Aprile 2008


È davvero misterioso il perché Nick Talbot rimanga un artista così sottovalutato. Di certo la critica ha sempre tenuto d’occhio ed elogiato la carriera dell’occhialuto musicista britannico. Poi insomma, il ragazzo incide per la Warp di Aphex Twin e dei Battles, non proprio un’etichetta sconosciuta!
Vero è che le composizioni targate Gravenhurst non sono fatte per sfondare, sia nel senso sonico del termine, sia in senso commerciale. Eppure essere sono foriere di emozioni, immagini e sensazioni indescrivibili. Gravenhurst è sembra ombra di dubbio uno dei progetti indierock/alt-folk più incantevoli degli ultimi anni. “The Western Lands” poi è un album così bello che ha rischiato di vincere la mia personale classifica di migliore lavoro del 2007, ma alla fine si è dovuto arrendere di fronte alla magnificenza dell’ “agguerrito” (in senso scherzoso) “Boxer” dei National, che ha conquistato il podio più alto.

La voce di Nick durante questo live è ancora più esile e più fanciullesca rispetto alle registrazioni in studio. A volte (per fortuna raramente) il nostro amato geek si perde per strada e si avventura in tonalità sbagliate…e sembra pure un tantino svociato.

I quattro Gravenhurst sembrano quattro spaesati studentelli abbondantemente fuori corso, quasi timorosi di affrontare il pubblico. Poi ti accorgi che paura non ne hanno proprio. Anzi Nick parla con il pubblico, fa qualche battutina salace, si mostra disponibile e aperto. A un certo punto il bassista Robin Allender si fa prestare da una astante un paio di occhialini dotati di alcune lucine intermittenti e con l’espressione raggiante (quindi totalmente in opposizione con la musica) si accinge a far pulsare il cuore nero di un altro pezzo mesto, crepuscolare, brumoso.

Il Circolo degli Artisti è pieno solo per poco più della metà e, dacché ero in fondo, arrivo tranquillamente in prima fila fin sotto i piedi di Nick. Ah, che artista sottovalutato. Scommetto che quando c’erano i Wombats due giorni fa il locale era pieno eh? Ma chissenefrega, Nicola è mio! Me lo coccolo io…

La strumentale “The Western Lands” apre le…ahem…danze. Scintillante, potente, imperiosa con quelle potenti e precise scansioni e le ariose aperture cinematiche. Si prosegue celebrando l’ultimo nato in casa Gravenhurst, con “She Dances”, “Hollow Men” (i ragazzi, durante il break “rumorista” del brano, si scatenano in un assalto sonoro ricco di selvaggi e contorti virtuosismi che non scorderò facilmente) e l’emozionantissima “Trust”. Si passa quindi alle sonorità vagamente “sinistre” di “Down River” e “The Velvet Cell”, con il quartetto in una versione più nervosa e più “misantropa”.
Una sottile tensione sopravvive in “Song Under The Arches”, “Saints”, “Tunnels”. Poi si disperde in un’atmosfera più raccolta (stavolta c’è molto meno coinvolgimento da parte dei quattro, lo si avverte chiaramente) con “Damage II”, “Hourglass” e “Nicole”, mentre un tizio del pubblico manda a quel paese Talbot perché ancora non ha eseguito “Black Holes In The Sand”. Poi il tipo si volta e mi chiede se hanno fatto “Diane” a inizio concerto poiché si è perso i primi pezzi.
E cavoli ci stava proprio bene “Black Holes” in chiusura, meglio della pur ammaliante “Nicole”.

Non si può dire che durante lo show (molto breve, tra l’altro: un’oretta ma forse anche meno) sia stata perfettamente ricreata la magia talbotiana. Tuttavia, almeno fino a “The Velvet Cell”, si è assistiti a una grande, a tratti commovente prova di bravura artistica.

Link:
Gravenhurst Official Site
Gravenhurst MySpace
Kick Agency

Mp3:

The Diver
(from the album “Flashlight Seasons”)

Animals
(from the album “Fires in Distant Buildings”)

GRAVENHURST su IndieForBunnies:

Recensione “THE WESTERN LANDS”

2 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 5 (2 votes, average: 4 out of 5)
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Mi accostavo con timore a questo disco di Van Morrison, credevo di essermi dato la zappa sui piedi dopo aver deciso di farmi mandare dalla redazione la copia di “Keep It Simple”. Memore del putiferio scatenatosi su queste pagine riguardo la recensione di un disco dei Killers e della discussione nata dopo il mio articolo, non troppo entusiasta, sull’album di Christian Rainer (vi chiederete chi è costui, ma sappiate che ne esistono anche dei fan), ero pronto alla pubblica lapidazione se il mio gradimento non fosse stato all’altezza della fama del personaggio.

Dal 1967 ad oggi ha pubblicato quasi quaranta dischi, per cui c’erano tutti i presupposti per trovarsi di fronte ad un’artista bollito e un disco fiacco ed inutile. Fortunatamente sin dal primo ascolto si capisce che la realtà è ben diversa, per cui i fan possono anche conservare i sassi appuntiti per la prossima occasione. Siamo al cospetto di una mirabile prova di soul-blues venato di folk in cui al mestiere si aggiunge una ingente dose di ispirazione e divertimento. Si, divertimento, non tanto per l’approccio formale delle canzoni, costruite su tempi medio lenti, ma proprio per quella sensazione di convinzione in quello che si sta facendo che trapela da ogni brano.

Mi sembra di averlo davanti agli occhi Van Morrison, mentre suona in un locale fumoso ed alcolico e sorride di tanto in tanto al pubblico, di età media intorno ai cinquanta, che sorride di rimando pieno di soddisfazione. Me lo immagino, questo buffo e rotondo sessantatreenne mentre suona l’ukulele o si lascia andare ad un assolo di sassofono come fosse la prima volta, mentre canta di qualche amore perduto nel tempo e di qualche anima persa in qualche angolo remoto dell’Irlanda.
Certo, capolavori come “Astral Week” si scrivono una volta nella vita e qui siamo ben lungi da quelle inarrivabili vette, ma d’altra parte siamo anche lontani anni luce dall’annoiarci per l’ennesimo monumento del rock bollito e superato. “Keep It Simple” ha ancora tanto da dirci nella sua semplicità (gioco di parole inevitabile), accendete le casse e ascoltatene le storie. Non vi sorprenderete ma le assaporerete tutte d’un fiato.

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Keep It Smile [ Lost Highway - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Bob Dylan, Neil Young, James Taylor
Rating:
1. How Can A Poor Boy
2. School Of Hard Knocks
3. That’s Entrainment
4. Don’t Go To Nightclubs
Anymore
5. Lover Come Back
6. Keep It Simple
7. End Of The Land
8. Song Of Home
9. No Thing
10. Soul
11. Behind The Ritual
1 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 51 Votes | Average: 3 out of 5 (1 votes, average: 3 out of 5)
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C’è Kate Moss (o almeno qualcuna che ci assomigli tanto) in abiti succinti che scorrazza libera e sensuale per la vostra sala prove, mettendo mano su ogni vostro strumento musicale senza che voi possiate e vogliate far niente per impedirlo, beati, contenti, francamente invidiati e acclamati da una folla che – ah, la forza dei mass media – compare magicamente alle vostre spalle nonostante il binomio Moss-Doherty, accalappiatore di folle e paparazzi, sia in realtà orfano della sua metà più musicale e creativa, ma obiettivamente con molto meno sex appeal.

Quello che potrebbe essere il sogno erotico-musicale di ogni umile e meno umile giovane band che si appresta a tuffarsi incauta nel confuso mare dell’indie rock di stampo british, è in realtà il video di “Bad Taste And Gold On The doors”, singolo apripista di “Silence is Golden”, nuovo lavoro dei francesi Hushpuppies.

Avrebbero la stoffa per essere i Maximo Park d’oltrealpe.
O almeno, a dirla tutta, con la band inglese condividono una peraltro pluricondivisa attitudine a ripescare a piene mani sonorità anni ‘80 e ‘90 in chiave facilmente melodica.
Ne è un esempio la già citata “Bad Taste And Gold On The Doors”, un po’ ruffiana e sicuramente radiofonica, con quell’incipit diventato tormentone in Francia (“I Want My Kate Moss”), geniale per semplicità e mostruosa attualità.
Per il resto agli Hushpuppies mancano Paul Smith e l’agghiacciante immediatezza dei suoi brani che, nel caso più estremo di analogia (“Moloko Sound Club”), sembrano pagare alla grande tali non indifferenti lacune.

Vuoi forse per una sorta di nuvolosità mentale, vuoi per una strana forma di coraggiosa resistenza indie-musicale, la band francese sceglie di toccare più stili, come quando “Love Bandit” fa cadere ogni più radicata convinzione sull’inutilità dei Jet, o come quando alla fine di tutto “Matador Broken”, con il suo dubbio incedere, sembra chiedere stancamente di essere inserita in un disco tributo ai Doors.

Si apprezza la volontà e il coraggio di voler a tutti i costi variegare la propria produzione in nome di quell’indole romantica testimoniata un po’ grossolanamente anche dalla copertina.
A conti fatti però, ad ascoltare il cervello e la propria vocina che canticchiano inesorabilmente, nel mondo crudele che fa da contorno agli Hushpuppies, Kate Moss, lo si sa, è cento volte meglio dell’eclettismo.

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Silence Is Golden [ Diamondtraxx - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Maximo Park, Jet, Doors, The Subways
Rating:
1. A Trip To Vienna
2. Lost Organ
3. Moloko Sound Club
4. Bad Taste And
Gold On The Doors
5. Love Bandit
6. Down, Down, Down
7. Fiction In The Facts
8. Lunatic’s Song
9. Hot Shot
10. Broken Matador
11. Harmonium
1 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 5 (1 votes, average: 4 out of 5)
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Reduci dal buon successo con il precedente album “Cut Across The Land” (una rispettabilissima quarantesima posizione nelle chart inglesi, provateci voi!) tornano i Duke Spirit stavolta coadiuvati in cabina di regia dal guru “desertico” e produttore dei Queens Of The Stone Age e dei Kyuss (nonché fondatore dei Masters Of Reality) Chris Goss. Difatti, guarda un po’, i brucianti riff della coinvolgentissima “Send A Little Love Token” hanno il sapore di certe saltellanti creazioni delle Regine. Con un gusto più personale i Duke sfornano altri brani agili e guizzanti come “Into The Fold”, “Lasoo” (che sfoggia pure dei fiati sboccatamente trionfali) e “Neptune’s Call” che subiscono tra l’altro anche pesanti influssi garage. Il mix tra sonorità vecchie e pose moderne fa pensare certamente ai Black Rebel Motorcycle Club nei loro momenti più dinamici.

Sembra proprio che in “Neptune” si sia cercato a tutti i costi di raggiungere un equilibrio perfetto tra scanzonata aggressività e dolcezza noir lievemente illividita, anche se probabilmente i Duke Spirit non hanno approfondito veramente a fondo questi due aspetti della personalità. Questo non vuol dire che il disco non sia godibile e non ci impedisce di poter affermare che sia meglio di tanta altra robaccia “new rock”.
Poi accade che parte la ballatona “Wooden Heart” (più convincente dell’altro lento “Sovereign”, passabile ma nulla di più), distorta quel poco che basta per darle quell’aspetto malconcio senza violentarne la l’aggraziata bellezza, e il tempo si ferma per qualche minuto, e contemporaneamente passano dei secoli, nella tua testa, nel sangue e nelle ossa.

Hanno l’andamento legnoso e le ginocchia cigolanti due tra i migliori pezzi del lotto, ossia la nebbiosa “Dog Roses” e la bluesy “This Ship Was Made To Last”: i Duke sembrano trovarsi più a loro agio in pezzi del genere piuttosto che in numeri supersonici. Va ancora meglio con la retropoppeggiante, sensualissima (ah quegli ululati! Ah quel sonaglietto!) “The Step And The Walk”, perfetto esempio, tra l’altro, per capire bene lo stupendo modo di cantare (tanto soul blues quanto in un certo senso “punk”) di Leila Moss.

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Neptune [ You Are Here - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Black Rebel Motorcycle Club, Queens Of The Stone Age, PJ Harvey
Rating:
1. I Do Believe
2. Send A Little Love Token
3. The Step And The Walk
4. Dog Roses
5. Into The Fold
6. This Ship Was Built To Last
7. Wooden Heart
8. You Really Wake
Up The Love In Me
9. My Sunken Treasure
10. Lassoo
11. Neptune’s Call
12. Sovereign
5 Votes | Average: 4.2 out of 55 Votes | Average: 4.2 out of 55 Votes | Average: 4.2 out of 55 Votes | Average: 4.2 out of 55 Votes | Average: 4.2 out of 5 (5 votes, average: 4.2 out of 5)
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Mi viene in mente quel momento in “Dark Knight Returns” in cui il commissario Gordon parla di Pearl Harbour. Non ho intenzione di spiegarla, ma so perfettamente che cosa Accelerate significa in termini macro di evoluzione/involuzione artistica. Dentro “Accelerate”, in buona sostanza, non trovate quello che era possibile trovare in ogni disco dei R.E.M. (soluzione salomonica: uso l’articolo I invece che GLI, ma almeno uso l’articolo) da “Up” in poi, vale a dire una prospettiva. Non ci sono svolte Beach Boys, pezzi costruiti intorno a una drum machine, inserti rap, archi a profusione, intermezzi acustici né niente del genere.

L’ossatura la conoscete bene: undici brani tra cui la superanticipata “I’m Gonna Dj” (molto meglio di come sembrava nei live) e il supersingolo “Supernatural Superserious”; un totale di poco più di mezz’ora, perlopiù canzoni pop classicissime di circa tre minuti con una bella botta tipo “Monster” e l’andazzo che ti aspetti dovesse avere un disco dei R.E.M. nel 1994.
C’è da dire che il fan tipico di Michael Stipe e soci di solito è ossessionato oltre i limiti della ragione dalla band di Athens (e che i fan dei R.E.M. sono TANTI), così che ogni passaggio d’epoca della band viene perlopiù suffragato da urla di cieco entusiasmo.

Ovviamente anche io sono un fan terminale dei R.E.M. da sempre e -sospetto- per sempre, e bastano due secondi della chitarra di Peter Buck in “Living Well Is The Best Revenge” (la miglior canzone del disco, anyway) per farmi ricordare come mi sentivo la prima volta che ho limonato con la mia attuale fidanzata. Quindi sì, so benissimo che la band è concentrata sul lato positivo del suo lavoro (cioè la grana) e che “Accelerate” è probabilmente il disco meno coraggioso di una carriera che copre un quarto di secolo, ma in un minuto mi sento come se fosse effettivamente il 1994 e nessuno degli attacchi alla musica che sono stati effettivamente perpetrati alle spalle di quel rock alternativo americano di cui i R.E.M. sono i principali alfieri, ehm, non fosse mai stato sferrato. E a voler tendere bene le orecchie “Accelerate” suona come il ritorno di Rocky Balboa sul ring, tre vecchietti in giacca che stileggiano da dio e danno lezioni di classe a quasi chiunque senza volersi -per la prima volta- interrogare su possibili modi d’incastrarsi in mezzo al nuovo che avanza. Cristo, è troppo grande.

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Accelerate [ Warner Bros / Wea - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Husker Du, The Replacements, Yo La Tengo, Sonic Youth
Rating:
1. Living Well Is The Best Revenge
2. Man-Sized Wreath
3. Supernatural Superserious
4. Hollow Man
5. Houston
6. Accelerate
7. Until The Day Is Done
8. Mr. Richards
9. Sing For The Submarine
10. Horse To Water
11. I’m Gonna DJ
3 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 53 Votes | Average: 4.67 out of 5 (3 votes, average: 4.67 out of 5)
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Arrotoli i pensieri e ne mastichi il dolce sapore, assopito all’ombra di un elegante salice piangente. Di fronte a te hai il torrente e la sua acqua che gorgheggia piano e svanisce dietro la folta vegetazione. Oggi non hai voglia di cambiare le cose , le contempli e basta, se gli altri sbattono il muso sul tuo silenzio puoi ascoltare il disco perfetto.

Prima erano tre EP, Dale Grundle alla chitarra e poco altro a dipingere acquerelli isolati ed intimisti come fosse un nuovo Nick Drake senza la voglia irrefrenabile di sparire per sempre. Ora molte di quelle canzoni rivivono qui dentro leggermente cambiate, più ricche ma sempre espressione di un isolazionismo positivo, in completa connessione col mondo attorno. E così ti stupisce incontrare nuovamente “You And Me Against The World” vestita d’ottimismo e da un incedere pop agrodolce. Se prima era una luce nel buio della notte, ora è il riverbero del sole che si alza di primo mattino e ti annuncia che qualcosa sta per iniziare.

Nessuna violenza a quelle piccole gemme di intimismo pop che ci avevano conquistato al primo ascolto, soltanto un discreto arricchimento sonoro che le rende più lucenti. Questo succede quando hai meno legno che scricchiola e più oggetti di cristallo che vuoi preservare dalle mani altrui. Allora è arrivato il momento di abbassare le luci, sederci a terra a gambe incrociate e restare ad ascoltare cosa ha da raccontarci il buon Dale. E, uno alla volta, per tutta la durata delle canzoni, diventeremo delle splendide isole d’acqua dolce.

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We’re Becoming Islands One By One [ Talitres - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Nick Drake, Sodastream, Kings Of Convenience
Rating:
1. Setting Fire To
Sleepy Towns

2. The Lockkeeper’s Cottage
3. You And Me Against
The World
4. The Shape Of Things
To Come
5. Macosquin, Coleraine
6. Broken Homes
7. Clocks And Clones
8. Human Blues
9. Dressed For Rain
10. Islands

THE SLEEPING YEARS su IndieForBunnies:

Recensione “YOU AND ME AGAINST THE WORLD [EP]”
Recensione “SETTING FIRE TO SLEEPY TOWN [EP]”
Recensione “CLOCKS AND CLONES [EP]”

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Un disco come questo “Deeply Inside” sembra davvero uscito negli anni settanta, che ne so… Da qualche parte, in un qualche istante tra “Red” dei King Crimson, “Wish You Were Here” dei Pink Floyd e la colonna sonora di “Blade Runner”. L’avessero sentito alcuni miei amici avrebbero sicuramente gridato al capolavoro, ma l’album più recente che hanno sentito è probabilmente “In Utero”: comunque anche noi siamo rimasti abbastanza sorpresi.
Infatti non tutti sono capaci di miscelare senza sbalzi gli ingredienti sopracitati con un gusto atmosferico degno dei Japan e con scansioni ritmiche che sembrano prese dall’ultimo Dopplereffekt. E la cosa che ci ha resi ancora più felici è il fatto che i Suntrack sono italiani, fiorentini per la precisione: non troverete neppure in internet i loro veri nomi, ma sappiate che dietro questa affascinante ragione sociale si nascondono due eccezionali polistrumentisti conosciuti con gli alias Cris Black e G&C.

Se l’inizio con “Morning” è alquanto efficace (i Japan migliori giusto un poco più distorti), è la successiva “Someone” a farci sussultare sulla sedia: quattro minuti e mezzo capaci di evocare spettri del Bowie berlinese, climax degni dei Radiohead più poetici ed inquieta elettronica che non avrebbe stonato in “Mezzanine” dei Massive Attack.

Altri pezzi sono altrettanto belli (su tutte la cosmica e ritmata “Battle” e la psichedelica e cinematografica “Body Rest”), mentre alcune volte i nostri appaiono leggermente sfuocati: “It Is Not Time” per quanto avvolgente non sa bene nemmeno lei dove vuole andare a finire, “Imago Mundi” invece cita a sproposito Gerald Donald appesantendo il tappeto electro con una chitarra piuttosto insipida. Bisognerebbe anche lavorare un attimo sulla voce, buona ma ancora poco personale. Ottima al contrario la produzione, rifinita ed assai levigata con alcuni suoni davvero degni di nota (è sempre un piacere quando entra quel basso così ben trattato).

“Flow” riporta lo spettro dei Japan, ma allo stesso tempo ricorda i Pink Floyd più modernisti (quelli di “Welcome To The Machine” per esempio). Al contrario “Burn Up” e la conclusiva “Seven Line” approfondisco il discorso elettronico calandolo in un’atmosfera abbastanza datata ma non per questo polverosa (un’inedita fusione di panorami ambient e salite prog, malinconia trip-hop e romantico rock).

Bella sorpresa insomma questo “Deeply Inside”: lungi dall’essere un album indimenticabile, è un lavoro dignitoso e pieno di spunti interessanti che speriamo i nostri riprendano e personalizzino ulteriormente nei prossimi anni.

Cover Album
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Deeply Inside [ SnowBit - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Pink Floyd, Dopplereffekt, King Crimson, Japan, David Bowie, Radiohead, Portishead
Rating:

1. Morning
2. Someone
3. Battle
4. Body rest
5. It is not time

6. Flow
7. Imago mundi
8. Burn up
9. Seven line
3 Votes | Average: 2.67 out of 53 Votes | Average: 2.67 out of 53 Votes | Average: 2.67 out of 53 Votes | Average: 2.67 out of 53 Votes | Average: 2.67 out of 5 (3 votes, average: 2.67 out of 5)
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A dire il vero io non avevo mai sentito parlare dei Die!Die!Die!, però appena ho letto il nome ho pensato: “ Ecco uno di quei nuovi gruppetti che ripetono una parola tre volte nel proprio nome così la gente se li ricorda meglio…”.
Ed ha funzionato, ovviamente, anche con me, ed eccomi qui col loro disco tra le mani.

I tre ragazzotti, Andrew Wilson, Michael Prain e Lachlan Anderson, sono neozelandesi, ma dall’animo vagabondo, dunque i Die!Die!Die! nascono circa due anni fa a Chicago, in un seminterrato qualsiasi, e vantano collaborazioni quali quella di Steve Albini, responsabile di alcune registrazioni.
Ed è nell’era che consacra il ritorno del Post-Punk (scritto con la maiuscola perché così deve essere) che esce il loro disco d’esordio “Promises Promises”, uno di quei dischi intrisi di Joy Division e Wire, di Pixies e Black Flag e forse anche qualcosa di più esclusivamente punk.
Per intenderci, Andrew Wilson, cantante e chitarrista, è uno di quelli che a un certo punto del live abbandona il suo strumento per lanciarsi sul pubblico.
A noi poi, constatare se il gesto è pura scena o se dietro nasconde qualcosa in più.

Ci sono brani pieni di vitalità e batteria prorompente (“Blinding”, “A.T.T.I.T.U.D”, “Maybe : Definitely” – dal titolo di quest’ultima non può che scapparvi un sorriso…-, “People Talk”), nei quali compare anche qualche sonorità punk/funk alla Rapture.
Ci sono chitarre taglienti e dirette, ci sono voci profonde e urlate.
Ci sono tracce più lente come “Sideways Here We Come”, una delle più interessanti dell’album, con bassi preponderanti, che ricordano i Clinic, oppure “Whitehorses”.
C’è la titletrack “Promises Promises”, neanche due minuti di chitarra/basso/batteria dal tiro abbastanza carico, nel quale ci sento un pò di These New Puritans. Bella anche questa.

Ci sono tracce tra il post-punk e l’hardcore, come “Throw A Fit”, che finiscono prima che si entri in sintonia con la melodia (forse melodia non è il termine adatto…).

Forse i Die!Die!Die! sono uno di quei gruppi che è meglio vedere prima dal vivo, poi ascoltarne il disco: conosciuti esclusivamente su album, non dicono tutto quello che potenzialmente (credo) avrebbero da dire.
Quindi beccateveli al prossimo concerto, a supporto dei Blood Brothers, dei Wire, degli Slint o dei Wolfmother.

Cover Album
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Promises Promises [ S.A.F. - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Nick Cave,The Fall,Slint, Joy Division, Wire, The Locust, The Death of Anna Karina, Clinic, These New Puritans
Rating:

1. Blinding
2. Britomart Sunset
3. Sideways Here We Come
4. Death To The Last Romantic
5. Whitehorses
6. A.T.T.I.T.U.D
7. Maybe : Definitely

8. People Talk
9. Promises, Promises
10. Hold Me
11. ECHOECHO
12. Throw A Fit
13. Blue Skies
1 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 5 (1 votes, average: 4 out of 5)
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I Lazy Darlings vengono da Leeds e ogni componente della band suona con un’altra band. E’ una sorta di collettivo dove i sogni infranti dei musicisti vengono riparati grazie alla colla mielosa e accattivante di un pop british, lucido e solare.

Un pop da loro stessi definito “country e narcotico”. “Laura” si aggira nel più bel territorio indie rock e fa crepare di invidia il cantante dei Kaiser Chiefs, che ha provato a fare con “Ruby” quello che i Lazy Darlings sono riusciti a fare qui con questa canzone di forte stampo brit-pop. Immaginate l’attitudine prettamente anni ’50 dei Raveonettes ripulitela dalle scorie shoegazer e dalla negatività: avete appena scoperto il gruppo più easy-going della settmana per le vostre orecchie. Yorkshire power.

Cover Album
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The Lazy Darlings (EP) [ autoprodotto - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Belle And Sebastian, Pulp, Travis
Rating:

1. Life Is Easy
2. See Her Smile
3. Laura
4. A Girl Like You

2 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 5 (2 votes, average: 4 out of 5)
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MONO IN VCF CONTEST:
Da oggi IndieForBunnies mette in palio il disco dei Mono In VCF band americana in bilico tra Portishead e Ennio Morricone e recensita su queste pagine alcune settimane fa.
Per aggiudicarsi una copia del loro omonimo debutto basta indicare nei commenti a questa recensione il nome di un side-project musicale, specificando tra parentesi almeno uno dei titolari di questo progetto parallelo e la sua principale band di appartenenza.
Esempio :

The Good The Bad The Queen ( Damon Albarn - Blur )

Il vincitore verrà estratto tra i partecipanti al contest.
Come sempre verrete contattati via e-mail, è importante quindi che il vostro recapito di posta elettronica sia indicato nel vostro commento.
Il contest si chiude giovedì 1 Maggio.

VINCITORE DEL CONTEST : noe

Conigli che se ne vanno in giro tra canzoni calde e romantiche… .

Calma e deserto, ondate di aria tiepida che ti accarezzano il viso e in un momento sei immerso nel mondo dei Rosie Taylor Project. Un abbraccio sonoro dolce, piacevole, rilassante. Sei ragazzi di Leeds e un’etichetta (la Bad Sneakers) che comincia a scalare la mia personale top ten considerando che sta producendo giovani artisti di ottimo spessore musicale (vedi The Old Romantic Killer Band, un duo rock che tra poco potrebbe fare le scarpe ai Black Keys, oppure The Sugars, un’altra rock band interessante che ha un suono combinato basso-batteria che entra fino nello stomaco). Una ventata d’alternatività che proviene dal Nord dell’Inghilterra e che sembra aver attivato un bel ciclo (avete provato a contare le nuove rock indie bands che vengono dallo Yourkshire recentemente?).

The Rosie Taylor Project sono un buon viatico per mandare in un’altra stanza della casa lo stress accumulato durante la giornata. Una sana dose di folk acustico di ottima qualità: trombe, pianoforte e chitarre che non smettono di fantasticare e narrare storie e ancora quel Neil Young che ogni tanto si fa sentire e una cura del suono perfetta, calda, virata verso una temperatura-colore prettamente legata all’arancio, al rosso e a tutto ciò che brucia, vicino alla voce di Jonny (“The Sun On My Right” è un alto esempio di scrittura emozionante e bruciante per il sottoscritto). Consigliato a tutti quelli che hanno seguito con attenzione il percorso musicale dei Page France e vorrebbero sempre emozioni del genere.

Proprio quando avrei giurato che nessun altro artista folk sarebbe riuscito più a sorprendermi, emozionarmi, farmi sorridere ecco qua che un gruppo uscito fuori dal nulla mi sconvolge i piani. Ecco qua, ancora una volta, il bello della musica.

Cover Album
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This City Draws Maps [ Bad Sneakers - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Bright Eyes, Vetiver, Cat Power, Iron & Wine
Rating:
1. The Sun On My Right
2. Anne Sexton
3. A Good Café On George Street
4. Reveries
5. Black And White Films
6. London Pleasures
7. A Few Words of Farewell
8. Water’s Edge

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