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Indie rock emozionale, suoni immediati, dolci, giocosamente pop. Il nuovo album targato Sub Pop si apre con “Brunettes Against Bubblegum Youth”, con un crescendo di cori e musica, che ricorda molto l’allegra follia dei The Go! Team, quasi una corsa per raggiungere la seconda traccia Stereo “(Mono Mono)”, che lascia invece maggiore spazio alle voci limpide di Heather e Jonathan, che si accostano a suoni più morbidi e delicati, scanditi da poche e sfuggenti note. “Her Hairagami Set”, singolo dell’album, sta a metà tra gli Stereolab e i Fiery Furnaces, dove la psichedelica è messa in riga dalle note della tastiera, con questo tintinnante xilofono che addolcisce la melodia e avvolge la bellissima voce di Heather. Spesso la voce di lei si alterna e si fonde con quella di lui, come nella bellissima “Obligatory Road Song”, che rimanda qua e là agli Architecture in Helsinki per le basi ritmate, ma decisamente molto più pop-zuccherato, condito con campanelli e tamburelli. I Brunettes ci suonano come una caramella dal doppio gusto, un lato dolce ed uno amaro. Non siamo nel pop mieloso, ma tra le melodie raffinate e delicate alla Belle&Sebastian, dove niente è mai troppo caramelloso. |
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Febbraio 2008
Sab 16 Feb 2008
Ven 15 Feb 2008
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Il fatto è che l’altra sera nevicava. Sottile, lenta, incessante, bianca, timida, la neve scendeva giù a coriandoli. Non sono abituato alla neve. Al mare in tempesta d’inverno sì, ma la neve per me è solo quel po’ di zucchero a velo sul Vesuvio. Guardavo verso la lampadina in alto ed in controluce vedevo gli schizzi grigiastri scendere ed ero contento. Si, contento. A farmi compagnia c’era una voce in totale nemesi astrale con quell’ambiente ostile che sono le due di notte di un inutile giorno di gennaio. Corde vocali calde, pastose, in bilico tra esplosione e trasalimento sussurrato. Brooklyn come la caldaia che getta fuoco nelle nostre vene. Un abbraccio, una coperta di lana poggiata sulle spalle di chi si è addormentato sulla poltrona. Melodie centrate in pieno, sguardi nitidi, ma non le solite nenie folk. I Midlake hanno segnato il passo e David Wingo e compagni sono la perfetta prosecuzione di una linea partita dal Texas che continua a percorrere gioiosa i vari Stati americani. Wingo è un Pedro The Lion che compone dopo aver preso una valeriana, meno ansioso e dolorante in quel che fa, ma con la stessa carica emozionale di David Bazan. Fiocco dopo fiocco lo stupore per un album perfetto, il giusto bacio prima della catastrofe, rimane intatto e cresce. Nonno Young accennerebbe un timido sorriso ascoltando qualche passaggio che sarà scivolato anche tra le sue dita. Trame folk-rock si inseguono tra amarcord ed intuizioni da terzo millennio per consolidare un genere che vede le nuove leve americane padrone assolute di un modo di sentire la musica unico e profondo. Questo è un disco da proteggere con cura, lucente di una bellezza fragile e rara. Proprio come i fiocchi di neve. O come la cenere di un cassonetto in fiamme. Perchè certe notti invernali sono così sole che crederesti a tutto pur di strappare un mezzo sorriso all’oscurità. |
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Ven 15 Feb 2008
The French Semester - Open Letter To The Disappeared
Posted by giov under INDIE ALBUM , MySpace GenerationNo Comments
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Benvenuti nel folk più bello del mese. Benvenuti dentro il mondo della miglior Myspace indie band del minuto. Dentro il retrogusto acustico e circondato dall’eco di una sorta di celebrazione. Un canto al limite della stonatura. Un canto multiculturale se il cantante Riaz Tejani è figlio di indiani, il percussionista è messicano, il batterista inglese e il bassista vietnamita. Un inno continuo e scanzonato, pop e distorto, che riporta ai Neutral Milk Hotel, fa pensare a qualcosa di post grunge e più caramelloso tipo i primi Marcy Playground (l’importante è non prendersi troppo sul serio mentre spacchi una fender su un amplificatore…) e poi ti fa crescere la barba più velocemente. Americano fin dentro le ossa e sporcato dalla polvere alzata dalle ruote di un mini furgone immaginario pieno di fiori, belle speranze e amore con cui si sposta la band. Giri semplici e un suono di una bassa fedeltà che raschia le corde della realtà fino in fondo. Canzoni buone per dire a qualcuno che si, ti intendi di buona musica almeno una volta l’anno. Canzoni buone per dire di aver scoperto qualcosa di veramente interessante. Pop art, rudimenti indie rock e leggere vibrazioni shoegazer. E’ tutto qui dentro. Dentro il colore musicale più affascinante di questo venerdì. |
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Gio 14 Feb 2008
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Fine agosto 1994. Ero reduce dal mio secondo e per ora ultimo Reading Festival dove avevo visto tra gli altri gli Afghan Whigs, Therapy?, Echobelly e Red Hot Chili Peppers. In effetti c’erano tutte le premesse per il successo. L’etichetta era la Creation di Alan McGee che aveva tra i suoi artisti i Primal Scream, Jesus And Mary Chain, My Bloody Valentine ed i Ride. Il disco mi è piaciuto praticamente all’istante, con quel suo suono grezzo, quasi demo, e quello sfondo di chitarre talvolta pesanti, passate indenni attraverso le varie vicissitudini di produzione, tenute insieme da quel singer che cantava a bocca spalancata. Voglio essere me stesso, non potrei essere nessun altro, mi sento supersonico…. Ho reso l’idea? L’incipit del disco è potente, prorompente. E, appunto, con il naso verso l’alto. “Rock ‘n Roll Star”. “Cigarettes And Alcohool” è un up-tempo dedicato alla working class britannica che sballa per evadere dalla monotonia quotidiana: You could wait for a lifetime “Slide Away” è la perfect (brit) pop ballat: un riff di chitarra quasi sovresposto parte tirandosi dietro tutti gli altri strumenti ed è interrotto solo da un urlo sguaiato di Liam che intona in realtà una romanticissima canzone: Now that you’re mine Per i veri collezionisti consiglio di procurarsi i singoli che hanno gravitato attorno a questo disco perché vi sono alcune B-sides davvero notevoli. In tutti i suoi aspetti “Definitely Maybe” rappresenta un disco perfetto per descrivere il british pop con le sue espressioni irriverenti, anticonformiste, scanzonate. E’ come una di quelle immagini del booklet di “Quadrophoenia”: guardandola si capisce che è stata scattata in Inghilterra. Le strade un po’ sgarrupate, le case di mattoni rossi con gli infissi in legno verniciato di verde scuro. |
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Mer 13 Feb 2008
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Folgorato da un libro contenente degli studi su echi e riverberi, il geniaccio multiforme Stephen Merritt, assieme ai suoi sodali preferiti, i Magnetic Fields, decide di dire la sua in materia di distorsione del suono, assemblando una succulenta raccolta di caramellose “canzoncine” pop (che poi si riveleranno a volte signore canzoni dal retrogusto amarognolo) sgualcite e stropicciate. Ma non si tratta propriamente di shoegaze come alcuni di voi potrebbero pensare. La distorsione in questo caso diviene un elegante e sottile veste con cui si è pensato di abbellire le composizioni più che inzaccherarle in maniera incontrollata. Per intenderci, essa non sta “sopra” e neanche “in mezzo” ma sta “sotto”. Non ci sono drones siderali, leve del tremolo che fanno continuamente su e giù o feedback debordanti. Gli strumenti sono diligentemente piegati al volere “distorto” della band, e inseriti con naturalezza in calzanti contesti bubblegum pop o chamber pop.
Tra frustate svogliate su rullanti marci e graziose musiche grattugianti assaporerete lo zucchero di “California Girls” (dal fortissimo flavour sessantiano), di “Xavier Says”, “Please Stop Dancing”, “Driver Drive On”, “Too Drunk To Drink”, “The Nun’s Litany” (mano a mano però vi renderete conto, durante l’ascolto, di quanto la dolcezza lasci il posto ad una vaga inquietudine anche in questi episodi più leziosi) da una parte, mentre dall’altra avrete a che fare con i sapori contrastanti (struggimento, teatralità, tenerezza, altezzosità, senso di fatalità) di “Old Fools”, di “Mr. Misteltoe”, di “Till The Bitter End” e di “Courtesans”, passando per la marcia un po’ “pagliaccesca” e un po’ epica di “Three Way” e lo “scherzo” quasi darkwave di “Zombie Boy”.
La perla del nuovo Magnetic Fields rimane comunque “I’ll Dream Alone”, in cui viene esaltato il crooning di Stephen che più si fa spettrale più instilla nell’ascoltatore quella piacevole angoscia da innamoramento che un po’ ti tormenta un po’ ti culla.
Sebbene con questo trattamento dei suoni le idee musicali finiscano sulle prime per sembrare un po’ confuse, la nuova via alla distorsione non dà affatto nausea, né impedisce di godere appieno delle canzoni, che anzi con questa patina polverosa sembrano evocare ancora meglio pensieri nostalgici e emozioni semiaddormentate che, accidenti, vogliono ancora sonnecchiare. |
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Mer 13 Feb 2008
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Viviamo in una società che fagocita tutto in un lampo. Prendete la serie tv “The OC” , pareva essere la nuova “Dawson’s Creek” dalla colonna sonora indierock. E invece, dopo un paio di stagioni il lento declino fino alla soppressione della serie giunta al quarto capitolo. Se non altro ne hanno giovato i Death Cab For Cutie che, grazie alle numerose citazioni all’interno degli episodi, hanno raggiunto una discreta fama anche al di fuori degli ambienti di nicchia. Chris Walla, che ne è il chitarrista, pubblica questo mese un disco a nome proprio in attesa del prossimo lavoro in studio della band, previsto intorno a maggio. I legami con la casa madre sono evidenti , le dodici tracce in scaletta offrono delle piacevoli melodie indierock talvolta morbide e altre volte sporcate leggermente da volumi più alti. Fanno capolino qua e la i Nada Surf più solari, qualche trovata melodica degna degli Shins, per il resto ordinaria amministrazione pop. Un buon antipasto in attesa del nuovo disco di Gibbard e soci, non certo memorabile ma neanche da buttar via. Regalerò con piacere qualche pomeriggio invernale a queste canzoni, fin quando qualcosa di più non ne fagociterà le melodie. E da allora avrò un posto in meno sul mio scaffale dei dischi. |
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Mar 12 Feb 2008
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Se vi siete mai chiesti quanto vale un pompino troverete la risposta nell’ultimo disco degli Offlaga Disco Pax, chiara ed inequivocabile: un toblerone! Tornano i racconti di Max Collini, da Reggio Emilia con furore, tornano le atmosfere rosse dei paesi come Cavriago (dove il sindaco onorario è, fin dal 1917, Vladimir Lenin) o meglio ancora di Roncosesi (aka Vladivostok) catapultata in una canzone e quindi destinata a perdersi nella storia. Descrivere un disco degli Offlaga non è cosa facile, sia per chi li adora sia per chi non li definisce neanche un gruppo musicale. In effetti, anche in questo secondo album non ci sono classiche canzoni, non scrivono canzoni gli Offlaga, fanno un’altra cosa, raccontano storie, raccontano, non cantano, sentimenti; è come assistere alla visione di tanti cortometraggi, privati delle immagini e a cui restano solo la voce del narratore esterno e la colonna sonora. Quello che fa Collini è rivivere scene degli anni ’80 che in un modo o nell’altro sono rimaste impresse nella sua memoria, ed insieme a quelle scene, scritti come sullo spazio bianco delle polaroid dell’epoca, si ritrovano tutti i sentimenti di un passato prossimo, condivisibile, per tempi e modi, da tutti i post trentenni e non solo. Ci si ritrova negli anni che arrivano/partono dalla strage di Bologna, non a caso di Francesca Mambro si parla in “Sensibile”, negli anni in cui l’eroina era di moda, in cui, come diceva Pazienza, era un classico avere la siringa nel taschino. Un disco costellato di memorie, descritte in maniera infinitamente personale, ricco di dettagli anche se poco importanti, ma che contano come la cura degli arrangiamenti musicali. Ah, già, le musiche; mentre i testi e la parte vocale di “Bachelite” è sovrapponibile a quella di “Socialismo Tascabile” (loro primo disco), non altrettanto si può dire per le musiche, che in questo secondo lavoro sono molto più “curate” e rifinite, credo si senta la mano di una produzione più matura. Molti gli spunti interessanti, dal semplice omaggio ai Kraftwerk in “Superchiome” ai tagli violenti che strappano letteralmente il ritmo in “Lungimiranza”. Pezzi preferiti: “Cioccolato I.A.C.P.” e “Onomastica”. Un disco da ascoltare sicuramente…gli Offlaga fanno qualcosa a cui vale la pena dedicare del tempo, fanno qualcosa di diverso, e ai nostri giorni, soprattutto in Italia, non è cosa da nulla. |
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Lun 11 Feb 2008
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N.B. Questa recensione è più lunga del solito perché chi l’ha scritta i Baustelle li ama e quando si ama qualcosa le parole/emozioni/sentimenti non si esauriscono in un limite di battute. Prendetela, se volete, come una sorta di monografia (del gruppo) di formazione (di chi scrive). Altrimenti, Amen. Venerdì primo febbraio è uscito l’ultimo album dei Baustelle. Si intitola “Amen”. Siccome io i Baustelle li amo, quel venerdì sono uscito prima dal lavoro per andare a comprarlo nel più vicino negozio di dischi. L’ho pagato 17 euro invece che 19, m’hanno fatto lo sconto perché prima ero un cliente assiduo. Forse lo sconto me l’hanno fatto per invogliarmi a tornare spesso come una volta, ma io gli ho detto chiaramente che compro quasi solo on-line o quando vado all’estero perché i cd costano la metà. Il cd è un cartonato di ottima fattura, in copertina c’è l’immagine di un occhio, verde, e dentro c’è un booklet con tutti i testi e un paio di foto di Bianconi, Rachele e Claudio Brasini. Alla fine del primo ascolto l’impressione che ho avuto non è stata positiva. Il cerchiobottista ex-democristiano parlerebbe di “cauto ottimismo” in una situazione simile, nel senso che “Charlie Fa Surf” mi sembrava buona per fare il paio con l’altrettanto buona “La Guerra E’ Finita” del disco precedente, ma il resto dell’album non mi aveva convinto. Musicalmente troppo rock, con venature funky e code disco. I testi, poi. Mi era parso che le citazioni letterarie, un tempo poste lì per chi era in grado di coglierle ( che male c’è / maudit Verlaine ; solo certi poeti del male mi sanno cantare ), in “Amen” fossero fin troppo sbattute in faccia all’ascoltatore ( “Baudelaire” ), come se ( sacrilegio! ) di punto in bianco si intendesse far diventare baustelliano chi DNA baustelliano non aveva. Forse, se io i Baustelle non li amassi li avrei messi da parte dopo queste prime impressioni, ma, si sarà capito, così non è. Me lo sentivo che non mi avrebbero tradito, che il “cauto ottimismo” si sarebbe potuto trasformare in 60 minuti di lacrime e gioia. E allora via con un settimana di ascolti attenti, continui, critici. Il primo ri-abbraccio è stato con Charlie. Che io, coglione, mica l’avevo capito veramente chi era. Credevo che i Nostri avessero messo troppa carne al fuoco e non fossero riusciti a raccontare con la solita precisione le pulsioni di un 15enne borderline. Troppi elementi troppo distanti: Charlie fa surf, si droga, ma va in chiesa e fa sport, fa skate, vorrebbe morire, ascolta l’r&b e insomma mica è come quello che girava con il coltello nello stivale, si faceva di benzedrina per non dormire e con la carezza dell’eroina regalava la sua violenza. Cazzo quello era baustelliano, era bello come il protagonista de “La Luna” di Bernando Bertolucci - il film più bello che abbia mai visto - era come lui, 14enne in bianco e nero che vaga nei pomeriggi d’agosto alla ricerca dell’eroina nella Testaccio degli anni 70 per poi farsi in vena a casa della ricchissima madre, a Via Giulia. Innocence Sauvage, dolore e incapacità di capire perché si debba soffrire così tanto a quell’età, perché la madre pensi solo a cantare all’Opera e il padre sia sparito. A risentirlo con attenzione il voler confusamente essere mille cose diverse ( e tutte con sofferenza ) come Charlie, senza capire bene perché, rappresenta il ritratto più calzante dell’adolescente di oggi. Vuole essere tutto perché lo fanno tutti, ma sprofonda nel disagio da solo e con gli altri. E pian piano affiorano le antiche lame da riformatorio: Programmo la mia drum machine / e suono la chitarra elettrica e soprattutto Vi spacco il culo, oppure Prendo pastiglie che contengono paroxetina sono malaffari baustelliani al 100%. Ancora di più lo sono le ispirazioni della canzone: l’installazione dei bambini impiccati di Cattelan e una scena da “Apocalypse Now” di Coppola. E la religione, con le invocazioni a Dio che ritornano con frequenza. Come nella poesia italiana in forma pop più commovente e delicata degli ultimi anni, forse la cosa più bella mai scritta dai Baustelle, sicuramente la più toccante. “Alfredo” è la storia che si è sedimentata nei primi ricordi d’infanzia della mia generazione, la storia di un ragazzino che cadde, e morì, dentro un pozzo nei primi anni ‘80. A casa con le nonne, i neonati o poco più come era il sottoscritto, per alcune settimane sentirono parlare i familiari, le tivù, tutti della drammatica morte di Alfredino. Ma il racconto che ne fanno i Baustelle è qualcosa di veramente tragico e insieme tenero e innocente, come se fosse tutto un armonioso disegno di Dio al quale Alfredo, con la sua purezza, sceglie di piegarsi serenamente. Che bimbo stupido / piena di grazia / mamma / Padre Nostro / con la terra in bocca / non respiro / la tua volontà sia fatta non sono parole di una canzone, ma versi di una poesia scritta con la disarmante sincerità di un bambino che sta per sprofondare, per sempre. E io per questo Bianconi lo amo, i Baustelle li amo, perché raccontano quello che io non so raccontare, né scrivere, e sono come me, raccontano di me, di voi, dei vostri amici, della nostra vita. Perché una volta era l’urgenza violenta di Martina ( tutto ciò significa / anche tu mi ucciderai / un rasoio inciderà la mia pelle ) e oggi è la struggente trascendenza pop di “Alfredo”. Per quel che mi riguarda basterebbero questi due canzoni per continuare ad amarli, per cui mi soffermo solo brevemente sugli altri episodi del disco, che sono, nella maggior parte dei casi, altri pezzi stupendi. P.S. Piccola nota a margine su di una polemica che certamente si ripresenterà. Se i Baustelle torneranno al Festivalbar, non solo non storcerò il naso, ma gli augurerò anche di vincerlo, il Festivalbar. E Sanremo, magari. Perchè il successo non è sinonimo di pochezza o di mancata indipendenza, ma in casi come questo anche e soprattutto possibilità di parlare a platee sempre più vaste, qui da noi per anni mestamente rincitrullite da musiche/non musiche ebeti e vuote. I Baustelle sono pop, ovvero popolari, orecchiabili, non richiedono particolari conoscenze né impegno nell’essere ascoltati. Hanno tutti i mezzi per avvicinare gente che forse all’inizio non capirà chi cazzo sia Anouk Aimée e Lee Hazelwood, ma nel frattempo facciamoglieli ascoltare…non si sa mai. “BAUSTELLE LIVE @ Effetto Venezia (Livorno, 05-08-2006)” review on INDIE FOR BUNNIES |
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Dom 10 Feb 2008
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“Into The Wild” arriva in un momento in cui ci si chiede sempre di più cosa significhi essere americani o non esserlo: l’ultimo lavoro di Sean Penn dice la sua (il regista stesso si è augurato che il film possa far battere il cuore dei giovani), riesumando non tanto On the Road di Jack Kerouac, quanto i padri della letteratura a stelle e striscie, i grandi cantori della wilderness come Henry David Thoreau e Jack London, espressamente citati più volte nel romanzo omonimo di Jon Krakauer da cui è tratto il film. Chris McCandless è un giovane posto di fronte ad un dilemma fondamentale, un tema cardine della cultura americana, che rimanda ad una famosa scena di Sentieri selvaggi, inquadratura seminale di tutto il cinema d’oltreoceano: sposare la civiltà oppure abbandonare tutto, spingendosi nella natura inesplorata, sfidando sé stessi ma anche il paesaggio, le leggi insondabili della sopravvivenza? Non serve aver letto Frederick Jackson Turner per capire come la frontiera, il mito del pioniere, siano delle figure centrali nell’immaginario di questa società nata appena due secoli fa. Piuttosto che a Sal Paradise e a Dean Moriarty, i due personaggi di Kerouac che andavano girovagando per l’America senza un reale scopo, McCandless assomiglia molto più a Huckleberry Finn, l’eroe di Mark Twain che nemmeno ragazzo sfuggiva alle convenzioni, ad una fortuna sfacciata che gli aveva riservato la ricchezza, e si metteva a risalire il Mississippi con uno schiavo nero. Il protagonista di “Into The Wild” uno scopo infatti ce l’ha, ed è quello di dimostrare di poter resistere abbandonando la civiltà, vivendo senza denaro, senza contatti, senza sentimenti duraturi. “Into The Wild” è un film pieno dell’America, un film impensabile senza i poderosi scenari naturali offerti da quel continente, ed infatti deve la sua straordinaria potenza non tanto alla storia – se vogliamo anche schematica, nel rapporto difficile con la famiglia borghese e nel rifiuto degli agi e delle sicurezze – ma nei grandi campi lunghi che fanno entrare di prepotenza le montagne, i fiumi indomabili, gli sterminati campi di grano, i grandi deserti e le steppe innevate che McCandless adotta come suo spazio vitale, l’unico nel quale possa sentirsi veramente libero di esprimere la propria personalità, di sconfiggere i propri demoni. Inevitabilmente, Sean Penn sposa una struttura narrativa molto aperta, fatta di continui salti all’indietro e ritorni a quell’autobus abbandonato, solitario nel paesaggio dell’Alaska, luogo di un destino tragico che segna l’impossibilità di un compromesso. La suggestione del racconto orale fa facile presa sul pubblico, e il film si perde un po’ nei dialoghi esplicativi, specie in quelli predicatori tra il protagonista ad un insolito Vince Vaughn, che sottraggono “Into The Wild” al potere stesso del suo titolo, immerso nelle terre selvagge come se queste fossero una condanna. |
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Dom 10 Feb 2008
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We’re back. With more music than ever. Lato A Sons & Daughters “Gilt Complex” Lato B Baustelle “Colombo” Mp3 Podcast: Links: Contact Lazy Sundays: |
































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