PRIMAVERA SOUND 2007
Prima Giornata @ Barcellona (31/05/2007)

 
29 giugno 2007
 

Da dove cominciare? Come fare per sbrogliare l’intera matassa di ricordi e suggestioni di uno dei viaggi più belli ed intensi che abbia fatto in vita mia? Allora direi che la premessa necessaria a tutto ciò è che sarà impossibile far rivivere su carta (o meglio su web, i tempi cambiano!) quelle atmosfere, le centinaia di messaggi che ci siamo mandati per ritrovarci sotto ai palchi, le birre pagate a caro prezzo ma senza le quali che Estrella Damm sarebbe stato, le Ramblas percorse a notte fonda per tornare in albergo, i racconti deliranti, le merendine alla mela, gli urli nella notte e la stanchezza al limite del collasso che ci ha preso l’ultima sera. A questo punto non rimane che partire da dove tutto fisicamente è cominciato: l’aeroporto di Napoli. Le valige di fretta, il caos di Capodichino, il rebus dei terminal, chi arriva trafelato all’ultimo, il cielo azzurro e limpido, ma ci siamo. Nessuno ce lo porta più via il ‘nostro’ festival, la nostra chimera per mesi e mesi.

Atterriamo a Barcellona ed ancora ripensiamo a quando comprammo biglietto aereo ed abbonamento, ormai tanto di quel tempo fa che il ricordo si perde nell’inverno più lontano. Ma ora non ci sono dubbi: l’insegna parla chiaro: Aereoporto de Barcelona. Siamo in Catalogna. Da quei bravi pianificatori di viaggi che siamo, arriviamo il giorno prima dell’inizio del Festival. Un giro veloce per il Barrio Gotico, un’incursione presso una trattoria tipica ed una birra in Plaza Reial sigillano il nostro primo giorno spagnolo.

Tra tapas e sangria il fatidico 31 Maggio si materializza, finalmente è giunto. Metropolitana direzione Primavera. Ad attenderci come se volesse darci il benvenuto si presenta l’Auditorium, monolite blu frastagliato di specchi e luccichii. Giusto il tempo di una piccola fila per il cambio dei biglietti e siamo dentro al Parc del Forum, questa enorme spianata sul mare, costruita apposta per ospitare grandi eventi. Neanche il tempo di renderci conto dell’ubicazione dei palchi che già sentiamo in lontananza la voce familiare di Herman Dune che prova il microfono.
Come saette ci fiondiamo sotto l’Estrella Damm, il palco principale assieme al Rockdeluxe, ancora poco frequentato. Sembra quasi essere stato fatto apposta l’abbinamento d’orario con questi svedesi nostalgici del folk anni ’70; mentre il crepuscolo tinge di rosa e arancione il cielo, indolenti ci lasciamo trasportare dalle ultime canzoni dei tre fratelli sonici, con Yaya, il batterista, un autentico intrattenitore. Estasiati da tanta semplicità e con un sorriso idiota stampato in faccia frutto di cotal bene, cerchiamo di raccapezzarci sul prossimo concerto cui assistere. Cercando di farci spazio tra esseri lunari bardati di zaino mesci-birra che cercano di tentarci, riuscendoci, in tutti i modi, ci spostiamo tra le gradinate del Rockdeluxe stage per assistere alla performance di mr. Warren Ellis e dei suoi Dirty Three. Il violino più lisergico e carismatico del panorama rock mondiale sa il fatto suo e tra calci dati al vento ed una lunga barba da eremita in fase Grinderman, sprigiona un’esibizione muscolare ed intensa, tirandosi appresso gli ultimi minuti di luce rimasta. Nel frattempo la situazione va animandosi con l’avvicinarsi dei concerti più attesi della giornata e quell’aria da aperitivo post “giornata al mare”fa spazio alla febbrile eccitazione dovuta all’imminenza dell’esibizione degli Smashing Pumpkins e dei White Stripes.

Ma come è giusto che accada nei migliori festival le sorprese sono dietro l’angolo. Una su tutte è sicuramente l’esplosiva esibizione dei Melvins, direttamente dal furore sonico degli anni ’90, grazie all’integrale versione del loro album più famoso ‘Houdinì’. Al di là dei gusti personali ciò che difficilmente dimenticheremo è il devastante impatto sonico della band di Aberdeen, le due batterie straripanti, vero e proprio elogio alla coordinazione, le tuniche scure che avvolgevano i membri del gruppo proiettandoli così in un’aura da santoni neri. Un’esibizione paurosa che ha ipnotizzato i palati fini degli astanti, esaltando una folla variegata prottandola nel turbine del frastuono esploso dalle casse. Peccato che da sotto il caffettano nero spuntino degli incongruenti calzini di spugna bianca; insomma alla fine sono pur sempre americani. Totalmente esaltati e rintronati dall’atroce frastuono, a stento riusciamo a raccogliere i reduci per dirigerci ad ascoltare un concerto dalle sonorità diametralmente opposte, ossia quelle degli Slint. David Pajo e soci ripropongono un loro grande classico, ‘Spiderland’ ed un pubblico di appassionati li accoglie con un calore che non avrei mai immaginato per una band dagli umori glaciali e dalla scarsa capacità dialogante. Esemplare l’andatura ‘classica’ della band nel portare avanti i brani, che vibrano ancora più emozionanti che su disco. Purtroppo dopo tre quartid’ora abbandono gli Slint per cercare di accaparrarmi un posto in prima fila per il ritorno, dopo sette anni, di sua maestà Billy Corgan. Risalgo le gradinate del Rockdeluxe e con una certa difficoltà riesco ad incunearmi tra la folla che già numerosa si è accalcata sotto al palco dell’Estrella Damm. Alla fine questo si rivelerà il concerto più affollato del Primavera, con fans assiepati dappertutto pur di assistere ad un’ora e mezza di nostalgia rock. E le attese non verranno disilluse. Gli Smashing Pumpkins, o quel che ne rimane con i soli Corgan e Jimmy Chamberlain a ricordarci ciò che fu, fanno il loro ingresso vestiti con futuristici kimono bianchi ed attaccano subito con un pezzo tratto da nuovo album. Ma poi è nostalgia canaglia. Una dopo l’altra come frecce nel cuore deflagrano “Today”, “Zero”, “Cherub Rock”, “Disarm”, fatta solo di chitarra elettrica ed umori sognanti, una memorabile “Bullet with Butterfly Wings”, “Hammer”, una tellurica “Tonight Tonight”. Tra qualche pezzo nuovo di zecca ed una To Sheila ed una ThirtyThree suonate con la chitarra acustica giusto per far squagliare ulteriormente noi vecchi fans, parte poi La mia canzone preferita di sempre: 1979. E stavolta non è come a Bologna, sette anni fa, quando la suonò acustica. No, stavolta è suonata così come deve essere, con la chitarra che elettrifica l’aria e s’intreccia con l’inconfondibile voce felina di Corgan, per ritrovarsi a ripescare nella memoria un’epoca che non tornerà più.

La chiusura del concerto è affidata ad un altro pezzo storico, tratto da Mellon Collie e cioè Muzzle. Delirio e voglia di sentirne ancora, ma purtroppo gli Smashing salutano entusiasti un pubblico ancor più straripante di gioia. In poco tempo la folla si dilegua per raggiungere nuovamente il Rockdeluxe visto che di lì a poco sarebbe incominciato il concerto dei White Stripes. Devo dire che fa un certo effetto l’impatto visivo col duo di Detroit: telono rosso fuoco che fa tutt’uno con la mise di Jack White e con i pantaloni di sua sorella/ex moglie Meg. Poche note e tutto quello che ci si poteva aspettare si materializza nell’ardore del rock nudo e crudo delle schitarrate di Jack. La geniale maestria nel dominare le corde infuocate della chitarra è mirabile ed esaltante, sembra di rivivivere l’epoca d’oro di certo rock, aleggiano spiriti interessanti nella notte di Barcellona. “Jolene”, “Black Math” e tutto uno show improntato sulla riproposizione della loro carriera con una “Seven Nation Army” finale che manda in tripudio il pubblico. Meg più che la batteria pare che funga da basso e da delizioso addobbo coreografico, ma poco importa, perchè il reuccio della serata è Jack White, autentico istrione, capace di reggere le sorti dello spettacolo per più di un’ora e mezza, incantando per la sua disarmante bravura. Sono ormai passate le tre di notte e per oggi il rock’n’roll ha avuto la sua parte. Facilmente riusciamo ad incontrarci tutti e senza esitare deicidiamo che non possiamo non assistere all’evento che Barcellona intera sta aspettando da tempo e cioè l’esibizione al CD Drome, il palco consacrato all’elettronica, del mitico Dj de Mierda. Evento imprescindibile per un festival che si rispetti. Alla fine confermerà quanto promette. Esausti ma vogliosi di ritornare il giorno dopo, ci incamminiamo infreddoliti (tirava un vento nordico di prima categoria!) verso la fermata del bus navetta che ci riporterà in Plaza della Cataluna.

 

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