili disgrazie informatiche sto disco aspettare…che dire quindi?…bastardi…
9 Maggio 2007 @ 23:01
già già già…gran bel dischetto, le 4 stelluzze se le merita tutte
14 Maggio 2007 @ 10:53
Mi erano scaduti, dopo uno splendido esordio, col secondo disco, troppo diverso dal primo e anche troppo moscio… questo invece mi ha appassionato subito e ha scalato la mia personale classifica degli ascolti, segno che mi piace, e che mi piace anche un bel pò. Bravi Re, mi sa che la prossima volta che passate dall’Italia, vi vengo a rivedere (e speriamo sia di nuovo al Rainbow).
22 Settembre 2008 @ 10:15
[...] Recensione “BECAUSE OF THE TIME” [...]
22 Settembre 2008 @ 10:25
[...] Perchè quest’album puzza di birra e serate con gli amici dall’inizio alla fine e per apprezzarne tutte le virtù è bene ricreare la situazione più congeniale al suo ascolto. Dopo essermi calato perfettamente nella parte posso raccontarvi del rock veloce e percussivo dei We Were The States, quintetto del Tennessee con base operativa ad Austin votato alle atmosfere sature da pub affollato il fine settimana, con stretto nel pugno un rosario di citazioni e padri putativi sterminato ma di gran classe. Qui evaporano e danzano bellamente Strokes (che a dirla tutta ne escono male dal confronto), Kings Of Leon, The Hives e Clash su tutti. Quello che ne viene fuori è un proiettele incandescente e divertente, giocato su riff semplici ma esaltanti. Rock asciugato da ogni orpello ingombrante, mai banale e piacevole come una bella carota fresca d’estate per tutti i conigli accaldati. Justin Webb paffuto ed improbabile icona di un rock’n’roll votato all’eccesso, canta con un’esuberanza a tratti commovente, mettendoci convinzione e ritmo, quasi che fosse un Liam Gallagher senza spacconeria o un Pelle Almqvist all’uscita dal manicomio dopo un lungo periodo di riabilitazione. La voce trascina ed è in pieno assetto con tutto il resto, fino a creare una sorta di trait d’union tra veemenza a ’stelle e strisce’ e compattezza britannica. [...]