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“È bello che ci sia ancora qualcuno che suoni queste cose…”
Così ebbe a dirci alla fine degli anni settanta un promoter punk che chissà perché ci aveva fatto suonare nel suo locale–noi facevamo una musica freak-cosmico-indianeggiante, pensa un po’…
Cambiando quel che c’è da cambiare, questa battuta si addice perfettamente al signor Swift, californiano di trent’anni giusti, il quale ha ascoltato per bene i dischi di suo papà, digerito il tutto e partorito il suo progetto solista giunto ormai al terzo disco, e quindi bello maturo.
Benvenuti dunque al passato! Echi di un’America lontana nel tempo, quella che ascoltava la radio grande come un comò; suoni evidentemente riconducibili all’easy pop degli anni a cavallo tra i sessanta e i settanta: Harry Nillson (chi ricorda “Everybody’s Talking?”), Beatles (più dal lato McCartney che non Lennon, sicuramente non da quello Harrison…), Mungo Jerry–ascoltare per credere “The Songs of National Freedom”.
Ma se la musica è confortevole e rassicurante come un paio di vecchie, morbide, calde pantofole (epperò il brano migliore, “Buildings In America”, a metà prende una bella piega distorta…), i testi sono malinconici e amari, cuori spezzati senza ragione e solitudini da notturno urbano, come in un quadro di Hopper…
Swift si inserisce bene nel vastissimo filone dei nuovi cantautori un po’ crooners di un’America che corre, corre, senza sapere davvero dove stia andando, tra guerre, catastrofi ambientali, profitti giganteschi e nuovi poveri.
Ma questo filone contiene tanti begli animaletti, che al tempo stesso mantengono una tana nelle radici ricche e profonde della grande quercia americana e contemporaneamente esplorano nuovi anfratti a destra e a manca… Insomma, se proprio debbo dire, preferisco ascoltarmi il Devendra Banhart dei primi dischi…
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8 novembre 2007 @ 17:03
Bene, conosco l’artista in questione e non mi dispiace afftto. ottimo esordio dj flux, benvenuto tra noi.
8 novembre 2007 @ 17:13
Un benvenuto al ” Maestro ” Fulvio aka Dj Flux, nostro futuro mentore in ambito avant…!
8 novembre 2007 @ 22:42
Dopo quasi un mese trascorso in “rehab”, Pete Doherty ha ceduto: si è bucato di nuovo. E, per di più, si è iniettato una dose di eroina ripreso da un telefonino. La sua etichetta discografica ha parlato di “delusione”, ma anche di “speranza” che la mossa falsa possa farlo ravvedere. Un primo effetto si è già avuto: il cantante dei Babyshambles ha deciso di farsi nuovamente ricoverare ed è già tornato in clinica. Drew McConnell, il bassista dei Babyshambles, ha detto: “Quando uno è appena uscito dalla clinica, cerca di rimanere ‘pulito’ con tutta la sua forza; certo che se incontra uno str**zo con una borsa piena di ‘roba’ ed un telefonino con videocamera, dev’essere molto difficile dire di no”. Tuttavia McDonnell è fiducioso: “Alla fine ce la farà a smettere, è capacissimo. Il ragazzo ha bisogno di aiuto a livello professionale, ed il fatto che quell’aiuto lo stia cercando è un gigantesco passo nella giusta direzione”. Occorrerà adesso vedere se il nuovo ricovero dell’ex co-leader dei Libertines inciderà sull’imminente tour dei Babyshambles, la cui prima data è prevista per il prossimo 22 novembre.
9 novembre 2007 @ 01:08
Ma questo si fa da 10 anni ancora non è morto?
9 novembre 2007 @ 10:54
e sarebe pure ora!!
(scusate ma oggi mi sento stronza)
9 novembre 2007 @ 12:56
benvenuto dj!