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Poesia in pillole, filastrocche infantili e quadretti casalinghi a colori pastello. Le prime tre cose che mi sono venute in mente ascoltando questo disco. Se c’è una cosa che qui in Italia sappiamo fare bene è certo pop a bassa fedeltà, che lambisce il folk e ha il sapore genuino di una minestra che la nonna che vive in campagna ci ha preparato. E certo, va bene che non abbiamo un forte respiro internazionale, e anzi il tutto suona “piacevolmente provinciale”, ma la tanto bistrattata Italia è fatta anche e soprattutto di piccoli centri abitati, strade di provincia e tappeti di foglie secche e sassolini impolverati. I Chewingum ricordano certo twee pop acustico che dalla Svezia ci propinano mensilmente, ed hanno l’ingenuità poetica di Mr. Brace e quel tocco infantile tipico di Artemoltobuffa. Dieci brani che giocano a non prendersi troppo sul serio e che allo stesso tempo hanno un microcosmo di quotidianità da raccontare, o meglio da fotografare. Metteteci pure che la produzione è affidata ad un trio di realtà indipendenti del nostro paese come la Tafuzzy, il Marinaio Gaio e About a Boy ed otterrete un risultato, nel suo piccolo, di assoluto spessore. Se davvero esistessero i tesori nascosti, di sicuro potremmo vantarci di averne trovato uno. |
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Febbraio 2008
Ven 22 Feb 2008
Ven 22 Feb 2008
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Lo sapevo che prima o poi sarebbe accaduto. Qualche decennio passato che torna nel presente dal futuro in cui era stato catapultato e long time ago che adesso vuole fottermi per la mia sfacciataggine. Farmi stupide domande e intripparmi il cervello con qualcosa di anni ottanta o una melodia acustica flower power elton john inside. I primi 5 secondi di questo disco mi convincono da subito che sarà un buon disco. E’ un buon disco. Spettrale, poi assolato e limpido, poi distorto, poi un po’ Pavement e in fine folk. Poca e bassa fedeltà. Altri tempi, quelli in cui il buon Fran_Pi, oggi padre di famiglia e improbabile ex giocatore di calcetto mi spediva a casa i dischi degli Okkervil River e degli Elf Power cercando di convincermi di un potenziale a cui il sottoscritto rispondeva contrariato e davanti al quale invece oggi piega volentieri i timpani per una mezz’oretta. Se la band di Will Sheff decidesse di scrivere un album intero in nome della spensieratezza e del famose ‘na pizza (folk) ecco quello che ne uscirebbe (esempio su tutti “The New Mythology”). Una produzione che spazia dal rock al pop, passando per qualche accenno di blues semplice e colorato da strumentazioni analogiche Grandaddyane che renodno il tutto meno definibile proprio perchè senza un genere preciso. Una bella nebbia in cui si vede tutto ma non si riesce a toccare niente. |
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Gio 21 Feb 2008
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Nel 1968 il mondo bruciò. Jimi Hendrix, i Doors, Janis Joplin e tanti altri lisergici musicisti fecero da colonna sonora. Si liberarono le menti. Si liberarono i corpi. Il mondo era spaccato in due ed uno stato di tensione da “ultimi giorni” percorreva le schiene degli uomini. Per la prima volta pareva possibile un cambiamento dello status quo e tutti si sentivano in grado di partecipare a questo immenso rivolgimento. Nove anni dopo ci si accorse che il fumo che avvolgeva quei sogni si era diradato come la nebbia del mattino. O forse qualcosa era mutato per davvero, ma come insegna Tomasi di Lampedusa Tutto cambia affinchè nulla cambi. Sta di fatto che ci si trovava al punto di partenza. Anzi peggio. Gli Stati Uniti venivano dalla loro più cocente sconfitta militare. In Italia iniziava una delle stagioni più buie della Repubblica. In questo contesto esplodeva la rabbia iconoclasta dei giovani d’oltre manica e d’oltreoceano. Era il punk. Erano i Sex Pistols e i Clash. Ma non solo. L’impotenza si trasforma spesso in alienazione. New York è allora la città perfetta per esprimersi. I Talkin Heads, Brian Eno, i Suicide, i Motorhead, i Ramones e…..i Television. La band capitanata dal carismatico Tom Verlaine irruppe sulla scena rock con un impasto di chitarre mai sentito prima, taglienti, organiche, ritmiche. Canzoni di devastante bellezza. Nitide nella costruzione. Disperate nell’avvilupparsi attorno ad accordi di chitarre distorte ed impetuose. Su tutto la voce appassionata e lacerata di Verlaine, fantasma impazzito, vagabondo sbilenco di notti acide e deformate. Jagger che incontra Lou Reed e lo irride impazzito. Delirio e folle lucidità si scontrano e si amano. Ne esce un album seminale. Un disco che farà epoca e proseliti in tutto il Mondo. Se oggi uscisse un lavoro del genere si griderebbe al miracolo. Si discuterebbe a lungo su un modo nuovo e geniale di fare rock. Eppure sono passati trent’anni e ci si stupisce per molto meno. Quasi una maledizione quella di Television, condannati per chissà quale strano motivo all’anonimato. O quanto meno ad un ascolto di nicchia. Ingiustizie ed incomprensioni della Storia. Nonostante ciò appare chiaro il debito pagato da tre quarti delle rock band più in tiro oggi. Ma non fa nulla. Il valore di questa band non viene scalfito dalla dimenticanza. ‘Elevation’, ‘Venus’ o la lunga danza di “Marquee Moon” sono pezzi scolpiti con l’elettricità più ispirata nella storia del rock. Per non parlare di “Torn Curtain”, gioiellino che chiosa “Marquee Moon”. Mi sbilancio nell’affermare che è una delle canzoni più incredibili che abbia mai ascoltato. Uno di quei brani che fanno respirare a pieni polmoni l’aria maledetta di quella malattia che è il rock’n'roll. Pezzo assolutamente strepitoso, dove la disperazione stralunata di Verlaine si unisce alla distorsione più melodica e psichedelica mai sentita. Il lungo assolo finale di chitarra di Richard Lloyd è di quelli che scuotono e incitano a suonare uno strumento. Sonic Youth, Pavement, Interpol e tanti altri ben hanno saputo da dove attingere. Non una canzone fuori posto. Nessun passaggio a vuoto. Le luci di New York, i fumi che placidi annebbiano le strade buie, la frenesia con la voglia di bellezza latente: tutto esplode e rimbalza in questi 11 furori sonici. Un disco da avere per non essere fregati da bluff truccati da falso genio. Un disco per toccare con mano la Storia del rock. |
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Mer 20 Feb 2008
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”Match Point” iniziava con una pallina da tennis che oscillava sul bordo della rete. Questione di fortuna, di caso, unici giudici tra la vittoria e la sconfitta, tra il successo e il fallimento, in un mondo sempre meno influenzato dal merito. Non c’è però solo la sorte. Il cinema di Allen ruota da sempre attorno al tema dell’etica, della scelta morale: come in “Match Point”, qui la stilizzazione del bivio è esasperata dalla presenza dell’omicidio come dilemma estremo eppure irrinunciabile. Infatti, nonostante lo stile del cineasta sembri essere arrivato ad una sobrietà quasi ossessiva, asciutto fino quasi all’aridità, la sensazione resta quella che “Cassandra’s Dream” sia un film troppo studiato per essere pienamente coinvolgente. Il rimorso, o la sua ancora più inquietante assenza, non vengono più affidati a situazioni o atmosfere (la splendida e shakesperiana apparizione in “Match Point”), ma all’esplicita personificazione attraverso i due protagonisti, che segnano una scissione sin troppo scontata: il frivolo e ambizioso Ewan McGregor e il sin troppo sofferto Colin Farrell. Una divisione scolastica dei ruoli che suona più come una piccola variazione sul tema, piuttosto che in un suo robusto e necessario aggiornamento: Allen, almeno in questo caso, pare aver puntato su una scommessa sicura, rinunciando persino alla solita musica di repertorio e affidandosi ad un classica e solida colonna sonora di Philip Glass, che ha sfoderato un tema in sintonia con le tinte noir della vicenda. Proprio queste suggestioni da cinema classico (non è la prima volta che Allen vi fa riferimento: basti pensare all’affettuosa citazione de “La fiamma del peccato” in “Misterioso omicidio a Manhattan”) sono tra le cose migliori: in particolar modo la prima apparizione dell’esordiente Hayley Atwell, che si presenta vista dagli occhi di McGregor come una tipica femme fatale, in una delle poche soggettive di un film sempre costruito come una cinica e disincantata analisi della meschinità umana, senza alcuna traccia di affezione. “Sogni e delitti” resta però sempre sospeso tra il consapevole esercizio di stile (la panoramica che devia su una siepe, lasciando fuoricampo il momento culminante del film), e il deja vu di una tipica ossessione alleniana e, inevitabilmente, non riesce a fare breccia. |
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Mer 20 Feb 2008
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La Minneapolis degli anni ’80 ha fatto regali preziosissimi ai fan del rock: Husker Du, Replacements, Soul Asylum. Ha fatto un regalo preziosissimo anche a chi dal rock se ne stava un po’ fuori. Prince è probabilmente, e non siamo particolarmente originali nel dirlo, uno degli artisti che meglio hanno saputo concepire le vie di fuga da una musica che chiedeva una palingenesi, senza rinnegarla manco per un minuto ed aggiornando le tecniche produttive e soprattutto promozionali. Detto dell’importanza, parliamo del tributo. Esce per Rapster, ha una copertina a metà tra postpunk2.0, psichedelia e black music. Dentro c’è un roster di artisti pescati in ogni branca dell’elettronica moderna, impegnati a tributare Prince piegandone i pezzi alle proprie soluzioni estetiche, con il risultato finale (non tanto diverso da qualsiasi altra cover di Prince si siano sentite) di uscire piuttosto malridotti dal confronto. La classe c’è, ovviamente: D’Angelo non è una mezzasega, insomma, e in generale il livello degli autori è assolutamente alto. È che la musica di Prince, bontà sua, funziona più nei dischi di Prince, o al limite come termine di paragone e/o antenato ideologico, e spacca per la sobrietà dell’insieme. Sovrastrutture aggiunte, e stravolgimenti di sorta, non premiano moltissimo il risultato. Per un gioco di dirette conseguenze e/o paradossi, allora, funziona molto di più un gruppo spersonalizzato e camaleontico come Soulwax, col suo solito gioco al ribasso tecnicamente ineccepibile che gli consente di portare a casa un quasi-pareggio con una “Starfish & Coffee” dal sapore mitteleuropeo. D’altra parte perdere è un po’ il senso chiave, in un tributo… |
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Mer 20 Feb 2008
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Cominciamo da qualche informazione… Il nome Hadouk non ha radici balcaniche come potrebbe sembrare, ma è la contrazione dei nomi di due strumenti etnici che hanno la parte del leone nella musica del trio: lo hajouj (conosciuto anche come gimbri), il basso a tre corde di budello su cassa in legno con pelle tesa, lo strumento principe della musica delle confraternite gnaoua, e il doudouk, uno strumento a fiato a doppia ancia in legno di albicocco, tipico della tradizione armena. I ragazzi (si fa per dire, vista l’età anagrafica) hanno gigantesche carriere alle spalle: Loy Ehrlich (kora, sanza, gumbass, tastiere, e soprattutto lo hajouj) ha suonato con Peter Gabriel, Youssou N’Dour, Touré Kunda, Geoffrey Oriema, ed è il direttore artistico del Festival di Essaouira. Steve Shehan (qualsiasi percussione, di legno, metallo, argilla, cuoio e chi più ne ha più ne metta…) vanta collaborazioni con Brian Eno, Paul McCartney, John McLaughlin, Paul Simon, Christian Vander (qualcuno ricorda Magma?). Avete letto bene? Didier Malherbe! Bloomdido Bad de Grass! Il sax e flauto dei Gong!!! La leggenda vuole che fosse stato scovato da Daevid Allen mentre viveva come un eremita in una grotta nella tenuta del poeta Robert Graves a Maiorca… E da quel giorno Bloomdido ha fatto parte dei Gong anche dopo che Daevid se ne andò, anche dopo l’uscita di Steve Hillage. Ma dopo “Shamal” e “Gazeuse, due album di jazz fusion usciti a nome dei Gong ma in cui lo spirito freak e patafisico di Daevid Allen era definitivamente scomparso, molla pure lui. Come dite? Questa non è una recensione dei Gong? Hadouk Trio, eh? Ehm… Se non cercate emozioni sorprendenti, “Baldamore” è un disco ideale per rilassarsi con intelligenza, ma sinceramente mi aspettavo di più, vista la classe e la storia degli interpreti. |
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Mar 19 Feb 2008
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Scarno, algido, minimale, dominato da esili ma solide architetture e astratti geometrie, “Beat Pyramid” si rivela un disco immediatamente piacevole da ascoltare ma non facile da descrivere. Mentre in giro si legge che la maggiore influenza su questi giovanissimi nuovi indie-idoli è stata sicuramente quella di Mark E. Smith e dei suoi Fall (il nome della band deriva dal brano “New Puritan”), forse invece sarebbe il caso di tirare in ballo gli Wire più allucinati, quelli di “154”, per intenderci. Inoltre, i These New Puritans sin da subito sono stati frettolosamente infilati nel filone nu rave klaxoniano. Vero è che la compilation “Future Love Songs” conteneva tra gli altri, anche un brano dei Puritans e uno dei Klaxons. Ma Questi Nuovi Puritani mostrano nei loro brani pose seriose, quasi severe, che si amalgamano però da dio con le loro soluzioni electro-rock. Le ossessioni per la numerologia, per le teorie sulla cospirazione e per il matematico, filosofo ed occultista inglese John Dee non devono far pensare a intricate e cervellotiche dissertazioni. I testi si basano per lo più su opprimenti, ipnotiche ripetizioni di versi spesso ermetici (su tutti, quelli di “Elvis”…cosa mai vorranno dire?), come in una sorta di linguaggio in codice costituito da frammenti enigmatici riflessi all’infinito che una volta ricomposti insieme potrebbero assumere un reale significato. Anche se in certi casi tutto questo ci sembra più che altro un gioco fine a se stesso, la musica creata dai quattro giovinastri conserva un certo misterioso fascino, addirittura depistante quando irrompe nel lettore una freddissima “Numerology” graffiata da fraseggi ripetitivi e ammorbata dalle parole dell’ostinato androide-bambino senza cuore Jack Barnett. Il brano è sorretto da ritmiche che definiremmo grime, come in “Swords Of Truth” (sobrio delirio apocalittico il cui titolo riporta direttamente ai Wu-Tang Clan, assai stimati dal gruppo), “Infinity Ytinifni” o “£4”, afflitta da rantoli e singulti elettronici, culminante in un accumulo caotico di reiterate declamazioni isteriche, riffetti malevoli e suoni acidi. Nel resto dell’album incontriamo una wave aliena e alienante, memore in alcuni casi, è bene aggiungerlo, anche della lezione delle band della Factory, di cui fagocita certe intuizioni storpiandole in maniera perversa. L’asciuttezza delle tracce (che tra l’altro sono in media piuttosto cortine) fa sì che spicchi in particolare la postpunkeggiante e fortemente propulsiva sezione ritmica, vedi due numeri impressionanti come l’epilettica “Colours” e la splendida e agguerrita “Elvis”, mix di cruda cupezza atonale ed effervescenza electro. L’elettronica è messa in risalto soprattutto in “Doppelganger”, eterea strumentale (anche se sempre infestata da isterismi ritmici) fatta di gorgoglii, ribollimenti, riflussi, ritardi e dolci schegge di chitarra. C’è spazio anche per una specie di malinconia malata, che sia quella di “Mkk3” (immaginate dei Bloc Party derelitti e lobotomizzati) o della struggente salmodia marziale di Costume. Il suono dei TPN indica certamente una via più oscura e affascinante rispetto a tanti prodotti rassicuranti del panorama indie e nu wave/nu rave. Imperfetto, furbo ma esaltante, “Beat Pyramid” ci lascia sperare in un futuro davvero radioso. |
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Lun 18 Feb 2008
Lightspeed Champion - Falling Off The Lavender Bridge
Posted by Joses under INDIE ALBUM[22] Comments
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LIGTHSPEED CHAMPION suonera’ al FREQUENCY FESTIVAL 2008 Proprio l’altro giorno stavo ripensando alle Big Bubble, le gomme da masticare che hanno formato i fasci muscolari della mandibola di un’intera generazione tra gli anni ‘80 e ‘90. Ve le ricordate? Mattoncini quadrati rosa shocking, avevano quell’insopportabile e tremendamente ipnotico aroma di fragola industrializzata, erano ricolme di zucchero e pura gioia per l’Associazione Dentisti Italiani. Insomma ci pensavo mentre ascoltavo l’album in questione, frutto dell’ispirazione di Dav Hynes, ex componente di quello stralunato combo che erano i Test Icicles, il quale ha deciso di prendere il volo da solo, sdoganandosi nettamente dalle sonorità dei suoi antichi compagni di band. L’inizio è di tutto rispetto, perfette atmosfere british pop scuola Coldplay o meglio ancora figlie di quel tondo suono malinconico del primo Badly Drown Boy, che infranse più di una cassa nei nostri cuori. Suoni levigati, curatissimi nei dettagli, atmosfere sature, arrangiamenti di gran mestiere, ritmico battere di piede, mai un momento di vuoto o fragilità: i Lightspeed Champion sanno come si scrivono canzoni, non c’è dubbio, e lo dimostrano nota dopo nota, pentagramma dopo pentagramma. Fino a metà disco Dav scarica dardi infuocati e, novello Guglielmo Tell, centra tutte le mele che gli capitano a tiro. Inchioda melodie alla perfezione, canta come Chris Martin che fa le cover dei Bloc Party, cammina sul filo teso in sicuro equilibrio tra ascolto radiofonico e ardimentosa sperimentazione che trova il suo apice nella lunga “Midnight Surprise”, dieci minuti di zucchero a velo pop e suggestione. Sorprende e ci frega tutti quando modifica parti di Dna per incollarci tra le sinapsi ritornelli e passaggi di chitarra, pianoforte, batteria e cori che si rincorrono per l’intera giornata. La maledizione degli ottimi autori di musica leggera: fanno colare miele nelle orecchie e ne rimaniamo fregati. Un po’ come quando ci si innamora: benedizione o maledizione? Difficile resistere a “Galaxy of the Lost” o “Tell Me What It’s Worth”, perfette colonne sonore di un libro di Jonathan Coe, caramelle al mirtillo, piccole lacrime nate in segreto, sorrisi buffi appena accennati. Il cielo e le strade di Omaha devono aver riempito i polmoni di Dav della giusta aria, ma meglio ancora è stato l’apporto di casa Saddle Creek, che ha prestato Mike Mogis dei Bright Eyes alla impeccabile ed ispirata produzione, Clark Baeckle dei Faint alle percussioni e la dolce e fatata voce di Emmy The Great già vista con i Cursive ed i Tilly And The Wall. Quando si dice che le amicizie contano. Verso la fine però il disco s’indurisce, diventa troppo prevedibile, perde vigore e spontaneità, ed inizia a stufare leggermente. Proprio come le Big Bubble, che dopo l’esplosione saporifica iniziale, diventavano una pietra granitica, bianca e solida come mastice con l’inevitabile esito della sua morte in un sacchetto dell’immondizia. Ma inevitabile era anche scartarne un’altra per reiniziare il viaggio. Stessa cosa con i Lightspeed Champion, gruppo da seguire con cura. Per ora ci teniamo le bolle rosa e gli aromi di lillà. |
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Dom 17 Feb 2008
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Cloverfield appartiene a quella categoria di film-fenomeno: se ne parla infatti da giugno, quando un inquietante e suggestivo teaser mostrava la testa della Statua della libertà rotolare, dopo aver rimbalzato tra i grattacieli, in una strada del Village, in mezzo ad una folla di new yorkers in preda al panico. J. J. Abrams, produttore già affermato, ha fatto di questo film un successo ancora prima che uscisse, spendendo molti dei 20 milioni di budget in viral marketing, una pratica nata negli anni sessanta con i film di Roger Corman ed esasperata dall’epoca della rete: false anticipazioni, siti internet fantasma che rilanciavano scoop e foto che mostravano le improbabili fattezze del mostro che avrebbe messo a ferro e fuoco Manhattan. Una curiosità spasmodica che ha pagato uno strepitoso trionfo al primo week-end. Una festa della upper class di New York interrotta da scosse di terremoto ed esplosioni improvvise: scene da 11 settembre, con il simbolo dell’America che viene brutalmente spazzato via. Un monster-movie girato con una telecamera, come se fosse una cosa vera, un Godzilla rimasticato con riprese da telegiornale, affinché la gente sappia, una volta che il video verrà messo su YouTube, cosa è successo quel giorno. Di più, Abrams (come il LOST, il suo serial pluripremiato) rovescia del tutto lo stereotipo del monster-movie: infatti, non si sa che origine abbia la creatura spuntata fuori dall’Oceano Atlantico, non si sa che scopo abbia; davanti a lui, l’umanità non si compatta per far fronte alla catastrofe, ma si disunisce. Cloverfield non è la cronaca videoamatoriale di una fuga, ma paradossalmente è il resoconto di un salvataggio impossibile, di un nucleo di personaggi che va dritto incontro alla minaccia per salvare un’amica e un’amante. Abilmente, il produttore (parlare di Matt Reeves è del tutto superfluo, vista la natura del film) non rifiuta la logica del kolossal, si arrangia come può nella descrizione del mostro (che partorisce spontaneamente anche dei repellenti aracnidi), e in più aggiunge dei tocchi straordinariamente desolanti nel filmato che fa da film. Il nastro sovraimpresso concede dei brandelli di una pacifica giornata a Coney Island tra il protagonista Rob e la sua fidanzata: un’oasi di banale quotidianità che sembra lontana anni luce dall’orrore di una minaccia improvvisa e imbattibile, uno squarcio della nostro vissuto che appartiene già ad un’altra epoca. E’ troppo tardi per riscoprire i sentimenti, troppo tardi per tutto: Abrams rovescia la logica dell’ultimo sopravvissuto, e abbraccia la teoria di un cupo nichilismo. La visione, che balla costantemente ed adotta dei punti di vista eccentrici e costantemente ribaltati, può causare pesanti cefalee: alla grande verosimiglianza dell’incubo, sopraggiunge un concreto malessere fisico che aumenta il disagio. |
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Dom 17 Feb 2008
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Se fossi stato giovane negli anni Settanta allora sicuramente avrei posseduto un vinile di “The Undertones”, quello con l’inno “Teenage Kicks” e cinque ragazzini con la faccia di teppisti in copertina, per intenderci. Il destino ha voluto diversamente: ho un cd comprato qualche anno fa, ma non credo sia la stessa cosa. Sono arrivato in ritardo di quel tanto che bastava per perdersi il punk, quello vero, quello che bisognava esserci per capirlo fino in fondo. Ho visto la fine dell’era del britpop. e vedo ora quella del “tutto fa indie” . E delle reunion. Grande invenzione, le reunion: basta prendere un gruppo il cui nome è entrato nella mitologia del rock e sbatterlo tra i comuni mortali. E così ecco che nel 1999 una smagliatura della rete spazio temporale riporta tra noi un pezzettino di Irlanda in piena era punk. “Dig Yourself Deep” è il secondo disco post-rinascita degli Undertones; qualche chilo in più e qualche capello in meno, per il resto gli ingredienti fondamentali restano gli stessi di trent’anni fa: canzoni fatte da due accordi e tre minuti, non uno in più, di chitarre fuzzose e riff punkeggianti, come suonavano oltreoceano certi Ramones e in Inghilterra tali Buzzcocks. Mentre a Derry la lotta tra IRA e governo di Sua Maestà insanguinava le strade (il Bloody Sunday degli U2 è il giorno in cui proprio a Derry, nel ’72, l’esercito britannico uccideva tredici manifestanti) gli Undertones proponevano un’alternativa alla cruda realtà, una via di fuga a base di punk iniettato di pop, Kinks, Jam e testi intrisi di energica vitalità direttamente dai marciapiedi dei quartieri operai. “Dig Yourself Deep” sarebbe stato un disco degno di nota, fosse uscito trenta anni prima. Persino Paul McLoone riesce nell’improbo compito di non far rimpiangere Feargal Sharkey, voce originaria della band. Manca una “Teenage Kiks” o una “Family Entrtainment”, ma le 14 canzoni dell’album sono altrettante schegge di ottimo punk d’annata, fanno presa nella testa e ci si può facilmente ritrovare a canticchiarle tra una cosa e l’altra. Eppure… eppure dopo l’ennesimo ascolto continuo a pensare che manchi quel qualcosa di indefinibile, quella scintilla che rende un cd emozionante, che questo disco non aggiunga niente di nuovo e che presto finirà nel dimenticatoio, la polvere lo coprirà e io scorderò di averlo mai avuto. |
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