Discography: THE WHITE STRIPES (1999 – Sympathy For The Record Industry), DE STIJL (2000 – Sympathy For The Record Industry), WHITE BLOOD CELLS (2001 – Sympathy For The Record Industry), MAXIMUM WHITE STRIPES (2002 – Chrome Dreams), ELEPHANT (2003 – V2), GET BEHIND ME SATAN (2005 – V2), ICKY THUMP (2007 – Warner Bros.)
Il tour europeo di “Icky Thump” porta a Roma i White Stripes, duo che nonostante le forzature “mondiali” e l’ormai evidente successo globale non muta minimamente le proprie coordinate: blues e rock in forma tanto scheletrica quanto potente.
La location non è delle migliori ( il Tendastrisce di Via Palmiro Togliatti, solitamente sede di eventi come musical di successo o live di musica leggera ) ed evidenzia l’atavica mancanza capitolina nel disporre di strutture più ampie quando si ha a che fare con una band che non è in grado di riempire i palazzetti o gli stadi ma a cui stanno stretti gli indie-club tradizionali. Visto che sembra si sia incomprensibilmente accantonata l’idea di sfruttare spazi come il rinnovato Palladium o la stessa Cavea dell’Auditorium per concerti rock, spero almeno ci si attrezzi per far funzionare nel migliore dei modi luoghi come il Tendastrisce, oggi dotato di una pessima acustica e privo di un consistente impianto di areazione che possa rendere meno disagevole l’assistere a concerti con grandi affluenze di pubblico.
Nonostante i 28 euro del biglietto, il seguito richiamato dagli Stripes è numeroso e quanto mai eterogeneo: attempati signori con figli piccoli al seguito, teenager, gente di curva ( orrendi i flyer distribuiti fuori dallo stadio in occasione dell’ultima partita giocata dall’AS Roma in casa, che invitavano ad andare a vedere il gruppo del PO PO PO…), indierockers genuini e semplici appassionati.
Gli Stripes si presentano con leggero ritardo sulla scena minimale e monocromaticamente rossa, in linea con la loro concezione espressiva molto Mondrian-DeStijliana che prevede, fin dagli esordi, il recupero delle linee essenziali delle forme musicali ed estetiche. Su di un palco piuttosto ampio Meg è posizionata defilatissima sulla destra mentre il fratello ( ma che fratello, è l’ex marito… ) si muove di fronte al pubblico adoperando di volta in volta microfoni situati in diverse punti. Azzeccata e alquanto suggestiva l’idea di illuminare dal basso i due proiettando così sullo sfondo rosso l’immagine delle loro enormi ombre.
Vedendo la scorsa estate dal vivo i Raconteurs al Festival parigino Rock En Seine avevo avuto l’impressione che questo Jack White fosse completamente indemoniato – giusto per citare un topos caro ai vecchi bluesman – quando ha a disposizione una chitarra ed un pubblico, ma non mi sarei comunque aspettato un live di una simile potenza.
Fin dal pezzo d’apertura “When I Ear My Name”, Jack suona l’elettrica vintage in modo incredibilmente poderoso, con un’energia unica, al punto che quando parte la successiva” Black Math” il pubblico, me compreso, è già completamente impazzito. Il delirio raggiunge livelli inauditi quando a Mr. White parte una corda e lui continua a suonare più incazzato di prima, poi ne parte un’altra ma il Nostro non fa una grinza e continua suonare le quattro corde rimaste con la chitarra in orizzontale alla Robert Johnson, solo che il suono che ne esce fuori pare un incrocio tra Hendrix sotto anfetamina e i Led Zeppelin più possenti. Lo show – perchè di spettacolare show trattasi – prosegue con alcuni pezzi dall’ultimo album, tra i quali il più convincente mi è parso” Little Cream Soda”. Da un primo ascolto live ( al momento non ho ancora ascoltato l’album ) tutti i nuovi brani appaiono maggiormente legati ad un ampio recupero del suono rock seventies e della genuinità blues grezze, con la chitarra costantemente sugli scudi. Scelta soddisfacente per chi come il sottoscritto aveva gradito assai poco il ruolo preponderante del piano nel precedente Lp.
La cover di “Jack The Ripper” spacca di brutto come sul dvd “Under Blackpool Lights”, la silhouette e la voce ammicante di Meg – che appare sempre estremamente calma ma quanto picchia forte sulla sua batteria – impreziosiscono” Cold Cold Night” ed insomma per tutta la durata del concerto si rimane adrenaliticamente estasiati di fronte a questi eredi del miglior Detroit Sound scarnificato all’estremo eppure altrettanto devastante.
Con mio grande stupore, la temutissima “Seven Nation Army” non sortisce gli effetti temuti, si canta il ritornello d’accordo, ma non partono quei cori calcistici che sarebbero stati drammaticamente ridicoli in quella sede.
Dopo quasi un’ora e mezza di rock e sudore, Jack e Meg terminano il concerto con un inconsueto inchino di ringraziamento diretto ad ogni parte del pubblico. Zero spocchia e tanta rispettosa professionalità.
Se tutto questo sia “mainstream” non lo so, quello che so è che negli ultimi anni di concerti così ne ho visti veramente pochi.
Ventotto euro spesi bene.
Mp3: When I Hear My Name (live in Reading Festival, 23-08-2002) The Hardest Button To Button (live in Berlin, 19-03-2005) Jimmy The Exploder (live in Glastonbury Festival, 29-06-2002) Hotel Jorba (Peel Session, live at Maida Vale, 25-07-2001) You’re Pretty Good Look (live in Asheville, 21-09-2000)
Si dal vivo fanno davvero paura, a Barcellona ne sono rimasto davvero impressionato. Per il resto mainstream o meno che ci frega?Io personalmente non ho null contro il mainstream, basta che il disco sia buono.Le etichette lasciamole ai produttori di vino.
non importa come ci si avvicini al sudore del rock. io per esempio l’ho fatto per la prima volta guardando su MTV (!) nel 1995 un videoclip di un tizio seduto su una sedia incastrata a mezz aria in un muro che cantava cose tipo “You and i Are gonna live foreveeeeer” e ho pensato 1) cazzo bel taglio di capelli 2)mmmmmh questa musica non è male…..
20 giugno 2007 @ 13:11
bellissimo report!!
dal vivo fanno paura…e lui è davvero un animale con quella chitarra!
20 giugno 2007 @ 13:52
Si dal vivo fanno davvero paura, a Barcellona ne sono rimasto davvero impressionato. Per il resto mainstream o meno che ci frega?Io personalmente non ho null contro il mainstream, basta che il disco sia buono.Le etichette lasciamole ai produttori di vino.
21 giugno 2007 @ 12:00
veramente STRA-ROCK!
21 giugno 2007 @ 12:20
recensione perfetta…bravo Helmut!
21 giugno 2007 @ 22:04
non importa come ci si avvicini al sudore del rock. io per esempio l’ho fatto per la prima volta guardando su MTV (!) nel 1995 un videoclip di un tizio seduto su una sedia incastrata a mezz aria in un muro che cantava cose tipo “You and i Are gonna live foreveeeeer” e ho pensato 1) cazzo bel taglio di capelli 2)mmmmmh questa musica non è male…..
25 giugno 2007 @ 14:30
bella recensione che rende bene l’idea della serata. grande jack, oggi non c’è nessuno che sia in grado di fare quello che fa lui su un palco