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STAGES
TERMINAL O: EDITORS, PHOENIX, ARCADE FIRE, SCISSOR SISTERS
TERMINAL E: THE HIDDEN CAMERAS, LILY ALLEN, THE FLAMING LIPS, BLOC PARTY
TERMINAL S: BROMHEADS JACKET, THE MACCABEES, GUILLEMOTS, PJ HARVEY, ASTRUD, LCD SOUNDSYSTEM, 2MANYDJS
TERMINAL N: FIONN REGAN, 1990s, SR. CHINARRO, THE VIEW, THE WHITEST BOY ALIVE, DELOREAN, THE PIGEON DETECTIVES, BELLE & SEBASTIAN DJs, AMABLE & GATO
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Dopo essere stati presenti, a fine maggio, al Primavera Sound, torniamo a far visita al Parc del Forum di Barcellona per seguire il Summercase, festival che, giunto appena alla seconda edizione, ha offerto anche quest’anno un cartellone di tutto rispetto.
Nelle due location di Barcellona e Madrid ( gli artisti che si esibiscono il venerdì in una città si trasferiscono il giorno dopo nell’altra e viceversa ) il programma 2007 prevedeva i live di una caterva di bands: Editors, Arcade Fire, Flaming Lips, Bloc Party, Pj Harvey, Lcd Soundsystem, James, Jesus & Mary Chain, Air, Pj Harvey, Chemical Brothers, Badly Drawn Boy, !!!, Electrelane, Gossip, Jarvis Cocker, Dj Shadow, Kaisers Chiefs e moltissimi altri.
I gruppi sono disposti su quattro palchi denominati “Terminal” seguendo, apparentemente, un teorico criterio di importanza e seguito di pubblico che non sempre terrà conto del reale interesse della gente.
La sede del Festival è stata una delle motivazioni che ci ha spinto a scegliere Summercase piuttosto che altri eventi musicali: il Parc del Forum è una sorta di enorme Auditorium affacciato sul mare, architettonicamente costruito su delle linee morbide ed ampie che dall’ingresso aprono al strada ai vari palchi terminando con il Terminal E, un’immensa arena sul mare dall’acustica pressoché perfetta.
Il fatto che fosse tutto in cemento, così da scongiurare gli sgradevolissimi pantani di terra ed acqua tipici di simili manifestazioni, è stato uno stimolo in più per chi come noi è più vicino ai 30 che ai 20 e non ha davvero più voglia di scimmiottare scene hippy in mezzo al fango…
L’organizzazione è ottima, unica grossa pecca direi i trasporti messi a disposizione dall’organizzazione, decisamente inferiori alle esigenze ( ancora stiamo maledicendo l’assenza di autobus e taxi all’uscita di entrambe le serate ). Per il resto tutto funziona alla perfezione.
Ce ne accorgiamo subito allorché venerdì 13 si presenta un problemino per l’accredito all’ingresso: basta una velocissima telefonata seguita da migliaia di scuse da parte degli addetti al gate e tutto viene risolto in non più di cinque minuti.
Fatto questo, i fomentatissimi Helmut e Axel raggiungono di corsa al Terminal O – il secondo stage per dimensioni ed importanza dopo il palco E – per vedere gli Editors, autori per entrambi di uno dei migliori album dell’anno. Sfortunatamente i nostri tempi “bradipici” ci fanno arrivare un po’ in ritardo e riusciamo a seguire solo l’ultima parte del concerto, che conferma però quanto di buono si è scritto sul combo di Birmingham, su disco come dal vivo: Tom Smith ha una voce di una profondità emotiva incredibile, le chitarre sprigionano luce pop a iosa e il live funziona alla grande. Non a caso pur essendo passate le 20 solo da qualche manciata di minuti, il Terminal O è già gremito di gente. Come già detto in sede di recensione, per gli Editors è inevitabile immaginare un futuro di successi globali, probabilmente anche in ambito mainstream vista la “ quasi “ perfezione del loro pop tagliato Chameleons, U2 e Joy Division.
Visto il primo fallimento, ne approfittiamo per andare a mangiarci un panino al Terminal E, dove è iniziato da poco live di Lily Allen. La miscela pop della londinese è ben nota: dub, ska e fiati con un occhio alle melodie più easy ed un altro al mezzo grime sporco della regina Lady Sovereign ( di cui diciamolo pure, la bella Lily è una versione più cool & clean ).
Pur se le cose stanno così, confesso che a me la tipa piace, perché ha infilato una hit perfetta come “Smile”, perché fa molto “casual London”, perché alla fine lei è simpatica, si vede chiaramente che si diverte a cantare e che ama far divertire il pubblico. Quindi tutto sommato ce la seguiamo di gusto, sorseggiando la prima di una lunga serie di birre, ballando ed intonando con la fumatissima Lily “At first when I see u cry, yeah it makes smile, yeah it makes me smile”.
Da una teenager sbarazzina ad un’icona del rock contemporaneo: alle 22 sale puntuale sul palco del Terminal S ( un tendone dalle temperatura interna semitropicale che conterrà circa 2/3000 persone ) Pj Harvey. Il suo sarà un set solista, prevalentemente elettrico, di una bellezza devastante e inquieta. Stretta in un vestitino bianco assai ingombrante e demodè, da sola Pj suona con la potenza di una band al completo, attingendo a quasi tutto il suo repertorio senza sosta, dall’ultimo album fino ai classici “Dry” e “To Bring You My Love”, disperatamente malata e struggente.
Purtroppo un caldo insopportabile ci costringe a lasciare il tendone prima della fine del concerto, ma quello che abbiamo visto è stato più che sufficiente per confermare che Pj è una delle migliori cantautrice degli ultimi anni e che i suoi live continuano a rappresentare un’esperienza di rara intensità nel panorama rock contemporaneo.
Nell’attesa che cominci lo show dei Flaming Lips, troviamo il tempo per dare una rapida occhiata ai pompatissimi The View, una band di adolescenti inglesi che a differenza dei soliti gruppi di NME non ha dalla loro neanche un look alla moda. Musicalmente a me sembrano disastrosi, una miscela di brit rock che neanche alle feste del liceo, ma incredibilmente il Terminal N è stracolmo ( di inglesi, soprattutto ) ed il pubblico sembra adorarli. Mentre ci dirigiamo verso l’anfiteatro E , siamo costretti ad attraversare la folla del Terminal O che sta assistendo al live dei Phoenix. Casualmente becchiamo l’unico pezzo del gruppo veramente riuscito ( “If I Ever Feel It Better” ), il che ci permette di ballare giusto il tempo di quella canzone prima di fiondarci di corsa da Wayne Coyne e soci.
L’apertura del concerto dei Flaming Lips è stata un’esperienza che credo ricorderò per tutta la vita.
Mentre sugli schermi ( uno al centro, due più piccoli ai lati del palco ) vengono proiettate lisergiche immagine spaziali, nella semioscurità dello stage salgono una quindicina di personaggi vestiti da babbo natale che illuminano la scena con delle potenti torce; sul lato sinistro un numero simile di ragazze vestite come la protagonista di “Barbarella” fanno lo stesso ( durante il concerto faranno la loro comparsa anche un personaggio vestito da Capitan America ed un altro agghindato da omino della Michelin… ). Improvvisamente vedo Wayne Coyne comparire dentro un’enorme sfera trasparente che comincia a rotolare sul pubblico in delirio. Tornato sul palco e uscito dall’assurdo involucro, partono le note di “Race For The Prize”, ed è una stupefacente esplosione di godimento psichedelico: decine di palloni colorati vengono lanciati sul pubblico che li fa saltare da una parte all’altra dell’area ( un “gioco” che durerà per molti minuti ancora ), si sparano coriandoli in continuazione, tutti cantano “They’re just human with wifes and childrens” mentre le luci illuminano quest’inno alla felicità che – credetemi – commuove per quanto è sincero ed surreale. La band di Oklahoma City suona per un’oretta abbondante, alternando pezzi storici ( “Waiting For Superman”, “Yoshimi”) a moltissime cose dell’ultimo album ( “Yeah Yeah Yeah Song”, “Pompei Am Gottamerdung” ), purtroppo però Coyne ha evidentissimi problemi di voce, per cui il concerto, specie alla lunga, ne risentirà non poco.
Ciò nonostante i Flaming Lips hanno celebrato la gioia di vivere, di suonare, di uscire dalla banalità quotidiana per penetrare in un mondo giocoso e surreale attraverso un’arte più simile a quei fenomeni naturali tremendamente semplici eppure così affascinanti, come un rarefatto arcobaleno che cinge l’orizzonte piuttosto che alle allucinate dilatazioni da Lsd di cui, solitamente, si nutre la cosiddetta musica psichedelica.
Immensi ed inarrivabili.
Ancora ubriachi dopo questa “miracolosa” esperienza, prendiamo posto a una ventina di metri dal palco del Terminal O, dove a mezzanotte e quaranta suoneranno gli Arcade Fire.
Annunciata dalla proiezione in bianco e nero di un predicatore, la band di Montreal si presenta sul palco sulle note di “Keep The Car Running” per quello che sarà il miglior concerto del festival.
Accompagnati come sempre da un numero spropositato di sodali ( oltre ai soliti violini e violoncelli, stavolta farà bella mostra sul palco anche un organo a canne ) Win Butler e Régine Chassagne suonano per oltre un’ora e mezza la maggior parte delle loro splendide canzoni, attraversando quasi per intero “Neon Bible” e “Funeral” con quella carica ed quella personalità che li ha resi il nome di punta di quella fucina di talenti creativi che è la scene canadese.
Insieme alle varie “Neighbourhood”, “No Cars Go” e alla cover gainsbourghiana “Poupèeé De Cire”, il delirio viene raggiunto con “Rebellion ( Lies )”, cantata dalla quasi totalità dei partecipanti al festival assiepati intorno al Terminal O.
Ad un concerto, di più non si può chiedere.
Anche se già ampiamente sazi, nel nostro programma giornaliero mancano ancora due band: Bloc Party e LCD Soundsystem, in programma rispettivamente alle 2,05 e alle 2,45.
Dopo esserci fatti un altro panino con relativa birra, ci sistemiamo sulle gradinate del Terminal E in attesa dell’inizio del live degli inglesi.
Confesso che dalla band di Kele Okereke non mi aspettavo più di tanto, avendola forse prematuramente già inserita nel calderone di quei gruppi che dopo un gran bell’esordio svaniscono nel nulla in pochi anni.
Devo ammettere che invece dal vivo i Bloc Party sanno il fatto loro. Kele sa perfettamente come si tiene il palco e la band suona potente e precisa, regalando ad un pubblico forse più numeroso di quello dei Flaming Lips un live ispirato e tiratissimo. Pezzi migliori “Hunting For Witches” e “Eating Glass”.
Piacevolmente sorpresi dai Bloc Party, restiamo fin quasi al termine del live, ma quando sono passate da poco le 3 sgattaioliamo via in direzione Terminal S, ‘che James Murphy ha iniziato da una mezz’oretta e per raggiungere lo due stage dobbiamo affrontare la folla che già si sta creando per vedere gli Scissor Sisters.
Nonostante il newyorkese – per l’occasione vestito completamente di bianco tipo aperitivo al Billionaire – sembri apparentemente annoiato/distaccato, il live di Murphy è grandioso. Poco funk, più punk e molto dance oriented LCD Soundsystem pompa di brutto il suono DFA nel tendone stracolmo, con la temperatura che da tropicale si trasforma in sahariana per l’incredibile caldo. I pezzi sono molto più lunghi che su disco e tra un’infinita “All My Friends” e una coinvolgentemente punk “Yeah”, la gente balla impazzita.
Sembra impossibile ma giorno successivo i !!! riusciranno a sovrastare il live di Murphy in quanto a balli e sudore, con gente che si dimenava estasiata a 20 metri di distanza dal tendone…
Finito il concerto l’unica cosa che avrei voluto fare sarebbe stata una doccia ed un letto, invece decidiamo di fare un salto – con birra annessa ovviamente – prima al Terminal N per ascoltare qualche minuto del Dj Set di Belle & Sebastian ( che hanno suonato una miscela di indie rock, da Gang Of Four a roba più pop ) e poi al Terminal O dagli Scissor Sisters. Pur confermando che non comprerei mai un loro disco, il live diverte e fa ballare il numerosissimo pubblico e, tutto sommato, due danze ce le facciamo pure noi stando ben attenti a non fare gesti equivoci alle decine di gay che ammicavano intorno.
Ultimo sforzo per i 2 Many Dj’s, ancora nella tenda sub-sahariana.
Considerando che sono le 4,30 e che il tasso alcolico dei presenti è ai massimi storici, i due Soulwax hanno gioco facile nel far ballare i presenti, ma personalmente non è che il loro ruffianissimo set mi abbia impressionato molto.
Vabbè, poco male, tanto domani si ricomincia…
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Settembre 3rd, 2007 at 11:03
mè coglions!
Settembre 3rd, 2007 at 11:16
Che apprezzo sto summercase..festival si, ma di un certo tipo…e soprattutto occhio a nn fare le 9 di mattina il giorno prima…
Settembre 3rd, 2007 at 11:18
Beh, conosco bene la location, e confermo che per noi trentenni ( a dire la verità io vdo per i 32), è meglio avere del sano cemento a terra che sabbia o polvere da fanghiglia. E poi tutte quelle possibilità di sedersi…ah la vecchiaia. Al primaverasound pero’ i mezzi funzionavano alla grande, soprattutto la metro che apriva alle 5 del mattino, praticamente quando noi muovevamo le chiappe verso casa. Comodamente sincronizzati.
Settembre 3rd, 2007 at 17:33
I trasporti facevano veramente ridere al summercase..praticamente le navettte speciali erano inesistenti, così’ i mezzi pubblici…
Settembre 3rd, 2007 at 20:43
meno male che avete postato i video così anche noi comuni mortali possiamo apprezzare tutti questi gruppi! ^^
Settembre 11th, 2007 at 11:17
[…] READ LIVE REPORT FROM THE FIRST NITE […]
Dicembre 18th, 2007 at 16:46
[…] Link: EDITORS Official Site EDITORS MySpace EDITORS - AN END HAS A START” review on INDIE FOR BUNNIES “EDITORS LIVE @ CIGALE (Parigi, 11/11/2007)” live report on INDIE FOR BUNNIES “EDITORS LIVE @ SUMMERCASE - BARCELLONA” live report on INDIE FOR BUNNIES “EDITORS LIVE @ CARLING ACADEMY (London, 09/10/2007)” review on INDIE FOR BUNNIES […]
Marzo 21st, 2008 at 07:21
[…] Beck’s The Golden Age (awesome) from Indie for Bunnies […]