Gennaio 2008


4 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 54 Votes | Average: 3 out of 5 (4 votes, average: 3 out of 5)
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Mettiamo subito un paio di cose in chiaro. Punto uno: saranno pure giovanissimi, ma questi quattro ragazzi dello Yorkshire sanno il fatto loro. Sanno come fare a far muovere il culo alla gente. E non è roba da poco, conoscere il segreto per far muovere il culo alla gente. Loro sanno come fare. Non è roba da poco, ché in fondo la musica per fare breccia, o ti fa piangere, o ti fa muovere il culo. Gli Harrisons riescono meglio quando puntano a far dimenare i fondoschiena, non c’è dubbio. E sanno come fare il loro sporco lavoro.
Punto due: essere di casa ad Hillsborough, sobborgo di Sheffiled, non vuol dire automaticamente suonare come gli Arctic Monkeys, cazzo! Se una band ficca in una manciata di canzoni un basso galoppante ed una batteria nervosa, ed ha la fortuna di venire da quel bucolico eden musicale che è lo Yorkshire oggi, non scomodate le dannate scimmie artiche ad ogni occasione qualora ne dobbiate parlare (o scrivere). Non è necessario, sul serio: in cambio avrete la mia eterna ed inestimabile gratitudine.

“No Fighting In The War Room” è figlio di ben altri padri, primi fra tutti i numi tutelari di certo punk rock britannico, rispondenti al sacro binomio Strummer & Weller. Si aprono le danze e fin da subito con “Dear Constable” gli accordi della chitarra ti arrivano dritti in faccia come cazzotti nel gelido inverno fuori da un pub di Sheffield, ti stendono sull’asfalto freddo e umido tra le case di mattoni rossi mentre la sezione ritmica disegna geometrie alla Clash più danzerecci. Energia pulsante e incazzature giovanili scorrono tra i solchi di questo disco (o tra le decisamente meno poetiche combinazioni binarie di uno e di zero di questo cd), essenziale e sfrontato come solo batteria, basso e due chitarre possono essere. Gli Harrisons shakerano insieme i Jam ed i Verve, i Long Blondes con i Libertines, upbeat e dancefloor, punk e colletti blu, e ne viene fuori un disco ruvido e disarmante nella sua ingenuità, eterogeneo e dannatamente british.

Ci si può ballare su, pogare e cantare a squarciagola fino a perdere la voce, su certi ritornelli. Pezzi come “Man Of The Hour” o “Monday’s Arms” sono quasi degli inni, due accordi di chitarra e dei testi crudi e diretti per un “Combat Rock” ad uso e consumo della generazione nu-rave. Non c’è storia, questi quattro ragazzi di Sheffield conoscono il segreto per far muovere i fondoschiena. E non è roba da poco.

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No Fighting In The War Room [ Melodic - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Clash, Libertines, The Jam
Rating:
1. Dear Constable
2. Man Of The Hour
3. Wishing Well
4. Little Boy Lost
5. Simmer Away
6. Take It To The Mattress

7. Listen
8. Monday’s Arms
9. Medication Time
10. Sweet Crystal
11. Blue Note
12. Come For Me

3 Votes | Average: 4.33 out of 53 Votes | Average: 4.33 out of 53 Votes | Average: 4.33 out of 53 Votes | Average: 4.33 out of 53 Votes | Average: 4.33 out of 5 (3 votes, average: 4.33 out of 5)
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Se la domanda è “chi ha portato la dance ai rockettari?”, la risposta è ardua.

Se la domanda diventa “chi ha reso del tutto idiota la domanda di cui sopra?”, non ho nessun dubbio. Nel frattempo la dimensione mitologica del progetto Daft Punk raggiunge il massimo possibile in cielo e in terra, e l’ultimo tour –documentato nel presente live album- viene spesso documentato da chi c’è stato come una delle tre o quattro cose che vanno viste prima di morire, tipo la Mecca per i musulmani.

La cosa “Alive ’07″ in qualsiasi caso è un affare serio, un’ora di pezzi di musica di Daft Punk, dalla nascita della band in poi, smontati e rimontati in un mix perfetto dove ogni break scatena nella folla sottostante cori da stadio ed isterie collettive in genere. Daft Punk, il gruppo bianco con le tette più grosse in circolazione. Prendono l’esempio dei padri fondatori e rubano a destra e a manca, reinventano il pop in un minuto e non la smettono di stupire.

E del resto nell’epoca del riciclaggio più scriteriato e parossistico non poteva che essere una coppia di smanettoni passatisti di buona famiglia a tracciare il cammino, giusto? Sta di fatto che “Alive ’07″, privo di inediti e tutto, è davvero uno dei grandi dischi della nostra epoca; un flusso di coscienza collettiva nel quale perdersi e ritrovarsi diventano sinonimi, una prigione dell’ego rockettaro sacrificato sull’altare di un groove esaltante che sembra suonato da una banda di metallari rifatti chirurgicamente. Ma tanto li adoriamo tutti, che c’è da aggiungere?

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Alive 2007 [ Virgin - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Les Rythmes Digitales, Basement Jaxx, Deep Dish, Cassius
Rating:
1. Robot Rock / Oh Yeah
2. Touch It / Technologic
3. Television Rules The Nation / Crescendolls
4. Too Long / Steam Machine
5. Around The Wolrd / Harder Better Faster Stronger
6. Burnin’ /Too Long

7. Face To Face / Short Circuit Listen Listen
8. One More Time / Aerodynamic Listen Listen
9. Aerodynamic Beats / Forget About The World Listen Listen
10. Prime Time Of Our Life / Brainwasher / Rollin’ And Scratchin’ / Alive
11. Da Funk / Daftendirekt Listen Listen
12. Superheroes / Human After All / Rcok’N Roll
8 Votes | Average: 3.13 out of 58 Votes | Average: 3.13 out of 58 Votes | Average: 3.13 out of 58 Votes | Average: 3.13 out of 58 Votes | Average: 3.13 out of 5 (8 votes, average: 3.13 out of 5)
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Ci sono stanze troppo ordinate per essere considerate davvero belle. C’è bisogno di quel tocco, anche impercettibile, di caos e di disordine per esprimere bellezza vitale, per avvertirne le pulsazioni. Non esiste una linea veramente diritta nelle cose che si dovrebbero provare dentro, assimilare fino al midollo della nostra anima,no la musica non può essere un mero cimelio da ammirare sotto una teca protettiva.

Il fatto è che Chan Marshall se ne esce con il secondo disco di cover (più l’inedito “Song to Bobby”dedicato a Bob Dylan e alla rivisitazione di “Metal heart” , brano presente su Moon Pix), ed è tutto così in ordine, piacevole all’ascolto ma quasi freddo, composto. Non riscalda come dovrebbe. E per me sono sbadigli, al primo ascolto sono anche sprofondato a metà scaletta in un sonno quasi catartico. Ma qui ci vuole rispetto, e devo essere comunque oggettivo, anche perché la gatta come interprete è davvero molto brava.

Lasciata da parte l’essenzialità di “The Greatest” , i brani risultano più orchestrali, ondeggianti tra un andamento blues di tempo medio-lento: “New York New York” di Frank Sinatra, “I Believe in You” di Bob Dylan, “Don’t Explain” di Billie Holiday, “Lost Someone” di James Brown tra i brani in scaletta, tutti interpretati con classe e una grande dose di manierismo. Certo, se poi consideriamo che gli episodi migliori probabilmente sono i due brani autografi, viene spontaneo chiedersi il perché di talune operazioni discografiche.

Quel che resta è un ottimo disco soprattutto per i fan, mentre per gli altri comuni mortali al massimo può rappresentare un piacevole e morbido intrattenimento mentre si lavora al pc oppure si è immersi in una sana lettura. Personalmente, da un disco io pretendo qualcosa in più, per cui tre stellette di pura stima per il personaggio.

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Jukebox [ Matador - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: PJ Harvey, Feist, Beth Orton
Rating:
1. New York
2. Ramblin’ (Wo)man
3. Metal Heart
4. Silver Stallion
5. Aretha, Sing One For Me

6. Lost Someone
7. Lord, Help The Poor & Needy
8. I Believe In You
9. Song To Bobby
10. Don’t Explain
4 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 54 Votes | Average: 2.75 out of 5 (4 votes, average: 2.75 out of 5)
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Le terre del nord e gli spazi illimitati.
I lunghi tramonti e le notti senza fine e senza inizio.
Il vento freddo che sussurra nelle orecchie.
E gli Efterklang ne fanno musica.
La band di Copenhagen nasce nel 2000, e, dopo l’esordio del 2004 con “Tripper”, è oggi giunta al suo secondo album “Parades” uscito per la Leaf Label.
I cinque amici trasferitisi nella capitale danese, hanno dato vita agli Efterklang che ha come base in città il loro “bunker” nel quale scrivono, registrano e producono ogni nuovo brano. In realtà il numero dei componenti non è fisso, dal vivo infatti si avvalgono di nuovi musicisti, senza contare la trentina di collaborazioni con altrettanti diversi artisti, tra cui anche il regista Ghahwagi Karim, autore dei video che fanno da scenografia ai loro live.
Ben quattro anni tra i due album pubblicati, intermezzati dalla creazione della loro etichetta danese Rumraket (per la quale escono musicisti quali Grizzly Bear, Amiina e Taxi Taxi!) e da un Ep, il gruppo danese ci propone questo nuovo LP che sta a metà tra il pop, la classica e il folk.
La lunga elaborazione del disco è dovuta alla ricerca della perfezione musicale, un lungo lavoro di cesello, aggiunta e sottrazione di strofe, note, melodie, strumenti, ovvero le diverse parti che si accostano l’una all’altra per giungere al gran finale, che è appunto l’album. E’ come una successione di eventi separati che vanno a sfilare insieme, “una grande parata in movimento che passa di fronte all’ascoltatore” (e da qui il titolo dell’album).

“Polygyne” è la traccia che ci introduce in questo viaggio mistico attraverso gli Efterklang: la sua melodia malinconica e tenue va piano piano crescendo fino a elevarsi tra archi, violini e ottoni. E poi i tintinnii (che fanno un po’ Amiina) si mescolano all’elettronica di “Mirador”, fino alla musica trionfale ed epica di “Horseback Tenors”, mantenendo sempre una spiccata preferenza per le parti strumentali.

“Frida Found A Friend” ci suona come pecora nera: le cupe trombe e gli organi che accompagnano gli ottoni rendono l’atmosfera buia e inquietante, una voce lontana dal tono elegiaco(eco dei Knife) cerca di affiorare, prolungando l’inquietudine anche in “Maison De Réflexion” e “Blowing Lungs Like Bubbles”. Il folk misto a post-rock di questi brani si attenua nei cori femminili della successiva “Caravan” , fino a trasformarsi in suoni più rarefatti in “Illuminant”, nella quale si sentono i Sigur Ros. L’album si chiude tra il pop-folk di “Cutting Ice To Snow”, lasciandoci fluttuare tra le note di pianoforte e le voci del coro che ci accompagnano alla fine del viaggio.

Nel suo complesso, “Parades”, non ha delle pecche, anzi ci suona come un lavoro curatissimo ed elaborato, però, eccessivamente barocco. Ridondante in molte parti, non riesce a catturare totalmente l’attenzione dell’orecchio per le sue melodie eteree e senza fine, che risultano perfette come colonna sonora di un film nordico ma troppo rarefatte per concentrarsi solo su di esse.

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Parades [ Leaf - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sigur Ròs, Mùm, The Books, Amiina
Rating:
1. Polygyne
2. Mirador
3. Him Poe Poe
4. Horseback Tenors
5. Mimeo
6. Frida Found A Friend

7. Maison de Réflexion
8. Blowing Lungs like Bubbles
9. Caravan
10. Illuminant
11. Cutting Ice to Snow
3 Votes | Average: 2.33 out of 53 Votes | Average: 2.33 out of 53 Votes | Average: 2.33 out of 53 Votes | Average: 2.33 out of 53 Votes | Average: 2.33 out of 5 (3 votes, average: 2.33 out of 5)
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Se il nuovo disco degli Hot Chip è veramente nato nell’oscurità, si tratta di quelle frazioni buie tra un flash e un altro di mille luci stroboscopiche. Se esistessero ancora le discoteche con palle appese al soffitto e piste da ballo a pannelli colorati, allora senza ombra di dubbio mi precipiterei alla consolle e farei dimenare tutti al ritmo di “Ready for The Floor” (appunto). Tra l’altro, avete visto il video della suddetta? Uno dei più belli degli ultimi anni a mio avviso, degno di “Around the World” degli stupidi punk o di “Let Forever Be” dei fratelli chimici (ma questa è un’altra storia).

Non altrettanto rimarchevoli, tuttavia, il resto delle tracce; si apre in esplicita chiave synth/pop con “Out At The Pictures”, che chiarisce subito la direzione presa e si continua a far festa senza pause fino a “Bendable Poseable”. Trattasi di disco adatto a notti veloci, ipercinetiche, i ragazzi hanno idee precise sulla concezione del ritmo e, sulle basi sintetiche che percorrono tutto l’album, oscillano tra la dancefloor pura (penso all’ironico “Don’t Dance”) e i caratteristici ambienti funky, passando spesso per vere e proprie canzoni elettropop (”Wrestlers”) con tanto di cori e clap clap: ottima quest’ultima per un rilassante bagno caldo di 3 minuti e mezzo.

Tra tutto il saltellamento (attenti a non versare la birra che avete nel bicchiere) trovano spazio anche alcune riflessioni puramente melodiche e prive dei beat incessanti: rilassate le drum machine, infatti, con “We’re Are Looking For A Lot Of Love“ ad esempio o le cantautoriali title track e “Whistle For Me” un’atmosfera più classicamente pop invade l’orizzonte musicale, anche se il tutto non coinvolge al 100%.

La chiusura è affidata a “In The Privacy Of Our Love” che segue la logica delle atmosfere rallentate, il giusto riposo dopo corse sfrenate ricche di suoni e colori.

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Made In The Dark [ Astralwerks - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Out Hud, LCD Soundsystem, Datarock, Phoenix
Rating:
1. Out At The Pictures
2. Shake A Fist
3. Ready For The Floor
4. Bendable Poseable
5. We’re Looking For A Lot Of Love
6. Touch Too Much
7. Made In The Dark

8. One Pure Thought
9. Hold On
10. Wrestlers
11. Don’t Dance
12. Whistle For Will
13. In The Privacy Of Our Love
1 Votes | Average: 2 out of 51 Votes | Average: 2 out of 51 Votes | Average: 2 out of 51 Votes | Average: 2 out of 51 Votes | Average: 2 out of 5 (1 votes, average: 2 out of 5)
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Laurent Garnier è forse il produttore di musica elettronica europeo che più ha definito un sound personale, esclusivamente suo: inizialmente agendo dietro le quinte del movimento french-touch (è il fondatore della label francese F-Communications) e poi mettendosi in proprio e sviluppando nei suoi dischi (e nei suoi set) un discorso sempre coerente che amalgama techno, house, reminescenze cosmiche e ritmiche spezzate fino ad ottenere qualcosa di unico e affascinante.

È dunque con colpevole ritardo ed immenso rammarico che vi propongo il suo ultimo disco, addirittura dopo una stagione e poco più dalla sua uscita. Ma allo stesso tempo sono orgoglioso di parlarvi di “Public Outburst”, perché Laurent ha intrapreso nuove strade ed il risultato è davvero molto valido. In compagnia dei jazzisti Bugge Wesseltoft, Benjamin Rippert (entrambi alle tastiere) e Philippe Nadaud (al flauto e svariati altri strumenti a fiato) Garnier ha messo in piedi un progetto che già da qualche anno viaggia per i palchi di tutto il vecchio continente, proponendo un’inedita ed approfondita miscela techouse e jazz.

“Public Outburst” raccoglie sette tracce da queste esibizioni (e nell’edizione limitata anche due video live), tutte particolarmente esplicative e trascinanti. L’iniziale “63″ è cosmic-lounge dal battito sfuggente: un’introduzione in cui gli artisti si mettono un poco in mostra e tentano di studiarsi l’un l’altro, quasi a voler ricreare l’atmosfera delle grandi jam-session jazz-rock degli anni settanta… Verrebbe quasi da utilizzare il termine fusion se non equivalesse quasi una paralaccia. Quando alla fine si sente un distorto riverbero della voce femminile di The Last Tribute To The 20st Century (ultima, meravigliosa traccia dell’immenso capolavoro datato 2000 “Unreasonable Behaviour”) ci sarebbe quasi da commuoversi… Gli otto minuti di “Butterfly” sembrano partire sulle stesse frequenze per poi lasciarsi contagiare da un battito inquieto e multiplo: la coesione di questi musicisti è tale che la melodia sembra rigenerarsi soavemente dopo ogni squarcio ritmico in un fluire ipnotico e continuamente mutevole.

In “Mbass” (registrata, tra l’altro, durante l’ultimo Arezzo Wave) è Laurent Garnier a guidare le danze con la sua solita maestria, creando una base di muscolosa drum’n’bass pronta ad accogliere nel suo grembo ogni spunto bop proveniente dalle tastiere e dalla tromba; è tutto talmente imprevedibile eppure trascinante che quasi non ci si stupisce neanche quando l’insieme degenera in un’incredibile fuga grime-jazz (con tanto di human beatbox a duettare con la tromba).

“Controlling The House” suona come una versione molto raffinata ma non altrettanto lirica della già citata “The Last Tribute…” ed è poco meno che eccezionale. Ma ci pensa subito “The Battle” a risollevare l’adrenalina, sfoggiando un abito di cibernetica e muscolosa electro con cuciture di finissimo swing mutante.

La conclusiva “Barbiturik Blues” è quanto di più dolce ed acido contemporaneamente abbiate mai sentito negli ultimi tempi, ha un suono caldo ed avvolgente mentre il ritmo rimane sempre costante senza per questo accelerare troppo: ti accompagna in un viaggio di quasi dieci minuti dal mood sospeso e malinconico (con un finale che però sprizza allegria), gli strumenti sembrano andare ognuno per i cazzi suoi ma il risultato è stupefacente e quanto mai suggestivo.

Questo è un disco per intenditori è come un bella fiorentina al sangue: non ti cambierà la vita, ma quando la mangi (o ascolti “Public Outburst”) stai sicuro che ti lascia soddisfatto.

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Public Outburst[ F-Communication - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sabres Of Paradise, Jaga Jazzist, Carl Craig
Rating:
1. 63
2. Butterfly
3. M Bass
4. Controlling The House
5. Battle

6. First Reactions
7. Barbiturik Blues
8. Man With The Red Face
9. M Bass

Loren Connors è un uomo che ammiro e rispetto come pochi. Come musicista lo amo.

In trent’anni di carriera Loren Connors ha inciso più di 80 dischi. Da vent’anni usa un Tascam quattro tracce per le sue produzioni. Nel 2007 è uscito per i tipi della Family Vineyard “As Roses Bow: Collected Airs 1992-2002″, un doppio cd ricavato da dieci albums, e “The Hymn of the North Star”, il suo ultimo lavoro. Nel 2006 la stessa etichetta ha fatto uscire Night Through, triplo cd che copre 28 anni di singoli, brani da compilation e altri lavori mai usciti su album.

Moltissimi album sono stati tirati in un centinaio di copie. Loren Connors spesso lavorava con gli operai alle presse dei dischi, spesso confezionava lui stesso la copertina, dipingendola e piegandola.

Loren Connors suona la chitarra. Prima aveva una chitarra acustica. Poi succede che rompe una corda. Allora Loren Connors appende quella chitarra al muro, non la tocca più e imbraccia una Fender Stratocaster.

Loren Connors suona arie dolcissime, lente, rarefatte, minimaliste. Un distillato di cuore sospeso, un concentrato di calma intensità. Loren Connors improvvisa sempre: ogni brano è differente dagli altri, ma lo stile è unico e inconfondibile.

Loren Connors ha collaborato con grandissimi musicisti, da Derek Bailey a John Fahey, da John Zorn a Elliot Sharp, da Jim O’Rourke a Lee Ranaldo, da Jandek a Alan Licht.

La madre di Loren Connors ha origini italiane ed è una cantante lirica. Il padre ha origini irlandesi. Loren Connors per molti anni ha usato i cognomi di entrambi i genitori, e si faceva chiamare Loren MazzaCane Connors. Poi ha scoperto il significato di Mazzacane e, benché abbia un cattivo rapporto con i cani (che hanno una certa tendenza a morderlo), da allora ha lasciato cadere quel nome.

Loren Connors è anche un artista visuale: i suoi inizi sono stati come studente di arte. Il suo mito è Mark Rothko ed i suoi enormi quadri dove due, tre colori base creano strati e strati di sfumature, sensazioni e significati. Ma ad un certo punto della sua gioventù ha pensato che il suo stile nella musica era più unico e personale di quello pittorico, e che con la musica si poteva campare ma con la pittura no, quindi ha cominciato a suonare il basso in un gruppo di r’n'r per poi passare al blues e alla chitarra con il bottleneck.

Lo stile musicale di Loren Connors non si è molto allontanato dal minimalismo visuale di Rothko: dal r’nr degli inizi Loren Connors è passato ad un folk rudimentale, poi al suo personalissimo stile fatto di note lente, pazienti, intime, piene di sfumature, che si succedono inevitabilmente, quasi come cadendo come stelle dal cielo.

A metà anni settanta Loren Connors viveva negli squallidi sobborghi di New Haven Connecticut, tra spacciatori, ladri, in case con buchi nei pavimenti e fughe di gas. Allora andava a New York per suonare nella scena dei loft. La musica di quei tempi dipingeva la desolazione dei sobborghi, ed era costellati dei suoi spontanei mugolii, ispirati a quelli dei cani randagi che infestavano i cortili.

Loren Connors è stonato, così ama lavorare con cantanti. Con Kath Bloom ha avuto una lunghissima e bella collaborazione. I due provavano in un piccolo cimitero. Un’altra cantante con cui ha collaborato proficuamente è Suzanne Langille. Poi l’ha sposata. E continua a lavorare insieme a lei.

A metà degli anni ottanta Loren Connors smette di suonare per tre anni, non sa cosa fare, non sa se il suo personalissimo fare musica ha ancora un senso. La collaborazione con Suzanne lo rimette in carreggiata, ed è allora che abbandona l’acustica con le corde rotte e passa alla elettrica. Insieme si trasferiscono di nuovo a New York e l’elettricità sposta l’accento musicale verso un approccio più urbano, ricco di reverberi e distorsioni, ma l’atmosfera rimane magica.

Loren Connors comincia a diventare famoso nei primi anni ‘90, quando è scoperto dai vari Jim O’Rourke,Thurstone Moore, Alan Licht.

Loren Connors scrive poesia, ovviamente minimalista. Loren Connors vince un premio in Giappone con un haiku. Loren Connors collabora con poeti, accompagnandoli nella lettura. Loren Connors produce colonne sonore di film muti, specialmente giapponesi.

Loren Connors ha il morbo di Parkinson da quindici anni. I farmaci che deve prendere quotidianamente danneggiano il suo modo di camminare, così gli capita di cadere. Recentemente si è fratturato polsi e bacino. Ora deve usare ausili e protezioni per proteggersi da altre cadute. Però Loren Connors è contento lo stesso e dice che le medicine tutto sommato lo aiutano a suonare con più energia, a tenere le dita incollate alla tastiera e a muoverle più velocemente.

A Loren Connors piace riascoltare le proprie improvvisazioni, rivivere i buoni momenti, e quelli cattivi. Loren Connors desidererebbe anche che la sua musica raggiungesse un pubblico più ampio: chi ascolta la sua musica non può fare a meno di amarla.

Link:
Loren Connors Official Site
Loren Connors MySpace

Mp3:
O’Connors Last Air (from the album “9th Avenue”)
Part 3 (from the album “The Lost Mariner”)
Her Death (from the album “The Departing of a Dream Vol. III: Juliet”)
Silent Night Part.1 (from the album “The Silent Night”)
Silent Night Part.2 (from the album “The Silent Night”)

Poche parole, giusto un titolo. Tanti punti, a trattenere, spezzare. Rumore, il suo ma non solo. Scatti, sfuocati e congelati, contro la nitidezza di sapore e di intenti, merce rara tra i blog italiani. Questo e non solo è ai miei occhi umanuvem ***** **, il diario rumoristico di Tommaso Belletti, secondo ospite dall’appassionata redazione di Vitaminic. Oggi abbiamo il piacere di parlare con lui al telefono, ricambiando l’ospitalità concessa l’estate scorsa, quando furono i miei rumori a varcare la sua soglia.

Playlist:

1) British Sea Power “Lights Out for Darkier Skies”
2) Vampire Weekend “Campus
3) Kap Bambino “New Breath”
4) Stephen Malkmus & The Jicks “Cold Son”
5) The Magnetic Fields “Xavier Says
6) Banjo or Freakout “0156”
7) Atlas Sound “Pure UnEvil” (Liars Cover)
8) Idaho “The Mistery”
9) Lightspeed Champion “Galaxy of the Lost”

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #61
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Contact Lazy Sundays:
lazysundays@fastwebnet.it

8 Votes | Average: 4 out of 58 Votes | Average: 4 out of 58 Votes | Average: 4 out of 58 Votes | Average: 4 out of 58 Votes | Average: 4 out of 5 (8 votes, average: 4 out of 5)
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Il miele salverà il pop? Ma soprattutto il pop ha bisogno di essere salvato?

Potremmo rispondere tranquillamente no alle due domande stile TG della sera. In effetti siamo noi che abbiamo bisogno del miele e del pop. E la MyHoney, che qui ben conosciamo, provvede a soddisfare le nostre piccole necessità.

Il progetto ruota attorno alla figura di Nicola Donà,e questo disco di esordio è decisamente un ottimo biglietto da visita. Pop, dicevamo, con la maiuscola ma senza troppo trucco sulla pelle. L’attitudine lo-fi regna sovrana, e le canzoni sono dei piccoli prodotti artigianali che tanto somigliano ai cartonati che la piccola label nostrana confeziona con cura. Il mood dei brani richiama il pop albionico degli onnipresenti Beatles con aperture West Coast alla Beach Boys. In più si fa ricorso spesso ad un’elettronica sempre a bassa fedeltà che conferisce ai brani quel tocco di originalità senza scalfirne il sapore genuino di prodotto fatto in casa.

Canzoni da degustare all’aria aperta mentre le vostre preoccupazioni evaporano verso l’atmosfera, magari sgranocchiando una bella fetta di crostata della nonna accompagnata da un bicchiere di latte fresco e miele, ovviamente. Ideale per animi leggeri ma non troppo e per gli umori costantemente primaverili. In Italia si fa davvero del buon pop d’autore, peccato soltanto che nessuno lo sappia. Noi siamo fortunati e possiamo goderne quanto vogliamo.

E insomma, se il buon Nicola individuerà una direzione leggermente più decisa nella sua musica torneremo di sicuro qui a parlarne , e le stelle, o se preferite i pan di stelle visto che siamo in ambito di pop ipercalorico, abbonderanno. E adesso tornate a gustarvi le vostre canoni di marzapane.

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Marzipan In Zurich[ MyHoney - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Beatles, Pavement, Beach Boys, The Postal Service
Rating:
1. Orange Is A Ba-Ball
2. Slowmotion Dream
3. Take Care Go Home
4. Smelling Candles
5. Ride The Snowball

6. Outside Is Cold For Us
7. Wocko
8. Panda Loser
9. Cats Day Afternoon
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Quando il cielo è così pesante le volontà e le aspettative si schiacciano al suolo.

Odio l’inverno. Gli occhi non si alzano più dal terreno e anche se hai un colore azzurro puffo in mezzo al tuo cazzo di bianco, improvvisamente diventa tutto grigio muffa. Quando è così mi viene da pensare ancora di più che è tutta colpa di Bush. Per tutto. Anche per il fatto che spesso mi capita di uscire dalla doccia e indossare l’accappatoio che è già un bel po’ umidiccio se non proprio addirittura quasi bagnato dall’ultima doccia. Rassegnazione.

Quando è così devi mettere un disco di un gruppo che abbia possibilmente un cantante che sembra si stia lamentando un bel po’ e stia soffrendo perchè qualcuno gli sta pestando proprio il piede dove ha un’unghia incarnita.

Rock abrasivo da Seattle. Lamentoso e isterico. I Siberian amano la melodia ma sono piuttosto diagonali e rock nel vero senso del termine. Tutto incartato in una confezione pop quasi incline al fischiettamento mattutino ma mai eccessivamente catchy. 5 ragazzi che con questo interessante debut (se si esclude l’EP “Hey Celestial!”) si piazzano a metà strada tra i primi due dischi dei Radiohead e la voce di Matt Bellamy, volendo azzardare qualche rimando musicale più preciso. Riff semplicissimi e l’originalità che va a farsi un giro più in là, ma anche il coraggio di non pretendere troppo e l’onestà di una progressione semplice, una ritmica elementare e una rabbia spesso distorta eppure allo stesso tempo delicata. Il cielo credo comunque che rimarrà pesante.

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With Me[ Sonic Boom - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Muse, Underwater Getdown, Radiohead
Rating:
1. Belgian Beer And Catholic Girls
2. Paper Birds
3. Indoor Eyes
4. Wolf And Crane
5. Tiny Ships Brave Tiny Seas
6. Airship

7. Futuristic Kids
8. O Orien
9. Georg Bendemann
10. Tightropes
11. Islands Forever

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