Marzo 2008


9 Votes | Average: 4.78 out of 59 Votes | Average: 4.78 out of 59 Votes | Average: 4.78 out of 59 Votes | Average: 4.78 out of 59 Votes | Average: 4.78 out of 5 (9 votes, average: 4.78 out of 5)
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Dopo “Year Zero” e la sua versione remixata, com’è prassi per tutti i dischi dei NIN, esce, si può dire a sorpresa, un nuovo album di ben 36 tracce, forse tutte tracce “fantasma” a giudicare dal titolo (”Ghosts”), ovvero quelle tracce che non sono accreditate nelle tracklist e che ci si ritrova ad ascoltare senza sapere né il titolo né tantomeno la durata. Il progetto è veramente interessante, a partire dal multi package, che di seguito cercherò di riassumere.

Andando sul sito del gruppo è possibile, infatti, scegliere tra ben cinque formati: download completamente gratuito di 9 tracce (con un “libretto” 40 pagine in pdf); un download al prezzo di 5 $ con tutte le 36 tracce; un doppio cd in versione cartonata al prezzo di 10 $; una edizione deluxe da 75$ con le tracce in vari formati audio e su vari supporti (DVD, Blu-Ray); infine l’edizione ultra-deluxe limitata (e ovviamente già terminata) che costa ben 300$ che contenente un doppio LP, un book fotografico di grandi dimensioni e ancora le tracce in vari formati e su vari supporti, pronte per l’editing e il riassemblaggio da parte dell’utente/ascoltatore. Quello che Trent Reznor è riuscito a fare con l’ausilio di Atticus Ross, Alan Moulder e il “nostro” Alessandro Cortini è stato semplicemente liberare le proprie emozioni, attaccare le varie spine, chiudere gli occhi e lasciarsi guidare dall’impulso per dieci settimane, nelle quali l’unica regola è stata la totale libertà di espressione.
Il risultato è un qualcosa di sperimentale e contemporaneamente molto piacevole da ascoltare; ci sono parecchie perle in “Ghosts”, ambientazioni che riportano ai tempi di “The Fragile”, forse il migliore album insieme al pluridecorato “The Downward Spiral”.

Il tutto è diviso e spesso orchestrato come se si trattasse di una vera e propria sinfonia e ciò è plausibile considerato che ci sono solo brani strumentali e che ad ogni gruppo di nove è stato dato un numero romano (da I a IV come dice chiaramente il titolo) come a dividere delle suite.

Detto questo non mi stupirei ed anzi sarei veramente contento se Mr. Self Destruct Reznor iniziasse a scrivere musica contemporanea e abbandonasse la forma canzone, che forse ultimamente gli va un po’ stretta.
Le mie tracce preferite: TUTTE.

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Ghosts I - IV [ The Null Corporation - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Tweaker, David Bowie, Brian Eno
Rating:

1. Ghosts I
2. Ghosts I
3. Ghosts I
4. Ghosts I
5. Ghosts I
6. Ghosts I
7. Ghosts I
8. Ghosts I
9. Ghosts I
10. Ghosts II
11. Ghosts II
12. Ghosts II
13. Ghosts II
14. Ghosts II
15. Ghosts II
16. Ghosts II
17. Ghosts II
18. Ghosts II
19. Ghosts III

20. Ghosts III
21. Ghosts III
22. Ghosts III
23. Ghosts III
24. Ghosts III
25. Ghosts III
26. Ghosts III
27. Ghosts III
28. Ghosts IV
29. Ghosts IV
30. Ghosts IV
31. Ghosts IV
32. Ghosts IV
33. Ghosts IV
34. Ghosts IV
35. Ghosts IV
36. Ghosts IV

Sole, finalmente. La primavera sgomita per sbocciare definitivamente e c’è gran voglia di festeggiare. Ci sono tanti sette pollici eccitanti, esplosi dalle (troppe) uova di Pasqua ingerite nella settimana di pausa. Avremmo potuto brindare alla nuova stagione anche ieri notte, a dire il vero, ma sarebbe stata dura accettare un’ora in meno dischi, un’ora in meno di pista. Questa cosa dell’ora legale in effetti ci scombussola, tanto che raramente siamo apparsi online così tardi la domenica mattina. Ma credo che la musica in scaletta oggi valga pur un’attesa un po’ più lunga.
Spogliatevi.

Lato A:

1) Tiger! Shit! Tiger! Tiger! “The Architects of Despair”
2) Slow Club “Me & You”
3) Noah & The Whale “Five Years Time”
4) Rio Mezzanino “Hand Searching”
5) The Pains Of Being Pure At Heart “Kurt Cobain’s Cardigan”

Lato B:

1) Peter Kernel “Shoot Back”
2) Ladyhawke “Paris Is Burning”
3) Portishead “Machine Gun”
4) Emily Plays “Me, You & Jessica Lange”
5) Foals “Balloons”

Mp3 Podcast:
Lazy Sundays #68
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5 Votes | Average: 4.8 out of 55 Votes | Average: 4.8 out of 55 Votes | Average: 4.8 out of 55 Votes | Average: 4.8 out of 55 Votes | Average: 4.8 out of 5 (5 votes, average: 4.8 out of 5)
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Avete presente quando una persona vi dice che la band di cui vi sta parlando potrebbe diventare il vostro gruppo preferito? Beh, oggi quella persona sono io. Credetemi. Il 13 maggio esce “The Mammoth”, secondo album dei Ghost Of The Russian Empire, quindi per “preparare bene il terreno” che dovrà sostenere il peso di quel bestione all’evento (dato che ancora non posso accennare al contenuto del disco, anche se vorrei moltissimo) ho pensato di scrivere un paio di righe sul loro primo ep di debutto, datato 2006. “With Fiercest Demolition” rappresenta un concentrato di eccellente musica indie, trascinante, psichedelica, una specie di super movimento globale, dove, in un mare di sensazioni post rock, navigherete elettrificati e selvaggi.

Il disco suona come un perfetto incrocio tra Kashmir e Sigur Ros, con in aggiunta una buona dose di cinismo alternative. I Ghost Of The Russian Empire sono sicuramente una band affascinante, sin dal nome o dall’artwork dei loro lavori. Come non rimanere affascinati da una band che pur di convincere a lavorare al proprio progetto musicale l’attuale produttore, Erik Wofford (The Black Angels, Voxtrot), gli spara la cazzata di poter riuscirgli ad organizzare un faccia a faccia con David Bowie? Questa è una vera ondata di suono (che al confronto la spavalderia dei Kasabian diventa un piccolo agnello impaurito). Per il momento questo é il lupo da cui scappare di notte.

Questo sound si potrebbe quasi toccare tanto sembra compatto, per poi diventare polvere il secondo successivo. Invadente come la nebbia. Descritti come il suono di centinaia di anime di siberiani che urlano nella tundra (The Onion:AV Club) “With Fiercest Demolition” rappresenta il classico disco rock da ascoltare in cuffia mentre si cammina per strada e potrebbe finalmente farvi vedere tutto come realmente è: senza alcun senso. Mi piace pensare che il suono della generazione Myspace sia questo. Non si potrebbe chiedere di più. Veramente. Adesso prepariamoci all’arrivo del Mammuth.

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With Fiercest Demolition (EP) [ Thirty Ghosts - 2006 ] - BUY HERE
Similar Artist: Kashmir, Radiohead, The Early Years
Rating:

1. August 914
2. NOV 2070
3. Dialection
4. The Sovereign And A sword
5. Psychomedicated
6. Plague & Punishment

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Mi era già capitato di imbattermi nella strana figura di Jacopo Gobber, ma evidentemente le cose diagonali accadono sempre almeno due volte.

Questo disco è stato registrato dal buon Jacopo nella sua camera da letto e cantato da Paolo Frigo, uno che siccome è amico di Gobber, tanto normale non deve essere neanche lui. E’ tutto scritto nel booklet del disco e io non dovrei aggiungere niente di più: “Piangere Sul Latte Versandolo” è più bello del primo disco di Bugo, meno bello del secondo di Dente, è stato registrato usando compressioni a manetta, facendo copia e incolla e parlando male delle majors.

Uno spaccato sulla società italiana, marcia a volte, provinciale, raccomandata in tutto, che non arriva a fine mese ma che si mette lo stesso in tiro al sabato sera per far bella figura con gli amici al bar, per poi tornare disperata a casa. Una demenzialità sconfinata e una voglia di raccontare molto Gucciniana. Folk acustico a bassa fedeltà e idee incandescenti mischiate in mezzo a dialetti e cose comuni di tutti i giorni (andare a fare la spesa in due, ok chi paga? Facciamo a metà? No, pago io, anzi tu…e poi se litighiamo facciamo pace ma chi comincia a parlare per primo…io?…tu?). Si produce buona roba a quanto pare dalle parti di Verona

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Piangere Sul Latte Versandolo [ Coffee On TV - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Bugo, Beck, Jacopo Gobber, Syd Barrett
Rating:

1. Intro
2. Esistere
3. Da Lontano
4. Lavorare Stanca

5. Il Sole Che Ho Dentro
6. Assistenzialismo
7. Radici
8. Bianco

4 Votes | Average: 4.75 out of 54 Votes | Average: 4.75 out of 54 Votes | Average: 4.75 out of 54 Votes | Average: 4.75 out of 54 Votes | Average: 4.75 out of 5 (4 votes, average: 4.75 out of 5)
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Immerso dentro al divano mi addormento con nelle orecchie il rumore della pioggia che batte sui tetti delle case. Titititititititi itti tit itittititi tti titititititititi tit tit ti ti ti tit it i… . Tutto sembra ovattato e confortevole. Comfy is good. Comfy is the way. Dentro ai miei sogni pomeridiani ci stanno un sacco di agnelli pasquali che mi inseguono con la bava alla bocca e una voglia pazzesca di mozzicarmi il culo. Revenge. Fucking revenge.Mi sveglio di soprassalto e mi ricordo dei The Cobbs. Accendo quello che devo accendere e la musica riempie i vuoti nella stanza.

“Sing The Deathcapades” è un album che riconcilia con il rock. Un contenuto abrasivo, una qualità nella scrittura dei pezzi veramente ottima, catchy, blues e distorta. Questo debut dei The Cobbs fa venire in mente un milione di altre band, è vero, ma per lo meno, risulta essere una produzione perfetta nella cura dei dettagli e delle sonorità anche apparentemente più trascurabili (ascoltate l’album in cuffia e scoprirete tutto un mondo “sotterraneo” che vive al di sotto del primo strato musicale che vi colpisce i timpani). Sonorità sfacciatamente retró, che prendono spunti dalle famose glorie passate del rock e le mischiano coi Flaming Lips. Il tutto guidato da un basso che suona a volte molto simile a quello di Robert Levon Been dei Black Motorcycle Club (“Climb On Top” fa pensare a “The Weight Of The World”), band legata fraternamente a quella dei Cobbs. “Say You Never Knew Me” è una canzone degna dei Warlocks o dei Black Ryder, mentre “Go” è quello che vorrei avere in testa tutto il pomeriggio quando d’estate sto sdraiato sulla spiaggia. Una ballata come “Hold On” è la gemma acustica di questa settimana, la luce che squaglia le emozioni e si avvicina a quella “Mercy” dei già citati Black Rebel che tanto i fan volevano vedere inclusa in “Howl”.

C’è una scena affascinante in America: una famiglia psichedelica che va in giro coi capelli arruffati, i vestiti scuri, le distorsioni nelle tasche dei jeans e il sole nella mente. Una carovana rock. Gruppi come quello dei The Cobbs ne fanno parte e si aiutano, vanno in tour insieme scambiandosi adrenalina. Dentro “Sing The Deathcapades” trovate i Beatles di “Revolver” mischiati al fumo di una psichedelia più oscura. Una sensazione formidabile.

Cover Album
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Sing The Deathcapades [ autoprodotto - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Beatles, The Velvet Underground, Morning After Girls
Rating:

1. Deathcapades
2. Lo Chey
3. Say You Never
Knew Me

4. Don’t Walk
5. Go

6. Hold On
7. When The Morning Comes
8. Climb On Top
9. Brolen Strings
10. Meia

5 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 55 Votes | Average: 3.8 out of 5 (5 votes, average: 3.8 out of 5)
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Immagini sgranate. Una figura goffa avvolta nel domopack scende da un trabiccolo spaziale e poggia il primo piede su una superficie deserta. Intorno l’oscurità. L’orma di una scarpa sparata dal tubo catodico sullo schermo in bianco e nero. 1969. Il mondo si ferma per alcuni istanti. La luna, o forse no. Perché in fondo, a pensarci bene, non è possibile che l’uomo sia andato sulla luna. Ironia vintage nelle parole del Genio, melodie retrò in bianco e nero, come quelle immagini sfocate che hanno fatto il giro di mezzo mondo, impresse nel Dna di chiunque sia nato nella seconda metà del XX secolo.

Canzoni che nascono nei circuiti di un pc e che diventano vive grazie alle note di Gianluca De Rubertis (già negli Studiodavoli) ed alla voce di Alessandra Contini; un cantato quasi sussurrato il suo, una voce fragilissima ed eterea che ricorda quella di Kazu Makino dei Blonde Redhead e ti spinge a maneggiare il disco con cura per la paura che una cosa talmente delicata si possa infrangere al minimo urto. Le due voci si rincorrono qua e là, l’una quasi evanescente, un po’ lolita, un po’ femme fatale; l’altra, quella di Gianluca, ruvida e consumata dal fumo di troppe sigarette. Creano atmosfere a metà strada tra il decadente e l’ironico, un electro-pop che per loro stessa definizione rifugge le linee rette per esprimersi attraverso spirali cariche di sensuali suggestioni e di ironici equilibrismi, ora in italiano, ora in francese.

Dalle sessioni casalinghe all’uscita inaugurale per la per la Disastro Records, costola della storica Cramps. La migliore tradizione italiana (“Fortuna è Sera”), la leggera e ammiccante pornofonia di metà novecento (“Pop Porno”), le raffinatezze dei boulevard parigini (“A Questo Punto” o “La Pathétique”), qua e là qualche schizzo di punk (il giro di basso à la Kinks in “Gli eroi del Kung Fu”). Strumenti vintage che più non si può ed un iPod alla batteria, a dispensare la giusta dose di asettica elettronica. A volte nella sua incommensurabile vacuità myspace riserva qualche piccola gioia: Il Genio ne è la prova. Un disco che si candida a scaricare più e più volte le batterie del mio lettore mp3, colonna sonora perfetta per i primi frizzanti pomeriggi primaverili. A breve ne parleranno in molti: voi fatevi furbi e giocate d’anticipo, qualcuno vi ringrazierà per la “geniale” dritta.

Cover Album
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Il Genio [ Disastro - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Studiodavoli, Baustelle, Blonde Redhead, Metric
Rating:

1. Le Bugie Di François
2. Non E’ Possibile
3. Pop Porno
4. Applique
5. Tutto E’ Come Sei Tu
6. A Questo Punto

7. Gli Eroi Del Kung Fu
8. L’Orrore
9. Fortuna E’ Sera
10. Povera Stella
11. La Pathétique
12. Una Giapponese A Roma

2 Votes | Average: 2.5 out of 52 Votes | Average: 2.5 out of 52 Votes | Average: 2.5 out of 52 Votes | Average: 2.5 out of 52 Votes | Average: 2.5 out of 5 (2 votes, average: 2.5 out of 5)
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Le terre bresciane ultimamente mi stupiscono un sacco. Ovviamente in positivo.
Un sacco di realtà musicali indipendenti, anche molto diverse tra loro, fanno capo alla città lombarda: Le Man Avec Les Lunettes, Annie Hall, Aucan, Stefani “Asso”, Gretel&Hansel, Edwood, per fare alcuni nomi.

E poi ci sono i Don Turbolento.
Dario e Giovanni sono i due personaggi che si celano dietro questa band che ha preso il nome da un vecchio brano degli Yello: i Don Turbolento godono dell’ala protettiva da una parte degli Offlaga Disco Pax, dall’altra della nota etichetta di Washington, la Dischord Records (label di Fugazi ed El Guapo), alla quale inviarono il loro primo ep “Spend The Night On The Floor”, al quale la label rispose con una cartolina (che poi diventò la copertina del suddetto EP) di elogi.

Il disco omonimo uscito a gennaio 2008, è un piccolo capolavoro dell’electro-punk-funk italiano. Gruppi di riferimento sono sicuramente i Supersystem e Q And Not U, ma forse, in primis The Rapture: infatti è a loro che ci porta subito l’orecchio appena sentiamo brani come “Disappointed”, brano d’apertura del disco, in cui i due bresciani se la giocano tra synth e batteria (nessuna chitarra e nessun basso, come del resto in tutto l’album), in un crescendo di ritmo scandito da una voce tagliente. “I.D.W.H.Y. Guitar” prosegue sulla scia funkeggiante della precedente, aumentando il “tiro”, per andare ad introdurre il singolo “Jingo & Nina”, vero riempipista con un intro alla tastiera decisamente caratterizzante, da far invidia ai migliori lavori della DFA.

Il bello dei Don Turbolento è che non scadono mai nel pezzo banale da canticchiare muovendo il piedino per terra, anzi, sanno fare buon uso della cassa dritta e sanno il fatto loro senza essere pretenziosi. Nemmeno quando si tratta di fare la cover di Iggy Pop “I Wanna Be Your Dog”, sottolineando come possono diventare seri, acidi e scuri quando vogliono, lasciando per un attimo le tendenze dance per sbarcare su sonorità più noise.
Decisamente riusciti anche un paio di brani più post-rock e wave anni 80, quali “Snapshots” e “Alen” , dove si sente un’eco lontana di New Order e Depeche Mode, facendo trasparire anche il lato oscuro dei Don Turbolento.

Il disco, in realtà, non è così semplice da trovare, dato che hanno deciso di non distribuirlo nei negozi, ma di venderlo solamente ai concerti: un ulteriore invito per vederli dal vivo, dato che meritano parecchio.

Cover Album
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Don Turbolento [ Circolo Forestieri - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Rapture, LCD Soundsystem, Supersystem, Primal Scream, Q And Not U
Rating:

1. Disappointed
2. I.D.W.H.Y. Guitar
3. Jingo & Nina
4. Snapshots
5. No Charlie
6. Spend The Night On The Floor

7. I Wanna Be Your Dog
8. PKD
9. Alen
10. Take It Up
11. Ruler

4 Votes | Average: 3.75 out of 54 Votes | Average: 3.75 out of 54 Votes | Average: 3.75 out of 54 Votes | Average: 3.75 out of 54 Votes | Average: 3.75 out of 5 (4 votes, average: 3.75 out of 5)
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Dopo il primo ascolto di “Diamond Hoo Ha” ho riascoltato il precedente lavoro dei Supegrass, quel “Road To Rouen”che aveva spostato la cifra stilistica della band su territori più sfaccettati e meno irruenti. Quella fu una bellissima prova di brit pop in chiaroscuro, frutto di una precisa maturazione cresciuta col tempo. Ho fatto questo passo indietro di circa tre anni per un motivo ben preciso: qui sembra di essere tornati più o meno all’irruenza melodica di un tempo, pur senza la sfacciataggine della giovinezza e la cosa mi ha sorpreso.

Se questo fosse un buon disco non l’avevo capito subito, mi ci è voluto qualche ascolto per riallacciarmi a certe soluzioni che credevo ormai abbandonate, poi alla fine ho maturato l’idea che si, è un buon lavoro anche se non eccelso. I Supergrass sono quel tipo di band che ha accumulato esperienza sufficiente ad impedir loro di sfornare dischi brutti anche quando, come in questo caso, le coordinate sono quelle di un classico rock-pop di stampo britannico, che guarda ai The Jam da una parte e agli immancabili Beatles dall’altra.

Le canzoni filano via lisce e piacevoli anche se manca il singolo che non riesci a smettere di canticchiare nella tua testa tutto il giorno, le chitarre luccicano, i ritmi incalzano il giusto e le linee vocali riempiono al meglio gli spazi armonici. Manca l’incoscienza che solo la giovane età può conferire e non siamo certo ai livelli degli esordi, però l’album convince nel complesso ed è comunque un raggio di luce luminoso nel panorama britpop attuale che sicuramente non vive un periodo di grande ispirazione. Insomma, per il sottoscritto i Supergrass risultano ancora due spanne sopra tutte le “Scimmie Artiche” che popolano le pagine dei giornali e delle blogzines di mezzo mondo.

Cover Album
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Diamond Hoo Ha [ Parlaphone / EMI - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Jam, Blur, Oasis
Rating:

1. Diamond Hoo Ha Man
2. Bad Blood
3. Rebel In You
4. When I Needed You
5. 345
6. Return Of Inspiration

7. Rough Knuckles
8. Ghost Of A Friend
9. Whisky & Green Tea
10. Outside
11. Butterfly

Il ritorno in Italia dei belgi Girls in Hawaii, a quattro anni di distanza da quando accompagnarono i Sophia, è salutato da un pienone difficile da prevedere alla Casa 139 di Milano. Almeno duecento persone stipate nella sala al primo piano e una lunga coda all’ingresso che ci impedisce di apprezzare la promettente apertura di serata, affidata ai piemontesi Farmer Sea. Pubblico numeroso e convinto, accorso anche da fuori Milano, per quella che è una delle due date italiane di presentazione del nuovo lavoro, “Plan Your Escape”, giunto anch’esso quattro anni dopo il piccolo gioiello indie pop di debutto, “From Here to There”.

Il piccolo palco della Casa è curatissimo e stracolmo di strumenti. Incastrati tra chitarre e amplificatori ci sono una serie di vecchi televisori e alcune abatjour, come già nel precedente tour. In centro al palco una vecchia cornetta del telefono che Antoine Wielemans, sul quale grave il ruolo di frontman, userà come secondo microfono. Le melodie più efficaci saranno però spesso quelle intonate da Lionel Vancauwenberghe, seduto sulla sinistra ad alternarsi tra chitarre e un piccolo xilofono. La formazione è completata da Brice (fratello di Lionel) alla seconda chitarra elettrica, Christophe Léonard a tastiere e sintetizzatori e occasionalmente terza chitarra, Daniel Offermann e Denis Wielemans rispettivamente al basso e alla batteria.

Il nuovo singolo “This Farm Will End Up in Fire” apre le danze, rivelando subito un suono compatto ed estremamente definito dove l’irrequietezza wave della sezione ritmica si unisce alla chitarra acustica di Antoine, al riff di sintetizzatore e soprattutto alle chitarre elettriche, baricentro del suono del sestetto sia quando ricamano disegni melodici sia quando spingono verso territori post-rock. Dopo una versione stravolta (quasi Ramones) di “Bees & Butterflies” si alternano circa in egual numero i brani dell’esordio e quelli del nuovo disco, caratterizzati da una maggiore ricerca psichedelica ma spesso da una minore qualità di scrittura. La voce in falsetto di Antoine rientra in un canone consueto ma senza poter ambire all’efficacia comunicativa di un Jason Lytle, senza poter competere con l’intensità di un Ben Gibbard quando affronta da solo con una chitarra acustica la titletrack “Plan Your Escape”. Ugualmente l’ammirazione rimane alta per ragazzi ancora giovanissimi, capaci di declinare con sicurezza un’idea e un suono riconoscibile, seppure indubbiamente derivativo (le ballate alla Band of Horses, le obliquità dei conterranei Deus, l’immediatezza dei Nada Surf).

Dal primo fortunato tour, che li portò a suonare anche diverse date in America, la maturità dal vivo dei Girls in Hawaii è innegabilmente cresciuta: l’alternanza in scaletta tra i momenti più intimi e quelli più energici (compresi due brevi brani strumentali) è molto bilanciata e in entrambi i casi tutti gli strumenti rimangono perfettamente definiti nell’impianto. Sul fondo del palco e sui numerosi televisori scorrono video che richiamano ora le immagini bucoliche della copertina di “From Here to There”, ora le tonalità più drammatiche della grafica di “Plan Your Escape”. Paesaggi semplici e apparentemente banali che descrivono benissimo la tavolozza della band: prati verdi su cui sdraiarsi, foreste dove perdersi, una natura di cui pare quasi di sentire l’odore nel loro pop malinconico ma mai asfittico, scontato e infinito come un cielo e le sue nuvole.

Link:
Girls In Hawaii Official Site
Girls In Hawaii MySpace
DNA Concerti

Mp3:

This Farm Will End Up in Fire
(from the album “Plan Your Escape”)

Video From The Nite:

This Farm Will End Up in Fire

The Fog

Found In The Ground

GIRLS IN HAWAII su IndieForBunnies:

Recensione “PLAN YOUR ESCAPE”

5 Votes | Average: 4.8 out of 55 Votes | Average: 4.8 out of 55 Votes | Average: 4.8 out of 55 Votes | Average: 4.8 out of 55 Votes | Average: 4.8 out of 5 (5 votes, average: 4.8 out of 5)
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Napoli è stata forse per tutti gli anni novanta una delle realtà musicali più belle d’Italia: se i 99 Posse davano una loro divertente e politicizzata versione del big-beat, gli Almamegretta erano il top della qualità non solo per chi cercava sonorità nuove (trip-hop, downtempo) e tradizione (dub, ritmi mediorientali, canzone napoletana) in un amalgama originale e senza tempo. Sbagliato però sarebbe dimenticarsi dei 24 Grana, che dopo una partenza su territori simili al collettivo di Raiss si sono lanciati su territori più rock, proponendo un’intelligente miscela di sonorità alla Radiohead, attitudine indie, cantautorato e reminescenze degli esordi. Forti di una decisa coerenza e trascinati dalla meravigliosa voce di Francesco Di Bella, i 24 Grana arrivano ora al traguardo del quinto disco in studio: “Ghostwriters” si presenta come un album asciutto e consapevole, molto coinvolgente e non può non risentire della situazione attuale del capoluogo campano. Si respira quindi un’aria spesso tesa e livida, di rabbia sopita e profonda.

”Luntano” apre l’opera con intima maestosità: un sound decisamente rock, consapevole e pieno, la voce come sempre è una mano amichevole che conforta e stringe e guida in giornate che non sanno come passare. Ancora meglio, primo gioiellino di questo scrigno, è “L’Alba”: poche volte avevamo sentito questi ragazzi così essenziali e magnifici, reminescenze desertiche avvolgono un piccolo capolavoro disperato di melodia ed emozione. “Invece Avere Una Vita Davanti”, primo accattivante singolo con la partecipazione alla voce di Riccardo Sinigallia (mentre il fratello Daniele produce l’intero disco), è leggera leggera, intrisa di placida allegria e colori dolcemente pulp: poi quanto riesce ad essere espressivo Francesco lo sappiamo soltanto noi che lo adoriamo e qui dà forse il meglio di sé, così stralunato e strascicato.

”Carcere” ricorda la toccante “Kanzone Su Un Detenuto Politico” (su K-Album) per tematica ed atmosfera: poche distorsioni e tanto risentimento, un suono avvolgente ed un’interpretazione perfetta per una canzone che brucia la pelle e tormenta il cuore. “Smania ‘E Cagnà” è la sintesi perfetta di tutto l’universo della band: indie-rock cantautorale, semplice ed immediato, con l’anima che viaggia per tutta l’Italia, ricorda i suoi passati (Napoli su tutto, ma anche lontanissimi echi di Bristol) ed immagina le distese aride dell’America più roots così come platee altre da stupire con l’intenso respiro degli archi.

”Le Verità” è il pezzo più pop, classicamente pop: un duetto incantevole ed irresistibile con Filippo Gatti. Mentre la conclusiva “Sbagli ’E Parole” è un ritorno a casa inquieto e romantico, un atto d’amore spassionato e non stupido per il proprio background culturale.
Quando “Ghostwriters” finisce lascia forse un senso di incompletezza: così breve eppure così bello e necessario ci spinge immediatamente a ripetere l’ascolto, a lasciarci cullare nuovamente su queste splendide note.

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Ghostwriters [ La Canzonetta / SINTESI 3000 - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Radiohead, Riccardo Sinigallia, Elettrojoyce
Rating:

1. Luntano
2. L’Alba
3. Avere Una Vita Davanti
4. Carcere
5. Accireme

6. Smania ‘E Cagnà
7. Lacreme
8. Le Verità
9. Sbaglio ‘E Parole

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