SEABEAR
The Ghost That Carried Us Away

Guardate che è tutta una questione di punti di vista. Vista da qui l’Islanda c’appare placida, solitaria, distaccata dal baccano globalizzato, mite, minimale, molto chic ed icona del ‘meglio’ a cui una società ingarbugliata come la nostra potrebbe e dovrebbe aspirare. Ma, come già detto in precedenza, ciò che a noi appare tondo ad altri appare spigoloso.
Prendete gli Inuit, la popolazione che abita le coste della Groenlandia, il colosso di roccia e ghiaccio di proprietà di sua maestà il re di Danimarca. Abituati a silenzi infiniti e a ritmi di vita in simbiosi con l’aspro territorio, sgualciti solamente da intermittenze naturali, essi vedono con notevole preoccupazione la vicinanza della piccola isola, che per un genitore rappresenta ciò che Ibiza è per una qualsiasi mamma continentale.
E come dargli torto. Su pochi chilometri quadrati si addensa la più alta percentuale di band del pianeta, non c’è islandese che non suoni un qualche strumento e che non abbia un contratto con le più prestigiose case discografiche del mondo. Certo verrebbe difficile paragonare ad esempio i Seabear ad uno sguaiato Coccoluto, ma tutto è relativo baby.
Dietro il marchio Seabear si cela il nome di Sindri Mar Sigfusson, chitarrista e musicista a tutto tondo che in passato ha anche accompagnato i conterranei Sigur Ros nei loro tour su e giu per il globo, il quale col suo album d’esordio è subito finito sotto le teutoniche grinfie di casa Morr (mica pizza e fichi…).
Delicato come i Page France più ispirati, ma con l’aggiunta di un violino e di piccole sezioni di pianoforte nonchè di xilofoni, campanellini e handclapping sparsi, questo disco si fa strada senza troppa difficoltà tra padiglioni auricolari in cerca di cure amorevoli, forte anche di una produzione impeccabile, che fa suonare il tutto in maniera pulita e calda, spandendo un senso di familiarità e profondità davvero notevoli.
Con il fare di chi confida un segreto Sindri canta leggero, come un Ray LaMontagne astemio o come un Sam Beam (Iron&Wine) col giubbotto pesante, cercando la grazia degli alberi e il profumo nascosto dal gelo dei fiori d’inverno. Verrebbe da obiettare che il panorama musicale odierno è saturo di questo tipo di sonorità, ma è proprio il gran talento a far diventare escrescenza di beatitudine la superficie piatta e monocorde. Un gran bel ritmo stimolante per il vostro gulliver spaziale s’addensa dalle parti di “Seashell” o per i saliscendi morbidi di “Cat Piano”, giusto per dare qualche lezione di leggerezza (oh Dea sublime in eterno affanno!) a chi la confonde con la superficialità.
E’ un mondo colorato con pastelli di cera (”I Sing I Swim”), intinto di atmosfere fiabesche (”Owl Waltz”), ma mai zuccherose al limite del diabete, come se una patina di ghiaccio smorzasse qualsiasi eccesso rendendo il tutto assai nostalgico e granitico. Un disco che conferma una volta di più che il futuro è a Nord e che da certe verità non si scappa. Ed allora un giorno di questi volerò a Reykjavik ad aprire un negozio di chitarre. Altro che chioschetto di granite alle Hawaii…..
2. Cat Piano
3. Libraries
4. Hospital Bed
5. Hands Remember
6. I Sing I Swim
7. Owl Waltz
8. Arms
9. Sailors Blue
10. Lost Watch
11. Summer Bird Diamond
12. Seashell
SEABEAR su IndieForBunnies:


![[del.icio.us]](http://www.indieforbunnies.com/wp-content/plugins/bookmarkify/delicious.png)
![[Facebook]](http://www.indieforbunnies.com/wp-content/plugins/bookmarkify/facebook.png)
![[Google]](http://www.indieforbunnies.com/wp-content/plugins/bookmarkify/google.png)
![[MySpace]](http://www.indieforbunnies.com/wp-content/plugins/bookmarkify/myspace.png)
![[Twitter]](http://www.indieforbunnies.com/wp-content/plugins/bookmarkify/twitter.png)



27 Novembre 2007 @ 20:31
Molto carino questo disco, delicato ma senza eccessi.
27 Novembre 2007 @ 20:51
si si…delicato ma corposo allo stesso tempo
ci trasferiamo in Islanda?
27 Novembre 2007 @ 21:39
Guarda io prob ci passero poco piu’ di una settimana la prox estate. Trasferirmi mi sembra eccessivo
27 Novembre 2007 @ 23:59
Mi sembra sufficientemente a nord. Se non vado in alaska vengo con te in Islanda. Giuro.
28 Novembre 2007 @ 10:43
si, trasferirsi è eccessivo..io, poi, sono un uomo tropicale, sotto i 25 gradi soffro il freddo..
28 Novembre 2007 @ 14:06
Solo la manipolazione genetica può salvarti Joses. Sopra i 25 gradi non è considerata condizione ottimale alla sopravvivenza dell’organismo Just.
28 Novembre 2007 @ 14:26
eh eh, just, credo, senza scherzare, che potrei anche morire in quel di Londra..a meno che la società industriale non mi venga incontro col tepore amorevole dei suoi gas di scarico..
che romanticismo…
28 Novembre 2007 @ 19:40
Sopra i 25 gradi anche io preferisco uno stato vegetativo per la mia sopravvivenza.qualcosa non quadra visto che vivo a Napoli. Mi sa che ho sbagliato tutto
28 Novembre 2007 @ 20:50
d’altra parte sui 10-12 gradi inizio a decompormi e a spaccarmi ogni pezzetto di pelle che non sia immerso in qualche sciarpa di tripla lana….
si, sach, da giugno ad ottobre dovresti chiedere la pensione di invalidità; o dovresti farti congelare