FACTORY GIRL DI GEORGE HICKENLOOPER

 
 
3 Dicembre 2007
 

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Se il modo per affermare il successo di un film è verificare l’effettiva adesione alle intenzioni di chi lo ha concepito, Factory Girl è allora un completo insuccesso. Se infatti voleva rivalutare la vita di Edie Sedgwick, morta suicida nel 1971 a soli 28 anni, George Hickenlooper non ci è riuscito affatto.

Anzi, si è incartato al punto da affermare ciò che voleva smentire, confermando la teoria di Andy Warhol secondo cui la celebrità è facile, alla portata di tutti, con il solo difetto che spesso dura solo quindici minuti. L’eroina interpretata con forza e passione di Sienna Miller – questa è l’unica cosa che non si può negare al film, l’attrice ambisce alla carica di Jane Fonda del decennio – si dimostra tale e quale alla creatura che l’artista pop riuscì a costruire subito dopo averla conosciuta a New York, a metà degli anni sessanta. Una finta superstar, un involucro vuoto che si può rendere icona come una scatola di zuppa di fagioli. Per di più, un simulacro facilmente sostituibile, non appena sulla scena arriva Nico dei Velvet Underground.

Per riuscire nel suo intento, Hickenlooper le ha provate tutte, tirando in ballo persino Andy Warhol e Bob Dylan, che alla musa della pop art – con cui ebbe una breve storia d’amore – dedicò diverse canzoni, tra cui “Leopard Skin Pill Box Hat” e “Like A Rolling Stone”. Il risultato però è molto simile a “Diamond Dust Shoes”, celebre quadro dell’artista: una lastra superficiale, priva di qualsiasi spessore.
Paradossalmente, un ritratto attendibile della vita della donna, le cui confessioni in un ospedale psichiatrico, filo conduttore del film, riescono a stento a dare un’anima, e sembrano poco più che un espediente narrativo.

Si limitasse a questo, Factory Girl sarebbe anche un’opera interessante, per quanto involontariamente riuscita: quello che desta irritazione è la banalità con cui vengono rappresentate figure importanti del panorama culturale dell’epoca: la celebre mansion di Chelsea ha le sembianze di un bordello cinico e nichilista, Bob Dylan quelle di un James Dean poeta, in sella al suo chromed horse, con un occhio all’arte e uno al portafoglio, pieno di uno spirito antiborghese ipocrita, Andy Warhol è un freak dal dubbio talento, uno scaltro comunicatore, un manager senza scrupoli che getta via la sua creatura senza alcuno scrupolo. Il cantante americano ha persino diffidato la produzione di dare il suo nome al protagonista, indignato per il trattamento riservato a lui e alla Sedgwick (la stessa cosa ha fatto Lou Reed): se non altro, ha risparmiato i suoi brani dal dubbio onore di essere associati ad un film così privo di passione.

Anche Hickenlooper manca di stile, e contribuisce alla totale assenza di profondità del suo lavoro: bisogna domandarsi perchè per fare un film sugli anni sessanta, si debba forzatamente ricorrere alla filologia della messa in scena dell’epoca: infatti, il regista strizza troppo l’occhio a D. A. Pennebaker, e riempie i vuoti con split-screen e pellicola sgranata, richiamando i film sperimentali in 16mm in voga nella School of New York di quei tempi. Quando non si immedesima in Frankenstein e riprende inquadratura per inquadratura le opere concettuali che Andy Warhol realizzò in quel periodo, con la Sedgwick come protagonista.

Povera ragazza ricca, a cui questo film non ha affatto reso giustizia: più che essere il segno dei tempi, l’hanno fatta diventare la solita bambina che si innamora dell’uomo sbagliato.

Locandina
Interpreti: Sienna Miller, Hayden Christensen, Guy Pearce, Jimmy Fallon, Mena Suvari, Tara Summers
Prodotto da: The Weinstein Company
Distribuito da: Moviemax
Durata: 90’
USA, 2006

TRAILER:

 

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