Giugno 2007


STAGES
ATP: ALEXANDER TUCKER, ELVIS PERKINS, COMETS ON FIRE, FENNESZ & MIKE PATTON, BOLA
CD ROME BY VUELING: ANTICONCEPTIVAS, THE LIGHT BRIGADE, ZA, VERACRUZ, PARENTHETICAL GIRLS, GHOULS’N'GHOSTS, FUJIYA & MIYAGI, JUSTICE, GIRL TALK
ESTRELLA DAMM: HERMAN DUNE, MELVINS, THE SMASHING PUMPKINS
ROCKDELUX BY FRIDAY’S PROJECT: DIRTY THREE, SLINT, THE WHITE STRIPES

Da dove cominciare? Come fare per sbrogliare l’intera matassa di ricordi e suggestioni di uno dei viaggi più belli ed intensi che abbia fatto in vita mia? Allora direi che la premessa necessaria a tutto ciò è che sarà impossibile far rivivere su carta (o meglio su web, i tempi cambiano!) quelle atmosfere, le centinaia di messaggi che ci siamo mandati per ritrovarci sotto ai palchi, le birre pagate a caro prezzo ma senza le quali che Estrella Damm sarebbe stato, le Ramblas percorse a notte fonda per tornare in albergo, i racconti deliranti, le merendine alla mela, gli urli nella notte e la stanchezza al limite del collasso che ci ha preso l’ultima sera. A questo punto non rimane che partire da dove tutto fisicamente è cominciato: l’aeroporto di Napoli. Le valige di fretta, il caos di Capodichino, il rebus dei terminal, chi arriva trafelato all’ultimo, il cielo azzurro e limpido, ma ci siamo. Nessuno ce lo porta più via il ‘nostro’ festival, la nostra chimera per mesi e mesi.
Atterriamo a Barcellona ed ancora ripensiamo a quando comprammo biglietto aereo ed abbonamento, ormai tanto di quel tempo fa che il ricordo si perde nell’inverno più lontano. Ma ora non ci sono dubbi: l’insegna parla chiaro: Aereoporto de Barcelona. Siamo in Catalogna. Da quei bravi pianificatori di viaggi che siamo, arriviamo il giorno prima dell’inizio del Festival. Un giro veloce per il Barrio Gotico, un’incursione presso una trattoria tipica ed una birra in Plaza Reial sigillano il nostro primo giorno spagnolo.
Tra tapas e sangria il fatidico 31 Maggio si materializza, finalmente è giunto. Metropolitana direzione Primavera. Ad attenderci come se volesse darci il benvenuto si presenta l’Auditorium, monolite blu frastagliato di specchi e luccichii. Giusto il tempo di una piccola fila per il cambio dei biglietti e siamo dentro al Parc del Forum, questa enorme spianata sul mare, costruita apposta per ospitare grandi eventi. Neanche il tempo di renderci conto dell’ubicazione dei palchi che già sentiamo in lontananza la voce familiare di Herman Dune che prova il microfono.
Come saette ci fiondiamo sotto l’Estrella Damm, il palco principale assieme al Rockdeluxe, ancora poco frequentato. Sembra quasi essere stato fatto apposta l’abbinamento d’orario con questi svedesi nostalgici del folk anni ‘70; mentre il crepuscolo tinge di rosa e arancione il cielo, indolenti ci lasciamo trasportare dalle ultime canzoni dei tre fratelli sonici, con Yaya, il batterista, un autentico intrattenitore. Estasiati da tanta semplicità e con un sorriso idiota stampato in faccia frutto di cotal bene, cerchiamo di raccapezzarci sul prossimo concerto cui assistere. Cercando di farci spazio tra esseri lunari bardati di zaino mesci-birra che cercano di tentarci, riuscendoci, in tutti i modi, ci spostiamo tra le gradinate del Rockdeluxe stage per assistere alla performance di mr. Warren Ellis e dei suoi Dirty Three. Il violino più lisergico e carismatico del panorama rock mondiale sa il fatto suo e tra calci dati al vento ed una lunga barba da eremita in fase Grinderman, sprigiona un’esibizione muscolare ed intensa, tirandosi appresso gli ultimi minuti di luce rimasta. Nel frattempo la situazione va animandosi con l’avvicinarsi dei concerti più attesi della giornata e quell’aria da aperitivo post “giornata al mare”fa spazio alla febbrile eccitazione dovuta all’imminenza dell’esibizione degli Smashing Pumpkins e dei White Stripes.
Ma come è giusto che accada nei migliori festival le sorprese sono dietro l’angolo. Una su tutte è sicuramente l’esplosiva esibizione dei Melvins, direttamente dal furore sonico degli anni ‘90, grazie all’integrale versione del loro album più famoso ‘Houdinì’. Al di là dei gusti personali ciò che difficilmente dimenticheremo è il devastante impatto sonico della band di Aberdeen, le due batterie straripanti, vero e proprio elogio alla coordinazione, le tuniche scure che avvolgevano i membri del gruppo proiettandoli così in un’aura da santoni neri. Un’esibizione paurosa che ha ipnotizzato i palati fini degli astanti, esaltando una folla variegata prottandola nel turbine del frastuono esploso dalle casse. Peccato che da sotto il caffettano nero spuntino degli incongruenti calzini di spugna bianca; insomma alla fine sono pur sempre americani. Totalmente esaltati e rintronati dall’atroce frastuono, a stento riusciamo a raccogliere i reduci per dirigerci ad ascoltare un concerto dalle sonorità diametralmente opposte, ossia quelle degli Slint. David Pajo e soci ripropongono un loro grande classico, ‘Spiderland’ ed un pubblico di appassionati li accoglie con un calore che non avrei mai immaginato per una band dagli umori glaciali e dalla scarsa capacità dialogante. Esemplare l’andatura ‘classica’ della band nel portare avanti i brani, che vibrano ancora più emozionanti che su disco. Purtroppo dopo tre quartid’ora abbandono gli Slint per cercare di accaparrarmi un posto in prima fila per il ritorno, dopo sette anni, di sua maestà Billy Corgan. Risalgo le gradinate del Rockdeluxe e con una certa difficoltà riesco ad incunearmi tra la folla che già numerosa si è accalcata sotto al palco dell’Estrella Damm. Alla fine questo si rivelerà il concerto più affollato del Primavera, con fans assiepati dappertutto pur di assistere ad un’ora e mezza di nostalgia rock. E le attese non verranno disilluse. Gli Smashing Pumpkins, o quel che ne rimane con i soli Corgan e Jimmy Chamberlain a ricordarci ciò che fu, fanno il loro ingresso vestiti con futuristici kimono bianchi ed attaccano subito con un pezzo tratto da nuovo album. Ma poi è nostalgia canaglia. Una dopo l’altra come frecce nel cuore deflagrano Today, Zero, Cherub Rock, Disarm, fatta solo di chitarra elettrica ed umori sognanti, una memorabile Bullet with Butterfly Wings, Hammer, una tellurica Tonight Tonight. Tra qualche pezzo nuovo di zecca ed una To Sheila ed una ThirtyThree suonate con la chitarra acustica giusto per far squagliare ulteriormente noi vecchi fans, parte poi La mia canzone preferita di sempre: 1979. E stavolta non è come a Bologna, sette anni fa, quando la suonò acustica. No, stavolta è suonata così come deve essere, con la chitarra che elettrifica l’aria e s’intreccia con l’inconfondibile voce felina di Corgan, per ritrovarsi a ripescare nella memoria un’epoca che non tornerà più. La chiusura del concerto è affidata ad un altro pezzo storico, tratto da Mellon Collie e cioè Muzzle. Delirio e voglia di sentirne ancora, ma purtroppo gli Smashing salutano entusiasti un pubblico ancor più straripante di gioia. In poco tempo la folla si dilegua per raggiungere nuovamente il Rockdeluxe visto che di lì a poco sarebbe incominciato il concerto dei White Stripes. Devo dire che fa un certo effetto l’impatto visivo col duo di Detroit: telono rosso fuoco che fa tutt’uno con la mise di Jack White e con i pantaloni di sua sorella/ex moglie Meg. Poche note e tutto quello che ci si poteva aspettare si materializza nell’ardore del rock nudo e crudo delle schitarrate di Jack. La geniale maestria nel dominare le corde infuocate della chitarra è mirabile ed esaltante, sembra di rivivivere l’epoca d’oro di certo rock, aleggiano spiriti interessanti nella notte di Barcellona. Jolene, Black Math e tutto uno show improntato sulla riproposizione della loro carriera con una Seven Nation Army finale che manda in tripudio il pubblico. Meg più che la batteria pare che funga da basso e da delizioso addobbo coreografico, ma poco importa, perchè il reuccio della serata è Jack White, autentico istrione, capace di reggere le sorti dello spettacolo per più di un’ora e mezza, incantando per la sua disarmante bravura. Sono ormai passate le tre di notte e per oggi il rock’n'roll ha avuto la sua parte. Facilmente riusciamo ad incontrarci tutti e senza esitare deicidiamo che non possiamo non assistere all’evento che Barcellona intera sta aspettando da tempo e cioè l’esibizione al CD Drome, il palco consacrato all’elettronica, del mitico Dj de Mierda. Evento imprescindibile per un festival che si rispetti. Alla fine confermerà quanto promette. Esausti ma vogliosi di ritornare il giorno dopo, ci incamminiamo infreddoliti (tirava un vento nordico di prima categoria!) verso la fermata del bus navetta che ci riporterà in Plaza della Cataluna.

Link:

PRIMAVERA SOUND Official Site
PRIMAVERA SOUND MySpace

Mp3:
Herman Dune - Walk Don’t Run (from the album “Not On Top”)
Herman Dune - Little Wounds (from the album “Not On Top”)
Dirty Three - Sea Above Sky Below (from the album “Ocean Songs”)
Dirty Three - I Really Should’ve Gone Out Last Night (from the album “Whatever You Love, You Are”)
Melvins - The Talking Horse (from the album “A Senile Animal”)
Melvins - A History Of Drunks (from the album “A Senile Animal”)
Slint - Kent (from the album “Tweez”)
Slint - Good Morning Captain (from the album “Spiderland”)
Smashing Pumpkins - Tarantula (Live)
Smashing Pumpkins - It’s A Song A Sing (brand new song live @ The Orange Peel - Asheville 06-23-2007)
When I Hear My Name (live in Reading Festival, 23-08-2002)
The Hardest Button To Button (live in Berlin, 19-03-2005)
Jimmy The Exploder (live in Glastonbury Festival, 29-06-2002)
Hotel Jorba (Peel Session, live at Maida Vale, 25-07-2001)
You’re Pretty Good Look (live in Asheville, 21-09-2000)

Pictures from the NITE:
Hermand Dune : Picture1 - Picture2
Dirty Three : Picture1 - Picture2
Melvins : Picture1
Smashing Pumpkins : Picture1 - Picture2 - Picture3
The White Stripes : Picture1 - Picture2 - Picture3 - Picture4

Video from the NITE:
HERMAN DUNE


DIRTY THREE


MELVINS


SLINT


SMASHING PUMPKINS


THE WHITE STRIPES



PROGRAMMA
Salone della Cultura: SPEKTRUM [GB], DANIEL METEO plays SHITKATAPULT [D], MINILOGUE [S], LUCIANO [CH], GABRIEL ANANDA [D], ELLEN ALLIEN [D]
Aula Magna: LORENZO OGGIANO [I], FM3 plays BUDDHA MACHINE [RC], MODIFIED TOY ORCHESTRA [GB], ALVA NOTO [D], KTL (Stephen O’Malley & Peter Rehberg) [USA/A]
Terrazza: BATTLES [USA], APPARAT [D], NATHAN FAKE [GB], PHIL HARTNOLL plays ORBITAL/LONG RANGE [GB]

Da anni punto di riferimento per appassionati e addetti ai lavori dell’universo elettronico italiano, la settima edizione di Dissonanze offre un cartellone che travalica decisamente i confini italiani per offrire un programma di richiamo internazionale.
Nel weekend tra il primo e il due giugno il Palazzo dei Congressi dell’EUR è stato l’incredibile palcoscenico per gli artisti elettronici e avant più interessanti degli ultimi tempi: Battles, Apparat, Nathan Fake, Ellen Allien, KTL, Giardini di Mirò, Christian Fennesz e Mike Patton, Orbital, Digitalism, Pole, Isoleè, PlanningToRock, Alva Noto, Luciano. Vale a dire tempeste di drones al fianco di party-band electro, sperimentazioni noise a bracetto con dj set ipnotici, concerti math-rock e live di abstract techno.
Una bella mano alla ( definitiva ) affermazione delle Dissonanze romane viene data puntualmente dalla location, quel già citato lascito mussoliniano che è il Palazzo dei Congressi. Tra il verde del parco delle Tre Fontane ed il resto degli uffici che lo circondano, con le sue linee austere, quasi trascendenti tanto dotate di una solenne imperiosità comunicativa, il Palazzo razionalista fulcro del quartiere EUR emana un fascino ambiguo, difficilmente descrivibile specie se contestualizzato all’interno di un evento multiforme qual è Dissonanze.
Il costo dei biglietti è più che abbordabile ( 23 euro al giorno in prevendita ) e permette di accedere ai tre spazi dove si svolgono i live: il Salone della Cultura, l’area più grande e affollata perchè dedicata prevalentemente ai Dj set di maggiore affluenza; l’immensa Terrazza dove si tengono i live elettronici e infine l’Aula Magna dedicata alle proposte più sperimentali.
In questo scenario esaltante, pure va fatta una piccola critica. A mio avviso quest’anno si è curato, giustamente, moltissimo l’aspetto dei nomi – specie nei Dj set, per i quali avevano pagato il biglietto, credo, i ¾ delle persone – e molto poco quello dell’apporto “ visuale “, se non forse nel Salone della Cultura con effetti suggestivi epperò tipicamente da “ discoteca “ ( laser e via discorrendo ). Mi sarei aspettato invece un grosso lavoro in questa direzione, specie nella Terrazza, magari con diversi schermi dietro il palco ad integrare l’esperienza musicale, mentre in quell’area ci si è limitati – forse per paura di possibili acquazzoni – a delle proiezioni piuttosto statiche sulla facciata del Palazzo.
Detto questo, non si può che rendere merito ad un’organizzazione che, lo ripeto, dal nulla ha portato Dissonanze a poter competere con con tutte le migliori realtà europee.
Detto questo, passiamo ai live.
Da settimane il mio programma era per buona parte definito: Terrazza dalle 23 alle 2 con opzione sull’ora successiva per ascoltare nell’ordine Battles, Apparat, Nathan Fake e, forse, pure Mister Orbital Phil Hartnoll; poi riposo, drink, scelta possibile tra Luciano, Alva Noto, KTL e Gabriel Ananda tra le 2 e le 4 circa, sicura presenza, fisico permettendo, al set di Ellen Allien che sarebbe iniziato alle 4,30.
Il programma era definito, ma le cose non vanno sempre come si vorrebbe. Tra incurie personali ( attesa di “ amici “ ritardatari ) e problemi logistici ( al parcheggio e al botteghino ) riesco infatti a perdermi quasi tutto il concerto dei Battles, il gruppo statunitense di post (?) math rock osannato da critica e pubblico dopo l’uscita su Warp di ” Mirrored “. Anche se il sottoscritto era stato più affascinato dalla precedente raccolta di Ep che da questo album, non nego che mi sarebbe piaciuto molto vederli dal vivo, soprattutto per valutare in che misura la componente elettronica permeasse il loro suono live. Ma dato che così non è stato, mi limito a riportare fedelmente i commenti della nostra Jaguattina preferita, che del loro concerto scrive “ la band statunitense Battles ha aperto il festival di musica elettronica Dissonanze 2007. Primo live in programma alle 23.00 sulla Terrazza, con il pubblico ancora scarso a quell’ora, i Battles hanno aperto il festival nel migliore dei modi, con i loro intreccio di chitarre, tastiere e suoni elettronici, esaltati da una batteria davvero potente. Incredibilmente, persino meglio che su disco. Peccato per chi se li è persi “. Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale, credo.
Poco male, perchè invece il live di Sascha Ring me lo gusto in prima fila dall’inizio alla fine. Apparat è ormai divenuto membro d’onore del pantheon elettronico mondiale grazie alla continua evoluzione di un suono personalissimo che dagli esordi si è aperto sempre di più ad una forma di pop onnivoro che mastica tanto gli ultimi, magnifici, Telefon Tel Aviv su disco quanto le ritmiche Border Community dal vivo. Ed infatti il live del co-fondatore della Shitkatapult risente molto più dei bleeps acidi del socio T.Raumschmiere e della psichedelia sintetica di colui che gli succederà sul palco Nathan Fake piuttosto che del soul elettronico di Joshua Eustis, produttore dell’ ultimo “ Walls “. Dopo qualche pezzo iniziale legato alle ultime declinazione del suono Apparat, Sascha inizia a spingere di brutto, aumentando i BPM fino a rendere il live debordante di ritmiche ballabili. La direzione dancey viene accolta con grande soddisfazione da buona parte del pubblico che, specie nelle prime file, si dimena sguaiatamente indossando occhiali da sole e agitando bottigliette d’acqua in mano, “ costretto “ a dover ballare Apparat all’Eur mentre probabilmente sognava di essere al matineé dello Space con Roger Sanchez o, più prosaicamente, a quel magnifico evento romano chiamato Diabolika.
Proprio mentre si ballava tutti compatti ed il berlinese d’adozione stava per chiudere un set eccellente, improvvisamente parte un cavo che decreta l’immediata fine della musica. Incazzato come una iena coi tecnici, Sascha se ne va ringraziando il pubblico che lo applaude comunque entusiasta.
Purtroppo non lo si rivedrà né 3 ore dopo sul palco con Ellen Allien, con cui ha condiviso “ Orchestra Of Bubbles “ né, a maggior ragione, il giorno successivo coi Giardini di Mirò, con i quali ha collaborato per “ Dividing Opinions “.
Nathan Fake è un ragazzino imberbe coi capelli neri arruffati, ha un viso disteso e sorridente, un laptop, un altro paio di macchinari ed un mare di idee che gli frullano in testa.
Superfluo ricordare il concentrato di meraviglie psichedeliche e asprezze Aphex Twin che fu lo scorso anno “ Drowning In A Sea Of Love “, una delle prime uscite dell’etichetta dell’amico e coetaneo James Holden. Il live comincia subito alla grande, partendo con “ Stops “ e poi regalandoci una strepitosa versione dilatata di “ The Sky Was Pink “ che fa impazzire proprio tutti, dai surreali aspiranti “ ibizenchi “ di cui sopra alle moltissime persone venute qui solo per l’inglese. Pian piano anche Fake comincia a spingersi in territori ritmici spezzati e ballabili ma costitutiti, rispetto ad Apparat, da un’arcobaleno di suoni incredili, un flusso dance pieno di colori accesi e refrain psichedelici.
A fine concerto la sensazione diffusa – ed in seguito pienamente confermata - è che sarà difficile poter assistere ad un altro live di questo livello durante le prossime esibizioni.
Sono le due passate e tra poco Phil Hartnoll suonerà il materiale degli Orbital, ma mi rendo conto che sono stato circa 2 ore e mezza in piedi su una panca di marmo senza poter muovere altro che la testa, così decido che di andare a bere qualcosa fuori.
Avviandomi verso l’uscita mi fermo ad ascoltare qualche minuto Alva Noto nell’Aula Magna. Interessante, ma non è il mio genere per cui preferisco bypassarlo ed uscire nel piazzale accompagnato dai bassi sporchi del Dj Set di Luciano nel Salone della Cultura.
Corroborato da un paio di birre ed un panino e resomi conto che ormai Hartnoll aveva terminato il suo set, mi dirigo di nuovo verso l’Aula Magna per ascoltare l’incensato KTL, ovvero Stephen ‘O Malley ( Sunn O))) ) e Peter Reheberg.
Se ho un pregio è che in ambito musicale sono sempre, e dico sempre disposto a conoscere nuove sonorità e ad “ imparare “ da chi ne sa più di me. Nel caso di KTL sono quindi dispostissimo a farmi spiegare dove possa risiedere il fascino di questo duo, perchè personalmente non riesco a trovare un solo motivo valido per cui dovrebbe interessarmi un progetto in cui uno ( ‘O Malley ) tiene la stessa nota di chitarra per un’ora effettandola in modo noise quando non metal, mentre l’altro si occupa blandamente del laptop. Risultato: un’ora di violenti drones senza neanche quelle sporadiche variazioni presenti sull’ultimo disco. Per misurare il contrastante appeal del gruppo, basta osservare le reazioni dei presenti in sala, che variavano tra coloro cercavano di dormire, tra chi se ne andava deluso e chi ( pochi ) partecipavano coinvolti.
Con questo non voglio ovviamente dire che poichè io non sopporto certe cose avant-noise gli statunitensi andavano tagliati dal cartellone, ma vedendo il loro live e quello ancor più irritante di PlanningToRock il giorno seguente mi sono chiesto per quale motivo gli organizzatori non abbiano ad esempio pensato di concedere un’ora di Aula Magna ad una formazione italiana come i Port Royal, che spesso bistrattati in patria avrebbero potuto avere per una volta la ribalta internazionale che meritano maledettamente. Insomma quando viene supportato da una superba qualità, un pò di sano campanilismo è pienamente giustificato…
Uscito dalla sala con ancora i fastidiosi ronzii kappatielliani nelle orecchie, mi dirigo senza indugio nel Salone della Cultura dove mi lascio avvolgere completamente dal live scurissimo di Gabriel Ananda. Minimale come pochi, il set del tedesco si struttura intorno a suoni profondi e dilatati che Ananda manipola sapientemente per il dancefloor. Acido e potente, come nell’ultimo “ Bambusbeats “.
Come da programma, verso le 4 e 30 sale in consolle Ellen Allien. La berlinese non ha bisogno di presentazioni: Dj, proprietaria dell’etichetta BPitch Control, autrice di dischi strepitosi ( “ Orchestra Of Bubbles “ resta uno dei migliori album dello scorso anno ), fashion designer nonchè produttrice capace di scoprire future stelle ( vedi l’esordio di Damero “ Happy In Grey “, recensito da poco su queste pagine ). La performance romana riverbera piuttosto fedelmente la sua ultima selezione per il Fabric londinese ( il 34esimo volume della serie ), ovvero minimal techno vecchio stampo, liquida e ipnotica che talvolta si avventura in territori quasi trance. Il suo set si espande versatile fino alle 6 come un viaggio lisergico all’interno dei confini della techno contemporanea, sovrapponendo grumi di beats sintetici e landscape cosmiche, fino al richiestissimo ultimo disco ( in verità poi ne ha messo pure un altro su richiesta forzata, ma vabbè… ) che è “ Harrodown Hill “ di Thom “ The Eraser “ Yorke.
Solo a quel punto decido di arrivare fin sotto il palco, sgusciando tra sudati adepti al culto dell’mdma, giusto in tempo per vedere da vicino l’Ellen Allien che ricordavo, tutta sorrisi gentili, balli entusiasti e baci alla folla. Sarà pure diventata una star, ma la passione resta quella di sempre.
Alle 7 sono a casa, stanco ma in trepidante attesa della serata successiva…

Thanx to Giulia Baldi

Link:

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Mp3:
Minilogue - Live In Berlin (Recorded June 2006 @ Ostgut/Panorama Bar, Berlin)
Spektrum - Don’t Be Shy (Tom Neville Vocal Mix)
Spektrum - Kinda New (Dirty South Remix)
The Battles - Atlas (DJ Koze Remix)
Four Tet - A Joy (The Battles Remix)
The Battles - Dance
Alva Noto - Haloid Xerrox Copy 111 (from the album “Xerrox Vol.1″)
Alva Noto - Haloid Xerrox Copy 3 (Paris) (from the album “Xerrox Vol.1″)
KTL - Forest Floor 3 (from the album “KTL”)
Nathan Fake - You Are Here (Fortdax Remix)
Apparat - Arcadia (from the compilation “Fabric 43: Mixed by Ellen Allien)
Apparat - Hold On (Chris De Luca VS Phon.o Rmx)
Apparat - Komponent (Telefon Tel Aviv Remix)
Ellen Allien & Apparat - Live At Fritz LoveRadio
Ellen Allien - Live At Liberty One
Ellen Allien - Always (Club Vocal Mix)
Gabriel Ananda - Doppleweeper (Live Version) (from the compilation “DJ KICKS: Hot Chip”)
Gabriel Ananda - BBC Radio 1 Essential Mix, 2007-01-21

Video from the NITE:
KTL


ELLEN ALLIEN






NATHAN FAKE




APPARAT




GABRIEL ANANDA


Discography: ILLUMINATION [EP] (autoprodotto - 2006), WHEN I WAS A SOLDIER [EP] (autoprodotto - 2007)

I Weather Underground piacciono a noi conigli. Ci piacciono proprio un casino ma c’e’ da chiarire prima una cosa importante. Questa intervista non l’ho scritta io. L’ ha messa giu’ nero su bianco la mia ragazza che, essendo dello Yorkshire, ha una conoscenza grammaticale leggermente (!) superiore per non dire lontana anni luce dalla spesso macchiettistica italo avventuriera reinterpretazione di alcune frasi in inglese del sottoscritto.
Ringrazio dunque Polly e i Weather sperando che in futuro Indieforbunnies possa farsi ancora di piu’ portavoce di band come questa fatte da ragazzi con i piedi ben piantati per terra in cerca di un etichetta decente che valorizzi appieno il buon rock che scorre nelle loro vene.

What was the first music you remember getting into? Any particular
favourites at the moment?

Diego : First music: the Beatles. As of recent Cold War Kids, Delta Spirit, The Beatles — and I saw this band last night amazing, they were called White Rabbits– shit name great band!
Ryan: The first music that I remember affecting me was “You Can’t Hurry Love” by the Supremes. I was five years old and it made me feel warm all over. I was driving in my Aunt Mary’s big ‘old Chevy. That was my first introduction to James Jamerson. Sgt. Pepper came soon after. I’m listening to: The Good, The Bad and the Queen, Funkadelic (Maggot Brain), CCR, George Mustaki, Vetiver, Electric Prunes, Stephen Stills, George Harrison (living in a material world), Cold War Kids
Sho: I grew up almost the same as Harley (as cousins we shared a lot of music). Lately, I’ve been listening to a lot of Beach Boys, Os Mutantes, Los Panchos, Franz Liszt and Jan and Dean. Oh yeah and a lot of Soul music of course.
Harley: I grew up listening to Bossanova, Mariachi, Gospel, and Marimba music from my grandfather and family’s record collection. But the first music that I remember getting into that made me want to play music was stuff like The Smiths, U2, Public Enemy, The Clash, and later chuck Berry and the Ramones–my much older cousins’ music collection had a big influence on me. Right now I’m listening to a lot of Tom Waits, Sam Cooke, Nina Simone, Gene Vincent, Buddy Holly, Good the Bad and the Queen, The National (‘Boxer’ is great, though I LOVE ‘Alligator’), Leonard Cohen, Blonde Redhead, Cat Power (Greatest), Nick Cave, the Clash, and Son House (listen to ‘john the revelator’– fantastic)

Do you have a rider, and if so, what’s on it?
Diego: trail mix and whiskey
Ryan: We have no rider. I can think of so many things that I can’t think of a thing.

What are your favourite and least favourite aspects of touring?
Ryan: Being on an open road delivering your songs with your best friends.
Entertaining your selves and in the process, everyone else. My least favorite is going to a small town that doesn’t take kindly to eccentric artists and visitors and feeling like a sitting duck..
SHO: My favorite thing is going to new towns, new scenery, and new people.
My least favorite would be the lack of hot food and not having my ‘domain’.
Diego: I love playing in front of different people in different cities. I like traveling. So there’s no shitty part for me.
Harley: I’ve lived in a lot places growing up. From Los Angeles to NYC. I lived in Guatemala and spent a summer in Brazil. So to me traveling with your best friends, telling your stories & poems, and expressing your art to different people in different towns is a blessing. It’s hard here in the
States because bands are not really taken care of (generally) but we’d love to do it for the rest of our lives really. I think everyone in this band has a bit of a nomadic quality to them. Even the worst parts we’ll turn into songs — so no real down side really…

Ok, quickfire round:
Ryan: Brunettes
Sho: Brunettes
Diego: doesn’t matter
Harley: Strawberry Blonde with the attitude of a brunette (tongue in cheek) — my friends know why

Favourite guilty-pleasure music?
Ryan: Elton John, he had a great backing band early on.
Sho: LL Cool J (I need love) though I don’t feel guilty listening to it.
Harley: I was raised catholic as a child, so I always feel VERY guilty: Too Short, Ned’s Atomic Dustbin, I listen to Sinead O’Connor (‘Nothing Compares To You’) a lot but don’t feel too guilty about it….
Diego: tears for fears “head over heels” ha-ha.

60’s or 70’s?
Harley: 70’s for its ethos and attitude / 60’s for the music and longitude
Ryan: 60’s. But like Joe Boyd said: “the 60’s last from ‘56 to ‘72″…that’s how I like to look at it.
Sho: 60’s
Diego: 60’s

Who’s the filthiest member of the band? NB: To be interpreted in whichever you see fit…
Harley: Filthy is a colloquial term with us, though more often than not it is used to describe Diego—but I’ll be diplomatic and say we all are.
Ryan: We are all filthy in our own special ways.
Sho: Hmm…hands down ‘the trailer hawk’ (nickname for Diego)
Diego: Me, I sleep with everyone! Ha-ha just kidding! I’d say Sho—guy’s got a gas problem, ha-ha..

Ok, let’s get serious now. Can we ask what or who influenced the EP?
Ryan: The ep was influenced heavily by the time we spent together writing those songs. I think we were all listening to very different things at the time and going through different things…but how we put it all together was more important in the sound of the ep.
Harley: This EP is officially our first. We had a bunch of great songs and were (and still are) becoming increasingly more inspired and prolific and we just decided to hole ourselves up and record these tunes in a quick but delicate way. We used a lot of VERY old guitars and amps and recorded and mixed on tape. We are a very nostalgic band. The title “ When I was a
Soldier” came from an old poem I wrote about a friend of mine who used to sell drugs to touring bands that would pass through town. The whole EP is based on a small fraction of all these things we see here in Los Angeles that rarely gets conveyed. We’re going to start recording our next EP next month.
Diego: Life. Everything. Can’t pinpoint it. It just comes out of us.

And more specifically, how you came to be inspired to write the first
track?

Ryan: Lyrically, only Harley could answer that. Musically, a sense of seizing the immediate moment inspired it, in my opinion.
Diego: The music in the first track was inspired by Buddy Rich–kind of reminiscent of his drum solos. We wrote around that. Harley’s words and vocal melody rounded it off
Sho: About my Uncle Danny (Harley’s Step Dad). R.I.P.
Harley: ‘HowManyOperations’ was originally a poem I wrote in August (last summer) when my Step dad was dying of cancer. I finished it after he passed away with a lot of anger and sadness in me. Originally I thought about turning it into a song of sadness and contemplation; some sort of soft ballad. But that’s done far too often and can sometimes be manipulative, so when Diego came up with the ‘Buddy Rich’ intro and we all wrote around that, I thought it to be more appropriate—mainly because it was more urgent and expressed my frustrations more freely. The acronym for How Many Operations is H.M.O. which here in the U.S. is short for health insurance (health maintenance organization). My Step dad worked for over 30 years at his company– the insurance he got was shit and the hospital care was horrible and bureaucratic. The song is written in first person about a man who would like to die without much pain and some dignity–and also about a frustration at our health care system in the U.S. The original poem was much longer and described the horrific VIP process practiced at some hospitals that a family friend relayed to me (treating those with money and status with special
treatment). Anyhow in short it’s about Daniel Hammontree –a great man who became a working class hero. The rest of the EP has this essence in a sense.
I think (or feel) there is a certain sadness (and ultimately hope) in every song on this EP.

Finally, what do you hope to achieve as a band? What would be the dream?
Sho: As a band playing in front of as many people as possible who love the music. Even if it’s in front of 20 people who dig our music, it would be more satisfying than playing in front of 5000 people who don’t really like you, but watch you because your the next big thing. I want people to hear what is in our heads.
Ryan: For our music/art to inspire hope and love in people…and for our live show to see all edges of the globe. The rest will take care of itself
Diego: To keep making great music– keep creating.
Harley: I suppose what every aspiring, self-respecting band wants: the ability to create without the sacrifice of integrity. We want to do this as long as we possibly can. Together.

Link:
Weather Underground Official Site
Weather Underground MySpace
“ILLUMINATION [EP]” review on INDIE FOR BUNNIES
“WHEN I WAS A SOLDIER [EP]” review on INDIE FOR BUNNIES

Mp3:
How Many Operations (from the EP “When I Was A Soldier”)
Nickel And Dime (from the EP “When I Was A Soldier”)
A Leap Into The Void (from the EP “Illumination”)
Illumination (from the EP “Illumination”)

2 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 5 (2 votes, average: 3.5 out of 5)
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Dawn Landes è un’altra di quelle ragazze con la chitarra che dovrei sposare . Carina, delicata e dotata anche di un buon talento, fa parte di quegli artisti semplici che non ti cambieranno mai la vita ma riusciranno a regalarti qualche ora di piacevole e rilassato ascolto. Fireproof è il classico disco per cui non servono molte parole, ancorato saldamente alla tradizione folk americana in cui è l’arpeggio di chitarra acustica a prevalere su tutto. E poi le storie, i classici quadretti quotidiani dipinti con grazia melodica e leggiadre armonie vocali. Ogni tanto ci si concede qualcosa di più elettrico che sfocia nel blues come in “Picture Show”, oppure nell’indie pop più classico (”Kids In A Play”). Per il resto è tutto uno scivolare in una quiete che non sfocia mai nella noia, in sonorità home-made prettamente acustiche e in suoni giocattolo ( “A Toy Piano” di nome e di fatto è una piccola parentesi di suoni infantili). Un nome su tutti, Rosie Thomas, o anche l’ultima Feist, anche se probabilmente a Dawn Landes manca ancora un poco di esperienza e di mestiere per distinguersi in meglio rispetto alle più note colleghe. Però, in fondo, dischi come questo sono dannatamente terapeutici per chi è di indole inquieta. Proprio come una pillola che non ha bisogno di acqua per essere ingoiata, di cui tutti, almeno una volta tanto, avremmo bisogno.

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Fireproof [ Fargo - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Hem, Rosie Thomas, Feist
Rating:
1. Bodyguard
2. I Don’t Need No Man
3. Tired Of This Life
4. Twilight
5. Private Little Hell
6. Picture Show
7. Kids in a Play
8. Toy Piano
9. Dig Me A Hole
10. I’m In Love With The Night
11. Goodnight Lover
12. You Alone
Digitalism Discography: Idealism (Astralwerks - 2000)
Justice Discography: Waters Of Nazareth [EP] (Ed Banger Records - 2006), Cross (Ed Banger Records - 2007)
Von Sudenfed Discography:Tromatic Reflexxions (Domino - 2007)

Corsi e ricorsi storici.
Anche il 2007 ha i propri alfieri dell’electro-rock, ovvero di coloro che amano tanto la dance quanto il rock e che fanno dischi per chi ama la dance non meno del rock.
Non che sia una cosa rivoluzionaria, intendiamoci. Basti ricordare quelle scorie post-punk di fine ’70 inizi ’80 che fermentarono nella scena mutant disco newyorkese ( le ESG al Paradise Garage, James Chance ce si dà alla disco bianca, i Liquid Liquid, la meteora Cristina ) e quelle piena d’ecstasy della Madchester baggy, la non meno granitica miscela dei Chemical Brothers ( che però, diciamocelo pure, i groove dei Mondays e degli Stone Roses se li sono sempre sognati ) ed il revival P-Funk di Rapture e soci.
Oltre ai Daft Punk, naturalmente.
E sono proprio i suoni ereditati da Guy-Manuel de Homen-Christo e Thomas Bangalter a costituire la spina dorsale di due dei tre gruppi di questa seconda Electronic Beats, i tedeschi Digitalism e i parigini Justice. Discorso ben diverso, come vedremo, quello di Von Sudenfed, il progetto electro punk di Mark E. Smith dei Fall con i Mouse On Mars.
I Digitalism nascono ad Amburgo dall’incontro tra Jens “Jence” Moelle, ai tempi commesso in un negozio di dischi, con Ismail “Isi” Tuefekci, che di quello store era assiduo cliente.
Fin dal primo singolo “Idealistic”, la miscela sonora dei due è alimentata da synth acidi, chitarre wave, ritmiche dance indissolubilmente legate ad un’attitudine “indie ‘n roll”. Il singolo comincia a girare sui piatti dei Dj di tutto il mondo e per il secondo step discografico il duo viene messo sotto contratto dal boss della Kitsuné Gildas Loeac. Il risultato è la ormai celebre ” Zdarlight ” ( tributo all’astro Philippe Zdar? ), la quale spacca più del precedente facendo sì che attorno ai due si crei l’interesse dedicato alle “sicure” next big thing.
Con l’uscita il mese scorso dell’album “Idealism” le aspettative vengono in parte confermate ed in parte rimangono, almeno per chi scrive, quantomeno “in sospeso”. Se è innegabile che il disco sia completamente avvolto da una patina dance spesso esplosiva, è altrettanto vero che onestamente il clichè post – daft punk risulti a volte stucchevole, almeno per chi i dischi dei Daft li abbia a suo tempo avidamente consumati. Ottimi alcuni pezzi “suonati” come “I Want I Want” e “Pogo”, la rilettura del classico dei Cure “Digitalism In Cairo” e i due brani spacca dancefloor già editi “Zdarlight” e “Idealistic”, mentre le cose si fanno un pò troppo derivative e leggere in song come “Moonlight” e “Jupiter Room”, a metà tra il plagio daftpunkiano e certi berlinismi à la page. Se si considera però che dal vivo i Digitalism fanno ballare parecchio e che in sostanza il target a cui si riferiscono è – o dovrebbe – essere poco più che tardo adolescenziale, ” Idealism ” si guadagna la meritata sufficienza, in attesa di una maturazione che speriamo porti a rendere più personale il suono dei tedeschi.
Con Justice ( moniker del duo formato dai francesi Xavier De Rosnay e Gaspard Augè ) le cose si fanno più interessanti, primo perché oltre agli ovvi riferimenti ai connazionali Daft Punk qui il suono si riempie di mille altri beats, secondo perché se Digitalism dal vivo si limitano a far ballare “parecchio”, questi invece spaccano proprio di brutto. Sotto contratto con la mitica Ed Banger di Busy P, i Justice di “†” rimasticano il French Touch tutto ( non solo Daft quindi, ma Cassius, Motorbass e, soprattutto, le prime cose di Etienne De Crecy ) dando vita ad un suono virato funk e disco, rock alla maniera dei Chemical Brothers ed electro house, spesso non privo di una vivace vena pop ( vedi il singolo “D.A.N.C.E.” ). Belli i campionamenti di archi di “Phantom Pt. I ” e il funk digitale di “New Jack”, anfetaminici i beats di “Let There Be Light”, irresistibile la già menzionata “D.A.N.C.E.”, cafonissima e strarock “Waters Of Nazareth”.
“†” dimostra che i parigini non sono solo buoni artigiani dei remix ( loro il rmx – inno di Simian Mobile Disco “Never Be Alone” ) e passeggeri animatori dei dancefloor, ma rappresentano al contrario una delle realtà più stimolanti e promettenti dell’attuale panorama electro dance internazionale.
Abbandoniamo i francesismi di Justice e Digitalism per parlare dei Von Sudenfed, ovvero il marziale moniker scelto dal leader dei Fall Mark E. Smith e dai Mouse On Mars Andi Toma e Jan St. Werner
Dall’unione di un gruppo che ha tracciato i confini dell’elettronica dell’ultimo decennio con un proletario mancuniano ex ( ? ) tossico che ha fatto la storia del post-punk, rivaleggiando con Ian Curtis sui palchi inglesi di fine anni ’70 e regalando album storici come “Grotesque” ed “Hex Enduction Hour”, non poteva che venire fuori un album di molte spanne al di sopra della media.
In “Tromatic Reflexxions” l’elettronica dei tedeschi si rifà tanto agli acidi esperimenti del The Normal di “Worm Leatherette” ( il primo disco pubblicato nel 1978 dalla Mute Records ) e dei Cabaret Voltaire di “Nag Nag Nag” quanto a certi acidi stilemi techno rave anni ’90. Su tutto domina la voce marcia di Smith, che sputa veleno e biascica discorsi malati come ai vecchi tempi.
“Fledermaus Can’t Get Enough” distribuisce sincopi funk e morfina, bassi proto-two step e bleeps disturbati accompagnano le dichiarazioni da dancefloor di Smith in “Flooded”, mentre schegge di rasoii sintetici e declamazioni ipnotiche prendono vita in “Speech Contamination / German Fear Of Osterrich”. Più avanti c’è spazio anche per furiosi episodi electro-country-punk come “Chicken Yamas”, ripetitive maledizioni post-industriali “The Sound Wiped” e perfino per una conclusiva ed incredibile ballata policromatica come “Dearest Friend”.
Nell’attesa che qualcuno ci faccia la grazia di mandarli in tour in Italia, continueremo a divorare ” Tromatic Reflexxions ” per tutta l’estate.

Link:
Digitalism Official Site - Digitalism MySpace
Justice Official Site -
Von Sudenfed MySpace

Mp3:
Justice - Phantom (Thunderous Olympians Lite Ghosts Remix)
Justice - D.A.N.C.E. (MSTRKRFT Remix)
Justice - D.A.N.C.E. (Eli & Diplo Remix)
Justice - D.A.N.C.E. (Doudi Remix)
Justice Vs. Simian - Never Be Alone
Digitalism - Zdarlight (Discodrome Edition)
Digitalism - Pogo (Mentalism Remix)
Digitalism - Idealistic (Rampage Mix)
Digitalism - MixPromo2
Cure - Fire In Cairo (Digitalism Remix)
The Futureheads - Skip To The End (Digitalism Remix)
Von Sudenfed - Flooded

14 Votes | Average: 4.14 out of 514 Votes | Average: 4.14 out of 514 Votes | Average: 4.14 out of 514 Votes | Average: 4.14 out of 514 Votes | Average: 4.14 out of 5 (14 votes, average: 4.14 out of 5)
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Viviamo tempi asfittici, senza stimoli, camminiamo e ci sbattiamo in scatole vuote. E pensare che trent’anni fa il mondo bruciava di fermento. A volte bruciava e basta. Anni difficili, complessi, duri, fatti di sguardi vivi e feroci. Musicalmente gli anni ‘70 hanno dato moltissimo, se non quasi tutto. Il problema nasce laddove una semplice nostalgia si trasforma in devianza anacronistica. E non c’è cosa peggiore di scimmiottare comportamenti nella fatua illussione di riproporre modelli bocciati insidacabilmente dalla Storia. Sarebbe bello ritornarci, ma sfortunatamente non è possibile ed allora si vive di ricordi, di cimeli più o meno significativi e di White Stripes. I fratelli (sposi, cugini, amanti o cosa?) sonici di Detroit non sono certo i primi e non saranno gli ultimi a rimescolare e frugare tra le note del periodo che fu. Ma giù il cappello dinanzi a Jack White, che con passione e rigore da filologo ripesca tra tutti i suoi vecchi vinili, ne tira fuori lo spirito e l’ardore per poi ripassarlo attraverso un’attitudine tutta moderna di scrivere canzoni. E quello che ne esce fuori è un grande album, forse il migliore di tutta la loro carriera. Al di là di storcimenti di naso che suonano un po’ preventivi e snobbistici, i due Stripes mettono sul tavolo un disco esplosivo, compatto, guidato dalla chitarra di Jack, vero faro nella nebbia, e soprattutto disegnano un’opera fatta di canzoni tiratissime e levigate in ogni particolare. Fulminante la partenza, atmosfere torride, sbalzi tellurici, vorticose sciabolate si abbattono sull’incandescente chitarra di White, uno che sa suonare come pochi. La voce tremolante, abrasiva, sfigurata dall’acido, eppure così ammaliante, fa il resto ed è una manna per lo spirito indomito di qualsiasi rocker che si rispetti. Le cose bisogna viverle addosso, bisogna respirare e vedere i posti per capirli e mangiarseli con l’anima. Questo avranno pensato prima di volare a Nashville, punto incandescente del country e del folk made in Usa. E bene hanno fatto, a giudicare dall’iniziale ‘Icky Thump’, una strisciata bruciante, con le dita di White che vanno alla stessa velocità con cui una gallina becca il riso, il tutto per perdersi tra riverberi psichedelici con microfoni per la batteria posizionati anche a sei metri di distanza per dilatarne il suono, o da ‘Rag and Bone’ dove risuonano gli Zeppelin che furono. Cavalcate da ‘Spaghetti western’ come in ‘Conquest’, cover di un pezzo degli anni ‘50 di Corky Robbins tutta polvere e mariachi in salsa hard-rock, o insospettabili matrimoni con cornamuse e umori scozzesi che in maniera stupefacente s’arrampicano tra le note di ‘Pricky Thorn, But SweetlyWorn’, spingono veloce le goccioline di sudore che scivolano via durante il dondolio incessante nell’ascolto. E visto che un po’ di riposo va concesso a tutti buttatevi “nell’acustico con violenza” di ‘A Martyr For My Love For You’. E poi Meg sarà anche superflua, ma intanto picchia la batteria come un fabbro. Corna alzate al cielo, volume al massimo: Rock’n'Roll !!!!!!

Cover Album
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Icky Thump [ Warner Bros - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Jimy Hendrix, Led Zeppelin, The Black Keys
Rating:
1. Icky Thump
2. You Don’t Know What
Love Is (You Just Do As You’re Told)

3. 300 M.P.H. Torrential
Outpour Blues
4. Conquest
5. Bone Broke
6. Prickly Thorn, But
Sweetly Worn
7. St. Andrew
(This Battle Is In The Air)
8. Little Cream Soda
9. Rag And Bone
10. I’m Slowly Turning Into You
11. A Martyr For My Love For You
12. Catch Hell Blues
13. Effect and Cause
4 Votes | Average: 4.5 out of 54 Votes | Average: 4.5 out of 54 Votes | Average: 4.5 out of 54 Votes | Average: 4.5 out of 54 Votes | Average: 4.5 out of 5 (4 votes, average: 4.5 out of 5)
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I MSTRKRFT sono il nuovo progetto di Jesse F. Keeler dopo lo scioglimento dei suoi Death from Above 1979. Un progetto in collaborazione con il produttore Al-P il cui scopo dichiarato è semplice e senza tante pretese o velleità: far ballare e divertire!
Dopo una serie di remix per diversi artisti come Metric, Wolfmother e Bloc Party, i MSTRKRFT hanno pubblicato nel 2006 The Looks, il loro primo album con pezzi originali, album che ora è stato ripubblicato per la Virgin con un remix e un paio di video in più.
The Looks si snoda attraverso 9 tracce, su una base dance più o meno sempre uguale ma su cui i pezzi si sviluppano ciascuno con un’attitudine diversa: un po’ funk un po’ hip-hop un po’ punkeggiante. La strumentazione è ridotta all’osso e le melodie rimbalzano fra drum machine e tastiere. La voce è sempre filtrata in perfetto robot-style anni ’80 conferendo al tutto un’aura di glamour tecnologico un po’ retrò.
Impossibile resistere alla traccia di apertura “Work on you” e a “Easy Love” il singolo che racchiude in poche ed essenziali parole l’intera filosofia dell’album “Whenever you want me / Whenever you need me / If you wanna love me / Baby I’m easy”.
Nessun problema infatti, solo tanta voglia di ballare e divertirsi, energia e vitalità allo stato puro senza troppi fronzoli, senza sofisticazioni. Tutt’altro che sofisticato infatti “The looks”, suona a tratti persino un tantino rozzo. Ritmi martellanti e ripetitivi tagliati con l’accetta ma che irresistibilmente fanno ondeggiare la testa, (e non solo) a ritmo di musica.
D’altra parte è esattamente quello che vogliono i MSTRKRFT quando cantano “I’m gonna make you mine / Under the disco light”. E poi in fondo è estate no?…cosa volete di più dalla vita?

Cover Album
Band Site
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The Looks [ Pias - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Shout Out Out Out Out, Justice, Datarock
Rating:
1. Work On You
2. Easy Love
3. She’s Good For Business
4. Paris
5. The Looks
6. Street Justice
7. Bodywork
8. Neon Knights
3 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 5 (3 votes, average: 4 out of 5)
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Il disco giusto al momento sbagliato.
Dire che Fourteen Autumns and Fifteen Winters è un brutto disco sarebbe un’ingiustizia, ma non posso nemmeno raccontarvi che passerà alla storia, o che più semplicemente si riproporrà nelle classifiche di fine anno.
Ma partiamo dal principio. Fourteen Autumns and Fifteen Winters è l’album di debutto dei Twilight Sad, sugli scaffali già dal 7 Maggio ma probabilmente già disponibile sulle librerie (digitali) da molto prima. Il debutto targato Fat Cat Records è la logica conseguenza del generale consenso, di critica e pubblico, che accolse il loro ep dell’anno passato.
I Twilight Sad sono scozzesi ed onestamente la voce di James Graham, impastata, sbiascicata, imbrigliata dalla birra e profonda, non fa nulla per nasconderlo. Per capirci, ci troviamo sulle tonalità di Arab Strap, Mogway, Micha P. Hinson e dei recenti iLiKETRAiNS.
Le muse del gruppo sono tante e disparate fra loro ed è incredibile come nel volgere dell’ascolto siano tutte ravvisabili. In soldoni, l’impalcatura chitarristica è quella classica dei gruppi post punk/new wavers, il cantato è di stampo Caveiano, le code fitte scimmiottano gli Yo La Tengo veste live e un lieve tocco esotico è abbozzato dalla fisarmonica.
Non è certo un lavoro derivativo, ma entro i giri conclusivi del disco si scorgono diverse citazioni musicali. Non è questa la pecca, o almeno non la sola. Fourteen Autumns and Fifteen Winters è un disco valido, ma solo se vi siete persi gli ultimi vent’anni di indie rock, allora sì, prendetevi questo piccolo bignami.
Non voglio perdermi oltre, profondità ed intensità sono doti che ben si accostano alla musica delle “penombre tristi”, e per freschezza ricordano perfino i capostipiti Glasgowiani, e mi riferisco niente meno che agli Orange Juice. La produzione è affidata a Peter Katis, già con Interpol, Mercury Rev e Mice Parade, ma questi nomi a fine disco e fine recensione non stupiranno più nessuno.
Se dovo puntare il mio nichelino, l’esordio british degli ultimi 12 mesi è sicuramente quello degli iLiKETRAiNS, non certo questo. Già visto e già sentito, da pensarci 2 volte.

Recensione dei Twilight Sad precedentemente pubblicata su Indie Riviera.

Cover Album
The Twilight Sad on Fat Cat
MySpace
Fourteen Autumns And Fifteen Winters [ Fat Cat - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: iLiKETRAiNS, Nick Cave, Arab Strap
Rating:
1. Cold Days From the Birdhouse
2. That Summer, At Home I
Had Become the Invisible Boy
3. Walking For Two Hours
4. Last Year’s Rain Didn’t
Fall Quite So Hard
5. Medley: Talking With
Fireworks/Here, It Never Snowed
6. Mapped By What Surrounded Them
7. And She Would Darken the
Memory
8. I’m Taking the Train Home
9. Fourteen Autumns And Fifteen
Winters
2 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 5 (2 votes, average: 3.5 out of 5)
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Questo è per tutte le notti passate sotto la volta celeste. Per tutte quelle volte che hai provato ad inarcare il cielo sopra di te e hai cercato di dare profondità alle distanze che separano le stelle. Qui rifuggi dalla forma canzone, è tutto un aggrapparsi a suggestioni antiche, canti medievali, vocalismi dilatati e persi nello spazio. Puoi riempire questo vuoto come preferisci, colmandolo di caldo umido che sfoca l’immagine all’orizzonte, oppure saturarlo di freddo gelido e pungente. Sta a te decidere. Lisa Gerrard non usa mezze misure, sei fuori o sei dentro. Non puoi pretendere di ascoltarla in ogni momento della tua giornata, devi incastrala perfettamente nel momento giusto, e li capirai se puoi apprezzarla oppure detestarla, ignorarla e lasciarla perdere. Ho scelto la prima strada, o meglio ancora è lei ad aver scelto me, e lo confesso, dopo i primi minuti mi è venuta in mete Enya. Me ne vergogno quasi, perché qui c’è una classe inarrivabile, una buona dose di mestiere, e inoltre viene fuori tutto il lavoro svolto per la realizzazione di colonne sonore( The insider e Il Gladiatore, ma anche lavori ai tempi dei Dead can Dance). Spesso nella trasposizione cinematografica di leggende epiche o di film pseudo-storici è facile imbattersi in queste sonorità catartiche che ricordano dei canti sacri, in cui le evoluzioni vocali fanno quasi tutto il lavoro, adagiate spesso su tappeti di tastiere ed organi in cui le note sono allungate al massimo. Difficile anche trovare qualcosa di sbagliato qui dentro, è tutto così estremo che o lo si accetta o si lascia perdere, anche se una certa sensazione residua di autocompiacimento viene fuori ogni tanto. E allora ho trovato il bandolo della matassa, sono riuscito a penetrare nei riflessi cangianti di un disco monolitico nella sua delicatezza, quasi etereo. Non riesco ad esserne travolto, ma la sera metterlo su è davvero un piacere, magari guardando fuori la finestra mentre osservo le luci della notte specchiarsi nel fazzoletto di mare che riesco a vedere. Non affondo, ma resto a fissare la volta celeste e a perdermi dentro.

Cover Album
Band Site
The Silver Tree [ High Wire Music - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Craig Armstrong, Cocteau Twins, Sigur Ros
Rating:
1. In Exile
2. Shadow Hunter
3. Come Tenderness
4. Sea Whisperer
5. Mirror Medusa
6. Space Weaver
7. Abwoon
8. Serinity
9. Towards The Tower
10. Wandering Star
11. Sword Of The Samurai
12. Devotion
13. Valley Of The Moon
8 Votes | Average: 4 out of 58 Votes | Average: 4 out of 58 Votes | Average: 4 out of 58 Votes | Average: 4 out of 58 Votes | Average: 4 out of 5 (8 votes, average: 4 out of 5)
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Dopo il furore, la rabbia giovane, l’impeto devastatore, l’uragano demolitore, placida arriva la quiete. Sempre. Non c’è eccezione alla regola, finalmente. Una volta tanto natura ed esseri umani viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda. Certo poi rimangono i segni. Ma questo è un’altra storia. Così anche per Adam Stephens e Tyson Vogel, in arte Two Gallants, vale lo stesso discorso. Dopo aver bruciato i cuori e le orecchie col precedente album, in questo ep di preparazione tirano il fiato e si concedono cinque pezzi acustici, bandendo qualsiasi forma d’elettricità. La voce di Adam graffia sempre e ruggisce come il motore di un trattore ingolfato, il che garantisce quella certa succosità e visceralità che è il marchio di frabbica dei due americani di San Francisco. Insomma, vorrei poter dire peste e corna di un disco che si distacca da quell’attitudine punk che aveva reso ‘What The Toll Tells’ memorabile, ma più ascolto questa primizia, più mi convinco del talento trasbordante che campeggia dietro ad ogni canzone. Sarà la sezione ritmica che fa dimenticare tutto il resto o le corde della chitarra capaci d’infuocarsi ad ogni tocco, ma è impossibbile non gonfiare il petto ad ogni passagio auricolare. Questi sono puledri di razza, selvaggi, indomabili, che esibiscono tutta la loro muscolare bellezza ad ogni minimo stimolo. E poi l’ugola d’oro di Adam pare che si sia nutrita di ogni maledetto fantasma del delta del Mississippi, pronta a vibrare e tremare, per esplodere di rabbia e passione a stento trattenuta. E meno male aggiungo io. Qua e là tocchi timidi di violino, come nell’iniziale ‘Seems like home to me’, da tenere in considerazione per il futuro, o discreti accompagnamenti di pianoforte come nella finale ‘Linger On’. Non è facile rimanere soli la sera, poi pensi, ti alzi dalla sedia, getti sguardi nervosi al panorama illividito, una massa d’energia che urla dentro, appena il tempo di rigirarti che vorresti essere dappertutto ed invece sei inchiodato al balcone. Prima ancora di perdersi in un fondo di incongruenze è consigliabile sfogare la propria anima da Werther in tono minore in ‘All Your Faithless Loyalties’, che traccia la giusta linea d’uscita ad una pressione altrimenti incottrollabile. Verrebbe da ringraziarli, ma per ora mi limito ad un timido cenno d’approvazione. Stai a vedere che in preda all’appagamento si dimentichino di far uscire l’album completo. E questo sarebbe inconcepibile.

Cover Album
Band Site
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The Scenary Of Farewell (EP) [ Saddle Creek - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Micah P. Hinson, Okkervil River, Mark Lanegan, Robert Johnson
Rating:
1. Seems Like Home To Me
2. Lady
3. Up The Country
4. All Your Faithless Loyalties
5. Linger

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