Sab 20 Ott 2007
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Li avevano visti leccare i binari dei treni di sera: dicono che sia più eccitante del farsi un piercing nell’ombelico. Alcuni andavano in giro con vestiti realizzati cucendo assieme le buste dei surgelati, altri portavano al guinzaglio grosse rane verdognole. Magari non sarà male ripararsi da gocce di cioccolata quando s’annuvolerà, cammineremo scalzi in silenzi irreali, perché avremo la testa immersa in enormi palle di vetro, ci muoveremo con skilift metropolitani, le automobili correranno a 200 metri da terra, pagheremo con le foglie e mangiare scarafaggi bolliti sarà solo per chi è chic. Ma poi torneremo a casa, sottoterra, in caverne accessoriate e nel preciso istante in cui sentiremo chiudersi la porta alle nostre spalle, ci sentiremo soli. Esattamente come adesso. Non differentemente da mille anni fa. Ma ci saranno ancora dischi come questo in cui sprofondare totalmente. Trincerarsi in un paio di palpebre socchiuse, salita verticale verso l’arrendevolezza delle carni, vertigini ad altezze stratosferiche, cuori sdilinguiti in pochi accordi di chitarra ed una voce calda come il té delle cinque. Inizio da brivido, ‘Serpentine’ e ‘The Last Parade on Ann St.’ sono lo scatto bruciante di Asafa Powell in quel pomeriggio di Rieti, tracimante prepotenza avvolta di grazia e classe cristallina, un’invocazione ed un’implorazione a gettare all’aria convinzioni e stupori ricercati e troppo spesso costruiti per mancanza di quel ‘vero’ che muore tra le lodi spiegazzate del ruffiano di turno. Voce rugosa, impastata di cognac e miele, colorata di grigio, come gli occhi del lupo nella steppa, come il fumo di infinite sigarette che a spirale annebbiano la stanza. Ami l’acustico (’Cold Fusion’ e più di un cuore vacilla), bevi raffinato, solo whiskey irlandese gran riserva, ma tutto ti brucia e acceleri ubriaco di birra doppio malto (’Smiles Like A Fist’ e la strepitosa ‘Restless’) e mi confondi tra wurlitzer e linee di tromba che colorano la notte come lampeggianti. Mi lasci così, schiantato mentre vomito sul ciglio della strada. Poi vedo gli spiriti di Antony(and the Johnsons) cresciuto ad hamburger e patatine, che danzano con Tom Brosseau ed i Mountain Goats, ma è solo un incubo o un maledetto sogno sudato in notti troppo piccole per portare quiete e sapori di pop-corn. Non so come se la passino nel Michigan, ma so che da oggi c’è un motivo in più per interrogare l’atlante. Il futuro non ci deve far paura: è qui, dentro di noi, dentro questo disco. |
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Ottobre 20th, 2007 at 15:26
gran bel disco! e “cold fusion” è stupenda..ovviamente è la canzone più malinconica dell’album!
Ottobre 20th, 2007 at 15:53
bene fanny, me lo devo ancora predendere il disco, ma mi fido. Sarà mio.
Dicembre 31st, 2007 at 14:29
[…] “A CORK TALE WAKE” review on INDIE FOR BUNNIES […]
Marzo 28th, 2008 at 02:46
grande questo chris. ragazze, innamoratevene. dolce colto intelligente. per forza.
Marzo 28th, 2008 at 02:48
mamma mia, e non avevo ancora ascoltato ‘cold fusion’. vado a dormire contento stanotte.