Ottobre 2007


5 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 5 (5 votes, average: 3.8 out of 5)
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Il rumore delle unghie sulla lavagna fa rabbrividire chiunque ma è un fastidio misto a piacere.
‘Grass Geysers…Carbon Clouds’ provoca più o meno la stessa sensazione.
A quattro anni di distanza da ‘Hocus Pocus’, John Schmersal (chitarra, tastiere e voce), Toko Yasuda (basso e voce) e Matt Schulz (batteria), tornano a incidere per la Touch and Go e sono più agguerriti e determinati che mai.
Come un treno, gli Enon stavolta sanno esattamente qual è la loro direzione, si muovono su binari ben tracciati e, senza sbandamenti o esitazioni, vanno dritti al bersaglio.
I 12 brani sono quasi tutti brevissimi e colpiscono come uno schizzo di acido sulla pelle: una miscela urticante e rugginosa fatta di voci e chitarre altamente corrosive (’Dr. Freeze’).
Un disco asciutto e senza sbavature che mantiene quello che promette: le melodie dei brani pop vengono scosse da cacofonie improvvise e il muro si suono di sgretola appena prima di trasformarsi in rumore.
Toko Yasuda modula la sua voce in modo incredibilmente vibrante passando dai toni seducenti di lolita giapponese ai graffianti duetti con John Schmersal, nei brani in cui i 2 cantano insieme: nella martellante ‘Mr. Ratatatatat’ o nella fulminea ‘Those Who Don’t Blink’ che non lascia un attimo di respiro. Electro-punk e noise-pop per una scarica di adrenalina pura, direttamente in vena.
Chi si aspetta energia e divertimento non rimarrà certo deluso!

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Grass Geysers…Carbon Clouds[ Touch & Go - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Spoon, Blonde Redhead, The Fiery Furnaces
Rating:
1. Mirror On You
2. Colette
3. Dr. Freeze
4. Sabina
5. Peace Of Mind
6. Law Of Johnny Dolittle
7. Those Who Don’t Blink
8. Pigeneration
9. Mr. Ratatatatat
10. Paperweights
11. Labyrinth
12. Ashish
1 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 5 (1 votes, average: 3 out of 5)
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Un supergruppo solitamente non è qualcosa che va oltre le capacità dei singoli componenti della band, tutti impegnati solitamente con altri progetti. Spesso in un supergruppo ogni singolo elemento ci mette qualcosa di suo, ma le capacità di solito non si moltiplicano l’una con l’altra. I New Pornographers fanno storia a sé, tanto è importante la loro musica nel panorama indierock, sicuramente più di quanto non siano i Destroyer, gli Zumpano o Neko Case, pur essendo artisti di tutto rispetto. “Challengers” , quarto capitolo della storia, ci da un’ennesima conferma in questo senso , pur mostrandoci che il percorso pop intrapreso inizia a prendere una strada diversa anche se ancora in “work in progress”.
Per gran parte del disco, il power pop più tirato lascia spazio a brani leggermente più compassati, costruiti manipolando la materia pop con sapienza, ma smussandone gli angoli, rinunciando spesso alle esplosioni melodiche più aggressive. Le canzoni, pur essendo intrise di melodie mai banali, coretti, armonie vocali cristalline, hanno bisogno di qualche ascolto in più per essere assimilate in pieno. Esempio lampante in questo senso è la fascinosa “unguided”, un brano che parte acustico, in stile ballata alla “shins” e poi finisce con un bel crescendo corale. L’uso più marcato di trame acustiche è una delle novità di questo “Challengers” che forse proprionei momenti più vicini al passato mostra il fiato corto e una sensazione di “già sentito”. La voce di Neko Case poi, si rivela al meglio nei passaggi di stampo più cantautorali e folk –rock come “go places”, mentre per il resto la coralità voce femminile-maschile arricchisce le armonie costruite su canovacci classici, che rivolgono lo sguardo tanto al passato dei ’70 quanto ai giorni nostri, fugando ogni banalità di sorta. E questo non è affatto poco. In definitiva “challengers”è un disco più che buono, eterogeneo quanto basta senza risultare altalenante, complesso e comunque fresco, mai sovraccarico ,scritto come solo poche band nel panorama indierock attuale sanno fare. Però soltanto un poco a metà del guado tra un passato energico ed un futuro probabilmente meno dirompente ma più affascinante. Aspettare la prossima mossa ascoltando questo disco non sarà di certo una pena comunque.

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Challengers [ Madator - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Supergrass, The Polyphonic Spree, Stars
Rating:
1. My Rights Versus Yours
2. All the Old Showstoppers
3. Challengers
4. Myriad Harbouyr
5. All the Things That Go
to Make Heaven and Earth
6. Failsafe
7. Unguided
8. Entering White Cecilia
9. Go Placet
10. Mutiny, I Promise You
11. Adventures in Solitude
12. The Spirit of Giving

Maximo Park, The Go! Team, Thrills, The Whitest Boy Alive, Editors (x3), The Coral, Battles, The Clientele, Kula Shaker, Georgie Fame, Turin Brakes: potrebbe essere la line-up per un festival estivo, ma è semplicemente cosa puoi assistere se passi 3 “anonimi” giorni nella capitale britannica.
Facile sarebbe quindi ripetere le accuse gia’ fatte in precedenza al “Bel Paese”, e in particolare a questa città (Roma) per l’offerta qualitativa e quantitativa, non tanto per quel che riguarda i gruppi in sé (relativamente ovvio che ci siano band inglesi dal vivo a Londra); ma per le sedi dei concerti, che si confermano di livello superiore poiché nate esclusiavamente per la musica dal vivo.

La Ciampino-Stansted-Londra ha inizio con l’incontro di Erlend Oye, ( il “rosso” degli ormai ex Kings of Convenience) nell’ascensore dell’aereoporto di Stansted. Per lui una tenuta d’ordinanza da “indie- nerd - rocker”,con l’occhio che non poteva non ricadere nei calzini a rombi colorati!! Da sentirsi a disagio per lui…
Altra (amara) sorpresa l’ho avuta sfogliando I giornali free press della metro, dove Alex Turner ( leader degli Arctic Monkeys) pare abbia preso il posto di Pete Doherty: foto in prima pagina con la modella di rito e non solo, feste vip e look da rockstar. Tutto come da copione insomma. “Monkeys Business” recitava, non a caso, il simpatico articolo.

EDITORS - Live @ Carling Academy (London, 09/10/2007)
Il Carling Academy a Brixton si presenta allo stesso livello dei precedenti (vedi Shepheard Bush Empire, ma con due “chicche” che lo mettono in cima alle mie preferenze. Un pub quasi adiacente, dove consumando il “drink” nazionale si allena l’udito ascoltando come sottofondo il gruppo previsto. Editors in questo caso. Calzante il suo nome “ The backstage”. Quasi di fronte sorge, invece, un altro pub, usato come “after party”. Ottima l’idea, specie per chi non ne aveva avuto abbastanza dei 4 di Birmingham che riserva lo stesso trattamento…
Per quanto riguarda la performance, da segnalare i “The Kassaway Trail”, che accompagneranno Tom Smith e soci durante tutto il tour. 5 Giovani danesi. Li consiglio vivamente, ma forse per i nostri lettori piu’ informati , non saranno una novita’.
Gli Editors, invece, sono stati perfetti. Esattamente come mi aspettavo. Ripercorsi quasi totalmente i due album, anche se con l’assenza di quasi tutti i pezzi piu’ “lenti”, come “Distance” e “ Put Your Head Towards The Air”, “Open Your arms” e “Well Word Hand”. Un vero peccato, non solo per un semplice gusto personale, ma soprattutto perche’ pareva l’unico modo per fermare un gruppo di “teens” proprio davanti a noi. Che quindi , a causa della scaletta scelta per la serata, non si sono fermate un’attimo.
Mi addolora dirlo, ma a tratti sembrava di essere ad un concerto dei Finley. Paese che vai,”teens” che trovi. Consapevole di cio’ , Tom Smith non cessa la sua ormai famosa performance personale, fatta di corse per il palco, epilettici movimenti, note di pianoforte suonate e mani tese verso il pubblico a cercar di afferare chissa’ cosa. Interagisce pero’ meno del previsto con il pubblico, lasciandogli cantare solo qualche strofa di “Smokers Outside The Hospital Doors”. La sua straordinaria voce ed il martellante “muro” di chiatarra di Chris Urbanowicz rimangono pero’ delle piacevoli conferme.
Promossi come al solito insomma.

VIDEO FROM THE NITE


THE CLIENTELE - Live @ The Cargo (London, 10/10/2007)
Diverso il discorso per il “Cargo”. Un locale in stile (per gli abitanti della capitale) “Circolo degli Artisti”. Informale quindi. Saranno state circa 60 le anime presenti. In questa atmosfera familiare i “The Clientele” hanno dolcemente suonato per circa un’ora. Soffermandosi maggiormente sull’ultimo album “God Save The Clientele”. Incurante delle mode MacLean e la sua voce soffusa trasmettono spensieratezza e melodie pop, mentre la bionda tastierista trasmette ben altre cose….
Strano, almeno per me, vederli dopo 3 album ancora lontani dal “music business”. Ma forse, pensadoci bene, meglio cosi.
L’unica critica sara’ quindi quella di non aver concesso il richiestissimo “bis”.
Dopo 5 minuti il gruppo riappare ma solo per recuperare la giacche. Scompaiono nuovamente come se niente fosse, dando l’impressione di avere un appuntamento……!!!

VIDEO FROM THE NITE

THE CORAL - Live @ Roundhouse (London, 11/10/2007)
Appuntamento che aspettavo da anni era invece quello con i “The Coral”, definiti giustamente “ uno dei gruppi meno convenzionali del Britpop contemporaneo”. La mia ultima e unica volta che ho avuto il piacere fu a Roma nel 23-06-03, come “spalla” dei Coldplay al Foro Italico. Sono cresciuti i ragazzi di Hoylake, paese vicino Liverpool. A mio avviso senza fallire un colpo, fatta eccezione per l’album “Nightfreak and the Sons of Becker”, forse un’po troppo pretenzioso .
Il Roundhouse, non lontano da Camden Town, è l’ennesima conferma di un locale appositamente costruito per la musica. I Coral sono in tour per “Roots and Echoes”, un progetto molto atteso in Inghilterra, realizzato anche grazie alla collaborazione di Noel Gallagher degli Oasis che ha messo il suo Wheeler End Studio a completa disposizione delle sessioni. Gia’ alla comparsa di James Skelly e soci, si capisce quanto gli inglesi amino I “The Coral”. Le danze in stile late 60’s cominciano con “Who’s Gonna Find Me”, ed a parte due intervalli per “smaltire” la birra, cesseranno solo a fine concerto. Si è ballato non poco quindi. Eseguite tutte le hit: “Goodbye”, “Dreaming of You”,”Don’t Think You’re the First”,”Pass It On, “In the Morning” (esageratamente trasmessa nelle radio, che potevano anche risparmiarla) “Secret Kiss”, “Rebecca You”, “Put The Sun Back”,”Jacqueline”, “I Remember When”,” Skeleton Key”,” Simon Diamond”, “ Careless Hands”. All’appello mancano pero’ molti pezzi, ma in poco piu di 80 minuti non si poteva far di piu’. Sorprendentemente, a parte qualche “thank you” e “thank you so much” c’e stata una totale assenza di dialogo con il pubblico. Strano.
Esperienza certamente da consigliare , specie per gli amanti del genere.
Ovvio, niente di nuovo. Tutto gia’ piu’ o meno sentito. Ma a differenze di molte band made in U.K., che si copiano tra loro, i Coral prendono spunto da un sound ormai scomparso e fregandosene di seguire le mode del momento ( vedi Alex Turner…).

VIDEO FROM THE NITE

Link:
EDITORS Official Site
EDITORS MySpace
THE CLIENTELE Official Site
THE CLIENTELE MySpace
THE CORAL MySpace
THE CORAL MySpace
“EDITORS - AN END HAS A START” review on INDIE FOR BUNNIES
“EDITORS LIVE @ SUMMERCASE - BARCELLONA” live report on INDIE FOR BUNNIES
“THE CLIENTELE - GOD SAVE THE CLIENTELE” review on INDIE FOR BUNNIES
“THE CORAL - ROOTS & ECHOES” review on INDIE FOR BUNNIES

5 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 5 (5 votes, average: 4.6 out of 5)
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Bisognerebbe avere il cuore di pietra, per fare critica cinematografica.
Perché se uno lo avesse, come d’altra parte sembra avercelo il tetro critico culinario Anton Ego (nomen omen), allora potrebbe parlare male di Ratatouille, ultima fatica della Disney/Pixar.
Purtroppo per i critici di questa natura, capita sempre di vedere film che li catapultano via dal grigiore delle cripte in cui scrivono e idealizzano l’opera perfetta, e di trovarsi davanti a qualcosa che li riporta al primo magico momento in cui sono entrati in un cinema.
Esattamente come succede al grigio e funereo esperto di ristoranti, in uno dei più bei flashback degli ultimi anni, di ritrovarsi davanti alla ratatouille (un piatto povero, non a caso) preparata da un topo, e di riandare con la mente al tenero ricordo di quella cucinata dalla madre.
E’ proprio qui che Ratatouille si trasforma nel cinema di cui ci si è innamorati, quel cinema allo stesso tempo coinvolgente, commovente e morale che è la quintessenza del mainstream hollywoodiano. Ecco un mondo, quello dei blockbuster, quello dei film che incassano centinaia di milioni di dollari, capace sempre di risorgere dalle proprie ceneri. Il prodotto di un cinema che riesce ad aggiornarsi non perdendo mai la sua anima, quella di un cinema ideologico, fatto e pensato per le masse.
Il caso della Disney è emblematico: da studio in declino a rinata fabbrica dei sogni, grazie alla previdente collaborazione con la Pixar, che ha innervato le solite storie di buoni sentimenti con uno vento decisamente nuovo. Infatti, Ratatouille non fa altro che esaltare lo spirito americano proprio nel momento in cui sembra farsene beffe, con una grande dose di autoironia (la vecchietta armata di fucile). Perché la morale è sempre quella (nel caso specifico è “tutti possono essere dei grandi cuochi!”), ma i modi per imporla sono profondamente cambiati, rispetto al passato: è emblematico il sermone del giovane protagonista Linguini alla sua cucina, la sua confessione nell’essere un inetto, un ragazzo che si fa strumento, vera e propria marionetta, del talento di un roditore, capovolgendo i ruoli abituali; in altri tempi, la predica sarebbe stata accolta con un’ovazione dalla ciurma dei cuochi, mentre ora i suoi uomini lo lasciano solo, con la sola alternativa di ammettere il suo fallimento.
La prospettiva retorica si capovolge al punto che un’intera colonia di topi riesce in quello che gli umani non riuscirebbero a fare: trovare la scintilla di tenerezza in uomo grigio come Anton Ego, uomo dimesso e deluso, alla costante ricerca dello stupore e dell’ingenuità infantile.
E’ l’esempio più lampante di una cinematografia che ha imparato la cultura del saper perdere, o quanto meno di poter vincere in qualche altro modo, magari accettando i propri limiti. Che è poi il marchio di fabbrica della Pixar, miracolo vivente di come è stato possibile cambiare la storia dell’animazione in appena un decennio (Toy Story risale infatti al 1997). Svecchiare i cartoni animati, ancora legati a formule vecchie, a miti e favole antiche, con i ritmi del cinema d’azione, con storie contemporanee quando non addirittura futuristiche: in Ratatouille non mancano inseguimenti, vorticosi testa a testa come quello lungo la Senna tra il topo Remy e il perfido cuoco Skinner, prospettive impossibili (davvero mirabili quelle nei corridoi delle fogne), e scenografie iperrealiste e digitalizzate come le strepitose vedute dall’alto di Parigi, iperrealiste perché la mostrano non com’è veramente ma come il topo l’ha sempre sognata.
Non manca nemmeno il senso ideologico di un cinema che tiene fede con ritrovata leggerezza alle sue esigenze di propaganda di valori: il rispetto delle tradizioni, la lealtà, la ricerca del lato umano e sensibile anche nel più cattivo dei cattivi.
Come in tutte le fiabe, non può mancare il doveroso “e vissero tutti felici e contenti”, ma c’è di fondo un piacere dissacratorio verso ciò che è stato l’immobile mondo delle belle addormentate e dei principi azzurri. Quella sottile verve iconoclasta che è uno dei motivi per cui la Pixar riesce a non deludere mai.
Locandina
Sceneggiatura di Brad Bird
Prodotto da Disney/Pixar
Distribuito da Buena Vista
USA, 2007
Durata: 110’

TRAILER:

6 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 56 Votes | Average: 3 out of 5 (6 votes, average: 3 out of 5)
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Alle volte occorre fare dei distinguo e alle volte occorre creare dei generi, o catalogare, o ricapitolare. The Go! Team sta diventando la capolista, con il secondo disco, in un campionato che per certi versi annovera un numero quasi infinito di squadre O che il gruppo britannico è l’unico a giocare. Da una parte o dall’altra, parliamo di musica genericamente “dancey” suonata che prende pezzi da ogni parte del mondo del pop e li riassembla quasi uguali in un calderone originale e mai sentito prima (o sentito solo nel disco precedente della band, che era pressoché identico). L’analisi di un disco del genere diventa stroncatura o lode esaltata a seconda di come viene classificata la proposta della band, in che contesto, in che ordine storico. Sta di fatto che la band sa suonare e lo fa senza esclusione di colpi, così che “Proof Of Youth” è prima di tutto un disco che suona e va suonato e si pone in maniera anche molto arrogante nei confronti dell’ascoltatore, tipo caramellosa world music post-beasties fatta da dei casinisti nati ecc ecc ecc. Dall’altra parte, già al secondo disco, la nicchia a trecentosessanta gradi di un formato talmente ben riconoscibile si sta già facendo sentire, per certi versi ingabbiando il Go! Team nelle maglie di una personalità di spicco pressoché ingestibile dal pubblico cui il disco si riferisce -se non creando di per sé un nuovo livello di banalità per cui i dischi della band, già dal presente, diventano una specie di messa cantata della gioia senza fine tipo Flaming Lips in mezzo a un brutto viaggio. Dipende soprattutto quanto ci toccherà ascoltare Proof Of Youth e quanti ipod nani lo spareranno nelle orecchie di quanti indiepoppers. I dischi li si tratta per convenzione a pochi giorni dall’uscita, non ad anni di distanza: nel caso del Go! Team ci teniamo con tenerezza intatto il ricordo di una band fasciata nelle magliettine rosse con le lettere cubitali in bianco che ne compongono il nome, eterna innocenza ancora per un paio d’anni, e spariamo tre stelle salomoniche in fondo al pezzo. Non è che tutte le cose di questo mondo contengono un insegnamento, in fondo…

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Proof Of Youth [ Sub Pop - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Avalanches, 2 Many Dj’s, Jason Forrest, Kid Loco
Rating:
1. Grip Like A Vice
2. Doing It Right
3. My World
4. Titanic Vandalism
5. Fake ID
6. Universal Speech
7. Keys To The City
8. The Wrath Of Marcie
9. I Never Needed It Now So Much
10. Flashlight Fight
11. Patricia’s Moving Picture

Tutto solo. Come un tempo, come agli esordi.
Sarà la stagione, sarà l’orario che confonde le abitudini di ieri con quelle di oggi, sarà il gusto di una tazza di cappuccino abbandonata di fianco al mixer, ma quest’ultima domenica di ottobre ha colori intimi. Una puntata folk, autunnale, piacevolmente monocorde, almeno nella sua prima parte.
Mi copro di foglie gialle, nella guazza abbondante di quest’alba pastello. Accanto a me si sdraia Nur. Mi racconta che per vie traverse ha cominciato ad apprezzare gli spiriti puri, mi racconta delle sue vitamine.
Il resto vi aspetta qui sotto.

1) Green Like July “The Sky Is The Key
2) The Strange Death of Liberal England “A Day Another Day”
3) My Sad Captains “Bad Decisions”
4) Crass “Do They Owe Us A Living”
5) Jeffrey Lewis “Systematic Death”
6) Annie Hall “Ghost’s Legs”
7) New Order “Ceremony (7″ version)”
8) Amari “Arpegginlove”

9) A Classic Education “Stay, Son

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #52
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Contact Lazy Sundays:
lazysundays@fastwebnet.it

E adesso facciamo sul serio.
Dobbiamo smetterla di tirare lungo e prendere tempo. Rimbocchiamoci le maniche.
Chi ci ascolta ha fame di novità e non può aspettare che noi si smetta di tirarcela…
La puntata di oggi, prima della nuova stagione e della serie “News And Loose” ci porterà in giro per il mondo alla scoperta di varie novità.
Le news parlano di Bob Mould, Deborah Harry e l’imminente film biografico sui Blondie, Einstuerzende Nuebauten e Morrissey.
Tzunami ci presenta un approfondimento sui Radiohead e la loro curiosa iniziativa “Pay What You Can” legata al nuovo album.
Axelmoloko di Indie For Bunnies ci presenta due novità, Adrian Orange e gli italianissimi Muzak.
Tommy di Lazysundays, nel suo peregrinare alla scoperta della musica indie italiana, ci fa conoscere i ravennati Amycanbe.
La vera chicca però arriva, in maniera rocambolesca, da Hong Kong. Ma noi non vi vogliamo rovinare la sorpresa e vi invitiamo ad ascoltare la puntata alla ricerca dei Violent Jokes ed il modo bizzarro con il quale vengono presentati.

Impedibile!

Come novità discografiche avremo i Foo Fighters e Ian Brown.
A proposito dell’ex leader degli Stone Roses nella prima strofa della canzone che proponiamo, Illegal Attack, quando dice “So what the fuck (detto proprio foock) is that UK….”

Tracklist:
1.Radiohead, Reckoner
2.Adrian Orange, You’re My Home
3.Muzak, If Me You Fly, I Am Your Wings
4.Amycanbe, Down Under
5.Violent Jokes, Past
6.Foo Fighters, Let It Die
7.Ian Brown (feat. Sinead O’Connor), Illegal Attacks

Mp3:
la puntata in podcast (58:01min, 54MB)

Link:
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Lazy Sundays

Axelmoloko presenta :

Indie Top Ten, decima posizione

Adrian Orange & Her Band - S/T ( K )

Indie folk incrociato con afro-beat alla Fela Kuti, e’ questo il nuovo pastiche sonoro realizzato dal fresco enfant pordige dell’attuale scena indipendente americana. Adrian Orange nasce a Portland poco più di vent’anni fa, ma vanta già un curriculum di tutto rispetto,. Dischi sotto il moniker Thansgiving, collaborazioni con Microphones e Calvin Johnson, la creazione dell’etichetta Marriage Records (YACHT, Dirty Projectors) ed ora il secondo album firmato Adrian Orange & Her Band. Ricco di intuizioni musicali ed elementi orchestrali , questo omonimo lavoro è senza dubbio l’esempio più chiaro del suo enorme, giovane, talento.

Indie Top Ten, decima posizione

Muzak - In Case Of Loss, Please Return To: ( Lizard )

Band nata nel Salento circa sette anni fa, i Muzak debuttano con “In Case Of Loss, Please Return To:” disco nel quale convergono le più disparate influenze musicali : dal post-rock al folk, dall’elettronica alla musica orchestrale. Tra le migliori realtà della nostra scena indipendente i Muzak meriterebbero almeno le stesse attenzioni riservate a giovani band straniere decisamente meno dotate. Presto su IFB un ‘intervista ed una recensione dettagliata di questo ottimo disco.

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Capita che Alex spedisca la sua e mail mensile con l’elenco delle band emergenti desiderose di promuovere i loro promo, e che io butti l’orecchio su un paio di brani dei No Second Troy, band di Washington, e quindi: “dai me ne occupo io, facciamoci spedire il disco, non mi sembrano affatto male”. Una sana dose di pop, anche leggermente patinato da come si intuiva dal loro Myspace, non mi avrebbe di certo fatto male. Poi il disco arriva nella mia casella postale e certe cose cambiano, probabilmente in peggio. Album come questi dimostrano quanto sia labile il confine tra indie e mainstream, e quanto questa definizione ormai rappresenti una moda, o meglio, un clichè in cui si identificano tanti giovani del globo terracqueo. Disco autoprodotto, quindi dovrebbe far parte di quella musica che rivendica indipendenza, almeno concettuale. Invece queste canzoni potrebbero girare in heavy rotation su MTV e accompagnare amori adolescenziali e baci rubati sulle spiagge di agosto. Si, i No Second Troy sono talmente mainstream e ammiccanti al melenso da risultare a tratti indigesti. L’attacco non è niente male, anche se le chitarre sono lustrate a lucido e la voce è sempre al limite del banale; la produzione sembra eccessivamente zuccherosa, tesa a smussare tutte le spigolosità rock che i brani comunque fanno intravedere. E’ come se gli Snow Patrol si dessero il colpo di grazia affondando definitivamente nella musica da consumo, perfetta per una puntata di O.C. o di qualunque serie tv presenti qualche giovane pseudo-ribelle che si accanisce oltremodo andando via via perdendo quel poco di buono la sorte gli ha offerto (solitamente una figa da paura con cui vive un rapporto conflittuale che sfocia in tragedie di vario tipo). Comunque qualcosa di buono c’è, qualche brano non è niente male (“Feint” , “Into Your Sun” e “One In Ten”), e comunque a parte l’eccessiva dose di zucchero, le melodie ci sono e potreste trovarlo piacevole magari ascoltandolo in auto mentre andate al lavoro e non volete che le vostre orecchie siano troppo impegnate. Ma la cosa davvero incredibile è che, nonostante “Narcotic” abbia un potenziale commerciale davvero notevole, la band non ha ancora un contratto discografico. Forse è questione di tempo ma di certo noi non seguiremo l’evolversi della situazione con molta preoccupazione.

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Narcotic [ autoprodotto - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Coldplay, Snow Patrol, Dashboard Confessional, Matchbox Twenty
Rating:
1. Feint
2. The Gardens
After Lockout

3. Burned
4. Narcotic
5. Brighten Up
6. Into Your Sun
7. One in Ten
8. Perfect
9. In the End
10. Gone
1 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 5 (1 votes, average: 4 out of 5)
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Non ci sono motivi plausibili per non ascoltare un buon disco scaricabile gratuitamente dal sito dell’etichetta che lo pubblica, la Wildgeesemusic. Per cui, la prima cosa che dovreste fare dopo aver letto queste parole, sarebbe quella di cliccare sul link apposito e andarvi a recuperare queste canzoni. E lo sappiamo che non sono indispensabili e che non scalfiranno minimamente tutte le vostre convinzioni sulla materia pop e sul cantautorato classico. Ma sono buone canzoni, semplici, e per il solo fatto di essere democraticamente e gratuitamente disponibili per tutti quanti le vogliano ascoltare, meriterebbero cinque stelle. Dei due Ep, “Over And Over Again” è quello più minimale, fatto di un pianoforte e una lenta chitarra elettrica ad accompagnare tre languide ballate dagli umori stile “collezione autunno-inverno”, praticamente di quelle canzoni che ascoltereste mentre con gli occhi state seguendo l’incedere tortuoso delle gocce di pioggia infrante sulla vostra finestra. Invece “Lovers Don’t Need”, ha una struttura più completa, le chitarre aumentano, fa capolino la batteria e le atmosfere si fanno meno malinconiche ma più cupe. Sono proprio brani come la title-track o la successiva “I Don’t Mind Taking It Slow”, ballate folk con quel piglio da vecchio rocker disperato stile Songs:ohia (con le dovute proporzioni ovviamente), ad alzare il tiro e a rivelarci le doti di un artista che probabilmente avrebbe anche qualche discreta cartuccia per venire fuori da quella piccola nicchia di appassionati che lo conoscono. Bene , ora che avete letto tutto, sapete quello che dovete fare.

Cover Album
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Over & Over (EP) / Lovers Don’t Need (EP) [ Wild Geese Music - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Erik Mattson, The Plan, Montt Mardiè, Will Oldham
Rating:
Over & Over Again (EP)
1. The Bat Is Passed
2. Over And Over Again
3. Peroxide Blonde
Lovers Don’t Need (EP)
1. Lovers Don’t Need
2. Black Come Back
3. I Don’t Mind Taking It Slow
4. Touches And Hands You A Song
5 i’m treading the ground
7 Votes | Average: 3.71 out of 57 Votes | Average: 3.71 out of 57 Votes | Average: 3.71 out of 57 Votes | Average: 3.71 out of 57 Votes | Average: 3.71 out of 5 (7 votes, average: 3.71 out of 5)
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Annie Hall suoneranno dal vivo, il prossimo 29 Novembre a Roma, al Circolo degli Artisti, all’interno della Sporco Impossibile Live Nite.

Cos’è onesto? Un piatto di pasta col pomodoro è onesto. Un piatto di pasta e un buon bicchiere di Montepulciano non pretenderanno mai di essere caviale e champagne, ma forse danno più soddisfazione di qualsiasi altra cosa. Insomma…cos’è onesto? Lo sguardo di una persona piegata a forza dalla stanchezza dopo aver lavorato duramente per tutto il giorno. Il gusto salato delle lacrime è una cosa onesta. Onestissima, cazzo. Gli Annie Hall sono onesti. Questo è un gruppo che non pretende di essere la band della vostra generazione ma, sicuramente, mette in tutto quello che fa il 100% dell’anima. E si sente. Il folk acustico di Andrea, Fabio, Giorgio e Massimiliano è puro, raffinato (”The Lost Wallet”), minimale e romantico, come si conviene o sperimentale, “giocattoloso” e “storto” (”Uncle Pig”) che Jason Lytle ne andrebbe fiero. Qualche volta mi vengono in mente i Girls In Hawaii. A volte mi vengono in mente solo le Hawaii e sulle note di “Little Room” già mi vedo sognante e malinconico andarmene via da sta cazzo di città. Entra in scena anche una tromba e un rumore alieno a rafforzare il mio pensiero di fuga e quando siamo al minuto 2 e quindici secondi della canzone e tutto cambia e si fa più jazzy e frizzante io sono già convinto appieno del potenziale di questa ottima pop-folk band bresciana. People, clap your hands for Annie Hall. And say yeah, if you like.


“ANNIE HALL - GOOD OLD DAYS [EP]” review on INDIE FOR BUNNIES

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Cloud Cuckoo Land [ Pippola Music - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Beck, Grandaddy, Yuppie Flu, Fruit Bats
Rating:
1. Ghosts Legs
2. Open 24 Hours
3. Mushrooms
4. Hugs And Kisses
5. Uncle Pig
6. Gone For Good
7. The Lost Wallet
8. Little Room
9. Another Age

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