Febbraio 2008


Il Cavern e’ un locale al centro di Exeter, molto famoso nel circuito underground di musica indie e stasera la serata e’ di quelle da non perdere.
Suonano gli I Was A Cub Scout un duo elettro pop-rock che fa un bel casino e non se la tira.

Entro con la mia ragazza nel locale che e’ piccolo ma gia’ affollato di gente: e’ pieno di ragazzetti coi capelli biondo platino, magrissimi e mezzi ubriachi. Camminiamo in mezzo a un sacco di Raffaelle Carra’ senza le rughe. Un residuo della cultura nu rave o semplicemente teen ager annoiati il pomeriggio che si tingono i capelli perche’ l’ha fatto il loro amico del cuore. La serata comincera’ presto che ci sono un paio di band ultra sconosciute di sbarbatelli ad aprire le danze. Di punto in bianco decido di rilassarmi un secondo, perche’ gli ultimi mesi sono stati una merda totale e perche’ il destino vuole cosi’. Una vodka and coke e un rum and coke e considerando che non reggo molto l’alcool, per usare un eufemismo, sono gia’ piegato a meta’. Il cavern comincia a girare intorno alla mia zucca ma io ho l’arduo compito di parlare con Will, il batterista della band e cercare di fargli qualche domanda sensata. Lo individuo in un angolo del locale, curvo sul suo portatile, intento a chattare con una ragazza. Mi siedo e mi presento. La ragazza on-line ci rimane male e fa una faccia strana dalla finestra-web cam.

Will e’ un ragazzo grosso coi capelli lunghi e biondi e i denti grossi che nel corso della serata si rivelera’ un bastardissimo musicista indie che picchia come un dannato sui tamburi e sui piatti con una verve e una precisione che non vedevo da mesi.
Nel frattempo io sono veramente a pezzi e l’unica cosa che riesco a guardare sono i suoi denti. Sto intrippato come un maiale ma cerco di portare avanti l’intervista, anzi di cominciarla. Gli dico che scrivo per un sito molto cool di musica indie, che sono un tipo molto cool e che anche lui mi sembra molto cool e che ho ascoltato alcuni pezzi della sua band e loi ho trovati davvero cool. Lui mi fissa e ride di gusto piuttosto preoccupato forse per le mie condizioni e io capisco che l’ipotesi di una cazzo di intervista e’ saltata alla grande cosi’ ripiego sul fatto che faro’ un live report e amen.

Odio i live reports. Ok Will, gli dico, buon concerto, ci si vede…stammi bene. La prima band di supporto comincia a suonare nel frattempo. Si chiamano Lovvers e sono come la merda, fanno veramente troppo casino, tutto distorto e il cantante crede di essere Kurt Cobain. Resisto per un periodo di due brani sotto al palco e poi torno a sedermi con la mia ragazza al tavolo. Ordiniamo un altro paio di drink. Mi alzo e vado al cesso: appena entro c’e’ una ragazza che si sta truccando davanti allo specchio. Che rincoglionita, penso, ha sbagliato bagno…me la rido un po’ ma quando esco, dopo aver pisciato mi accorgo che le rincoglionite sono aumentate e la situazione si e’ completamente rovesciata. Adesso sono loro che ridono e io uscendo faccio finlamente caso alla figura femminile stampata sulla porta. Ok, la mia ragazza e’ sempre piu’ perplessa, ma in compenso mandiamo giu’ l’ultimo drink (a questo punto sono ubriaco come un serpente) e andiamo sotto al palco a vedere la seconda band di supporto: i Rolo Tomassi, ossia molto probabilmente una delle cose peggiori che abbia sentito negli ultmi anni di live. Eta’ media diciassette anni, un crossover che tende ogni venti secondi verso il metal, migliaia di growl da parte della cantante; cambi di ritmo frenetici che non fai a tempo ad abituarti a una nota e gia’ sei da un’ altra parte a cercare di seguire un discorso musicale che in fondo non esiste. I ragazzi con la maglia dei metallica in prima fila pero’ sembrano entusiasti.

Torniamo al tavolo e non ricordo, insomma il tempo passa e poi e’ finalmente il turno degli I Was A Cub Scout: concerto bellissimo dal momento in cui cominciano a suonare. Le melodie della tastiera e dei synth sono pre registrate e credo che il cantante le componga proprio in camera sua quando non ha granche’ da fare ma sono interessanti, belle, catchy, un miscuglio a meta’ strada tra le intuizioni dei primi Grandaddy e le cose proposte dagli Stars. Schegge dei Pavement e una tendenza emo che non irrita ma anzi stavolta aggiunge qualcosa in piu’ a un discorso davvero sorprendente. Un pop, menato, sudato (il mio nuovo amico Will si da’ parecchio da fare per far soffrire le pelli dei tamburi il piu’ possibile) e voluto fortemente. Ballano tutti, mani in alto, mani in basso, un sacco di sorrisi e musica lo-fi ma potente e originale. Posso osare? Meglio un duo come loro che roba tipo White Stripes e affini. Ascoltare per credere.

Link:
I Was A Cub Scout MySpace

Mp3:
Pink Squares (from the album “I Want You to Know That There Is Always Hope”)

6 Votes | Average: 4.17 out of 56 Votes | Average: 4.17 out of 56 Votes | Average: 4.17 out of 56 Votes | Average: 4.17 out of 56 Votes | Average: 4.17 out of 5 (6 votes, average: 4.17 out of 5)
Loading ... Loading …

BOCA CHICA CONTEST:
Continua l’accoppiata Recensione/Contest legata alla rubrica MySpace Generation.
Indieforbunnies, come già fatto con l’ep dei Weather Underground, mette in palio una copia di “Transform Into Beasts” ultimo lavoro degli americani Boca Chica.
Per vincere basta indicare nei commenti a questa recensione/contest due nomi a scelta tra “titoli di album”, “nome di band o artisti” oppure “titoli di canzone” (non necessariamente due della stessa categoria, non necessariamente dello stesso autore) dall’ inconfondibile ispirazione spagnola o di qualsiasi altra lingua latino-americana.
Unica regola : l’autore dell’album o della canzone non deve essere spagnolo o latino americano.

Ecco un esempio :
BAND : BOCA CHICA (band americana)
CANZONE : “Qué onda Guero” di BECK
ect….

Come spesso accade il vincitore sarà scelto dalla redazione di IFB.
Se vincete verrete contattati via e-mail, è importante quindi che il vostro recapito di posta elettronica sia indicato nel vostro commento.
Il contest si chiude mercoledì 4 Marzo.


VINCITORE DEL CONTEST : -mIRKo-

…altro ancora deve venire e torcerti lo stomaco, babe, e farti piangere di nuovo e magari farti ringraziare Gesu’ Cristo di essere viva e sorridere e voltarti dall’altra parte mentre dormi e viaggi a velocita’ supersonica dentro un nuovo sogno. Tutto il vento che ti taglia la faccia questi giorni e tutti i profumi che il tuo naso percepisce nell’aria sembrano finalmente raccontare qualcosa di sconosciuto ed emozionante. C’e’ molto di piu’ dentro una tua lacrima adesso.

Adesso e’ l’ora di ascoltare buone notizie, buone vibrazioni e rilassare i muscoli. “Whatever Happened To Our Rock’n’Roll” stavolta non interessa a nessuno. Non importa piu’ niente perche’ tutto e’ andato perdendosi nel vento. Io guardo le foto sul muro e ho voglia di folk.

Eccolo qui, tutto acustico e dondolante, va con un battito e ritorna con un altro. Come le onde del mare e con una voce sofferente e scostante e infantile e Dolores O’Riordan e piena di zucchero. Insomma guardo le foto ingiallite sul muro e mi ricordo quando nel 1971 ero in studio con il mio amico per la pelle Neil Young e registrammo insieme alcuni pezzi di “Harvest”.

Avevo trent’anni o poco piu’ e tutto mi sembrava bello, fuori c’era il sole anche se l’aria era pungente. Adesso sto qui seduto davanti a una tv spenta e penso a come l’erba sia ingiallita nei campi e come il rock’ n’ roll mi importi solo se dietro si trascina dietro qualche groupie dalle tette grosse e gonfie e una bottiglia di alcool. Poi c’e’ ancora chi fa roba emozionante e dilatata dentro un’acustica e un intelligenza sonora mai banale. Qualcuno di sconosciuto, qualcuno che si chiama Hallie Pritts e che vuole sperimentare e che si circonda di gente che effettivamente riesce a far uscire da uno strumento qualocosa di valido. Qualcuno con cui portare avanti il progetto Boca Chica e sperimentare e fare un sacco di sogni.

Artisti Banhartiani, Stevensiani, Brighteysiani. Un pezzo di musica celtica e violini e arpeggi delicati e qualche accenno scostante di banjo e una voglia di fuggire ancora lontano verso un posto dove addormentarsi la notte sia piu’ facile. Io divento un po’ piu’ triste/le foto rimangono a ingiallire sul muro.

Cover Album
MySpace
Transform Into Beasts [ Hallie Pritts - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Joanna Newsom, Neil Young, Cocorosie, Iron & Wine
Rating:
1. Paper Way
2. Cobblestones
3. Beasts
4. Blackberries
5. Slack Tune Your Guitar
6. My Favorite Rockstars
7. Rooftops, Alleyways
8. Your Name in Lights
(Oh my, Oh hell)
9. Big Calm
10. (Happy Ending)
5 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 55 Votes | Average: 4.6 out of 5 (5 votes, average: 4.6 out of 5)
Loading ... Loading …

Nell’era della musica digitale, liquida, informe, riscopriamo un disco da ascoltare, osservare, leggere, sfogliare.
Un album che ci racconta molteplici storie, l’eterna lotta di lei e lui negli amori più controversi e dolorosi, conseguenze pesanti sul fisico e sul morale, coinvolgimenti fino alle sfere più profonde dell’anima. Per poi chiudersi con un quesito esistenziale, scritto in lingua italiana alla fine del booklet: quanto dista? Quanto tempo?.
No amici, non scaricatevi “Gentlemen” degli Afghan Whigs, comprate il CD! E’ stato concepito così senza mezzi termini, tanto che una volta inserito nel lettore per leggere i titoli delle canzoni si è costretti a sfogliare il libricino.
Colpisce la sequenza di fotografie della copertina, che ritrae dei bambini che interpretano gli adulti, una storia che finisce e lui, dubbioso, che se ne va.

Il disco è uscito nel 1993 quando al British Pop dilagante si contrapponeva il Grunge americano. Pur nascendo da quest’ultima matrice generatasi attorno all’etichetta Sub Pop di Seattle, gli Afghan Whigs non hanno nulla a che spartire con le sonorità delle rock band con le camicie di flanella.
Greg Dulli, il leader del gruppo di Cincinnati, ha una inclinazione soul e blues che conserva nelle sue estremizzazioni rock. Il risultato è un suono molto saturo di chitarre con la batteria sincopata trascinata dal basso e condotta da una voce roca ed urlata.
Il capolavoro però scaturisce dalla combinazione di molti fattori e non da un singolo acuto: infatti è tutta l’atmosfera del disco che cattura e coinvolge.

Il disco si apre con “If I Were Going”, con il rumore del vento ed una chitarra che si tira dietro la voce sbiascicata e anticipa con alcuni versi il tema di una canzone epica che seguirà qualche traccia più tardi.
Poi un break di chitarre ed arriva la prepotente “Gentlemen” da incorniciare:
Your attention, please
Now turn off the light
Your infection, please
I haven’t got all night
Understand, do you understand?
Understand, I’m a gentleman

Quel pizzico di supponenza da rockstar, ci trascina nella struggente “Be Sweet”, che racconta quanto sia dura la vita del tombeur de femmes quando ferisce a morte la sua preda:
Now that I’m ashamed, it burns
But the weight is off
Now that you’re out of the way
I turn and I can walk
You showed no sympathy, my love
And this was no place for you and me to walk alone

Poi il capolavoro, con quel titolo che sembra il nome di una compagnia aerea Low Cost ma che in realtà significa affascinante, gioviale, disinvolto, cioè “Debonair”. Era nell’aria nell’incipit del disco ma quando arriva lascia senza parole. Persino l’uso del Clap hands, un effetto dozzinale e d’altri tempi, riesce a non stonare. La batteria sembra percorrere una strada parallela a tutti gli altri strumenti, ma in realtà li tiene insieme. E poi le parole di quell’uomo verso questa (o quella) donna…
Hear me now and don’t forget
I’m not the man my actions would suggest
A little boy, I’m tied to you
I fell apart
That’s what I always do
This ain’t about regret
My conscience can’t be found
This time I won’t repent
Somebody’s going down

La tristezza sublime di “When We Two Parted” che sembra una rivisitazione rallentata di “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division colpisce davvero. Una slow song, anch’essa con una batteria inappropriata ed una voce che prima sussurra ed infine urla il suo dolore:
Baby you can open your eyes now
And please allow me to present you with a clue
If I inflict the pain
Then baby only I can comfort you
Out of the night we come
And into the night we go
If it starts to hurt you
Then you have to say so

A questo punto il disco potrebbe anche finire così, sarebbe già sufficiente.
Ma in realtà ci sono ancora 6 canzoni altrettanto intense che per ragioni di ritmo della recensione dobbiamo evitare di scomporre e sottoporvi.

Gli Afghan Whigs sono stati un gruppo impegnativo, difficile da ascoltare con quel loro sound spigoloso e saturo. Per questo nemmeno il fatto di incidere per una major, la Elektra, ha contribuito ad inserirli nel mainstream.
Ma proprio il loro stare “al di fuori” fa si che debbano stare assolutamente all’interno della nostra discografia.
Chi ci legge da sempre questo disco ce l’ha già e lo riscoprirà. Chi invece è giunto qui per caso è bene che colmi la sua lacuna. E risponda alla domanda:
quanto dista? Quanto tempo?.
INIMMAGINABILE.

Cover Album

Gentlemen [ Elektra - 1993] - BUY HERE
Similar Artist: Screaming Trees, Buffalo Tom, Dinosaur Jr, Twilight Singers, Afterhours
Rating:
1. If I Were Going
2. Gentlemen
3. Be Sweet
4. Debonair
5. When We Two Parted
6. Fountain And Fairfax
7. What Jail Is Like
8. My Curse
9. Now You Know
10. I Keep Coming Back
11. Brother Woodrow / Closing Prayer
3 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 53 Votes | Average: 4 out of 5 (3 votes, average: 4 out of 5)
Loading ... Loading …

Di solito non mi piace scrivere di argomenti musicali mettendo troppo in evidenza le vicende personali dell’artista rispetto alla sua stessa arte. In questo caso però l’artista non conduce una esistenza all’insegna dell’autodistruzione. Non ci troviamo di fronte al solito binomio (di solito pompatissimo dalla stampa) vita malsana/musica maledetta.

Lee Barker, ovvero il signor Little Name, vive da otto anni isolato in casa, giacché soffre di terribili crisi di panico e di insostenibili stati ansiogeni. Ma “How To Swim And Live” (interamente registrato tra le mura domestiche) non è un disco drammaticamente teso o particolarmente nevrotico come mi sarei aspettato apprendendo questa sfortunata vicenda. Vivere così in fondo è, senza offendere chi si ritrova a combattere contro un terribile male di natura fisica, come essere menomati a tutti gli effetti. Già…non è facile per niente. Eppure le canzoni dell’album sono tenere, gioiose (di quella gioia vera, cioè non debordante, ma velata di una sottile tristezza che quindi la rende ancora più autentica), d’altronde inevitabilmente nostalgiche. Lee (voce alla Roger Waters -!- e pose alla Stephen Merritt, solo con un atteggiamento ancora più introverso) è un valido discepolo del pop di Belle & Sebastien, o anche degli Smiths se vogliamo. Non solo si intuisce ciò già dopo un paio di ascolti, ma lo stesso musicista conferma queste influenze nel suo sito, aggiungendoci quella di Burt Bacharach e dei Camera Obscura.

La iniziale “For The Attention Of “ è già programmatica dello stile Little Name: agili pennate, ritmi quasi ballabili, un motivo di tromba teneramente grottesco e un modo di cantare tra crooning austero e pavido sussurrare.
In “Tracy & I “ si sente il sapore salato di timide lacrime, ma sarà la melodia di xilofono a far nascere il più sincero e cortese dei sorrisi. “A Life Such As Mine”, affogata in un dolciastro balsamo orchestrale, è lo sguardo limpido del mite Lee che osserva il suo mondo tutto particolare, cullato da quel la-la-la rassicurante. “Nobody Loves You e You Tear My Love Apart” sono coinvolgenti e romantiche canzoni indie-pop sapientemente arrangiate, meno trattenute e più “sanguinanti”.

Come nuotare e vivere. Come stare immobili e nonostante tutto vivere. E poi volare, amare, essere normali.

Cover Album
Band Site
MySpace
How To Swim And Live [ Sleepy- 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Belle & Sebastien, Camera Obscura, The Smiths
Rating:
1. For The Attention Of
2. I Always See The Sun Rise
3. How To Swim And Live
4. Tracy & I
5. Orienteering
6. A Life Such As Mine
7. Picked Out The Line
8. Nobody Loves You
9. Dreaming Is a Private Thing
10. This Was Your Place Of Birth
11. Sam And Molly Are In Love
12. You Tear My Love Apart
7 Votes | Average: 4.71 out of 57 Votes | Average: 4.71 out of 57 Votes | Average: 4.71 out of 57 Votes | Average: 4.71 out of 57 Votes | Average: 4.71 out of 5 (7 votes, average: 4.71 out of 5)
Loading ... Loading …

Dalla montagna guardava l’intera vallata ricoperta di neve. Bianco ovunque. Si era alzato verso le cinque, come sempre, aveva spaccato legna per una buora oretta. Adesso ne aveva una sufficiente scorta. L’aria era gelo sciolto, speziata con l’odore del fumo dei camini: era appagato da quella visione, barba rossiccia indurita dal freddo, sguardo limpido da lupo solitario.

La vita di città con il suo caos, i vestiti in ordine e le troppe parole per sopravvivere doveva stare stretta a Justin Vernon, se è vero che per registrare questo disco si è andato a rifugiare nella solitudine di una baita persa tra i monti imbiancati della sua terra. Dalle nostre parti si sognano le spiagge di plastica dei villaggi vacanza. Pochi pensano che ritirarsi tra i boschi sia la soluzione. Silenzio e una chitarra. Ed una voce straordinaria per decretare la felicità di 37 minuti scarsi di sublime suono. E’ tutto così semplice e perfetto in questo disco, ogni nota è una girata di mestolo nello stufato che cuoce lento sul fuoco, una continua corsa verso casa. Melodie fluide e colme d’armonia come i cambi di direzione degli stormi di rondine, atmosfere odorose da cioccolata calda sorseggiata dinanzi al camino mentre fuori cade una pioggia sottile. Una padronanza totale della voce, che diventa strumento aggiuntivo e non semplice accompagnamento, ed emozionanti saliscendi verso un falsetto angelico e sanguigno allo stesso tempo, imprimono un marchio indelebile sulle qualità di questo ragazzo del Wisconsin.

Se fate piano potrete ascoltare il crepitio degli assi di legno del pavimento mentre accompagnano qualche coro ed una tromba timida verso il finale. Nel mezzo due capolavori che avrebbero strappato un sorriso anche ad Elliot Smith: “Skinny Love”, rugosa e possente come la corteccia di una quercia, o “re:Stacks”, saluto finale di un artista che farà parlare di sé in futuro.

Nove ballate che lasciano da parte fronzoli vari ed inutili arpeggi per arrivare lì dove un musicista dovrebbe: al cuore delle cose impossibili da dire se non attraverso il tocco magico di una sei corde.

Disco folk dall’irresistibile incedere pop, che dopo aver avuto un grande successo attraverso l’autodistribuzione, ha avuto l’onore di essere accolto sotto l’ala protettiva della sempre eccellente Jagjaguwar che provvederà alla sua vendita dal febbraio 2008.

Cover Album
Band Site
MySpace
For Emma, Forever Ago [ Jagjaguwar- 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Elliott Smith, Iron & Wine, Nick Drake, The National Lights
Rating:
1. Flume
2. Lump Sum
3. Skinny Love
4. The Wolves (Act I and II)
5. Blindsided
6. Creature Fear
7. Team
8. For Emma
9. Re: Stacks

Quando esco di casa per andare al concerto di Morrissey all’Olympia sono un po’ emozionato. Nonostante sia nato nell’anno in cui “The Queen Is Dead” usciva anche io ho speso una buona somma di pomeriggi in camera, seduto sul letto, di fronte ad un giradischi a girarmi e rigirarmi quel vinile tra le mani. Magari un po’ in ritardo sui tempi -e, a dirla tutta, mi sembra di essere spesso in ritardo sui tempi- ma ne ho passati anche io di quei pomeriggi. Un po’ emozionato che riesco perfino a presentarmi all’ingresso del teatro con i biglietti del concerto sbagliato. Fortunatamente non abito troppo lontano dall’Olympia e, nonostante il piccolo inconveniente, riesco a non perdermi neppure un istante di un concerto che da queste parti difficilmente si dimenticherà.

L’apertura è affidata a “I’m Throwing My Arms Around Paris” a mo’ di saluto e poi, subito, una “How Soon Is Now” da riempirti il cuore e quasi farti secco. Nei primi pezzi si avverte forse un Morrissey un po’ trattenuto, quasi preoccupato per i recenti problemi alla gola che lo hanno costretto a lasciare il palco durante la terza data londinese. Ma, rotto il ghiaccio, si è travolti da uno spettacolo serratissimo e intenso, dove perfino i pezzi meno riusciti dei dischi solisti non sfigurano. L’apice lo si raggiunge con “Please Please Please Let Me Get What I Want”, ultimo pezzo prima dei bis. Di quella canzone tutti conoscono le parole, eppure ai primi accordi l’Olympia diventa silenziosa, così che l’aria possa riempirsi solo e soltanto di quella voce ascoltata tante volte uscire dalle casse del giradischi di camera.

Morrissey sfoggia sul palco stile, eleganza, classe; si dona completamente al suo pubblico: sorrisi, inchini, strette di mano, abbracci. Si sente ed è un divo, appartiene ad una dimensione della musica che oggi, forse, non esiste più. E chi è qui stasera lo adora, Morrissey , lo ricopre di regali e rose. C’è un momento in cui il microfono scende tra le prime file. Moz vorrebbe una barzelletta e invece c’è qualcuno che dice “mi chiamo Fred e ti seguo dall’83. Sono passati venticinque anni e sei diventato un pezzo della mia vita”. Ecco: Morrissey è un pezzo della vita di tutti quelli che sono in questo teatro stasera e vederlo lì su quel palco e ritrovare, ancora, quelle canzoni è un po’ ritrovare qualcosa di noi stessi. Qualunque anno di nascita indichi la carta di identità.

SETLIST

01: I’m Throwing My Arms Around Paris
02: How Soon Is Now
03: Last Of The Famous International Playboys
04: Stop Me If You Think You’ve Heard This One Before
05: That’s How People Grow Up
06: Mama Lay Softly On The Riverbed
07: The Loop
08: Sister I’m A Poet
09: Death Of A Disco Dancer
10: Irish Blood, English Heart
11: All You Need Is Me
12:Life’s A Pigsty
13: Stretch Out And Wait
14: I Just Want To See The Boy Happy
15: Billy Budd
16: The World Is Full Of Crashing Bores
17: Tomorrow
18: Something Is Squeezing My Skull
19: Please Please Please…
20: The First Of The Gang To Die

Link:
The Violets MySpace
Morrissey MySpace

Mp3:
The Boy With The Thorn on His Side (Live at the Orpheum Theatre, Omaha, Nebraska, 11th May 2007)

Video From The Nite:



2 Votes | Average: 2 out of 52 Votes | Average: 2 out of 52 Votes | Average: 2 out of 52 Votes | Average: 2 out of 52 Votes | Average: 2 out of 5 (2 votes, average: 2 out of 5)
Loading ... Loading …

Votati anima e corpo ad un progressive psicotico e a forza visionario, i Mars Volta, con i precedenti “Frances The Mute” e “Amputechture”, sprofondavano in un limbo musicale figlio di un’imbarazzante vena creativa più o meno prossima allo/agli zero assoluto.

Oggi, con le solite capigliature improponibili, ma senza l’effetto sorpresa che 5 anni fa fece di “De-Loused In The Comatorium” un ottimo disco d’esordio, la premiata ditta Blixer-Rodriguez, abbassa dignitosamente il tiro e si preoccupa diligentemente di non sbagliar mira, rimanendo all’interno di certi schemi musicali mai convenzionali, è bene dirlo, ma di sicuro lontani dai sado-masochistici pasticci schizofrenici dei precedenti lavori.

“Bedlam in The Goliath”, sorvolando sulle consuete storielle pseudo-esoteriche che porta in dote, è un onesto e a tratti ben riuscito tentativo di rimettere le cose in ordine.
Sebbene risulti difficile, anche dopo qualche ascolto dei più attenti, riuscire a memorizzare strutture e sonorità, “Aberinkula”, traccia che apre il lavoro in nome di una più facile fruizione della proposta musicale, sembra essere la maniera adatta per avvicinare ai Mars Volta anche chi di King Crimson, Jethro Tull e progressive in se non vuole proprio sentirne parlare.
Certe soluzioni vocali poi, che una volta scostata la lacrimuccia di rito, riportano alla mente gli At The Drive-In che furono, unite a pregevoli arrangiamenti (vedi “Soothsayer”, sicuramente da annoverare tra gli episodi più riusciti dell’intera discografia della band) potrebbero perfino far pendere la bilancia del gradimento generale dalla parte dei Mars Volta, per una volta sorridenti, e capaci addirittura di deliziare con le ballabili e convincenti ritmiche latine di “Ylenia”.

Poi però, visto che nulla fu mai più vero del fatto che il lupo perde il pelo ma non il vizio, certi falsetti di Blixer che sembrano usciti dritti dritti da qualche videogioco degli anni ‘80 e le consuete divagazioni che, escludendo le ottime “Goliath” e “Cavallettas”, fanno salire il minutaggio di gran parte dei pezzi oltre il limite sopportabile, riportano il tutto a quella normalità, qui sinonimo di piattezza e prevedibilità, che non vorremmo comparisse mai in un disco.
E allora, “Bedlam In Goliath” finisce per suonare incompiuto, con buone e convincenti idee sommerse e soffocate da troppi cervellotici virtuosismi e tecnicismi di cui francamente non se ne sente il bisogno.

“THE MARS VOLTA - AMPUTECHTURE” review on INDIE FOR BUNNIES

Cover Album
Band Site
MySpace
The Bedlam In Goliath [ Umvd - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: King Crimson, Jethro Tull, At The Drive-In
Rating:
1. Aberinkula
2. Metatron
3. Ilyena
4. Wax Simulacra
5. Goliath
6. Tourniquet Man
7. Cavalettas
8. Agadez
9. Askepios
10. Ouroborous
11. Soothsayer
12. Conjugal Burns

Lato A:

1) The Teenagers “Homecoming”
2) Offlaga Disco Pax “Venti Minuti”
3) Television “Venus”
4) Baustelle “Il Liberismo Ha I Giorni Contati”
5) Antelope “Dead-eye”

Lato B:

1) Elf Power “Spiral Stairs”
2) New Buffalo “You’ve Gone My Friend”
3) The Most Serene Republic “A mix of sun and cloud”
4) Los Campesinos! “Death to Los Campesinos”
5) Girls In Hawaii “This Farm Will End Up In Fire”
6) Art Brut “Bad Weekend”

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #64
Feed RSS

Links:
MySpace

Contact Lazy Sundays:
lazysundays@fastwebnet.it

 Votes | Average: 0 out of 5 Votes | Average: 0 out of 5 Votes | Average: 0 out of 5 Votes | Average: 0 out of 5 Votes | Average: 0 out of 5 (No Ratings Yet)
Loading ... Loading …

Great Northern, il grande nord.
Nome evocativo di latitudini artiche ed immense distese desolate.
Malinconia.
Solo neve.
Neve a perdita d’occhio, bianco senza fine e qualche scheletro di albero.
Ci provano, i Great Northern. Provano a dipingere questi dieci decadenti quadretti sintetico-crepuscolari.
Ma inevitabile viene il dubbio: che la neve sia solo schiuma da barba, e gli scheletri d’albero solo sagome di plastica? E se la malinconia fosse indotta ad hoc da qualcuno che smanetta dietro un banco di missaggio?
Va bene, vanno riconosciute le attenuanti del caso: trattasi di disco d’esordio, apprezziamo l’impegno e precisiamo che a scavare tra le tracce di questo “Trading Twilight For Daylight”, una manciata di spunti interessanti si trovano pure. Si danno da fare per suonare credibili, i quattro di Los Angeles, e allora mi sento in colpa a parlarne male: sono combattuto, ma all’ennesimo ascolto corredato di troppi skip realizzo che non potrò sottrarmi all’ingrato compito.

Solon Bixer, ex-30 Seconds To Mars, voce e chitarra, si fa affiancare dalle tastiere di Rachel Stolte, dal basso di Ashley Dzerigian e dai tamburi di Davey Latter. E a dirigere le danze, premere tasti e girare potenziometri c’è Matthias Schneeberger, già con Afghan Whigs e Queens Of The Stone Age. Ma l’impegno e i nomi non bastano, serve quel qualcosa in più, quel qualcosa di essenziale che ti tocca dentro e smuove certe corde. Cosa che i Great Northern non riescono a fare. Ci provano con le melodie che vanno a braccetto coi Nada Surf, con le chitarre (e voci maschile+femminile) che scimmiottano i Silversun Pickups (“Home” è un pezzo da denuncia, che dico, da ludibrio in pubblica piazza), con i pezzi minimalisti e leggeri alla Imogen Heap / Bjork (“Low Is A Height”), con mille tentativi vani e con un paio di buone intuizioni (“Into The Sun”, “The Middle”): ma si tratta di idee seminate in una distesa di neve di plastica, che faticano a farsi strada verso la pallida luce del sole nordico. I passaggi validi sono schiacciati da un’artificiosità urticante mentre i brani soffocano oppressi da una produzione patinata oltre ogni limite imposto dalla decenza.

Saranno anche gusti, ma insomma, se i Great Northern si concentrassero di più per trovare una personalità propria, ciò sarebbe solo un bene. Non ci resta che attendere, perché alla fine le fondamenta ci sono: ora bisognerà tirare su il resto.

Cover Album
Band Site
MySpace
Trading Twilight For Daylight [ Eenie Meenie- 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Silversun Pickups, Imogen Heap, Nada Surf
Rating:
1. Our Bleeding Hearts
2. Just A Dream
3. Home
4. Telling Lies
5. Low Is A Height
6. City Of Sleep
7. A Sun A Sound
8. Into The Sun
9. The Middle
10. Babies

Un intro strumentale, giocato tra basso (Martin), chitarra (Joe) e batteria (Andrew).
Lungo quanto basta per fare qualche passo indietro con gli anni. O forse qualche passo avanti, in un futuro alla Blade Runner.
Poi appare lei, biondissima ed inglesissima, lineamenti marcati, elegante e soft, Alexis.

Non hanno niente a che vedere coi gruppetti italiani. Nessuna smanceria, nessun ringraziamento di troppo, nessuna posa, nessun culto del vestito all’ultima moda, tanto i londinesi sono comunque, sempre, di tendenza. A tutti salta subito agli occhi la maglietta di lei, di un gruppo inglese della loro crew, i No Bra, con una stampa di dubbio gusto (erotico). Ecco, una cosa del genere sarebbe sembrata volgare su chiunque altro. Su di lei no. E il pubblico sembra fortunatamente capire.
“The Lost Page” è il primo e nuovo album per i Violets, e diciamo che sono in Italia per promuoverlo. E diciamo anche che torneranno presto, con gli stessi intenti. E se vogliamo dirla tutta, esce per la Angular Records, label dei primi lavori dei Long Blondes, qualche cosa dei Klaxons, e dei tanto chiacchierati These New Puritans: Joe, infatti, già chitarrista occasionale dei suddetti Klaxons, è nientedimeno che il boss dell’etichetta.

Alexis canta che sembra Siouxsie Così, in un balzo, dal palco del Mattatoio, torniamo alla Londra anni 80. “Mirror Mirror” è la prima vera canzone della serata, singolo dai toni melodrammatici uscito nel 2005: lei si muove come un gatto, aggira Martin e rincorre Joe, sale e scende dal palco, alterna una voce profonda e ipnotica durante i brani, ad una più flebile e dolce per presentare il pezzo successivo. Si susseguono le tracce del nuovo album, “ Troubles Of Keneat”, “Forget Me Not”, che mescolano il post-punk alla new-wave, o meglio come loro stessi affermano “delicate punk”. I suoni sono sempre molto pieni e decisi, a volte (“Parting Glaces”) sfiorano i My Bloody Valentine, mantenendo però una voce molto più nitida.
Joe sembra essere il vero art director della scena, musicalmente parlando, e Alexis la prima attrice dalle movenze incantevoli.
Non hanno molti dischi alle spalle, ma hanno la maturità di chi sa muoversi sul palco e di chi ha le note nel sangue (in più, forse, anche i tour di spalla ai Neils Children e ai White Rose Movement non sono da tralasciare).

Intonano “Foreo”, il singolo, che ha un intro molto klaxoniano, e si va piano piano addolcendo seguendo la voce di Alexis, che squadra il pubblico dall’alto cercandovi chissà cosa: noi dall’altra parte siamo tutti con gli occhi ( e le macchine fotografiche) attaccate a lei, aspettando la sua prossima mossa.
Finalmente arriva “Co-Plax”, quella che più di tutte mi ricorda Siouxsie, la più scura e la più acuta, quasi uguale alla versione su disco, forse leggermente più distorta, ma assolutamente la mia favorita.

Poi un paio d’altri pezzi, il tempo di salutare, e il concerto si chiude.
E a me resta una gran voglia di tornare, di nuovo, di corsa, a Londra.

Link:
The Violets MySpace
Angular Records Official Site
Mattatoio Live Club Official Site

Mp3:
Emerald

Video From The Nite:



Next Page »

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.