KECH
Spring Tour 2007

 
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27 settembre 2007
 

18 aprile 2007. Manca un’ora al tramonto e gli aerei decollano dall’aeroporto di Linate passando ancora a bassa quota sopra il giardinetto del Circolo Magnolia. I Kech hanno da poco finito il soundcheck per il concerto di questa sera, dove portano per la prima volta a Milano le canzoni del loro nuovo disco, “Good Night for a Fight”. E’ il sesto giorno del tour e le sagome delle fusoliere devono significare qualcosa per Giovanna, la cantante, e Nicola, chitarrista, che da gennaio si sono trasferiti a New York per lavoro e sono in Italia solo per dieci brevi giorni interamente dedicati alla band. Fa un caldo quasi estivo, mancano più di tre ore al momento di salire sul palco e il gruppo si rilassa sulle grandi poltrone di plastica, quando da dentro il locale vengono ad avvisare che è pronta la cena.

Conosco i Kech da ormai tre anni, da quella sera in cui non lontano da qui aprivano per i Julie’s Haircut. A fine serata avevo fatto i complimenti a Giovanna, che vendeva magliette e cd al banchetto. Da allora hanno fatto un centinaio di concerti in Italia e all’estero, aprendo serate per Sondre Lerche, Graham Coxon, Girls in Hawaii; con loro si è saldata un’amicizia che è la cosa più bella che possa succedere tra chi fa musica e chi la ascolta. Pol ha sempre la sua capigliatura improbabile e la Telecaster nera, Giovanna e Nicola si sono sposati ma continuano a non guardarsi molto sul palco, Tonnie ha smesso di seguirli dal vivo ma continua a suonare il basso con loro in studio – mentre per i concerti lascia il posto a Ema, fratello di Pol e filosofo del dandypunk; Teddy si è sposato anche lui e si è fatto crescere i baffi, dice anche di aver imparato ad andare più a tempo sui tamburi.

Dopo la pasta alla carbonara si ritorna fuori in giardino per fumare una sigaretta e aspettare il momento del live. Il cielo è ormai buio e il fonico prova l’impianto sparando raffiche improvvise di musica ad alto volume, pochi secondi poi di nuovo silenzio, poi di nuovo musica. Pol mi racconta degli ultimi giorni, di questa vacanza in furgone su e giù per l’Italia. “A Napoli la cosa piu bella è stata il parcheggiatore abusivo. Arriviamo e c’è sto qua ‘vieni vieni vieni…’ – se gli dai un euro magari si incazza perché è troppo poco, ti buca le gomme, ti fa qualcosa. Allora scendo, vado dal suo amico che era lì fuori e gli dico : ‘Ciao quanto dobbiam dare?’ – ‘Eh dagli un euro, non più di un euro’ – intanto Nicola gli aveva calato cinque euro. Avrà detto ‘questi sono i babbioni milanesi’…” Teddy ricorda invece l’accoglienza alla FNAC partenopea, per lo show in-store pomeridiano: “C’erano i ragazzini di 5 anni, le bambine che ballavano e le signore di 80 anni che praticamente avevano occupato le prime due-tre file. Quando ci siamo ritrovati sul palco ci siamo detti: adesso che cazzo facciamo?” Ma invece tutto fila liscio, con le anziane signore che fanno i complimenti e ricordano di quando abitavano alla Bovisa, lo storico quartiere operaio di Milano. La prima data è stata solo venerdì scorso, al Controsenso di Prato – “Il padrone del locale di Prato è un tizio che è arrivato su una Cadillac bianca del ‘63 con i pantaloni larghi inseriti negli stivali di pitone bianco”, racconta ancora Pol, “con lo chignon fatto con una bacchetta del cinese.”

Almeno una data al giorno, a volte due. Ma per i Kech non è la prima volta: nel 2005 avevano fatto Genova, Berlino, Catania – in quest’ordine – nel giro di cinque giorni. “Da Berlino a Catania ci abbiamo messo 36 ore, sono tipo 3300 chilometri” ricorda Giovanna. Con un anno di intensa attività live sono riusciti a pagarsi il furgone ma non c’è di che diventare ricchi, né molto di glamour nella vita del musicista in tour. “Ci han chiesto quando lasceremo il nostro dayjob”, dice Giovanna. “Quando vado in pensione io lo lascio”, scherza Pol, “ma anche Justin Timberlake, quelli lì sono conferenza stampa, più televisioni dalle 3 alle 5… secondo me non è un cazzo bello”.

Quando i Kech salgono sul palco verso mezzanotte, il Magnolia è discretamente pieno: una cinquantina di persone radunate nel piccolo spazio di fronte al palco. La scaletta si apre con Feet Bleed, dal primo disco, accelera con “Uh-uh” e “I Don’t Need One”. Bisogna aspettare il quarto pezzo per sentire qualcosa del nuovo album ed è la title track Good Night for a Fight, dove per la prima volta canta anche Nicola, regalando nuove prospettive alle sonorità del gruppo. Ha un modo di cantare storto, ruvido, ed è anche merito suo se i nuovi pezzi mi fanno pensare ai Modest Mouse oltre che alle Elastica, vecchia passione di Giovanna. Subito dopo Beach Volley, la mia preferita del nuovo disco, che sull’album è basata interamente sulle tastiere e dal vivo si trasforma in un arrangiamento scarno di chitarre nervose. Per Please Don’t Say No sale sul palco anche Tum, amico neolaureato che ha festeggiato accompagnando il gruppo in alcune date e cantando i cori di questo pezzo come aveva già fatto in studio di registrazione. E’ una festa in famiglia.

Le chitarre di Pol e di Nicola sono la chiave del suono dei Kech, nei loro riff che si inseguono e sovrappongono secondo grammatiche ormai definite ma difficili da trovare altrove in Italia. Le distorsioni non saturano mai fino in fondo, si appoggiano sincopate sulla sezione ritmica, più compatta che in passato, e lasciano spazio alle voci che escono senza sforzo insieme agli strumenti giocattolo che ogni tanto compaiono nelle mani di Giovanna. Il piccolo xylofono è una buona metafora dell’attitudine dei Kech, del loro non prendersi sul serio. A partire dal titolo del disco, che a Genova ha causato un dialogo surreale con un fan: “Un tizio mi ha chiesto ‘Ma la notte non è un buon momento per lottare, se non fisicamente in un letto vero?’” – ricorda inorridita Giovanna – “…aveva la faccia da Anthony Perkins!” In realtà la canzone parla del valore di una sana scazzottata o meglio, mi spiega Giovanna, “Una guerra di cuscini liberatoria e divertente: è l’invito ad allontanarsi da ogni malumore e frustrazione in modo totalmente positivo”. Le chiedo di parlarmi di Beach Volley, che descrive una ragazza disperata su una spiaggia, senza più la forza di inseguire i suoi sogni: “E’ un pezzo di atmosfera e molto triste, parla di un momento di sconforto. Ho immaginato questa ragazza che ha appena vissuto qualcosa di brutto, mette via le sue cose e va in spiaggia a respirare e a cercare di ricomporre la sua vita, perché è in totale confusione… Oppure ha appena perso una partita a beach volley e vede i suoi sogni spezzarsi.”

I toni noir della copertina del disco – insoliti per i Kech, abituati a brillanti rossi e blu – si declinano sempre su queste strade bizzarre: la lotta di cuscini, il beach volley, solo in The Coup c’è qualcosa di più inquietante: “Fin dalle prime volte in sala, quando stava prendendo forma, mi immaginavo una strada di campagna sterrata costeggiata da alberi giganti, illuminata solo dalla luce della luna piena, poi sono comparse le macchine nere stile anni ‘40 tipo Il Padrino, e da lì la storia di questa persona che ha preso la strada sbagliata e ora è in pericolo. E’ una specie di noir ed è inusuale per noi, ma quelle chitarre e le aperture mi davano un senso di potenza della natura e di piccolezza dei personaggi.” L’ultima traccia del disco, Things, sembra parlare di una relazione che nasconde cose non dette, bugie e incomprensioni, ma Giovanna riesce a ribaltare la mia interpretazione: “Parla di piccole incomprensioni e cose non dette all’inizio di una storia d’amore. Non ci si conosce abbastanza e si ha sempre paura di mostrare un lato sbagliato di sé e si è totalmente insicuri.”

Tre giorni dopo i Kech sono di nuovo a Milano, per uno showcase pomeridiano alla FNAC che si tramuterà in un vero e proprio concerto, anche se dall’atmosfera molto diversa di quello al Magnolia. Compostamente seduti in file ordinate di sedie c’è una schiera di genitori, parenti e vecchi amici. Con le luci accese e la gente che si aggira per gli scaffali dei dischi, i Kech fanno un set elettrico con tanto di batteria; solo i volumi sono un po’ più bassi e Giovanna è indecisa se lasciarsi andare ai suoi tradizionali balletti robotici o mantenere una postura più composta. Il risultato è una performance sghemba e curiosa: la gente si infila per vedere chi suona e il dottor Tum sale anche stavolta sul palco a cantare i suoi cori. Quasi un’ora di set, poi è tempo di smontare tutto per l’ultima volta, domattina Giovanna e Nicola ripartono per gli Stati Uniti e i prossimi appuntamenti per la band potrebbero essere proprio oltreoceano. O magari in Cina, dove Good Night for a Fight ha misteriosamente venduto in pochi giorni alcune decine di copie.

 

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