THE NIRO
S/T
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Il sole, entrando dalla finestra aperta, gli fece venire un brivido che lo scosse nel cuore. Federigo Tozzi (Il Podere) Non capita tutti i giorni di rimanere elettrizzati per una nuova uscita discografica. Figuriamoci poi se, come nel caso in questione, si tratta di un disco d’esordio. Davide Combusti, in arte The Niro, riesce nell’impresa di inchiodare l’ascoltatore in uno stato d’estasi incredula per tutta la durata dell’album e anche oltre. Sono cose che capitano solo con i grandi, con quelli che spalancano il cuore facendoci entrare tonnellate di luce rigenerante, oscurando in un batter d’ascolto altrui pomposità. Album completo, romanticamente classico, monoliticamente prorompente, sfaccettato, virtuoso ed ubriaco di sfumature e interstizi d’altissima classe. The Niro è più di una promessa, va ben al di là di una scommessa e non si può etichettarlo semplicemente come una ’speranza’ della musica italiana: queste sono frasi da palco di Sanremo. Davide Combusti è l’incarnazione dei sogni di ognuno di noi, è uno che ce l’ha fatta solo grazie alla sua bravura. Da Roma a New York per firmare con la Universal: perché è di un talento straripante, perché è l’unico che fa danzare dentro di sè Jeff Buckley ed Elliott Smith senza timore di risultare loro inferiore o di sembrare un semplice emulo. No, Davide viaggia sulla loro stessa lunghezza d’onda e questo disco ne è un’ulteriore dimostrazione dopo un Ep di lancio, che ha lasciato senza fiato chiunque se ne sia nutrito. D’altronde quando ci si ritrova una voce del genere, tutto è permesso. Corde vocali calde, ora melodiose oltre il possibile, ora lucide e condensate in attimi che rivelano un abbraccio fraterno che sembrava perso. Voce ipnotica, intensa come il bianco ossessivo di una porcellana di Capodimonte, voce fatta d’argilla e sospiri divini, s’avviluppa generosa in falsetti stratosferici che rimandano all’Olimpo delle grandi ugole mondiali per confondersi in un suono efebico al di là delle classificazioni di genere. Ogni canzone ha un suo riff riconoscibilissimo, originale, autentica rivendicazione di dedizione nella composizione, manifesto di notti vissute alla ricerca della magia finale. Diverse anime si mischiano nei tredici pezzi di quest’esordio; dall’irruenza rabbiosamente rock di “Liar” e di “You Think You Are” ad esempio, alla circolarità perfetta del pop sopraffino che s’insinua silenzioso in ogni arrangiamento, alla calda intimità folk di pezzi come “Josèe” o “About Love And Indifference” autentica pietra angolare dell’album tra malinconia e ritmo, tra accenni di flamenco e giri di chitarra pizzicati. Canzone dopo canzone The Niro, che tra l’altro ha suonato ogni strumento del disco, costruisce un piccolo porto sicuro, dove diventa piacere estatico osservare l’ira del mare che si frange sulle rocce. Seguire la voce di Davide è come navigare il corso di un fiume, dall’inizio sussurato, attraverso le rapide irruenti, fino alla quiete dolce dello scorrere per le calme insenature finali. Il sole è entrato dallo stereo e ha colpito in pieno facendoci trasalire di contentezza. Il vostro prossimo cantante preferito vi aspetta timido, senza fretta, ma fiducioso del vostro buon gusto. |
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13 Maggio 2008 @ 16:03
Io ormai sono diventata The Niro dipendente..i miei ascolti su last.fm parlano chiaro! Spesso sento dire che ci sono tanti artisti bravi che però non riescono a sfondare per congiunture astrali varie..ecco, lui non è semplicemente bravo, è un autentico fuoriclasse, un talento puro, cristallino, che non può essere messo in discussione (specie dopo averlo visto dal vivo..). Aggiungiamo poi che Davide è un ragazzo simpaticissimo e di una gentilezza e disponibilità uniche e il quadro è completo!
13 Maggio 2008 @ 16:51
Bene bene, bel disco davvero. Ammetto di non essere all’altezza di fanny come apprezzamento, ma il disco mi piace molto. Poi a tutti quelli che criticano l’artista per le somiglianze varie mi verrebbe da chiedere quali siano gli artisti originalissimi che ascoltano loro. magari ascoltano gli editors, i national…..e allora ripenso alla voce di Ian Curtis e sorrido…
13 Maggio 2008 @ 17:04
dici bene sach, anzi benissimo… e a dirla tutta, questo volerci vedere a forza una copia di jeff buckley mi lascia perplesso, mentre mi lascia sgomento chi l’accusa di essere un emulo dei Muse. Sono fatti abbastanza tristi, anche perché, senza nulla togliere a Matt Bellamy, ma The Niro ha tutt’altra voce.
L’unica cosa davvero originale che ho sentito nella mia vita è stato sentir suonare alla ‘corrida’ una canzone facendo schioccare l’ascella…per cui…
e comunque più lo ascolto, più mi rendo conto della pregevolezza di questo disco e delle potenzialità future di The Niro. Vai Davide, siamo con te
13 Maggio 2008 @ 18:08
ahi ahi mi avete citato ian curtis!
piuttosto io direi…tom smith> un michael stipe più potente? matt berninger> direi…leonard cohen…o stuart staples…ma tanto per allontanare il paragone con ian curtis, perché neanche questi paragoni mi soddisfano del tutto.
intanto consiglio a sachiel di ascoltare gli a certain ratio (ehehhehe…)
13 Maggio 2008 @ 20:42
Quando Joses mi apre con queste citazioni, mi verrebbe voglia di torgliermi i soldi dal portafoglio e dargli uno stipendio mensile per scrivere su Ifb.
14 Maggio 2008 @ 01:37
eheh, grazie Helmut!!! Non è da tutti apprezzare Federigo Tozzi…
3 Giugno 2008 @ 10:20
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