THOMAS BRINKMANN
When Horses Die…
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Non è facile parlare di Thomas Brinkmann: il poliedrico artista tedesco ha iniziato come atipico remixer per musicisti del calibro di Depeche Mode e Ritchie Hawtin (recuperate il doppio “Concept 1 96:CD/VR” per scoprire di cosa parlo: le “VeRsions”del secondo disco sono tutte ad opera di Brinkmann), passato per territori out-dance giunge ora, in questo 2008, ad un disco di electro-rock tanto classico quanto affascinante. Parlo di classico perché in nessun’altra maniera si posso definire le architetture di “When Horses Die…”: una voce profonda e baritonale canta sommessa e recita disincantata su scale di discendenza electro-wave… Nick Cave accompagnato sul palco soltanto dalla drum-machine. David Sylvian sussurra tenebroso sui tappeti fantascientifico-ambientali di Dopplereffekt. Ma parlarne così è alquanto riduttivo e meri paragoni non possono rendere l’espressività di quest’album. Se l’inizio è sommesso e pare di stare nella Berlino degli ani ’80, tra cantautori improvvisati e musiche che non si prendono troppo sul serio restando impercettibili tappeti di note analogico-digitali da claustrofobia e whisky e sigarette della buonanotte (eccezionale la prima traccia, “Words”, in cui par di sentire il Re Inchiostro recitar cantando sopra un rarefatto ambient-dark oppure “Birth & Death”, oscuro e pesante magma di pulsazioni elettroniche con la voce che appare dal nulla e rimane sfumata esattamente come il fumo di una paglia); ben presto il ritmo prende il sopravvento. “Meadow” rielabora torbide pulsioni post-punk con un battito incerto e casalingo venato di inserti glitch; stupisce l’incedere minaccioso e quasi in levare di quel gioiellino di “Souls” che, insieme alla distorte e danzerecce “2suns” e “It’s Just”, evoca sonorità alla Einsturzende Neubauten meno intransigenti. La title-track coniuga dub metropolitano ad inquietudini industrial in un affresco che, soprattutto nel finale, ricorda i Nine Inch Nails più ispirati e sommessi. Il disco si conclude con la strumentale ed elegiaca 40 e poche volte conclusione è stata più appropriata. Questo “When Horses Die…” non sarà un album straoriginale, ma rimane un ascolto profondo e coinvolgente, adatto a giornate piovose e leggermente apatiche: un disco sincero ed a cuore aperto come era un po’ che non se ne sentivano. |
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25 giugno 2008 @ 14:32
concordo in pieno, questo disco è decisamennte interessante e coinvolgente-
4 marzo 2009 @ 13:38
mah ..
a me sembra uno che ha sempre e solo proddotto “cassa dritta” e che ora cerca di fare l’alternative rocker …
quando avevo 16 anni avevo lo scaffale pieno di cd del genere !
almeno pero’ sara’ interessante ascoltarlo live il 14 a bologna !