L’ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD

 
 
10 gennaio 2008
 

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Andrè Bazin lo definiva “il cinema americano per definizione” e il western è l’unico genere che non è riuscito a sopravvivere del tutto al passaggio alla New Hollywood nei primi anni settanta. L’unico in cui l’operazione di aggiornamento e contaminazione non è mai stata completata del tutto. Per questo, è considerato un mondo quasi moribondo, un mondo che non è riuscito a sacrificare la sua purezza originaria.

“L’Assassinio Di Jesse James Per Mano Del Codardo Robert Ford” è uno dei rari esempi di riuscito western contemporaneo, forse perché, a differenza di un maldestro tentativo come Quel treno per Yuma, non ha tentato la strada del remake, ma è andato già oltre il western, è diventato un discorso sul western.

Il film di Dominik si dedica ad una delle figure più importanti della mitologia della frontiera, ad un criminale nobile che incarna nella sua figura l’essenza del Sud sconfitto dalla Guerra di Secessione, eppure mai del tutto eliminato dallo spirito degli Stati Uniti, relegato alla poetica nicchia di outlaw. Annulla quasi del tutto la storia (sappiamo sin da subito come andrà a finire), adotta un ritmo lento e paludato, si concentra spesso sul non-movimento, sulle reazioni di attori che forniscono prestazioni da incorniciare (non solo Brad Pitt, premiato con la Coppa Volpi a Venezia, ma anche Casey Affleck, strepitosamente debole e tormentato), e si affida all’incredibile fotografia di Roger Deakins, che dipinge il paesaggio invernale del Missouri con campi lunghi innevati, oppure con oniriche e sfocate riprese del grande cielo del sud, di praterie innevate o incontaminate.

In questo modo, riesce a ricreare l’atmosfera nichilista di un Peckinpah o di un Penn, narrando l’inevitabile fine di un uomo e di un’epoca, e allo stesso tempo la nascita di un mito: il suo e quello del western, appunto. Perché appena ucciso, appena ucciso a tradimento da un codardo, Jesse James diventa una leggenda, un fantasma libero dell’America come quello di Tom Joad cantato da Bruce Springsteen (mentre qui c’è Nick Cave a glorificare le gesta del rapinatore). L’eroe, per diventare tale, deve morire: ed è questa la strada scelta dal fuorilegge.
L’assassinio di Jesse James è per questo un grande affresco su come un uomo decide di diventare immortale: perché il protagonista decide di morire, decide di non ritirarsi a vita privata con la moglie e i figli, perdendo la purezza della wildness (le ostentate citazioni da Sentieri selvaggi di John Ford), e decide di essere ucciso da un idiota a cui consegna persino la pistola e a cui si offre di spalle. Il merito di Dominik è anche quello di lasciare largo spazio alla figura di Robert Ford, cresciuto con l’immagine delle gesta del bandito, narrate dai media (articoli di giornale, fantasiosi romanzi d’appendice), pieno di sconfinata ammirazione ed inesprimibile rancore. Una nullità ambiziosa, che cerca di emulare l’impresa di entrare nella storia, e ne viene invece fagocitato. E’ solo uno strumento, una mano mossa da qualcun altro: la pedina di un consapevole rito sacrificale.

Locandina
Sceneggiatura di: Andrew Dominik
Interpreti: Brad Pitt, Casey Affleck, Sam Shepard, Mary-Louise Parker, Sam Rockwell, Paul Schneider
Prodotto da: Warner Bros. Pictures
Distribuito da: Warner Bros. Pictures
Durata: 160’
USA, 2007

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