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Le tenebre li hanno tenuti nascosti per vent’anni, ed era forse venuto il momento per loro di venire allo scoperto. Come abbiamo appena accennato, non credo sarà facile espandere il verbo dei Soul Merchants anche tra gli stessi appassionati di musica goth, dato il loro stile per certi versi singolare. Infatti in certi momenti appare molto forte l’influenza della psichedelia sessantiana (e in misura minore anche del glam dei Settanta) con il risultato di una formula sonora ben congeniata ma di fronte alla quale alcuni potrebbero non rimanere del tutto convinti. Peggio per loro, dato che alcune canzoni ivi contenute possiedono una efficacia terrificante. Peccato che però, d’altro canto, la qualità dei pezzi non si attesta sempre su alti livelli e la rimasterizzazione delle tracce non ha permesso di pulire a dovere i suoni. Comunque sia, il giudizio complessivo sulla raccolta non può che essere complessivamente positivo. La chitarra, grazie anche al suo potere ipnotico, è lo strumento principe delle canzoni dei Mercanti Dell’Anima, a discapito del basso che non tiranneggia come si potrebbe pensare (dato il genere in questione), anche se le sue sottolineature rimangono ugualmente importanti. Molti gruppo gotici dell’epoca d’oro e di oggi pagherebbero per poter scrivere pezzi come la minimalistica “Joanna”, “Blue Light” (stupendo il momento finale con la chitarra ossessiva Consigliato a chi ha già venduto l’anima al diavolo e, travolto dal pentimento e dall’angoscia, cerchi una qualche consolazione. |
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Maggio 2008
Sab 24 Mag 2008
Sab 24 Mag 2008
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Dai, che ci vuole; ti metti lì, ascolti il cd e butti giù due righe. Perchè quest’album puzza di birra e serate con gli amici dall’inizio alla fine e per apprezzarne tutte le virtù è bene ricreare la situazione più congeniale al suo ascolto. Dopo essermi calato perfettamente nella parte posso raccontarvi del rock veloce e percussivo dei We Were The States, quintetto del Tennessee con base operativa ad Austin votato alle atmosfere sature da pub affollato il fine settimana, con stretto nel pugno un rosario di citazioni e padri putativi sterminato ma di gran classe. Qui evaporano e danzano bellamente Strokes (che a dirla tutta ne escono male dal confronto), Kings Of Leon, The Hives e Clash su tutti. Quello che ne viene fuori è un proiettele incandescente e divertente, giocato su riff semplici ma esaltanti. Rock asciugato da ogni orpello ingombrante, mai banale e piacevole come una bella carota fresca d’estate per tutti i conigli accaldati. Justin Webb paffuto ed improbabile icona di un rock’n'roll votato all’eccesso, canta con un’esuberanza a tratti commovente, mettendoci convinzione e ritmo, quasi che fosse un Liam Gallagher senza spacconeria o un Pelle Almqvist all’uscita dal manicomio dopo un lungo periodo di riabilitazione. La voce trascina ed è in pieno assetto con tutto il resto, fino a creare una sorta di trait d’union tra veemenza a ’stelle e strisce’ e compattezza britannica. Insomma arrivato a questo punto una Tennent’s la offrirei anche a Jay Stoyanov, chitarrista e mente creativa del gruppo che assieme ad un azzeccato organetto, suonato da Jason Harding, è il primo imputato sulla lista nera del mio fegato. Lo vorrei fare, davvero. Si vogliono fare tremila cose dopo cinque pinte di una innocente bionda doppio malto, come iniziare a volare o a stendersi per terra, ma chissà perchè ci si ritrova sempre a sbiascicare strane parole nella lingua dei Sigur Ròs… Potrei continuare a dire altre cose su i We Were The States, ma mi è venuta come una certa arsura e mi si è anche seccata la gola; quindi magari ne parlo stasera al solito pub, con la solita birra e con la loro musica di sottofondo. Dopo i Weather Underground altro gruppo da tenere sott’occhio per il futuro… |
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Ven 23 Mag 2008
Under Electric Light – After The Blue [EP]
Posted by giov under INDIE ALBUM , MySpace Generation[3] Comments
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Tutto impossibilmente noir. Mi sembra di nuotare per qualche interminabile e dolcissimo minuto in mezzo ai più oscuri pensieri degli Interpol. Battiti che vengono dal centro dell’inverno, campionamenti, rumore bianco, arpeggi elettrici e una nostalgia con radici indistruttibili. Dream Pop per dormire meglio. Shoegazer per sorridere in modo più vero. My Bloody Valentine, Slowdive e Death Cab for Cutie impastati con una farina nera. Danny Provencher viene da Montreal. Lui è uno di quelli che vede una cosa interessante e non telefona ad un amico per racontargliela. Lui continua a camminare ma i suoi occhi sono contenti di aver catturato un’idea che dopo pochi istanti la mente sta già inserendo in un progetto fantastico. Torna a casa e compone brani con dentro tutte le emozioni più vere e toccanti che un uomo possa mai provare. Tutto altamente poetico. Testi incentrati su sogni, aspirazioni e una realtà che fa male più di un coltello affilato. 4 tracce che riprendono gli Stone Roses e i Ride li immergono in un sogno pieno di morfina. Un basso che suona arrogante e che ritorna da dove era partito per diventare infine un loop incessante e oscuro. Voi a un certo punto non avete più parole e non avete molte sensazioni rimaste nelle tasche. Avete solo voglia di recuperare il tempo perduto e improvvisamente avete solo voglia di saperne di più su Danny Provencher e sul suo mondo che rimane fermo sotto la luce elettrica. Non ho mai capito il senso dell’ “etichetta-genere” Art-Pop, ma qualcosa dentro mi dice che questa produzione è ció che in assoluto gli si avvicina di più. Questo non è l’EP della settimana: per il momento è il disco dell’anno. |
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Ven 23 Mag 2008
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Le sensazioni umane sono la cosa meno corruttibile dell’universo: non fanno distinzioni di razza, estrazione sociale o schieramento politico. Ti beccano in fronte e basta. Solitudine: sentimento che sostanzialmente odio e che vorrei allontanare da me il più possibile. Anzi, questo sentimento che non sono mai riuscito ad allontanare da me quasi mai. Sottile, enorme, intangibile eppure fondamentale differenza. Non cambieranno mai le cose: puoi fuggire dove vuoi, scappare, cambiare casa, vita, abitudini, amici, modo di affrontare e risolvere i problemi, ma la tua abitazione principale, quella dello spirito te la porti sempre dietro. Anzi, dentro: con tutto il terremoto che ne consegue. Quella piccola casa con dentro tutte le cose più importanti di te, quelle marchiate a fuoco sul sangue, quelle che brillano di luce propria, perché le più vere per intenderci, beh, quella piccola casa è incastrata all’altezza dello stomaco, dentro di te. Il fatto che sei l’unico ad avere le chiavi dell’accesso principale e non saperle usare sempre correttamente è la cosa che in assoluto ti fa sentire più debole. Il disco di Sarabeth Tucek, cantautrice dalla voce calda, pura e allo stesso tempo molto intima e profonda è sicuramente una produzione che non aiuta ad alleggerire il sentimento amaro di qualche pensiero incline alla tristezza. Melodie semplici suonate stavolta con la chitarra elettrica e pervase da un energia che scorre lenta. Folk elettrificato. Lento, corrosivo, fluido e poetico. Disco che si piega alla luce del tramonto e che dovrebbe essere ascoltato solo dopo le sei di sera, perché solo quando la luce comincia a mancare si crea la magia che unisce il talento di questa ragazza con l’aria che ti circonda. Una specie di Andy Cabic al femminile con una Telecaster in mano. Susanna senza la Magical Orchestra ma con un amplificatore e qualche riverbero. Torni nello stomaco. Rimani fuori casa, davanti la porta, con lo sguardo fisso per terra (è forse questa la vera corrente shoegazer?) e continui a beccarti la pioggia sulla testa. Beh vaffanculo al mondo, per stasera ne ho abbastanza. |
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Gio 22 Mag 2008
DISSONANZE 08 - DAY ONE - @ Palazzo Dei Congressi (Roma 09/05/2008)
Posted by Helmut under INDIE LIVE[6] Comments
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PROGRAMMA
Salone della Cultura: PINCH [GB], COBBLESTONE JAZZ [CDN], SWITCH [UK], BOOKA SHADE [D], LOCO DICE [D] Aula Magna: CHARLEMAGNE PALESTINE [USA], RYOJI IKEDA [J], NICO VASCELLARI vs. JOHN WIESE & STEPHEN O’MALLEY [ITA/USA], CARIBOU [CDN], NO AGE [USA] Terrazza: PREFUSE 73 [USA], YACHT [USA], ITALO & COSMIC DISCO feat. ALEXANDER ROBOTNICK, DANIELE BALDELLI, FRANCISCO, RODION [ITA] |
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Dissonanze 08 batte Dissonanze 07. E già, perché l’unico competitor del Festival romano di musica elettronica ed arti visive è se stesso. Troppo la differenza con le altre manifestazioni italiane, mentre sempre più sottile è il gap con i Festival simili in Europa. Una distanza che, di questo passo, potrebbe essere colmata fin dalla prossima edizione. Dissonanze 08 vince a mani basse ogni confronto soprattutto perché ha scelto di non puntare solo sulle stelle dell’elettronica o dell’avant, offrendo una line up in grado di coprire tutte – o quasi – le sonorità più interessanti del panorama internazionale L’edizione 2008 è stata aperta da una doppia performance della Array Dance Company di Darren Johnston all’Auditorium, seguita da un doppio happening con vari Dj Set ( tra cui quello di Cyprien Gaillard ) nientemeno che all’Ara Pacis. Sfortunatamente ho mancato entrambi gli appuntamenti, per cui non posso giudicarli. Mi dicono però che specie gli eventi all’Ara Pacis siano stati fantastici. Alle 23, nel desolato Salone della Cultura, inizia a suonare Pinch, uno dei pezzi dei gioielli della nuova ondata dubstep. Sia il sottoscritto che il prestigioso co-fondatore di Indieforbunnies Axelmoloko avevamo puntato parecchio sul ragazzo di Bristol, perché il suo ‘Underwater Dancehall’ era stata una delle migliori uscite del genere. Ai dubbi sull’orario e a quelli sul luogo – saremmo stati si e no una decina -, si sono aggiunte le perplessità sulle modalità dell’esibizione: non un live, ma un semplice Dj Set, nei primi tre quarti d’ora tra l’altro ultradub e per nulla step. Dopo Prefuse la terrazza ospita Yacht, che si conferma autore colorato ed elettronicamente pop come e più che su disco. Insieme ad una cantante, diverte e fa ballare il pubblico di discotecari, puntando molto sui visuals da vero slacker d’annata. Bello l’ultimo disco e lui convincente pure dal vivo. Prima di andarci a sedere ad un metro dal palco dell’Aula Magna per farci spaccare i timpani dalle due batterie di Caribou, torniamo in Terrazza a vedere che aria tira. Su è il tempo di Italo Disco, e si ballava alla grande. Solo che, in tuttà onestà, non siamo riusciti a vedere chi fosse. Comunque era fico, questo è certo. Insieme a Cobblestone Jazz, l’altro nome che ci interessava nel Salone della Cultura erano i Booka Shade, in programma alle 3.30. Certamente non aiutati dal livello di alcool accumulato fin dalle 21.30, ci si avvia bolsi nell’immenso Salone. Arriviamo poco prima della fine di Switch di cui, per i motivi su menzionati, non ricordo quasi nulla. La nostra nuova sortita tra le poltrone dell’accogliente sala offre non solo l’occasione di riposare muscoli e fiato in attesa dell’imminente alba danzereccia ( il dj “loco” ci attende da lì a poco) ma anche la possibilità di verificare in prima persona il live act di questi due skate-rocker californiani, la cui presenza in un festival dalla forte matrice elettronica, ci aveva quanto meno sorpreso. L’ultimo nome della giornata è il signor Loco Dice, che sta iniziando a suonare (alle 4.30) nel Salone. Pare che il tizio abbia preso il nome dal ‘Loco’ che gli inservienti dello Space gli urlavano mentre ballava in after sul tetto del locale. Con questi presupposti, non è che mi aspettassi molto, benché ne avessi letto bene un po’ ovunque. In effetti ascoltandolo mi sono ricreduto. |
| Link:
DISSONANZE Official Site Video from the NITE: br> |
Mer 21 Mag 2008
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Nella storia delle modificazioni della musica c’è un nome che di certo ha molto influito nello sviluppo di un certo modo di concepire la mescolanza dei sapori sonori, questo nome è la Anticon, una delle etichette più influenti ed interessanti a livello mondiale e che ha in Why? uno dei suoi artisti di punta. Why? è il progetto che vede protagonista Yoni Wolf (che di Anticon è fondatore) ed è la diretta conseguenza di tutto quello che in passato lo stesso Yoni è riuscito a fare attraverso i seminali cLOUDDEAD, insieme a Dalek e Cannibal Ox, la migliore band di hip hop trasversale uscita da sempre. I cLOUDDEAD non esistono più e così Yoni ora si può dedicare al 100% al progetto con i Why? che questa sera alla Casa 139 presenteranno il loro terzo album intitolato “Alopecia” (in europa distribuito da TomLab mentre in USA sempre su Anticon), un condensato di ritmo ed elettronica che si mescola alle sensazioni dell’indie-rock. Se si dovesse cercare una definizione precisa per la musica proposta da Why? probabilmente quella che maggiormente si avvicina alla realtà è Indietronica, ovvero un mix di indie-rock ed elettronica minimalista. Il segreto e l’originalità di Why? sta però nel proprio background hip hop che ne amplifica la ricerca di ritmi ipnotici e trasuda di cupezze sonore e lessicali. Su IndieForBunnies trovate un’attenta recensione di “Alopecia” I Why? suoneranno a Milano il prossimo martedì 27 maggio a La Casa 139.
Per aggiudicarvi i preziosi accrediti basta lasciare un commento a questo post. Scriveteci perchè dovreste meritare di andare completamente a scrocco al concerto di Why?, come al solito le motivazioni che ci colpiranno si aggiudicheranno i due pass.
VINCITORI DEL CONTEST : dani - subliminalpop |
| Data: martedì 27 maggio @ La Casa 139 – Milano Dalle 21.30 – ingresso 10 Euro con tessera ARCI Links: Why? MySpace |
Mer 21 Mag 2008
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Avvolto da una scia sbiadita di fumo il disco dei Rio Mezzanino danza sinuoso nella notte scura. Tutto acquista senso in quest’album se bagnato da un martini dry versato con lafamelica intuizione d’incendiare anime vagabonde nelle penombre di night club infiniti. Firenze diventa il punto desertico del pianeta, i suoi bar dettano il tempo al suono gracchiante di Tom Waits, che attraversa la città ascoltando i Calexico più sudati. Canzoni asciutte, fangose, in lenta cadenza oscura, sono messe in fila con ordinata precisione; un plotone di fantasmi derelitti alla ricerca di sangue bollente e malato. Un acerbo whisky scozzese bagna le corde vocali di Antonio Bacchiddu, le rende selvagge e polverose, le prepara a colorare d’oscurità aria densa di vapore. Ascoltare quest’album è come entrare nell’incubo mai risolto di Nick Cave, significa essere catapultati in un noir stralunato, rallentato, distorto ed allucinato. Monolitico nella forma e nella sostanza, oltranzista ed integralista nel suo incedere, “Economy With Upgrade” è un disco bello solo a metà, affascina ma non mantiene costante la tensione, a volte si perde e pecca di eccessivo manierismo. Alcuni passaggi sono però splendidi e su tutte le 13 canzoni spicca “A Dream”, cavalcata degna del miglior Lanegan. Una maggior concisione ed un maggior eclettismo sonoro non potranno che far del bene ad una band che mostra personalità e qualità ben al di sopra della media. |
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Mar 20 Mag 2008
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Poco più che silenziosamente, alle spalle di altre promesse dell’indie made in Italy più o meno tramutatesi in felici realtà, gli Yuppie Flu arrivano, anche loro, al famigerato decennio di carriera. Se la copertina del precedente “Toast Master” non sfigurava umile al fianco di consumati e loquaci poster degli Strokes, “Fragile Forest” riprende la ricercata malinconia di “Days Before The Day”, mettendo però da parte i Notwist e quell’indietronica che lo resero, a onor della mia personalissima opinione, uno dei dischi italiani meglio riusciti dal 2000 ad oggi. Se “Patient One” apre il disco con un delicato dialogo lo-fi tra chitarre acustiche e voce, la successiva “title-track” scombussola tutto: dei My Bloody Valentine in vacanza le danno il via epici come solo loro possono essere, poi gli Yuppie Flu riprendono le redini del gioco e creano un gioiello di dream pop, o più semplicemente pop, che è sicuramente il pezzo più riuscito dell’ensemble. Poco importa, in fondo. |
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Lun 19 Mag 2008
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Con un titolo del genere questo disco non poteva non finire nel nostro lettore. Il ragazzo, Benga, appena ventunenne, è da un pezzo che è nella scena: amico e collaboratore tra gli altri di Skream, incide per la Tempa una delle etichette madrine di tutto il sound, sicuramente ha talento e si applica con metodo (basta sentirsi tutti gli intrecci dei ritmi e la cura dei suoni) eppure sembra avere pochissima passione. Le composizioni sfortunatamente non conquistano mai per sentimento, suonano sempre come compitini ben eseguiti e nulla più. Non c’è nulla di brutto, anzi… Quando parte il disco con “Zero M2” pare forse un po’ stucchevole, molto chill-out, ma la cassa dritta che irrompe a metà del pezzo è semplicemente perfetta. Night è massiccia e levigata, perfetta per i dancefloor più bui e sudati. L’ibrido electro-jungle e jazz d’atmosfera di “B4 The Dual” ricorda da vicino quando Luke Vibert produceva drum n’bass per il Sommo Pontefice (e se mai incontrerò il geniale e prolifico cornish kid gli chiederò perché mai proprio della drum n’bass per quel gran pezzo di merda), mentre “Pleasure” presenta campionamenti sexy e bassi belli grassi che di nuovo tirano in ballo Luke, però stavolta quello che ama nascondersi sotto i moniker Amen Andrews o Spac Hand Luke. “Someone 20” fonde dubstep più rigoroso e patina r’n’b per ottenere infine ottimo downtempo. “Light Bulb” si fa più pressante nel beat e leggermente più acida nei timbri, mentre “Crunked Up” e “Go Tell Them” sguazzano nel grime più distorto e carico. Come si diceva sopra le sfuriate ritmiche, i momenti più rilassati, l’incedere geometrico della cassa, i repentini cambi di tempo, l’utilizzo abbondante ed efficace di echi e riverberi sono sempre perfettamente amalgamati: basta infatti ascoltare “Emotions” e “26 Basslines”, le due perle del disco; la prima che ricorda il Carl Craig più jazzy e la seconda che è pura genialità sotto qualsiasi aspetto la si valuti. Insomma tutto molto bello, eppure tutto poco sentito: levigato fino ad aver perso ogni briciola di emozione. Davvero un peccato, chiaro che non è un disco da buttare nel cesso, è certamente un esordio da invidiare, ma aspetteremo il prossimo turno nella speranza che dietro a queste intricate impalcature sonore appaia una qualche traccia di calore. |
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Dom 18 Mag 2008
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E’ rincuorante che al giorno d’oggi qualcuno si prenda la briga di scrivere dischi del genere. Di solito si è soliti rincorrere una particolare “scena musicale”, un filone di moda o anche una “avanguardia” il cui significato del termine, applicato alla musica, mi è ancora oscuro. E’ primavera, periodo di allergie che si risvegliano, così come quella personale e mai sopita contro le etichette di genere. Inoltre sono decenni che non ci si può inventare nulla in abito pop, si tratta solo di essere derivativi in un modo convincente o quanto meno ispirato. Steve Smith ha l’ardire di pubblicare un disco di classico pop-rock radiofonico che forse qualcuno al di là dell’oceano atlantico ha ancora voglia di ascoltare. Sebbene i risultati siano buoni ma non certo memorabili non posso che applaudire la scelta coraggiosa di autoprodursi, perchè la g.a.s. è a sua etichetta personale, un disco di canzoni semplici e sincere. Se vuoi far soldi non ti metti di certo a scrivere musica per la quale già sai che non guadagnerai che un pugno di dollari. Forse una decina di anni fa “This Town” avrebbe girato molto di più nel mio lettore di quanto non farà mai adesso, ma di dischi sotto questi ponti ne sono passati tanti, soprattuto di questo genere. Però quando tutto mi sembrerà stranamente contorto e complicato, un giro nel mio ipod queste canzoni lo faranno sempre molto volentieri. Se vi piacciono John Mayer o David Gray probabilmente apprezzerete Steve Smith, tenetelo presente. |
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