Gio 29 Mag 2008
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Facciamo finta che dentro la discografia dei Counting Crows non ci sia il pezzo più importante della mia vita, sorvoliamo sul fatto che sono almeno quattordici anni che questo disco continua a sgretolare le mie mura interiori. Sorvoliamo su tutto questo, ma non sul fatto che, in pieno periodo grunge, un buffo ebreo americano con i dreadlocks chiamato Adam Duritz e la sua band sfornano un esordio folgorante, di quelli che segnano una generazione di ascoltatori, così in controtendenza rispetto alle mode del momento. “August & Everything After” ha le radici ancorate alla tradizione americana, quella classica e allo stesso tempo non è mai stato un disco formalmente vecchio. E’ semplicemente southern rock cantautorale baciato dall’ispirazione del suo leader, imbevuto di un lirismo che, ad oggi nel suo genere, non teme confronti. Inizia con undici secondi di assoluto silenzio, interrotti da una chitarra elettrica poco amplificata e sin dalla prima strofa si capisce di che pasta sia fatto il signor Duritz.
“Step out the front door like a ghost “Round Here” è semplicemente di una bellezza e di una profondità abbagliante, è l’inizio del viaggio interiore nei sogni e soprattutto negli incubi del suo autore, che vorrebbe tanto somigliare a Bob Dylan, come canta in Mr. Jones, il loro più grande successo e ad oggi il loro più grande fardello, tanto è vero che per un lungo periodo preferiscono non proporla dal vivo. Nei brani vivono personaggi femminili che spesso non si identificano in una persona reale, piuttosto sono idee di persone o semplicemente l’immaginazione di se stessi vista dagli occhi di qualcun altro. Il disco è un percorso nell’insonnia di ognuno di noi, in quello che non ci fa dormire la notte, nei rimorsi, nei ricordi e nelle complicazioni quotidiane del nostro vivere. Non è difficile riconoscersi nelle parole di una qualsiasi canzone, in cui tutto quello che vogliamo è ritrovare la strada di casa (Sullivan Street) Take the way home that leads back Oppure quando sentiamo di provare qualcosa per qualcuno e ne abbiamo paura, mentendo a noi stessi (Anna Begins) It seems like I should say “As long as this is love…” Non c’è solamente un momento, ascoltando il disco e leggendo i testi, in cui non ti senti di avere di fronte qualcosa di così grande da poter cambiare le tue giornate, i tuoi mesi, i tuoi anni. Eppure era semplicemente una giovane band americana che cercava il suo posto nel firmamento di stelle, un diario interiore bagnato di pioggia le cui pagine sembrano non ingiallirsi mai. E’ un disco per chi ha voglia di riscoprisi, di mettersi in gioco. E’ un disco per chi non dorme bene la notte, per chi steso nel letto riesce a vedere qualcosa in più del soffitto che gli copre la testa. Un fottutissimo disco generazionale che se ti entra dentro peserà come un macigno e prenderà il volo come fosse una piuma. Qui non ci sono idee particolarmente geniali, ma sentimenti reali, sogni che ti graffiano le mani,appagante disperazione emotiva, quella di cui tutti avremmo bisogno di tanto in tanto. E’ splendido non doversi inventare niente per essere grandi, ma lasciar uscire le cose con una chitarra, un basso, una batteria, un pianoforte e una voce che canta la propria poesia. E non è solo il mio capolavoro, è un disco così grande che non ve ne accorgerete nemmeno. Agosto e tutto ciò che viene dopo…potrebbe essere la storia di ognuno di voi. Prendetevi il vostro tempo tanto Round here we stay up very, very, very, very late. |
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Recensione BACK CATALOGUE su IndieForBunnies OASIS - DEFINITELY MAYBE |


(5 votes, average: 4.6 out of 5)




Maggio 29th, 2008 at 10:19
Tutto vero quello che scrivete sul valaore del disco. Ma lui? E’ stato e continua ad essere il mio sogno erotico. Cosa non è????
Ad ogni modo conservo ancora un VHS di un loro concerto registarto a Roma durante il loro primo tour e mandato in onda da quella che era VIDEOMUSIC.
Maggio 29th, 2008 at 10:50
fantastica videomusic! Io con videomusic ho scoperto i Placebo e i My Vitriol…
Maggio 29th, 2008 at 12:50
Posseggo anche io quella fantomantica vhs, ora trasposta in dvd. Che bello tornare a casa e trovarsi la recensione del disco della propria vita pubblicata
Maggio 29th, 2008 at 14:14
…che bello…dobbiamo sempre ringraziarti per averceli presentati…è stato il primo abbraccio con te?
Maggio 29th, 2008 at 15:08
Puo’ essere, probabilmente si…disco per me ancora piu’ grande di quanto non lo sia oggettivamente
Maggio 29th, 2008 at 15:16
Oggi è uno dei giorni più brutti della mia vita. Altri ne verranno presto. La tua recensione mi ha fatto venire in mente che ho sempre un rifugio da qualche parte.
Maggio 29th, 2008 at 17:31
Comunque sarebbe “August”, e non “Agust”….
Maggio 29th, 2008 at 18:26
e’ vero, aleeeeeexxxxxx!!!Rimediaaa
Maggio 30th, 2008 at 00:02
Bene vedo che si cita anche la Genesi del Just…stiamo scavando nella storia cacchio! Scavando i nostri nomi in effetti, così mi faccio capire solo da chi deve, ehehe.
Conosco questo disco in ogni angolo, come la casa in cui sono nato. So perfino cosa c’è dietro certi mobili senza bisogno neppure di spostarli. Ricordo pure come certi mobili al’inizio troppo più grandi di me, finchè io ci sono cresciuto accanto e sono diventati qualcos’altro forse, ma pur sempre loro.
Indubbiamente è un disco generazionale, e forse per questo fuori dal suo contesto storico è qualcosa di diverso. E’ uno di quei dischi che non puoi smettere di portarti dentro, o che forse ce lo hai portato troppo a lungo che alla fine ha allungato le radici un po dappertutto. E quando capita così che certi dischi finiscono per crearsi una mitologia tutta loro, nel senso letterario del termine.
Come presagiva il titolo alla fine il debutto dei Counting Crows stato un punto fermo, quello che è venuto dopo è “tutto il resto”…