PARANOID PARK di Gus Van Sant
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Alex sogna se stesso e i suoi amici mentre stanno facendo prodezze con lo skate tra le strade di Portland, profondo nord degli Stati Uniti. La pellicola è uno sgranato 16mm, il rumore delle ruote sulla superficie, trasfigurato oniricamente, assomiglia al suono rassicurante e new age delle onde del mare. Con questo film, Van Sant tenta di congelare quelli che dovrebbero essere gli attimi più importanti della sua vita: perde la verginità con una coetanea, accede al rito di iniziazione di Paranoid Park, il luogo dove vanno a destreggiarsi gli skater più bravi della città, uccide accidentalmente un uomo. Non sposa Alex come protagonista, piuttosto lo pedina, inseguendolo per i corridoi della sua high-school (bellissimo retaggio del precedente Elephant), per la città, nei suoi incontri con la fidanzata cheer-leader, e lascia trasparire una simpatia che sembra poco altro che il necessario rapporto di affezione tra l’autore e la sua creatura. E’ un tragitto mentale perché Van Sant spezza continuamente la linearità della vicenda, tornando più volte sullo stesso fatto, portando le singole sequenze a perdersi nel centro/vortice che è l’omicidio, la perdita dell’innocenza di Alex, apparente e falso turning point della sua esistenza, che riecheggia nel film come la voce del ragazzo sul ponte, in uno splendido notturno, mentre cerca di ricomporre quanto è successo, mentre cerca di spiegarsi alla sua coscienza. Il giorno dopo avrà già dimenticato: l’unico ricordo è un racconto/confessione che cerca di scrivere, e che è destinato a finire tra le fiamme. |
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21 dicembre 2007 @ 19:16
Cazzo questo davvero non me lo posso perdere…
22 dicembre 2007 @ 11:47
io come un fesso totale l’ho perso…cavolo,però, è stato solo 1 settimana in programmazione…
maledetta febbra!
26 dicembre 2007 @ 14:51
Visto ieri.
Concordo con Emanuele, in tutto o quasi.
L’apparente apatia/disagio di Alex mi pare sia scosso solo nel caso dell’omicidio involontario. Per il resto sembra non aver sentimenti quasi fosse un automa.
Insieme a quell’altro regista americano di cui nn ricordo il nome ( Larry Clark? quello di Kids insomma )l’ultimo Van Sant mi pare quello che riesce meglio a mostrare iil vero disagio adolescenziale, dalla scelta degli attori alla regia alla colonna sonora ( grande Elliot Smith in quest’ultimo ).