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Conviene prendere fiato ad un certo punto. Giusto per vedere quanta strada si è fatta. Fermarsi un attimo, piegarsi puntando le braccia sulle ginocchia e asciugarsi il sudore dalla fronte. Uno sguardo indietro. Qualche minuto. E poi subito ripartire. Jónsi Birgisson e compari hanno uno sguardo da mille chilometri e non affogheranno mai nelle certezze della loro strepitosa discografia. Dopo quattordici anni di attività, cinque album, un documentario rugiadoso e milioni di copie vendute ai quattro angoli della Terra, i Sigur Rós hanno raccolto quanto di buono hanno realizzato in tutti questi anni mischiandolo con ambizioni covate da tempo e che già nel precedente “Takk” iniziavano a prendere forma. Di primo acchito “Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust” (che tradotto vuol dire: ‘Con Un Ronzio Nelle Nostre Orecchie Suoniamo All’Infinito’, ndr.) appare come un immenso calderone, dove trovano spazio le dilatate atmosfere degli inizi e la voglia di costringere entro la forma canzone prettamente poppeggiante le cosmiche visioni d’Islanda. Ineccepibile trovata, non c’è che dire, quella di non fossilizzarsi su di un’unica prospettiva, cercando nuovi spazi vitali puliti e lussureggianti come le ampie vallate che si aprono tra le aspre insenature della terra d’origine. C’è, però, qualcosa in più in questo disco, che fa compiere un balzo in avanti alle Rose della Vittoria: questo è un vero e proprio concept album, uno scrigno che ha l’ambizione di raffigurare su tela sonora l’Esistenza, scandendo le tre fasi principali di essa. L’album si muove su tre suite, tre ampi movimenti che assecondano la visione chiara che si dipana attorno alla voce flautata di Jónsi, essere androgino in perfetto assetto artistico con gli Dei del canto. Tutto scorre e niente rimane uguale. Nell’incompresibiltà rassicurante di un linguaggio che solo la nostra parte razionale stenta a riconoscere, scivoliamo nel cuore dell’album: l’Età Adulta, i fili da tendere, l’ampia costruzione che portiamo avanti tra mille affanni come direttori d’orchestra trafelati, come madri che fanno quadrare il cerchio contro le regole base della fisica quantistica. E qui viene fuori la mastodontica cifra sonora dei Sigur, la sensibilità che culmina negli studi di Abbey Road insinuandosi nella splendida “Ára bátur” e nei suoi 68 orchestrali della London Sinfonietta che danno vita ad un poema musicale epico che si amalgama alla perfezione con il coro della London Oratory School Schola, ultimo ostacolo per essere trasportati in un altrove maliconicamente tinto d’azzurro. Energia trasbordante e delicatezze architettoniche. E poi la chiusura, la Vecchiaia, la parte meditabonda, quella che si vive ad un livello inferiore di volume, ma, non per questo priva di intensità. Anzi è proprio a questo punto, nel momento in cui s’abbassano le luci, che viene fuori una parte mai troppo sbandierata dai folletti islandesi, quell’appeal cantautorale che passando tra le loro mani viene snaturato ed elevato a momento liturgico, in un requiem che sa scaldarsi negli intrecci sinfonici di chi non ha mai smesso di soffrire. Perché rimanere narcotizzati ascoltando ‘Ilgresi’ è un lusso che si possono permettere in pochi. Chiudo facendo mie le parole di un grande scrittore americano, William Faulkner, dedicandole a Jónsi Birgisson: Egli aveva la voce di un uomo che richiedeva di essere ascoltato non tanto con attenzione quanto in silenzio. | ||||||
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SIGUR RóS su IndieForBunnies:
Recensione “HVARF/HEIM” |
Giugno 2008
Lun 30 Giu 2008
Sab 28 Giu 2008
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tirar le bombe toccherà anche a te, un giorno o l’altro avrai qualcosa da difendere.. Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica quanto schifo fa il mondo, sempre e comunque. Figli dei primi matusa Subsonica e, a volersi giustamente modernizzare, dei più recenti Amari, i Don Vito e i Veleno, progetto ferrarese del già poliedrico produttore Manuele Fusaroli, prendono quello che siamo e lo spalmano in un rassicurante mix di elettro-pop-rock, ideale per far passare quasi come chiacchiere d’ogni giorno certe angosciose riflessioni sociologiche sulla sempreverde vuotezza generazionale, quella che solo gli 883 seppero forse inconsciamente rappresentare con la vergognosa naturalezza di adolescenti mal cresciuti. “Hell Mundo!” è un rivoluzionario tentativo di colorare angosce dilaganti e claustrofobici disagi che altri dipingerebbero più comodamente di nero e con facili pose da ribelli alla moda. Geniale via di mezzo tra i Tre Allegri Ragazzi Morti e gli 883, visionaria e cinicamente realista, la proposta dei Don Vito e i Veleno passa veloce e conquista con i suoi 10 pezzi, crudi e taglienti spaccati di vita quotidiana vestiti abilmente da irresistibili e morbide hit radiofoniche. |
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Ven 27 Giu 2008
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Gli O’lovelys sono un gruppo neozelandese che scrive buoni pezzi pop, costruiti sulle melodie delle due tastieriste presenti nella formazione e poi li rompe in modo isterico con raptus elettrici di chitarra punk-new wave e batteria grezza, asciutta e costante. Una sorta di Yeah Yeah Yeahs più docili, dove però non si fatica poi molto a trovare il vero cuore garage. “Black Stitch” è l’esempio calzante di quanto appena detto: un rock tirato e tempi in 4/4 veloci che a volte si avvicinano quasi pericolosamente alla pista da ballo e un età media dei componenti del gruppo che raggiunge appena i vent’anni. Laura Lee, la cantante, ha una voce interessante, anche se dal vivo non rende bene come in questa autoproduzione, comunque il timbro è particolare e la musica abbastanza isterica, e non troppo classificabile dentro termini precisi (o complicati), da risultare addirittura quasi originale. Non ci sono veri singoli da segnalare: questo è un debut dove tutto si bilancia in modo abbastanza preciso, una canzone come “Heart Attack” che farebbe storcere il muso a chiunque (e inspiegabilmente trova posto nella tracklist) è compensata dal blues allegro “da passeggiata nel verde dopo la pioggia” di “Streets”. Le distorsioni e gli attacchi isterici sono ammorbiditi dal pianoforte suonato in modo semplice, elementare eppure “redditizio” per un intreccio melodico che rassicura e rende la digestione di questa indie rock band neozelandese con base a Londra ed del suo disco dal titolo omonimo, più piacevole. |
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Ven 27 Giu 2008
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Quattro trace per metterti di buon umore. Quattro piccole gemme folk pervase da un senso di ottimismo spaventoso. Un pop riempito di natura, uccellini che cinguettano, pianoforti impazziti di gioia e un sacco di campanelli e violini e chitarre che non verranno mai distorte e poi ancora armoniche, ricordi d’amore… . Insomma avete capito che, sebbene venga da vomitare anche un po’ a voi solo leggendo tutto questo buonismo, io non riuscirò mai a parlare male dei Princeton. Jesse e Matthew Kivel, fratellini “geek” folk, insieme al loro inseparabile amico d’infanzia Ben Usen consegnano al mondo la loro personale vista su prati in fiore e melodie fantastiche, perfette per quando pensate che il mondo non finirà domani e che in fondo forse vale anche un po’ la pena a volte sentirsi felici. “Bloomsbury” mi fa capire ancora di più perchè noi di Indieforbunnies amiamo questa band americana che non si prende mai sul serio e che continua a suonare in piccoli locali vicino casa quando avrebbe tutte le carte in regola per aprire a gruppi ben più famosi e conosciuti nel panorama folk. Rispetto al loro primo album, i fratelli Kivel, virano decisamente verso un ottimismo fatto di Beatles e Okkervil River (quelli dell’ultimo disco ovviamente…) e preferiscono “uscire a fare due passi sotto al sole” piuttosto che piangersi addosso e rimanere in camera a guardare il mondo dalla finestra. Sarà che il precedente album coincideva col periodo più brutto della mia vita, sarà che oggi c’è il sole anche in Inghilterra, sarà che proprio non riesco ad essere triste, ma questa mini produzione capita proprio al momento giusto. Pop svedese, folk americano, impronta principale nella costruzione dei brani prettamente “McCartneyana”. Ecco a voi l’ep conigliesco della settimana. |
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PRINCETON su IndieForBunnies:
Recensione con “A CASE OF THE EMPERORS CLOTHES” |
Gio 26 Giu 2008
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C’era una volta un mitico programma su MTV, ancora quando la si vedeva solo in lingua inglese e sul satellite. Si chiamava “120 minutes”. Per gli appassionati di musica indie ed alternative era l’unico momento per potersi fare una cultura. I know what you think Questo il ritornello che ronza in testa fino alla successiva struggente ballata “Long Time Death”, canzone d’amore estremo. If I can’t have you Il disco scivola via di traccia in traccia fino alla canzone che mancava alla nostra alternative dancefloor selection, “Dolphin”. Everything here is above board La ballata confluisce in una sorta di reprime uptempo “On An Island With You”, che con 8:10 minuti chiude il disco, lasciandoci un buon sapore in bocca. “Change Giver” doveva essere il primo disco di una band da innumerevoli concerti in grandi stadi. Invece è una rara perla nel panorama pop, dimenticata nel cassetto socchiuso del british pop. Per i cultori del guitar pop, per tutti quelli che ancora oggi canticchiano “The Queen Is Dead” degli Smiths, questo disco fa per voi. Correte a comprarlo e tenetelo tra i vostri ricordi più cari. Incellophanabile. |
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Recensione BACK CATALOGUE su IndieForBunnies OASIS - DEFINITELY MAYBE |
Mer 25 Giu 2008
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Scarlett Johansson attraversa in taxi una Tokyo notturna, scintillante di luci colorate e solitudine. Sguardo adolescenziale, malinconico, vitale. Mentre la notte scivola in controluce sui finestrini, un senso di smarrimento misto a nostalgia inonda i suoi occhi umidi. Come un lento sprofondare un naufragio al rallentatore narcotizza storie e sentimenti. Perfetta colonna sonora di un qualsiasi film di Sophia Coppola arriva il nuovo album degli M83, sigla dietro la quale si cela il francese Anthony Gonzales, solo più che mai dopo la separazione dal vecchio compagno d’avventure soniche Nicolas Fromageau. Ritmiche shoegaze, mastodontiche geometrie sonore, muri eretti a suon di riverberi ed effetti, fantastica unione di chitarre elettriche ed elettronica. Questo non è solo un bel disco con trovate estetiche gustose; “Saturdays=Youth” appartiene alla ristretta cerchia di album che al primo ascolto si attaccano addosso come un rampicante nel cuore. Voci che rimbalzano dal futuro, astrazioni sbiadite come in un sogno inafferrabile, colori che si annullano nella luce biancheggiante della più stordente giornata d’estate: elementi d’ipnosi. Se tutto l’album fosse sulla stessa linea d’onda di “Kim And Jessie” sarebbe un mezzo capolavoro, ma a volte la strada si fa accidentata, fino a risultare impercorribile come in “Up”, momento troppo pacchiano e fuori luogo: davvero un peccato. C’è una scena nel film “Marie Antoniette” in cui la Regina ed alcuni dei suoi amici, leggermente intontiti da qualche bicchiere di troppo di champagne, si sdraiano sul prato di Versailles in attesa che il sole sorga. In silenzio aspettano che le dita rosate dell’alba accarezzino i loro visi di giovani uomini, ricchi ma così fragili dinanzi alla Storia che di lì a poco li avrebbe travolti spietatamente. In quegli attimi di silenzio spensierato, più di mille parole affannose direbbe tutto una qualsiasi canzone di quest’album. Ci sono volte in cui uno si butta a capofitto in quello che sta facendo perché crede sia l’unica cosa giusta da fare al mondo in quel momento; con un piede nel sogno e l’altro tra le nuvole sorride a se stesso e soffia nella sua bolla colorata. Tutto prima che il frastuono del cannone del cinismo dilagante distrugga le fantasie e quell’attimo che il tempo non riesce a fermare. Il lungo requiem finale è l’addio che sfuma nell’oblio dei ricordi. Ad ogni nuova caduta sapremo ora dove andare a rifugiarci. | ||||||
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Mer 25 Giu 2008
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I Crystal Castles hanno un sacco di hype. In realtà ho la netta sensazione che in pochi abbiano sentito davvero i CC (abituatevi perché mi son rotto i coglioni di scrivere la loro cazzo di ragione sociale) altrimenti non si spiegherebbe tutto questo hype (persino una copertina sul NME, ma tanto oramai si sa che non sono affidabili, piuttosto leggeteci a noi!): i CC fanno una musica che si sbatte, si sbraccia, urla e sbraita per sembrare nuova e trasgressiva ma il risultato è un compitino slabbrato e poco originale che ci fa affermare che sì sono bravi ma dovrebbero decisamente impegnarsi di più. Il giovanissimo duo di Toronto vorrebbe presentarsi come l’ultima frontiera in termini di elettronica punk, miscelando senza troppo buon gusto Bjork, Clock DVA, LCD Soundsystem e soprattutto grandi dosi di Atari Teenage Riot (ma anche di suonini ad otto bit)… Ma se da quest’ultimi era legittimo aspettarsi un’attitudine estrema e la loro urgenza suonava dannatamente vera, non può proprio dirsi lo stesso dei due canadesi. L’iniziale “Untrust Us” immagina le CocoRosie inceppate in un loop assassino di James Holden, mentre l’incedere arcade di “Crimewave” è affascinante, ma rovinato da un finale fracassone. Non male neppure “Magic Spells”, ma il rischio del già sentito è dietro l’angolo (e senza pudore si ritorna sempre sugli stessi binari in “Air Wair”). L’unico brano che davvero mi sembra elevarsi sopra la media e suonare genuino è “Courtship Dating”. Non sono male neppure l’elettronica tra glam ed esistenzialismo di “Vanished” ed i Prodigy bambineschi di “Through The Hosiery”, mentre “Black Panther” mi sembra lì ad attendere un remixer davvero eccellente (magari il geniale Villalobos). Per concludere e tornare alla realtà: ascoltate questo disco così sembrerete fighi. Quando verranno a dirvi mentre sbattete il culo in una discoteca alla moda “sentito che geni ‘sti CC?” | ||||||
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Mar 24 Giu 2008
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Realizzare un intero album di cover è da sempre progetto ricco di insidie. Bisogna essere capaci di non deludere tante, troppe persone: artisti comprensibilmente attenti nel vigilare sulle proprie canzoni oggetto di altrui reinterpretazione, i loro fans pronti a trasformarsi in assetati squali ogni qualvolta viene tirata in ballo la musica che più adorano , ed infine la critica sempre alla ricerca di validi pretesti per stroncare come “pretenzioso” o “inadeguato” un omaggio musicale. E’ pur vero che quando un disco di cover viene confezionato con competenza e personalità assurge da subito a ruolo di ‘instant classic’, un lavoro universalmente apprezzato e acclamato, ottimi esempi in tal senso sono “Covers” e il recente “Jukebox”, considerati tra i migliori di Cat Power. Adem, sembra ripercorrere le orme della sua illustre collega “indie-folk”, realizzando un album destinato a rappresentare un valido punto di riferimento nel suo genere. Da navigato cantautore folk, il turco-inglese già metà esatta dei Fridge con Kieran Hebden aka Four Tet, mette in atto un’opera di decostruzione mirata al recupero dell’essenza di ogni singolo brano oggetto di cover. Non importa in quale forma queste canzoni siano state originariamente rese note al pubblico, ora gli arrangiamenti ridotti all’osso virano verso sonorità acustiche, si appoggiano su arpeggi di chitarra, fragili note di piano, impalpabili intromissioni elettroniche, sulla voce di Adem capace di reggere qualsiasi confronto, anche quello apparentemente improbabile con assolute regine dei nostri tempi quali Bjork, PJ Harvey e Lisa Germano. Così “Unravel”, “Oh My Lover”, “Slide”, non pagano lo scotto di una reinterpretazione maschile, mantengono carica emotiva, pathos, trasporto, rappresentando le parentesi più toccanti di questo “Takes”. Investite da questo processo di “sottrazione” le dodici tracce ritrovano nuova vita, stravolte fino a divenire irriconoscibili oppure mutuate in alcuni passaggi chiave, il risultato è comunque sempre di pregevole fattura. L’inno idm “To Cure A Weaking Child” (Aphex Twin) e il classico post-rock “Gamera” (Tortoise), cambiano del tutto pelle sotto un tripudio di arpeggi acustici e volteggi folk, mentre parentesi indie-rock come “Bedside Table” (Bedhead), “Hotellounge” (dEUS), “Invisible Man” (Breeders) ripulite da spigolosi innesti chitarristici riappaiono come cristallini bozzetti melodici praticamente perfetti nei loro ritornelli. Come si diceva in apertura realizzare un intero album di cover è progetto non semplice, Adem lo porta a termine con semplicità e stile, mettendo d’accordo, ne siamo sicuri, tutte le ‘componenti’ indirettamente chiamate in causa, dagli artisti ai critici snob passando per quegli assetati squali chiamati fans. | ||||||
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Lun 23 Giu 2008
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Mi chiedo a volte se la gente si stanchi delle solite cose. Se così fosse, un’etichetta come la Rough Trade non dovrebbe prendersi l’onere e il disturbo di pubblicare una band come i Mystery Jets. Invece di album come “Twenty One” ne escono un paio al mese da almeno tre anni e non se ne sente nemmeno parlar tanto male. Forse io sono un caso a parte, ma dischi come questo ormai finiscono con l’annoiarmi dopo pochi ascolti. Proprio un paio di anni fa, su queste pagine si era parlato dell’esordio “Making Dens” come di una piacevole scoperta che non strizzava l’occhio alle mode del momento, ma affondava in esperienze di pop psichedelico e bucolico anche grazie all’apporto del cinquantacinquenne Henry Harrison, padre del cantante. Ora dimenticate tutto questo, anche perchè l’attempato signore non fa più parte delle line-up del gruppo, facendo planare il sound su un più sicuro brit-pop influenzato da sonorità anni ’80. E’ un peccato disperdere le buone idee degli esordi in un suono ormai uguale a centinaia di altri gruppi, poco importa che in un brano ci sia la voce di Laura Marling e che la produzione sia affidata alle mani di Erol Akan (già al lavoro col secondo disco dei The Long Blondes), il risultato è appena sufficiente. C’è molto dei Maximo Park ma anche tanto del pop degli ’80, tra Blondie, Duran Duran e soci. Il classico disco buono per le serate indie dei locali, abbastanza cool da piacere ai ventenni con capigliature emo e ai giornalisti del NME. Poi vabè, il prossimo mese ci saranno altre due band uguali a questa e si ritornerà come in loop a chiedersi se la gente si stanchi mai delle solite cose. A seconda della vostra risposta a questa questione “Twenty One” potrebbe piacervi o meno. Siete stati avvisati. | ||||||
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Dom 22 Giu 2008
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Alla montagna e alle sue storie: Ho preparato tutto la sera prima. Ho riempito lo zaino, ci ho messo dentro un pullover, quello grigio e giallo con le toppe marrone scamosciato sui gomiti, la macchina fotografica, gli occhiali da sole, i guanti e qualche ricambio. L’ultimo spazio l’ho lasciato per i panini e la borraccia. Alle cinque del mattino non hai molta voglia di sistemare le cose. L’indomani mi sono vestito, pesante ma non troppo; ho atteso il lento farsi del caffè; alla finestra ho scorto il primo sciabolare di sole. Ho incorniciato collo e testa con sciarpa e cappello di lana e sono uscito. Ho raggiunto il sentiero che da valle stringe il monte fin su in cima. Scocche rosse e nuvole d’aria gelida, buona, come solo quella del mattino in montagna sa essere. Quest’aria mi lava gli occhi, è dura, scorbutica, dolorosa. Devi sapertela conquistare con tenacia e devozione. Salivo lentamente ma con passo regolare. Il canto degli uccelli dettava il tempo del mio respiro. La brina ghiacciata ricopriva le foglie rendendole addobbi luccicanti di quell’immota roccia maestosa. Più camminavo e più era silenzio attorno. Le montagne sono industrie di silenzio magnifico. Verrebbe voglia di registrare quell’assenza di esseri umani; poi ascoltarla per un tempo indefinito. Dopo quasi quattro ore ero in cima. Se fossi capace direi le cose più profonde su quel momento. Ma non lo sono; però tutto quello che c’è da sapere è dentro questo disco, strumentale, chitarristico, acustico, texano, pianistico, vorace, malinconico, estatico, classico, ardente, passionale, coinvolgente, crudo. Nel frattempo sigillo il mio silenzio tra le note di chi ridimensiona tutto il superfluo. Amen. Ai lettori e alle loro voglie: Rob Lowe e Michael Muller sono umani: strana cosa da credere dopo aver ascoltato un album che pare il resoconto sonoro dei tormenti pensierosi di una Natura in ostaggio piuttosto che la profezia del sogno di due uomini. Immaginare che il polveroso e petrolifero Texas possa essere stato la culla delle visioni sonore del duo americano è impresa ardua; invece se ci fate caso tutto torna. Spazi immensi, orizzonti giganteschi bruciati dal sole del tramonto, mostruose pompe petrolifere che ritmicamente scavano regolari il terreno: spirito e materia che giocano a mescolarsi in un unico magma. Tutto è delicato e forte in questo disco, ogni tempo è misurato, l’assenza delle parole non si avverte; chitarre liquide e banjo, pianoforti ed essenziali parti di violini e violoncelli trapuntano un mondo malinconico e quieto, apparentemente calmo, ma rigoglioso e vitale come poche cose. Sembra di perdersi in una foresta un giorno di pioggia, col ticchettio dell’acqua sulle foglie, l’odore di terra umida, tutto lucidato, nuovo, brillante, con mezzo sole pallido a riscaldare l’aria inumidita. Il portento di “Rivers Arms” è nella sua prepotenza nel farsi ascoltare, laddove dischi come questi diventano inerti ’sottofondi’ da sala di attesa; al contrario in quest’album ci troviamo di fronte ad un ‘classico’ che scorre granitico, essenziale, emozionante. La grazia ha trovato casa tra le note dei Balmorhea. Amen. | ||||||
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