Novembre 2007



Discography: MUSIC 4 LOSERS (RSVP Records - 2007)

I Trabant sono senza ombra di dubbio da annoverare tra le realtà più interessanti della nostra attuale scena indie. In attesa di gustarceli dal vivo nella capitale Sabato 1 Dicembre, ospiti del Circolo degli Artisti, e di leggere da queste stesse colonne un’attenta recensione del loro ultimo disco “Music 4 Loseres abbiamo scelto di parlare, da veri gentleman quali siamo, con Giulia, nel gruppo friulano ai controlli dei Synth.

Ciao Giulia, grazie per la tua gentilezza innanzitutto! Allora…i Trabant sono nati ai tempi della scuola, ma la formazione attuale esiste da poco più di un anno. Il materialE finito in “ Music 4 Losers “ è nato in quest’ultimo periodo di attività o risale anche alle precedenti incarnazioni trabantiane?

I brani di “Music 4 Losers”, fatta eccezione per “Milky Way” e “Waste of Time”, sono totalmente frutto dell’ultimo anno di attività trabantiana. Da quando Michele Rumiz, nostro ex cantante, ci ha lasciato, abbiamo avuto una grande crescita sia come musicisti in senso strettamente tecnico, sia a livello creativo e “Music 4 Losers” ne è il diretto risultato.

Si può dire che abbiamo acquisito una maggior coscienza riguardo la direzione che ci interessa prendere, coscienza che era sempre stata molto debole nelle precedenti incarnazioni trabantiane, vuoi per inesperienza, vuoi per il numero di componenti della band (in qualche periodo eravamo addirittura in nove!).

Anche se la rinascita dei Trabant in formazione a quattro è stata inizialmente un gioco, uno spensierato desiderio di suonare assieme, nel giro di pochi mesi, grazie ad un intenso e fortunato periodo creativo che ha visto nascere in brevissimo tempo quasi tutto il repertorio del disco, ci ha trasformati in un gruppo più forte, coerente e diretto, cosa che, a mio avviso, è stata di grande giovamento alla nostra musica, soprattutto per quanto riguarda il suo aspetto comunicativo.

Il ruolo dei synth è particolarmente importante nei vostri pezzi, anzi spesso direi fondamentale ( l’intro di “ Girlfriend/Boyfriend “ ad esempio ). Come mai – buon per te, comunque! – avete scelto di porlo così in evidenza? Che rilievo date ai synth in fase compositiva? E una curiosità: perché una ragazza viene affascinata dai sintetizzatori piuttosto che dalle strumentazioni tradizionali?

Ritengo naturale che chiunque impari a suonare uno strumento (sia maschietti che femminucce) si evolva come musicista seguendo i propri gusti musicali. Nel senso, se da piccolo impari a suonare la chitarra classica e poi, crescendo ti scopri un amante dei Sepultura, sicuramente passerai a chitarra elettrica e distorsori. Così come, se suoni il pianoforte e ti scopri amante del jazz o della dance, finirai di certo col passare ad un rhodes, un moog o ad un juno106.

Detto questo, il fatto che una donzella, e in questo caso io, rimanga affascinata da manopole e levette è una semplice e naturale conseguenza dell’avere dei gusti e degli interessi. E poi il clavicembalo era un po’ difficile da inserire nei Trabant, anche se ci ho provato. All’interno invece della band, nel corso del tempo il synth ha ricevuto una promozione da strumento di sottofondo, utile per tappeti e rafforzamento della ritmica (come viene tra l’altro spesso utilizzato in tanti gruppi contemporanei del giro indie, new wave, electro-pop), a vero e proprio strumento da prima linea.

Questo up-grade è stato determinato sia dalla necessità di riempire il buco lasciato dalla scomparsa della seconda chitarra, sia da una questione di gusti (ci piacciono un sacco le cose synthose!) e sia da una mia personale ricerca di utilizzare diversamente il synth in un genere musicale in cui tale strumento sembra avere già un suo ruolo ben definito e delimitato.

Aggiungici “some fucking attitude” e ti viene subito naturale metterlo in evidenza. In fase compositiva gli viene data più o meno importanza a seconda del brano che sta venendo fuori e delle necessità che esso richiede. Insomma, viene trattato come un qualsiasi altro strumento: a volte sta in primo piano, altre volte sta nelle retrovie.

“ Music 4 Losers “ ha generato decine di giudizi positivi quando non entusiastici, dai “ colossi “ dell’informazione indipendente ( Blow Up, Rumore ed Il Mucchio ) fino a realtà come la nostra. Eppure a leggere le vostre considerazioni sul buon momento dei Trabant sembrate volare basso, specie per quanto riguarda una possibile affermazione del gruppo anche al di fuori dei patrii confini…

Sembriamo volare basso… ma sotto sotto ce la tiriamo un casino! Ovviamente scherzo. Beh, che cosa dovremmo fare? Gasarci all’inverosimile per aver ottenuto qualche consenso? Un buon momento non è sempre un qualcosa che dura a lungo. Noi preferiamo restare concentrati su quello che ci piace fare e da cui traiamo piacere. Se poi la cosa piace, bene, ne siamo felicissimi, ma non è sicuramente per far parte di un certo giro o per diventare famosi che suoniamo. Inoltre, non siamo mai stati dei grandi promotori di noi stessi.

Se siamo su così tante riviste, il merito è sicuramente da attribuire alla nostra etichetta, la R!S.V.P. Poi per l’estero si vedrà. Chi è che non sogna tournèe negli States o in Giappone? Intanto vediamo come va sul lungo periodo qua in Italia. Trovo comunque molto interessante suonare in questo paese, quanto meno per provare a proporre, così come stanno facendo in tanti negli ultimi anni, un tipo di musica italiana diversa dal solito modo italiano di fare musica, da quel cantautorato che è sempre stato il re indiscusso della scena e che viene incarnato dai vari Pausini, Ramazzotti, Nek e chi più ne ha più ne metta.

Le liriche del disco mi sembrano improntate ad una sorta di disillusa e cinica critica nei confronti delle nuove generazioni ( “ Your Art Culture Based On Tv Sellings “, verso riportato anche nel bel booklet del cd ), di cui fate anagraficamente parte anche voi. Personalmente come vedi i tuoi coetanei? A mio avviso se è vero che sono moltissimi i giovani che mitizzano calciatori, veline e costantiniani di turno è altresì innegabile che in Italia, da un bel po’ ormai, la scena indiependente ha sempre più seguaci, in parte anche grazie alle tendenze modaiole in stile MTV ( c’è chi magari conoscendo poco e niente di musica si avvicina ai Libertines di turno per poi approfondire anche musicisti di qualità ).

Se vogliamo vederla in maniera positiva, sì, ci sono sempre più giovani che si stanno avvicinando ad una cultura qualitativamente migliore. Ma in realtà la struttura di fondo, che è poi l’oggetto dei nostri testi, non cambia molto. Nel senso che, anche se l’oggetto dell’adulazione giovanile fosse Steven O’ Malley, i fondamenti su cui si basa la nostra società continuano ad essere quelli di sempre: successo, competizione, soldi, bellezza.

Io voglio sperare che questa situazione, che per altro piace tanto in Italia vistosì che abbiamo avuto cinque anni di Berlusconi, prima o poi cambi, ma purtroppo non è quello che vedo intorno a me. E quando dico intorno a me mi riferisco alla mia fascia d’età.

Ok, se mi rinchiudo nella stretta cerchia di outsiders che bazzicano la scena indipendente/underground italiana mi può sembrare di vedere tra i giovani qualcosa di migliore o perlomeno diverso, ma la verità è che tuttora la stragrande maggioranza delle persone (di cui tanti fanno pure parte degli outsiders sopra citati) non va oltre certe concezioni. Speriam bene…

Marcello ha dichiarato che le sue influenze musicali affondano sostanzialmente le radici nella scena post punk e no wave. Tu invece cosa ascolti o hai ascoltato per filar d’amore e d’accordo col suono Trabant? Comprate ancora molti cd e siete anche voi fan del download selvaggio?

Personalmente ho sempre apprezzato molto il formato cd e ancora di più il vinile. Ultimamente, per questioni fondamentalmente finanziarie, mi sono ritrovata a comprare meno dischi di un tempo e anche a scaricare più o meno selvaggiamente da internet. Rimango però sempre dell’idea che un bel disco va acquistato.

Magari scaricare è un buon metodo per farsi un’idea di quale sarà il bel disco da acquistare, vista la quantità di musica che esce al giorno d’oggi. Fortunatamente (o sfortunatamente) tante delle cose che mi piacciono escono solo in vinile e sono alquanto difficili da reperire sul web, tipo la minimal tec. I miei ascolti sono sempre stati molto ampi: c’era un periodo della mia infanzia in cui credevo che i Beatles fossero l’unico gruppo esistente al mondo, ma presto mi sono ricreduta, pur tenendoli ancora nel cuore.

Ora ascolto molta house (Daft Punk, Justice, Boyz Noise), molta minimal tec (Aguayo, Maurizio) ma i miei preferiti del momento sono sicuramente gli Apparat. Anch’io, come il Marcello ho ascoltato e amato The Contortions, Suicide, D.N.A. , Teenage Jesus, The Jerks ma se dovessi stare a elencare tutti i musicisti e le band che mi hanno influenzata non finirei più. E poi per suonare con i Trabant basta essere dei ragazzi de borgata e non ascoltare i Gemelli Diversi.

Pur se citate Contortions, D.N.A., Can e Arthur Russel, i vostri pezzi suonano molto popular, nel senso che a differenza di queste icone del passato, una “ Milky Way “ te la canticchi di brutto anche mentre sei in macchina…In tal senso, forse, credo siano da valutare le influenze che vi hanno appiccicato addosso: Editors e Maximo Park son molto diversi da voi, ma in comune avete forse un background di influenze simili e un’innata carica pop. Tra l’altro l’unica band inglese a cui secondo me potreste forse un po’ somigliare – The Departure – non viene mai nominata…

“Milky Way” è un pezzo che risale ad un periodo in cui il principale autore dei brani era Michele Rumiz, che ha sempre avuto un animo più pop. E’ comunque vero che i nostri pezzi hanno qualcosa di appiccicoso e orecchiabile proprio del genere e, personalmente, lo ritengo uno dei pro, se non il vero e proprio cavallo di battaglia della nostra musica, assieme alla spontaneità.

A fare paragoni non sono molto brava e tanti di quelli che ci affibbiano spesso non li capisco anche perché non ascolto né EditorsMaximo Park. La nostra musica in realtà non nasce da delle influenze ben precise perché ognuno di noi ascolta generi diversi e non sempre li riporta nei brani.

In questo senso posso parlare di spontaneità della nostra musica: nessuno di noi arriva in sala prove con l’idea di fare un pezzo “alla Editors” o chi per loro, però vengono comunque fuori canzoni da canticchiare. Che ci vuoi fare, siamo fatti così! Se poi qualcuno vuole o deve fare paragoni, li faccia pure, noi non ci offendiamo, ma personalmente non mi ci soffermo neanche più di tanto.

Nelle vostre interviste citate frequentemente le attività del Gruppo Tetris di Trieste…tu che rapporto hai con questa realtà?

Io sono una semplice utente del Tetris e in quanto tale mi ritengo molto fortunata. E’ stata dura per loro creare una realtà musicale alternativa in una città vecchia come Trieste, ma ci sono riusciti. Noi fruitori e amanti di un certo modo di fare e proporre musica non possiamo che ringraziare. Put your hands in the air for Tetris Collective!
Grazie stragrazie!

Cosa si devono aspettare coloro che vengono a vedere i Trabant? Considerando che il disco gira per appena 35 minuti, suppongo facciate anche materiale più o vecchio o cover…

Cover non ne facciamo. Abbiamo però molti pezzi nuovi e non vediamo l’ora di registrare un altro album. Se venite a vedere i Trabant aspettatevi simpatici sproloqui dal Marcello, urla in faccia da chuk (the pleasure from the bass) e cassa dritta dritta in faccia dal frenetico piedino di jack (the drum). Almeno, l’intento è quello di far muovere i culi… dipende poi da quanto il vostro culo è disponibile a muoversi!

Scorrendo la sezione “ dates “ del vostro blogsite, ho notato due cose: la prima è che suonate raramente nel centro e nel sud Italia, la seconda è, se ho ben capito, a giugno avete aperto per i Devo!

Piano! Non abbiamo aperto per i Devo, anche se penso sarebbe stato il coronamento di un sogno per il nostro bassista. E’ semplicemente capitato che suonassimo nella stessa location, ovvero Azzano Decimo, Fiera della Musica. C’era un concorso per gruppi emergenti a cui abbiamo partecipato e, all’interno della manifestazione c’era in scaletta pure il concerto dei Devo. Noi in realtà abbiamo suonato dopo di loro, perché il concorso era stato suddiviso in due fasi e noi rientravamo nella seconda.

Per i nostri (anche futuri) fans e non del sud Italia, stiamo organizzando una mega tournèe ma le date non sono ancora definite. Dovete considerare che per noi abitanti delle lande desolate dell’est andare a Bologna è già come fare una transiberiana! Ma non vi preoccupate: a costo di prendere Dersu Uzala come guida e muoverci rotolando su tappeti di ceci, arriveremo. Abbiate fiducia!

Cosa si aspettano i Trabant per il futuro?

Ci aspettiamo di suonare con i Ministri e qualcosa mi dice che presto accadrà.
Ci aspettiamo che qualcuno ci dica come hanno ucciso lo zio di Mondo Marcio.
Ci aspettiamo delle avances.
Ci aspettiamo che al posto dei Finley vengano a suonare a Trieste i Justice.
Ci aspettiamo che il Marcello vada a suonare con i Sun 0))) .
Ci aspettiamo un invito ufficiale a “uomini e donne”.
Ci aspettiamo un “miao” senza apparente motivo.

Link:
TRABANT Official Site
TRABANT MySpace
RSVP Records Official Site
RSVP Records MySpace
GRUPPO TETRIS MySpace

Mp3:
Milky Way (from the album “Music 4 Losers”)

Video:

WASTE OF TIME (LIVE)

ALL YOUR FRIENDS ARE AFFICIONADOS… (LIVE)

187 PC (LIVE)

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…si ma molto meglio di Killers, Ash e Bravery messi assieme.
Se gli U2 hanno insegnato qualcosa a qualcuno nel corso degli anni ebbene quel qualcuno sono i Go Station (ok, e gli Editors…). I conigli dicono sempre la verità e il sound di questa band in effetti onestamente è fin troppo patinato e pronto per la prossima copertina, il prossimo sticker da appiccicare e la prossima acconciatura da copiare al millimetro. Gli Strokes hanno fatto scuola anche loro in fin dei conti. Qui però gli anni settanta e le giacchette di pelle striminzite non c’entrano molto. Qui siamo dalle parti dei cori da stadio stile brit pop Oasis (”Not Enough”) e una melodia pop che è perfetta per guidare con la macchina di sera in mezzo al traffico cittadino. Americani e pop con spunti melodici british anni novanta: con tutto quello che ne consegue. Gli Embrace non sono mai stati così motivati da uno spirito ribelle. E con questo ho detto tutto.

Cover Album
Band Site
MySpace
Passion Before Function [ Edge Delay - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Killers, Ash, The Bravery, Oasis
Rating:
1. All Together Now
2. Twin Six
3. Not Enough
4. Down Street
5. C’mon
6. Battle Lines
7. Next In Line
8. The Way Of The World
9. Common Ground
10. When I’m Gone
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Con Kode9, Burial rappresenta la punta di diamante della scena Dubstep, il movimento londinese nato appena qualche anno fa con lo scopo di riscrivere le leggi del (future) dub, incrociandolo con 2 step - uk garage, riverberi technoidi e breakbeat (Pinch, Skream, Shackleton), tribalismi afro-oriented (Applebim ) e fluide riflessioni sulla spazialità del suono originario (Digital Mystikz). Le molte raccolte uscite negli ultimi tempi, come la fondamentale “Skull Disco – Soundboy Punishment” ad opera di Shackleton / Applebim ed il recentissimo “Box Of Dub 2” della Soul Jazz Records, mostrano una scena vitalissima e ben lungi dalla cristallizzazione di genere. Ciò nonostante, finora ben pochi sono stati in grado di uscire dalla pur encomiabile ricerca di innovative variazioni sul tema ad uso e consumo degli appassionati del genere, per definire gli stilemi di un suono talmente unico e rivoluzionario da lasciar immediatamente intendere che ci si trova davanti a qualcosa destinata a fare storia. Rispetto per tutti i dubsteppers quindi, ma Burial è letteralmente di un altro pianeta.

Già aveva demolito ogni aspettativa con l’omonimo esordio dello scorso anno, impregnato di oscuri umori metropolitani che dall’underground inglese amplificavano le inquietudini contemporanee in tutto il globo, grazie ad una incredibile miscela di scheletrici ritmi 2 step - uk garage ed echi di dub da stazione spaziale, bassi rotolanti e profondissimi ed archi stranianti ed arricciati. Un manifesto, la fine del dub tradizionalmente concepito e la nascita dell’Hyperdub, limitante definizione di quello che è, nei fatti, un frottage sonoro allestito tra le pieghe della condizione moderna.

A fronte del consenso unanime di Burial, l’uomo senza volto continua a mantenere l’anonimato più totale: rarissime le interviste rilasciate, inesistenti i live.
Costruendo le trame di “Untrue”,Burial si spinge però ancora più avanti, realizzando un disco che pare far rivivere, dieci e più anni dopo, l’epicità che ha caratterizzato i primi lavori provenienti da Bristol e gli archetipi del Drum & Bass. Nulla a che vedere col trip-hop di Tricky ( ma siamo poi sicuri che “Maxinquaye” o un progetto come “Nearly God” siano catalogabili “solo” come trip-hop? ) o con le prime release di Goldie e Dj Hype, tuttavia i suoni che Burial genera in “Untrue” paiono evocare la portata rivoluzionaria concepita degli esordi di quegli artisti, capaci di realizzare prodigiosi linguaggi postmoderni attraverso cui cogliere lo spirito della propria epoca.

Dopo le rovine urbane prevalentemente cupe e strumentali dell’esordio, in “Untrue” è finalmente l’uomo a prendere la parola. Come una sorta di araba fenice, dalle ceneri di quel mondo fatiscente l’inglese fa rinascere la speranza attraverso la voce dell’anima, il Soul, o meglio l’Hypersoul, l’unico codice comunicativo possibile per descrivere l’esistenza umana hic et nunc. Un luminoso canto di preghiera e d’amore contestualizzato nella modernità dunque, in cui Burial, rafforzando il legame con le ritmiche 2-step ( “Near Dark” ), sceglie aeree landscape ambientali ( “Dog Shelter”, “Endorphin” ) e perfino celestiali invocazioni proto-house ( “Untrue”, “Raver” ) per dar vita ad un mondo che nella sofferenza riscopre bagliori di vitale umanità, pur se ancora costretti in liriche amare ( Holding You / Let It Be Alone / Let It Be Alone , dall’iniziale “Archangel” ) e vocals femminili spesso frammentarie e distanti ( i plumbei cieli di glitch in “Ghost Hardware” ).

Manipolando la multiforme ed inespressa potenza dell’ Hypersoul, Burial porta il Dubstep allo stato dell’arte per scrivere un trattato sonoro di sconvolgente bellezza sulla condizione umana degli anni 2000.

L’ assoluto capolavoro di questa stagione.

Cover Album
MySpace
Untrue [ Hyperdub - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Kode9, Shackleton, Tricky, Pinch, Sam Cooke
Rating:
1. Archangel
2. Near Dark
3. Ghost Hardware
4. Endorphin
5. Etched Headplate
6. In McDonalds
7. Untrue
8. Shell Of Light
9. Dog Shelter
10. Homeless
11. UK
12. Raver

Discography: LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA (autoprodotto - 2007)


Le Luci Della Centrale Elettrica suoneranno dal vivo, il prossimo 29 Novembre a Roma, al Circolo degli Artisti, all’interno della Sporco Impossibile Live Nite .

Questo che segue è quello che è fuoriuscito da un incontro tra Vasco aka Le Luci Della Centrale Elettrica, me, Tommy e Dhinus, in un pomeriggio di mezz’autunno, a Milano, in un quartiere che si è rivelato stranamente indie.

Ciao Vasco…Per presentarti un po’, volevamo fare il punto della tua storia personale come musicista e nello specifico delle “Luci della centrale elettrica”, com’è nata questa tua idea? Cosa facevi prima? Suonavi prima di questo progetto?
Un po’ come tutti ho cominciato a suonare il basso in un gruppetto punk, quando avevo 15 anni. Poi, per vari motivi e come tutti i gruppi, si è sciolto e ho continuato così, da solo, suonando la chitarra. Allora facevo già alcuni tra i pezzi del demo delle Luci Della Centrale Elettrica, alcuni me li porto dietro da un bel po’ di anni, ma li suonavo solamente in camera mia, fine a se stessi. Un giorno, un mio amico che lavora in uno studio di registrazione mi ha suggerito di registrarli che erano “buoni”, e, tra una cosa e l’altra, la gente ha incoraggiato il progetto ed è uscito il disco.

“Milano era veleno” cantava un tuo brano. Tu, ferrarese di nascita, hai deciso da poco di trasferirti proprio a Milano. E di conseguenza cambiare le parole della canzone. Spiegami un po’…
Bè, intanto non è che le mie canzoni siano così autobiografiche…E poi per varie questioni personali, avevo voglia di allontanarmi da Ferrara, Milano è un po’ un antidoto per me. Poi è una scelta reversibile, non so quanto resterò qui…

Com’è nato questo tuo album/demo?
E’ stata una cosa registrata in due giorni, un po’ così, che oggi mi sembra davvero incredibile che la gente lo ascolti, perché è stato realizzato in un container da terremotati in due giorni, dove registrano i gruppetti metal dei quindicenni di Ferrara, bevendo del Lambrusco, per 130 euro e con un mio amico che suonava la chitarra. Ed è strano che alla fine io ne abbia venduti 500-600 copie tra un concerto e l’altro, masterizzate in casa da me. E dire che non ne ero nemmeno tanto convinto del risultato finale, sono stato un periodo senza ascoltarlo e stavo già pensando di fare altre cose. La svolta è stata quando ho incontrato Moltheni a Bologna per caso alla Feltrinelli, gli ho propinato un cd e dopo due giorni mi ha detto che gli era piaciuto. Il primo concerto che ho fatto nella mia vita da solo è stato appunto di spalla a Moltheni, quindi mi è andata di lusso. Da lì ho preso anche più coraggio sulle mie stesse canzoni, perché in realtà non c’era molta gente che approvava o dissentiva, rimanevano solo tutti un po’ straniti…

E l’origine del nome? “Le luci della centrale elettrica” fa pensare di più ad un gruppo e non ad un solista, è un ambiguità voluta?
Non me la sentivo assolutamente di dare il mio nome ad un progetto, mi sembra una cosa fuori tempo. Ho sempre suonato in gruppo, con un certo tipo di mentalità, e soprattutto il mio nome non rivendica niente. Invece “Le luci della centrale elettrica” dà già uno sfondo al progetto, non sono la mia autobiografia ambulante per cui non mi interessava dargli il mio nome, e, appunto, parlo anche di altre cose, rubo dai paesaggi che vedo, dalle conversazioni dei miei amici, dai libri che leggo, dalle persone che incontro che sono queste “luci della centrale elettrica”, è una cosa corale, io non esisto, tanto che in ogni concerto vorrei essere in un angolo al buio, con qualcuno che mi proietta immagini dietro..

Esiste veramente una centrale elettrica in particolare?
A Ferrara ne esiste una, che però non è proprio una centrale, è una raffineria di non si sa cosa, una presenza monumentale che non fa vedere le stelle in tutta la periferia. Una delle cose più belle che ci sia da vedere a Ferrara.

Hai ri-registrato da poco con un personaggio quale Giorgio Canali. Come vi siete conosciuti? Cosa ha aggiunto al tuo lavoro?
Ho avuto questa possibilità indispensabile per l’uscita del disco. Ho incontrato Giorgio Canali per caso, sapevo che abitava a Ferrara ma non lo conoscevo di persona, ho sempre ascoltato i suoi dischi. Gli ho dato il mio album e quando ci siamo rincontrati dopo tre mesi ad un live degli Zen Circus a cui io suonavo di spalla, mi ha detto che gli era piaciuto molto e che avrebbe voluto fare con me la registrazione del disco. Ed è stata una fortuna perché altrimenti io non avrei trovato nessuno disposto a mettere dei finanziamenti in questo mio progetto, per quanto ci sia stata comunque molta attenzione intorno, poiché le etichette indipendenti vogliono al 99% dei casi un disco già registrato con il master fatto…Il disco comprende metà pezzi del demo e metà nuovi, si mantiene sempre abbastanza “grezzo”, chitarra acustica, chitarra elettrica, senza batteria, rimangono canzoni da spiaggia deturpate. Giorgio Canali ha messo qualche chitarra, in modo che suoni di più la parte strumentale, ma non è intervenuto sulla voce.

Si sa già una data di uscita del disco? Hai già contatti con delle etichette?
Spero esca tra febbraio/marzo/aprile. Le etichette in realtà si sono fatte sentire nell’ultimo mese. Penso troverò quella con cui voglio uscire, e in caso contrario io sono tutt’ora dell’idea di far uscire il disco con un’etichetta mia, tanto basta aprire un Myspace ed è fatta…Penso che l’album verrà pubblicato come un libro, in cui raccolgo gli scritti, magari un po’ rielaborati, pubblicati per ora solamente solo sul mio blog (http://lelucidellacentraleelettrica.blogspot.com/) che è comunque parte integrante del mio progetto.

Parliamo di tutte queste influenze che si leggono nella tua pagina myspace…Fabrizio De Andrè, i fumi della Montedison, “Fiducia nel nulla migliore” di Moltheni, i CCCP, Rino Gaetano, i Baustelle, i fluxus, le straordinarie avventure di Penthotal e Andrea Pazienza, De Gregori, Enrico Grezzi, Tondelli, tua mamma che canta Battisti…
Battisti è importante…E poi tutte le altre (anche se tengo di più ai fumi della Montedison). Mi dispiace vedere che diversi gruppi sembra parlino solo delle influenze musicali che hanno, perché l’unica cosa che penso ascoltandoli è che si sono ispirati a questa band piuttosto che ad un altra. A me ispira molto di più una persona che incontro o un fatto che accade; le mie canzoni saranno molto più ispirate dal fatto che adesso stanno “cadendo dai cieli fogli di via” più che in qualsiasi altro periodo, come ai bei vecchi tempi italiani. Mi dispiace quando le conversazioni musicali vertono solo sui gruppi musicali, perché stiamo creando una nicchia che con la cosiddetta realtà ha niente a che fare, cioè la musica per la musica non mi interessa per niente.
I Fluxus, ad esempio, sono un gruppo che stimo tantissimo, assolutamente sottovalutato nel panorama contemporaneo. Penso che abbiano descritto gli anni 90 come nessun altro, io li metto davanti a tutti quelli che poi sono diventati i gruppi più importanti del rock italiano.

Nei tuoi testi ci sono spesso dei riferimenti a luoghi (città molto diverse come New York e Belgrado, ma anche la stazione Termini, i garage di Milano nord, etc.) Quasi come se la storia che un luogo può raccontare fosse altrettanto forte di quella che può raccontare una persona. Quanto conta la fascinazione dei luoghi nella scrittura dei tuoi pezzi? Sono sempre luoghi vissuti in prima persona che hai voluto fissare in una canzone, o anche luoghi immaginati?
I luoghi contano tantissimo, sono sempre luoghi vissuti da me o da altri, perché sono comunque memorie che ci sono state comunicate. Poi sicuramente i posti in cui vivi cambiano l’approccio a come scrivi e a come vedi le cose.

Ho avuto la fortuna di vederti un paio di volte live insieme a Dente, cantautore pop nato a Fidenza e trasferito anche lui a Milano. Esperienze comuni, insomma. Avete un’affinità assolutamente molto divertente, ce ne parli un po’?
Dente l’ho conosciuto tramite Myspace, ho sentito i suoi pezzi che mi piacevano tantissimo e ci siamo scritti. Poi ero a Milano un giorno che lui suonava in un locale, e gli ho chiesto “Ma se vengo a suonare prima del tuo concerto?” lui ne è stato entusiasta, alla fine da lì è nato il primo concerto, da allora ci siamo proposti noi qualche volta insieme, altre volte ci chiamano solo in coppia, e ci troviamo benissimo.

Cosa ascolti in camera tua e cosa canti sotto la doccia?
La cosa più “allegra” che ascolto e che mi mette più di buon umore sono assolutamente i Diaframma, però da quando ha cominciato a cantare Federico Fiumani. Adesso ho registrato un pezzo suo per una compilation che sta facendo proprio Fiumani di suoi pezzi rifatti, tra cui, oltre a me, ci sono anche Dente e i Baustelle, che uscirà l’anno prossimo.

Le luci della centrale elettrica si esibirà live giovedì 29 novembre al Circolo degli Artisti a Roma, per la serata di Sporco Impossibile.
Invito chi non l’avesse mai visto dal vivo ad accorrere subitamente all’evento.
L’intervista si può ascoltare nella versione integrale sul poadcast di Lazysundays di domenica 18 novembre.
Ringrazio Vasco, Tommy e Dhinus, per la pazienza, le tazze di thè, la collaborazione.

Link:
Le Luci Della Centrale Elettrica Official Site
Le Luci Della Centrale Elettrica MySpace
“LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA - S/T” review on INDIE FOR BUNNIES

Mp3:
La Gigantesca Scritta COOP (from the album “Le Luci Della Centrale Elettrica”)
Fare I Camerieri (from the album “Le Luci Della Centrale Elettrica”)
Stagnola (from the album “Le Luci Della Centrale Elettrica”)
Piromani Si Muore (from the album “Le Luci Della Centrale Elettrica”)

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA Live @ Lazysundays



A Parigi sono i giorni del festival Les Inrockuptibles, organizzato dalla celebre rivista, e che per quattro sere riempie le varie sale da concerto e locali della città con cast di notevole livello. Stasera alla Cigale sono in programma Editors, The Noisettes, Los Campesinos!, Elvis Perkins. Insomma, niente male per una giornata di un festival autunnale al coperto.

Il primo a salire sul palco è Elvis Perkins. Sappiate che è newyorchese, che è il figlio di Anthony Perkins, protagonista di “Psycho”, morto di aids nel 1992, e che sua madre era su uno degli aerei che l’11 settembre 2001 è finito su una delle torri gemelle. Sappiate che le sue canzoni sono meravigliose: trasudano storie dolorose e senso di perdita, profumano di foglie gialle e bagnate e dei giorni freddi dell’autunno di New York. Dentro ci trovate momenti più intimisti e strettamente cantautoriali e momenti in cui la band si fa più sentire, con fiati e grancassa, e allora tutto sembra ricordare il suono di una banda di paese. Dopo i primi tre accordi la Cigale è in assoluto silenzio, come rapita, ad ascoltare le canzoni del primo album di Elvis. Forse non saranno originali queste canzoni all’incrocio immaginario tra un Dylan e un Elliott Smith, ma hanno una forza comunicativa straordinaria: arrivano dritte al cuore, senza troppi fronzoli, e ti si incollano addosso. Quando si riaccendono le luci il pubblico non smette di applaudire. E io ne sono convinto: Elvis Perkins è uno dei migliori autori americani di oggi.

Il tempo di smontare e rimontare il palco e si cambia decisamente atmosfera. Tocca ai Los Campesinos! di Cardiff, ennesima promessa del rock d’oltremanica. Prendete Broken Social Scene, Pavement, Arctic Monkeys, Belle And Sebastian e mettete tutto in un frullatore. Ne esce qualcosa di molto simile a queste canzoni, che alternano rock spigoloso a voci al caramello, ritmi folli e violino e xilofono, caos sonoro e coretti twee. Il loro è un live pieno di entusiasmo e di euforia ventenne, disordinato e caotico, ed è giusto ed è bello che sia così. L’euforia che ci mettono è contagiosa, il prodotto che propongono è finalmente originale e l’hype che da qualche mese li circonda per una volta è più che giustificato. L’album dovrebbe uscire nei primi mesi del 2008 per Wichita e, pochi dubbi, se ne parlerà molto

Il terzo gruppo a salire sul palco sono i Noisettes. Il suffisso –ettes e la cantante che si presenta sul palco con una parrucca degna della Moira Orfei dei tempi migliori non farebbero presagire niente di buono. E invece niente di più sbagliato. La cantante-Moira Orfei imbraccia il basso e i tre attaccano un garage rock con venature soul spigoloso, ruvido ed eccezionale. Questi ti rovesciano addosso barili di energia ed è impossibile restare fermi. Il loro live ha tutto quello che si può chiedere a un concerto rock: il ritmo è serratissimo, la cantante Shingai Shoniwa (origini dello Zimbawe), oltre ad essere bellissima (senza parrucca), ha una presenza scenica formidabile e una voce che ricorda Billie Holiday applicata al rock e dopo tre pezzi scende a cantare in mezzo al pubblico, i riff sono quelli giusti, alla White Stripes e il batterista è una macchina da guerra. Il loro disco è uscito a inizio 2007e in italia se n’è parlato pochissimo. Ed è un vero peccato.

Headliner della serata sono gli Editors. Tom Smith e soci sono oramai uno dei gruppi più affermati della scena inglese e sul palco portano un live rodatissimo, solido e pressoché perfetto. La voce di Tom Smith è talmente incredibile che gli si perdona perfino quella trance agonistica, quei simil attacchi epilettici, quelle braccia protese verso il pubblico in gesti incomprensibili, i salti sul e dal pianoforte che francamente sembrano un po’ eccessivi e non proprio simpatici. I pezzi funzionano che è una meraviglia e dal vivo le melodie pop di “An End Has A Start” riescono ancora più potenti e profonde. Su tutti “Smokers Outside The Hospital Doors”, con cui aprono i bis, tiratissima e liberatoria, con le chitarre che tagliano l’aria ed esplodono in un crescendo da lasciare senza fiato con le luci del palco accese ad abbagliare il pubblico. Degna conclusione di una bellissima serata di musica.

Link:
ELVIS PERKINS Official Site - ELVIS PERKINS MySpace
LOS CAMPESINOS! Official Site - LOS CAMPESINOS! MySpace
NOISETTES Official Site - NOISETTES MySpace
EDITORS Official Site - EDITORS MySpace
“EDITORS - AN END HAS A START” review on INDIE FOR BUNNIES
“EDITORS LIVE @ SUMMERCASE - BARCELLONA” live report on INDIE FOR BUNNIES
“EDITORS LIVE @ CARLING ACADEMY (London, 09/10/2007)” review on INDIE FOR BUNNIES

Mp3:
Elvis Perkins - Doomsday (live version)
Elvis Perkins - Live on KEXP from SXSW
Elvis Perkins - Live on KEXP with Dr. Dog and Cold War Kids
Los Campesinos! - We Throw Parties, You Throw Knives (from the EP “Sticking Fingers Into Sockets”)
Los Campesinos! - C Is the Heavenly Option (Heavenly cover)
Los Campesinos! - Don’t Tell Me To Do The Maths (from the EP “Sticking Fingers Into Sockets”)
Noisettes - Mind The Gap (from the album “What’s the Time Mr. Wolf?”)
Editors - Live On KEXP
Editors - Orange Crush (R.E.M. cover)
Editors - An End Has A Start (Boom Bip Remix)

Pictures from the NITE:
Elvis Perkins : Picture1 - Picture2
Los Campesinos : Picture1
Noisettes : Picture1 - Picture2
Editors : Picture1 - Picture2

Video From The NITE:
Elvis Perkins

Noisettes

Editors

7 Votes | Average: 3.86 out of 57 Votes | Average: 3.86 out of 57 Votes | Average: 3.86 out of 57 Votes | Average: 3.86 out of 57 Votes | Average: 3.86 out of 5 (7 votes, average: 3.86 out of 5)
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Guardate che è tutta una questione di punti di vista. Vista da qui l’Islanda c’appare placida, solitaria, distaccata dal baccano globalizzato, mite, minimale, molto chic ed icona del ‘meglio’ a cui una società ingarbugliata come la nostra potrebbe e dovrebbe aspirare. Ma, come già detto in precedenza, ciò che a noi appare tondo ad altri appare spigoloso.

Prendete gli Inuit, la popolazione che abita le coste della Groenlandia, il colosso di roccia e ghiaccio di proprietà di sua maestà il re di Danimarca. Abituati a silenzi infiniti e a ritmi di vita in simbiosi con l’aspro territorio, sgualciti solamente da intermittenze naturali, essi vedono con notevole preoccupazione la vicinanza della piccola isola, che per un genitore rappresenta ciò che Ibiza è per una qualsiasi mamma continentale.

. E come dargli torto. Su pochi chilometri quadrati si addensa la più alta percentuale di band del pianeta, non c’è islandese che non suoni un qualche strumento e che non abbia un contratto con le più prestigiose case discografiche del mondo. Certo verrebbe difficile paragonare ad esempio i Seabear ad uno sguaiato Coccoluto, ma tutto è relativo baby.

Dietro il marchio Seabear si cela il nome di Sindri Mar Sigfusson, chitarrista e musicista a tutto tondo che in passato ha anche accompagnato i conterranei Sigur Ros nei loro tour su e giu per il globo, il quale col suo album d’esordio è subito finito sotto le teutoniche grinfie di casa Morr (mica pizza e fichi…).

Delicato come i Page France più ispirati, ma con l’aggiunta di un violino e di piccole sezioni di pianoforte nonchè di xilofoni, campanellini e handclapping sparsi, questo disco si fa strada senza troppa difficoltà tra padiglioni auricolari in cerca di cure amorevoli, forte anche di una produzione impeccabile, che fa suonare il tutto in maniera pulita e calda, spandendo un senso di familiarità e profondità davvero notevoli.

Con il fare di chi confida un segreto Sindri canta leggero, come un Ray LaMontagne astemio o come un Sam Beam (Iron&Wine) col giubbotto pesante, cercando la grazia degli alberi e il profumo nascosto dal gelo dei fiori d’inverno. Verrebbe da obiettare che il panorama musicale odierno è saturo di questo tipo di sonorità, ma è proprio il gran talento a far diventare escrescenza di beatitudine la superficie piatta e monocorde. Un gran bel ritmo stimolante per il vostro gulliver spaziale s’addensa dalle parti di ‘Seashell’ o per i saliscendi morbidi di “Cat Piano”, giusto per dare qualche lezione di leggerezza (oh Dea sublime in eterno affanno!) a chi la confonde con la superficialità.

E’ un mondo colorato con pastelli di cera (”I Sing I Swim”), intinto di atmosfere fiabesche (”Owl Waltz”), ma mai zuccherose al limite del diabete, come se una patina di ghiaccio smorzasse qualsiasi eccesso rendendo il tutto assai nostalgico e granitico. Un disco che conferma una volta di più che il futuro è a Nord e che da certe verità non si scappa. Ed allora un giorno di questi volerò a Reykjavik ad aprire un negozio di chitarre. Altro che chioschetto di granite alle Hawaii…..

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The Ghost That Carried Us Away [ Morr - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Iron & Wine, Benni Hemm Hemm, Page France
Rating:
1. Good Morning Scarecrow
2. Cat Piano
3. Libraries
4. Hospital Bed
5. Hands Remember
6. I Sing I Swim
7. Owl Waltz
8. Arms
9. Sailors Blue
10. Lost Watch
11. Summer Bird Diamond
12. Seashell
5 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 5 (5 votes, average: 4.6 out of 5)
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La foto di copertina di “Rose Kennedy”, esordio di Benjamin Biolay, racconta tutto quello che c’è da sapere sul cantautore francese. Pontile d’inverno, cielo grigio, spiaggia deserta, lui che malinconicamente assorto fuma una sigaretta riparato dal suo cappotto nero. Fin dagli inizi infatti la musica di Biolay è tutta un’affascinante, intima ed ombrosa costruzione di voce, fiati, chitarre acustiche e pianoforti al servizio di colui che riteniamo sia il miglior rappresentante tra i nouveau chansonnier française.

“Rose Kennedy” resta però il lavoro migliore della discografia del trentaquattrene, il più fresco ed insieme più compiuto, grazie a brani-concept quali “Novembre Toute L’Annee”, “La Monotonie” e soprattutto la commovente “Rose Kennedy”. Il secondo album è un doppio dal titolo “Négatif”, bello e maggiormente aperto a sonorità “altre” rispetto al modello cantautorale di Biolay, rivolto tanto verso icone del passato quali l’immancabile Gainsbourg quanto a stelle nascenti come Keren Ann. Con la giovane israelo-olandese ( che ai tempi onestamente credevo fosse francese… ) partecipa alla stesura della “Biographie De Luka Philipsen”, debutto della Ann, che contiene la splendida “Jardin D’Hiver” poi ripresa dal redivivo ultraottantenne Henri Salvador nell’album “Chambre Avec Vue”.
Il successivo “Home “, condiviso con la moglie Chiara Mastroianni, è un mezzo passo falso registrato, vogliamo credere, più per condividere la propria vena artistica con la moglie che per reale convinzione personale, dacché i duetti del disco convincono ben poco dall’inizio alla fine.

Nel 2005 arriva “A L’Origine”, lavoro che rispetto al passato imbocca in più di un’occasione la strada dell’indie rock chitarristico ( si ascolti in tal senso la traccia numero due “Ma Chair Est Tendre” ), pur mantenendo ben salda l’assorta matrice di chansonnier di razza. Non un mutamento definitivo, ma piuttosto la volontà di misurarsi con altre sonorità, distanti dal classicismo degli esordi ma altrettanto gradevoli e ben confezionate. Nonostante una furba perla come “Mon Amour M’A Baisé”, che strappa lacrime d’amore anche dopo averla risentita mille volte, ed il delizioso duetto retrò con Francoise Hardy “Adieu Trist Amour”, il disco, accolto in modo tiepido dalla critica, vende assai poco rispetto ai precedenti.

Dopo due anni di inquieta riflessioni, da qualche giorno la Virgin ha licenziato “ Trash Yé Yé “, album che ci restituisce un Biolay in gran forma. Messe da parte le chitarre indie e le dub-berie talvolta fuori luogo del precedente, il francese torna a riproporre l’elegante cantautorato degli esordi, una direzione intuibile fin dall’iniziale “Bien Avant”, delicato quadretto folk per chitarra acustica e voce sussurrata. Più avanti ( “Dans Ta Bouche” ) Biolay torna a flirtare con violini e pianoforti – arrangiati in maniera impeccabile – tirando fuori dal repertorio un gioiellino tierseniano come “ Dans La Merco Benz “ , una chanson tormentata quale “La Garconièrre” e i riverberi disco settanta di “Qu’est-ce Que ça Peut Faire”.

Oltre a possedere il classico alone da francese intellettuale, bello e maledetto, che pare uscito da una pellicola della Nouvelle Vague, Biolay dispone – bontà sua – di un talento artistico sopra la medie. Speriamo sinceramente che “Trash Yé Yé” possa farlo apprezzare anche al di fuori dei confini nazionali, dopo quattro album di ottimo livello se lo meriterebbe decisamente.
Bonne chance, chanteur chic.

Cover Album
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Trash Yé Yé [ Virgin / EMI - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Gainsbourg & Birkin, Francoise Hardy, Coralie Clement, Keren Ann, Joseph D’Anvers, Yann Tiersen, Dominiqué A.
Rating:
1. Bien Avant
2. Douloureux Dedans
3. Regarder La LumiÈRe
4. Dans Ta Bouche
5. Dans La Merco Benz
6. La GarÇOnniÈRe
7. La Chambre D’Amis
8. Qu’est Ce Que ÇA Peut Faire ?
9. Cactus Concerto
10. Rendez Vous Qui Sait
11. Laisse Aboyer Les Chiens
12. De Beaux Souvenirs
13. Woodstock
2 Votes | Average: 2.5 out of 52 Votes | Average: 2.5 out of 52 Votes | Average: 2.5 out of 52 Votes | Average: 2.5 out of 52 Votes | Average: 2.5 out of 5 (2 votes, average: 2.5 out of 5)
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La definizione di “horror vintage” è sicuramente la più adeguata per definire il nuovo film di Pupi Avati, tornato all’horror, il suo primo amore, dieci anni dopo L’arcano incantatore. Le atmosfere restano le stesse di opere precedenti come La casa dalle finestre che ridono, e pure se cambia l’ambientazione – dall’Italia agli Stati Uniti – anche questo film si svolge in provincia. Anzi, se possibile il set della cittadina dello Iowa aumenta quel senso di gotico (nelle linee del celebre quadro di Grant Wood) esemplificato dalla Snakes’ Hall, dimora in cui si svolge gran parte de Il nascondiglio, vera e propria casa sulla collina e tipica Haunted House, luogo ricorrente della narrativa di genere.
Per questo la definizione “vintage” trova una precisa collocazione, perchè il film di Pupi Avati sembra davvero appartenere ad un’altra epoca cinematografica, molto più vicina alle pratiche degli anni settanta che non a quelle contemporanee: ha piuttosto le sembianze di un singolare ed inconsapevole lavoro filologico sui modi e sui tempi della paura, realizzato con la perizia di un artigiano.
La sensazione di un film passato non la danno tanto gli arredi antichi e pesanti, o l’abbigliamento austero e demodè di Laura Morante, ma soprattutto il ricorso del regista a maestranze di lunga esperienza, come il contributo di Riz Ortolani alle musiche, vecchia gloria del giallo/horror italiano. Contrariamente alla tendenza del nostro cinema, che insegue un’autorialità spesso pretestuosa, Pupi Avati sfrutta il credito del suo nome e si permette di girare un film che non solo è dichiaratamente di genere, ma addirittura scava proprio nei suoi luoghi comuni e nei suoi codici, mostrando una profonda conoscenza del meccanismo.
Il nascondiglio non ha nessun effetto speciale e mostra pochissimo sangue, si limita ad usare la borsa dei vecchi trucchi, tra luci che vanno e che vengono, pareti che ballano e voci infantili che si odono attraverso i muri, fino al dettaglio dell’ovale di legno che rotola dal grande scalone buio, richiamo esplicito a Shining e ad ogni film con protagonista una casa “viva”. Per questo conserva una bellezza insolita, quasi polverosa, come i mobili imballati della Snakes’ Hall, luogo inquietante sin dalla prima apparizione (e ovviamente la donna andrà a viverci attirata dall’affitto incredibilmente basso, altra situazione tipo…)
Colpisce per il modo in cui ogni dettaglio predichi umiltà, tanto da far stonare la voce troppo accademica ed esagitata di Laura Morante, e come il film punti non tanto alla sorpresa, quanto alla costruzione dell’atmosfera, tralasciando del tutto la verosimiglianza dell’intreccio in favore di una fascinazione visiva che stringe lo spettatore sin dai primi minuti.
In Italia, è un viaggio nel tempo che resterà purtroppo un caso isolato ed insolito.

Locandina
Interpreti: Laura Morante, Burt Young, Rita Tushingham, Treat Williams, Yvonne Sciò, Sidney Rome
Durata: 100’
Prodotto da: Rai Cinema
Distribuito da: 01 Distribution
Durata: 100′
Italia, 2007

TRAILER:

3 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 53 Votes | Average: 3.33 out of 5 (3 votes, average: 3.33 out of 5)
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Dal 2003 i fratelli Matthew ed Eleanor Friedberger non sbagliano un anno.
E così eccoci giunti anche all’album del 2007, “Widow City”. Il consueto album annuale dei Fiery Furnaces.
Sembra passato così tanto tempo da “Blueberry Boat”, l’album che li ha portati sulla bocca di tutti, eppure non è così. E’ strano perché come lo fanno i Fiery Furnaces, non lo fa nessuno. Mi spiego. Se per molti gruppi il secondo o il terzo album è solamente una riproposizione di suoni già macinati e apprezzati negli album precedenti con l’immancabile caduta nella ripetizione, i fratellini dell’ Illinois, pur essendo giunti al loro quinto lavoro più qualche Ep e compilation, hanno il dono del continuo rinnovamento.
Queste sedici tracce giocano sempre all’interno della matrice musicale che li contraddistingue, è vero, ma ogni volta è diverso. Suoni densi, ritmati, stratificati, punk misto al garage misto al rock, con influenze anni 70 un po’ ovunque. Senza allontanarsi troppo dall’elettronica. Ah, giusto, dimenticavo il pop.
Indefinibili. Ci ho pensato spesso, ma trovare un genere sotto cui classificarli o un gruppo a cui paragonarli è dura impresa.
E quindi mi accontento di sapere che le loro sonorità sono uniche.

“Widow City” è frutto degli eccezionali e virtuosi componimenti di Matthew (regista) e della voce coinvolgente ed eclettica di Eleanor (attrice): l’uno il complementare dell’altro, una perfetta intesa di sguardi e pensieri che convoglia in brani che sono dei piccoli capolavori. L’unica pecca (o forse la loro salvezza) è che ogni canzone vive per se stessa, ha il suo numero nella tracklist dettato dall’alto, ma non ci conduce da nessuna parte. La prima tappa del viaggio è “The Philadelphia Grand Jury” che fa un po’ da introduzione al disco: un basso suona, poi le note si fanno più dolci e melodiche, da lente a veloci, qualche chitarra, una batteria in loop che scandisce il tempo e la voce di Eleanor che alterna cantato a vere e proprie parti recitate. Più di sette minuti (gran parte strumentali) che ci lasciano assaporare di che pasta sono fatti i Fiery Furnaces. Tutte le altre tracce sono molto più brevi, passando per “Automatic Husband” che alterna momenti musicali (fragorosa batteria e chitarre distorte) a quelli solo recitati (con tastiera di sottofondo) quasi fosse un rituale magico, che sfocia quasi naturalmente nella successiva “Ex-Guru”, la qualche però tocca note più melodiche.
“Clear Signal From Cairo” è una strana canzone. Inizio quasi rock-progressive, poi sostituito dalla voce nevrotica di Eleanor, poi ritornano le distorsioni, poi di nuovo Eleanor, poi entrambe. Eclettici i Fiery Furnaces. Ma mentre siamo ancora frastornati da questi suoni, ecco che parte “My Egyptian Grammar” la più melodica dell’album, forse la più vicina al loro lavoro “EP”, che si concede un suono dolce tra tastiere e arpe. I suoni ritornano effettati e distorti, tra chitarre e bassi in “The Old Hag Is Sleeping” e “Japanese Sleepers”, fino a “Navy Nurse” e “Uncle Charlie”, anche queste con un sapore progressive di fondo.
“Restorative beer” porta quiete apparente, un ritornello quasi pop (se paragonato al resto dell’album) che va in crescendo, per poi ridiscendere velocemente a suon di basso, che ha la meglio invece nella successiva “Wicker Whatnots”.
Poi arrivano le tre tracce finali “Cabaret Of The Seven Devils”, “Pricked In The Heart” e “Widow City”: sembra che i due fratellini siano tornati sulla retta via e che la redenzione sia vicina. Spariscono le distorsioni più elaborate e i suoni più cupi, le tastiere tornano a farsi sentire ad accompagnare il solito recitato di Eleanor (che qui ci ricorda molto Patti Smith).

Forse è uno dei lavori più complessi per i Fiery Furnaces, o per lo meno tra i più elaborati.
Da ascoltare con attenzione per capirne tutti i misteri.


“FIERY FURNACES - BITTER TEA” review on INDIE FOR BUNNIES

Cover Album
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Widow City [ Thrill Jockey - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Kills, Dresden Dolls, Captain Beefheart, Pj Harvey, Patti Smith
Rating:
1. The Philadelphia Grand Jury
2. Duplexes Of The Dead
3. Automatic Husband
4. Ex-Guru
5. Clear Signal From Cairo
6. My Egyptian Grammar
7. The Old Hag Is Sleeping
8. Japanese Slippers
9. Navy Nurse
10. Uncle Charlie
11. Right By Conquest
12. Restorative Beer
13. Wicker Whatnots
14. Cabaret Of The Seven Devils
15. Pricked In The Heart
16. Widow City

Finisce una settimana frenetica, intensa, importante. Vissuta ai concerti. Dall’attesissima emozione The National, ai volumi troppo timidi dei Fujiya & Miyagi. Ma vissuta anche sulle pagine dei blog e delle webzine, tra gli annunci di chi nasce, un’etichetta, e di chi, all’improvviso, risorge.
E finisce con la musica, perAltro. La nostra e non solo. Scegliete voi questa sera se farvi augurare la buona notte dai vestitini a fiori delle Au Revoir Simone, le “Ragazzine”, come le chiama qualcuno, o dai neozelandesi Brunettes, che salutano l’Italia e Anais (auguri!) suonando al Mattatoio di Carpi.

Ps: La foto è piuttosto inguardabile, ma potrebbe essere confusa per un mash-up di una foto-live dei The National con la copertina di Loveless. ;)

1) The National “Abel”
2) Manhattan Love Suicides Last Stand
3) My Bloody Valentine Sometimes”
4) Japancakes “When You Sleep”
5) Altro “Quadro a.”
6) Fake P “Bele Legs”
7) Fujiya & Miyagi “Electro Karaoke”
8) The Brunettes “Her Hairagami Set”
9) Mogwai “Gouge Away(thx umanuvem & stereogum)

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