Luglio 2008


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Il viaggio è la metafora della vita. Non è molto importante dove si arriva alla fine ma la chiave di tutto è il viaggio in sé.

Sono seduto dentro un vagone di un treno che va a Plymouth e che viaggia su binari in bilico sul mare. Il cielo è veramente pesante ed è gonfio di post rock. Talmente gonfio che le cuffie che pompano musica nel mio cervello sono solo uno specchio che riflette la poca luce che filtra dai finestrini. I Ghost Of The Russian Empire invece sono in bilico tra “Ok Computer” dei Radiohead e “( )” dei Sigur Ròs. Hanno polverizzato un sogno e ne hanno nascosto i frammenti in mezzo all’elettricità di una musica che sembra non avere una fine precisa. Progressive da ascoltare con la massima accuratezza perché ricco di sfumature.

Questo disco si muove lento come un gigantesco animale preistorico dalle zanne lunghe e dagli occhi stanchi. Ha momenti di rabbia e nervosismo e altri spiritualità e calma. Rispetto all’EP di debutto va detto però che i Ghost Of The Russian Empire hanno perso un po’ dell’effetto sorpresa che tanto mi aveva paralizzato la mente al primo ascolto. “The Mammoth” è un ottimo viatico per riconciliarsi almeno in parte con la musica rock, intendiamoci, ma è altresì vero che la musica proposta dal gruppo di Austin non è proprio roba leggera e difficilmente troverà posto tra i vostri ascolti più volte nell’arco della giornata. Resta comunque un impasto sonoro eccellente anche se piuttosto monotono eccetto alcuni “cambi di umore” che rendono ancora piùfine il lavoro di una buona penna shoegazer. Sembra di ascoltare sempre la stessa canzone a volte, pur’essendo un’ottima canzone.

Strano ma vero. Una band che se trova un modo diverso di proporsi durante la tracklist dei propri dischi, di volta in volta, potrebbe diventare veramente qualcosa di grande. Ecco cosa sono i Ghost Of The Russian Empire. Io sono ancora seduto dentro questo treno che adesso sta attraversando una verdissima campagna nel Devon. E’ uscito anche un po’ di sole addirittura. Le nuvole si sono sgonfiate di post-rock.

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The Mammoth [ autoprodotto - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sigur Ròs, Kashmir, Hope Of The States
Rating:
1. A Decade Without Death
2. Hammer Hands
3. Mandroid
4. Dark
5. The Winter Soldier
6. Dresden
7. In The Borough Of A Beast
8. Bleeding Machines
9. The Black Mark
10. Mammoth
11. The White Sea
12. The Butcher

GHOST OF THE RUSSIAN EMPIRE su IndieForBunnies:

Recensione “WITH FIERCEST DEMOLITION [EP]”

È terminata la dodicesima edizione del Carpisa Neapolis festival. Tre giorni (più quello con i Soulwax e Two many dj’s a fine maggio a Licola) di grande musica e divertimento per il festival più importante del sud nonché uno dei più importanti in Italia.
Oltre 25mila persone hanno riempito, in questi tre giorni, la Mostra d’Oltremare, location azzeccatissima, spettacolare e suggestiva, apprezzata sia dal pubblico che dagli artisti. Imperdibile è stata la prima giornata, che vedeva i Massive Attack come headliner, supportati dalla tanto attesa reunion tra Almamegretta e Raiz, con l’apertura affidata ai giovani salernitani Paranza Vibes.

Gli Alma hanno dato il meglio di sé, alternando pezzi nuovi ai grandissimi successi dei primi album, con la voce di Raiz a scavare nei cuori dei 6mila che hanno riempito l’Arena Flegrea.
I Massive si sono ancora una volta dimostrati uno dei migliori gruppi al mondo, e ancora di più a Napoli, città d’origine di Del Naja che, tifosissimo del Napoli, si è aggirato nel backstage tutta la giornata con una maglietta di Lavezzi addosso, tra un commento su Russotto e il mercato della società partenopea e la speranza di essere chiamato da De Laurentiis a scrivere l’inno della sua squadra del cuore.

Il 23 è sbarcato a Napoli uno dei gruppi che ha fatto la storia del rock mondiale: i R.E.M.. 12mila persone hanno riempito lo spazio antistante il Teatro Mediterraneo, per ascoltare quelli che ormai sono diventati inni da cantare a squarciagola. La band di Athens è stata protagonista di un’esibizione mozzafiato; non si è fermato un attimo Michael Stipe, cantando e contorcendosi come solo lui sa fare, cercando quanto più possibile il contatto col pubblico, fino a scendere dal palco, quasi a toccare i fan. Ad aprire il concerto sono stati i giovani inglesi These New Puritans, che si sono dimostrati uno dei gruppi più freschi di questa era rock. Intensissima, infine, è stata l’esibizione degli Editors, grande realtà del panorama rock mondiale.

La giornata del 24 è stata dedicata alla grande musica italiana. Uno dei gruppi più bravi e alla moda del momento, i Baustelle, hanno aperto la giornata con un concerto energico. Il gruppo di Montepulciano, in gran spolvero, ha dato il via a una giornata intensa e pazza, che ha rispecchiato le personalità che si sono alternate sul palco. Dopo i Baustelle, infatti, toccava ai Bluvertigo, che, però, per problemi logistici sono stati costretti a spostare il concerto, e a suonare dopo Elio e le storie tese, ritrovatisi catapultati sul palco quasi all’improvviso. Ma trovare gli Elii impreparati è impossibile e così il concerto, come sempre, si è trasformato in uno show incredibile, con Elio che non si è fermato un attimo, arrivando alla fine del concerto quasi stremato.

La chiusura del Neapolis, quindi, è toccata inaspettatamente a un’altra reunion, quella dei Bluvertigo. Attesissimo il ritorno di Morgan e compagni a Napoli, un tuffo al cuore risentire pezzi che hanno caratterizzato l’avanguardia degli anni 90, un tripudio per i fan che li hanno attesi trepidanti fino a mezzanotte; attesa non vana visto lo spessore dello show del gruppo. Si è intravista nel backstage anche Irene Grandi, che ha avuto ottime parole per il cartellone e la location.

Un appuntamento, quello del Neapolis, che si ripete ogni anno e, ogni anno dà sensazioni nuove, raccoglie diverse generazioni, abbattendo le barriere dell’età e dando vita a una rassegna che riesce a rinnovarsi a ogni
edizione. Un festival che cresce di anno in anno, cercando nuove sinergie, con l’unione, quest’anno, della musica col cinema e la letteratura (con le due presentazioni dei libri che hanno fatto il pieno e la soddisfazione del tanti appassionati).

Da qualche giorno sul sito ufficiale dei Kings Of Leon è disponibile in download gratuito “Crawl” nuovo brano per il quartetto del Tennessee.

“Crawl”, che non sarà il singolo ufficiale, è di fatto il primo estratto da “Only By The Night” album che i Kings Of Leon licenzieranno il prossimo 22 settembre su etichetta RCA.

Di seguito alcuni titoli di canzoni che potrebbero vedere la luce proprio sul nuovo disco : “Closer”, “Cold Desert”, “Seventeen”, “Notion to Say”, “Use Somebody”, “Manhattan” e “Sex On Fire” (indicato come primo singolo).

Questo il sito ufficiale della band : http://www.kingsofleon.com/

STAGES
MOVISTAR STAGE: WE ARE SCIENTISTS, IAN BROWN, GRINDERMAN, INTERPOL, THE VERVE, PRIMAL SCREAM
WALKMAN STAGE: EL PETS, EDWYN COLLINS, WHITEY, BLONDIE, MAXIMO PARK, ETIENNE DE CRECY, 2MANYDJS
CONVERSE STAGE: EASY SNAP, PATRICE, ONE NIGHT ONLY, GLASVEGAS, CADENCE WEAPON, SONS & DAUGHTERS, THE JUAN MACLEAN, CORNELIUS, MR FLASH
LEVI’S STAGE: EL GUISANTE MAGICO, HIDROGENESSE, PLASTIDECOR DJS, XFM, PART OF THE WEEKEND NEVER DIES NME DJS, MIDNIGHT JUGGERNAUT, BUENAVISTA, GATO

Ian Brown che rifà “Waterfall”, “Made of Stone” e “I Am The Resurrection” degli Stone Roses con l’altro ex Mani al basso; I Verve con un Richard Ashcroft in forma strepitosa che aprono con “This Is Music”, proseguono con “Life’s An Ocean” e chiudono con “Bitter Sweet Symphony”, seguita dall’ultimo singolo “Love Is Noise”: per noi l’edizione 2008 del Summercase poteva pure chiudersi qui. Per chi scrive – e per i ‘lettori’ di Ifb che erano con noi a Barcellona – gli Stone Roses e i Verve sono la storia del british pop. Siamo cresciuti ascoltando i loro dischi nei nostri vetusti walkmen, quando proliferavano le C-90 coi mix brit-pop copiati dai cd di chi andava a Londra, perché a metà anni Novanta col cazzo che trovavi tu questo tipo di musica in Italia, ed eravamo veramente quattro gatti a comprare Nme e Melody Maker e ad andare alle (pochissime) serate dove mettevano musica ‘alternative’.
Per cui, nonostante restino molte perplessità sulla gestione di questa edizione, sia come nomi che come disposizione nella timetable e nei giorni, le emozioni che abbiamo provato durante questo Festival non le dimenticheremo facilmente.

Asciugata la lacrimuccia, prima di passare ai report dei live qualche piccolo appunto sull’organizzazione. Escluse le due icone su citate, questa edizione è stata di parecchio inferiore alle precedenti, specie il secondo giorno, nel quale l’unico concerto davvero imprescindibile è stato quello dei Kings of Leon. Assurda l’idea di richiamare, per il secondo anno consecutivo, un gruppo come i Kaisers Chiefs, già inutile di suo che oltretutto non incide nulla di nuovo da anni.
E ancora: anche con questa line-up, le bands non potevano essere distribuite meglio negli orari e nei giorni? Il venerdì siamo stati costretti a perderci, a causa delle sovrapposizioni gente come Cornelius, e a dover assistere solo pochi minuti ai live in contemporanea di Maximo Park e Juan McLean; sabato, invece, abbiamo faticato a trovare qualcosa di decente tra il live di Kings Of Leon e quello dei Neon Neon di Gruff Rhys.

Messe da parte le critiche, passiamo alla musica. Venerdì la crew romana parte dai comodi appartamenti di Plaza Catalunya con un unico obiettivo: trovarsi per le 19.25 all’Escenario Movistar, dove suonerà Ian Brown. Poca fila per gli accrediti (un grazie alla ragazza di Latina che ci ha dato una mano con le procedure), prima birra e diretti sotto il palco. Brown arriva sullo stage puntualissimo, ed è subito delirio. A colpire sono innanzitutto l’aspetto e le movenze: fisicamente è i-d-e-n-t-i-c-o a come lo ricordavamo nelle immagini degli Stone Roses, con lo stesso taglio di capelli, la stessa monkey-face e lo stesso abbigliamento baggy. Le movenze, poi, rivelano quanto Liam Gallagher non sia altro che un devoto emulo di Sua Maestà Ian. Dopo aver ingerito qualcosa (chissà cosa…), il Nostro inizia il suo live con alcuni pezzi tratti dall’ultimo “The World Is Yours”. Con tutta la stima e il rispetto per Ian, nei primi brani (tranne “Golden Gaze”, forse) abbiamo avuto l’impressione che senza innesti elettronici la musica scorresse in modo un po’ monocorde, risollevata solo dall’entusiasmo del suo creatore che con gesti adrenalici di ogni genere e inviti a muovere il culo teneva alto il fomento del pubblico.
Poi, il miracolo: sale sul palco Gary “Mani” Mounfield - ex bassista degli Stone Roses poi con i Primal Scream – e Ian annuncia “Waterfall”. E’ Mad-chester, è la scena baggy, è la storia a cui stiamo assistendo, estasiati ed eccitati nel vedere realizzati i nostri sogni al di là di ogni inimmaginabile desiderio. Solo chi c’era sa, solo chi ha sempre posto gli Stone Roses al pari dei Beatles nella propria hitlist di tutti i tempi può capire. Non bastasse, Brown e Mani proseguono con “Made Of Stone” e chiudono la ‘parentesi’ mad-chesteriana con “I Am The Resurrection”, accolta dall’orgasmo collettivo di tutti i presenti. Numeri Uno, sempre. Ed eroe vero pure il tizio che stava sul palco in pieno tripo Mdma – tipo Bez degli Happy Mondays – con il ruolo di ballerino - si fa per dire – in puro Hacienda style.
Goduta all’inverosimile la performance stonerosesiana e stupendoci dei molti che hanno preferito l’ennesimo hype di Nme (Glasvegas) ad un pezzo di storia della musica britannica, ci andiamo a fare un giro per gli altri palchi, dove scorgiamo l’alquanto inutile live di Whitey, caciaroni e finti post punk sul Walkman Stage, e quello electro hip hop a base di massivi scratch di Cadence Weapon sul palco della Converse.

Tornati nella zona del palco principale, incrociamo il live di Grinderman, side project garage blues di Nick Cave e Warren Ellis. Suono putrido e rovente, distorsioni a gò gò e un Re Inchiostro davanti cui è sempre doveroso togliere il cappello: nulla da dire, grande live, anche se, per i miei gusti, il concerto tenuto con i Bad Seeds a Roma qualche mese è stata un’altra cosa…
Prima degli Interpol, non possiamo esimerci dal buttare un occhio al ritorno di Blondie, in programma alle 21.45 sul Walkman Stage, a cui ci avviciniamo con poche speranze e molti pregiudizi. Tutti sbagliati. La bionda avrà pure l’età di mia madre, ma ci si presenta subito con la giusta misé superwave e molto op-art nonché con “One Way Or Another” come secondo brano in scaletta, seguita da “Heart Of Glass”. Si balla di gran gusto, tra le imberbi giovinette del luogo tutte munite della loro bella frangetta e della Converse d’ordinanza e i molti avventori più attempati. Un piacevolissima sorpresa insomma, ben più fresca e divertente dei ruffianissimi Sex Pistols il giorno successivo.

Il tempo di un panino ed arriva il momento degli Interpol, piazzati anche loro nell’Escenario Movistar. Prima del loro concerto le strade della Ifb crew si dividono: il sottoscritto, che li ha visti parecchie volte, se li gusta comodamente seduto nell’area stampa, mentre gli altri sono di nuovo in mezzo alla folla. Da quella posizione privilegiata – ma parecchio distante dal palco – ci rendiamo conto che Paul Banks e soci stanno suonando come sempre: professionali, puliti ed impeccabili, con una setlist perfettamente in equilibrio tra pezzi del passato (”Obstacle 1″ e “Public Pervert”), neo wave hits (”Slow Hands”) e cose dall’ultimo, deludente “Our Love To Admire”, da cui salviamo comunque la splendida decadenza di “Lighthouse” e “No I In Threesome”.

La crew si riunisce per risolvere un quesito amletico: alle 23.30 Maximo Park o The Juan McLean? Il riserbo viene sciolto con la democratica soluzione di dare fiducia ai primi pezzi della band di Paul Smith per poi raggiungere il palco di Juan McLean.
Sui Maximo Park non siamo in grado di dare un giudizio definitivo. L’averli visti dalle gradinate, dove l’acustica era pessima, non gli ha certo giovato; poi c’è il fatto che il secondo album non mi ci e’ piaciuto moltissimo, dunque davvero non sapremmo cosa dire, se non che Paul Smith ci è comunque sembrato un frontman con le palle e che, ci pare almeno, dal vivo le canzoni funzionano. Li rimandiamo al prossimo appuntamento, che dovrebbe essere a ferragosto per il Frequency Festival.
Convincente come e più che su disco il progetto Dfa Juan McLean, un incrocio tra !!!, primi Daft Punk, botte funk e roba proto-house. Anche qui siamo stati costretti a poter seguire solo pochi brani, causa imminente live dei Verve, ma posso dire che pezzi come “Give Me Every Little Thing” hanno rinverdito i fasti della droga punk-funk che ci hanno fatto ascoltare i Chk Chk Chk nella loro esibizione al Summercase 2007.

Mezzanotte e mezza, silenzio e testa china, arrivano The Verve. Quando Ashcroft sale sul palco l’atmosfera che si crea è tipo curva del Boca Juniors dopo uno scudetto scippato al River Plate: bolgia assoluta, entusiasmo incredibile e adrenalina alle stelle. Di primo acchitto, lo stile di Richard è quello supercool dei tempi d’oro, con i suoi occhiali da sole, il giacchetto di pelle e l’immancabile catenina con appeso il crocifisso. Quando parte “This Is Music” il delirio è totale, soprattutto perché si capisce subito che le canzoni del live andranno ad attingere parecchio da quel “A Northern Soul”, che per noi è il capolavoro della band di Wigan, a scapito dell’imminente nuovo album. Nei rari momenti di lucidità in mezzo all’estasi totale, ci rendiamo conto che il gruppo è caricato a pallettoni, che tutto funziona alla perfezione e che Richard ne deve aver calcato di palchi, perché ha il fare carismatico della rockstar consumata, un po’ predicatore e un po’ songwriter maudit . Passano la deboluccia “Space and Time” e la ballatona “Drugs Don’t Work”, ma è con la lisergica “Life’s An Ocean” che il concerto raggiunge l’inaudito climax, quando i sottoscritti e tutti quelli che ci sono attorno si lasciano trasportare dagli effetti lisergici della chitarra di Mc Cabe e dal mantra ascetico – per noi vecchi britpoppers, s’intende – di Ashcroft. Più avanti “Bittersweet Symphony” spacca come appena pubblicata e la chiusura è affidata al nuovo singolo “Love Is Noise”, che dal vivo ci è sembrata meno peggio di quanto sembrasse in un primo momento.

Appena volata via l’ultimo nota, ringraziamo le divinità di Wigan e benediciamo il Summercase per averci offerto questo spettacolo incredibile, che da solo vale più di mille concertini pseudo indie del cazzo.
Esausti ma ancora fomentati, su imposizione del neo bunnies Gabriele decidiamo di abbandonare le birre in favore di un sempre corroborante Jack Daniels, il quale al Summercase non si riduce alle solite ‘due dita’ ma riempie praticamente tutto il bicchiere. Assai ritemprati dalla felice scelta, arriviamo carichi fin sotto al palco Walkman, dove sta suonando il frenchtoucher d.o.c. Etienne De Crécy. Live che rispetta le attese il suo, con un taglio bello house e, per fortuna, non troppe declinazioni electro.

La giornata si chiude dov’era cominciata: alle 2.15 l’ Escenario Movistar ospita un’altra band storica, i Primal Scream di Bobby Gillespie e qui, nonostante le forze ridotte al lumicino, l’entusiasmo di noi trentenni cresciuti a pane e a “cool britain” torna nuovamente a toccare livelli indescrivibili.
I Primal in linea con quanto presentato sui palchi degli altri festival europei, puntano ad una perfomance dalle forte connotazioni rock, rinunciando di fatto ad intromissione elettroniche e sperimentalismi vari, elementi da sempre cari al sound di Gillespie e soci.
I brani degli esordi (“Rocks”, “Jailbird”, “Movin’ Up”) risulteranno quindi essere le parentesi migliori dell’intero live, mentre canzoni come “Swastika Eyes” o “Kill All Hippies” riconducibili al periodo “elettronico” di “XTRMNTR”, perdono inevitabilmente la loro naturale incisività riproposte nelle nuove vesti chitarra-basso-batteria.
In tutto questo facciamo anche in tempo a saggiare alcuni estratti dal nuovissimo “Beautiful Future” (”Can’t Go Back” e “Uptown”) e a ricrederci su “Dolls” e “Country Girl” contenute invece nel deludente ultimo album. Da qui due semplici considerazioni: primo, che il prossimo lavoro dei Primal Scream ha tutta l’aria di essere un gran disco; secondo che il recente “Riot City Blues” dal vivo non è così mediocre come era sembrato nei mesi successivi alla sua uscita.
“Movin’ Up”, tra le urla entusiastiche di chi considera “Screamedelica” tra le pietre miliari dei ’90’s, chiude la set-list di una performance assolutamente elettrizzante e coinvolgente, ulteriore conferma di come nonostante l’età dei suoi artefici (il caro Bobby ha abbondantemente superato la quarantina), e i tanti anni di onorata militanza “alternative-rock”, i Primal Scream rimangono tutt’ora una delle migliori band in circolazione.

Ian Brown, Verve e Primal Scream, tutti nello stesso giorno: giornate che hanno spaccato a questi livelli non ne avevamo mai vissute, per cui, salutati i Primal Scream, decidiamo di andare a godere il meritato riposo. Con la certezza che, anche quest’anno e nonostante tutto, scegliendo il Summercase abbiamo fatto tredici…

Link:

SUMMERCASE Official Site
SUMMERCASE MySpace
SUMMERCASE ‘07 - DAY ONE - @ Parc del Forum (Barcellona 14/07/2007)
SUMMERCASE ‘07 - DAY TWO - @ Parc del Forum (Barcellona 14/07/2007)

Mp3:
Ian Brown - Time Is My Everything (from the album “Solarized))
Ian Brown - The Feeding of the 5000 (from the album “The World Is Yours”)
Grinderman - No Pussy Blues (from the album “Grinderman”)
Blondie - Heart Of Glass (from the album “Parallel Lines”)
Blondie - Fade Away And Radiate (from the album “Parallel Lines”)
Interpol - Obstacle1 (from the album “Turn On The Bright Lights”)
Interpol - PDA (from the album “Turn On The Bright Lights”)
The Juan MacLean - Give Me Every Little Thing (from the album “Less Than Human”)
The Verve - Love Is Noise (from the album “Forth”)
The Verve - Love Is Noise (live version)
Primal Scream - Higher Than The Sun (A Dub Symphony In Two Parts)
Primal Scream - Loaded (from the album “Screamdelica”)

Pictures from the NITE:
THE VERVE: Foto 1 | Foto 2 |Foto 3 |Foto 4 |Foto 5 | Foto 6 | Foto 7 | Foto 8 | Foto 9 | Foto 10
IAN BROWN: Foto 1 | Foto 2 |Foto 3 |Foto 4 |Foto 5 | Foto 6 | Foto 7 | Foto 8

Video from the NITE:
IAN BROWN
Waterfall


I Am The Resurrection


Golden Gaze


Made Of Stone


GRINDERMAN


Get It On


BLONDIE
Heart Of Glass


MAXIMO PARK
Questing


INTERPOL


THE VERVE
Drugs Don’t Work


This Is Music


Bitter Sweet Symphony


Life’s An Ocean


PRIMAL SCREAM
Jailbird



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Storia di vecchi jukebox e importanti amicizie quella dei Silver Jews.
Vecchie amicizie perché David Berman, leader, poeta, chitarrista del combo del Tennessee, iniziò la sua avventura quasi vent’anni fa dividendola con un illustre eroe nerd della cultura americana contemporanea, quello Stephen Malkmus che con i suoi Pavement avrebbe successivamente ridisengnato, influenzandolo pesantemente, il pentagramma di gran parte del rock degli anni a venire.
Da studenti squattrinati alla ricerca di uno spazio sonoro da conquistare, queste due icone della musica americana si sono ritrovate a percorrere strade diametralmente opposte: i riflettori per Malkmus, l’aria ombrosa di un platano per Berman, da sempre restio ad apparire in pubblico, ligio ad una timidezza schiva, vessillo dell’antieroe per eccellenza.

Vecchi jukebox invece, perché “Lookout Mountain, Lookout Sea” è un liso giradischi con dentro canzoni folk-rock di un tempo perduto, affogate come alici sott’olio nella dura voce raffreddata di Berman, menestrello biblico, ideale anello di congiunzione tra le paturnie dei National ed un’estate passata a sudare in provincia guardando la grandiosità serale della volta celeste. Un disco semplice questo, annodato attorno ad un pugno di canzoni classicamente ammalianti, formidabili quando decidono di alzare la testa come nell’incalzante “Strange Victory, Strange Defeat”, ma che spesso si dondolano nelle acque sicure di un porticciolo diroccato. C’è una bella fetta della Nashville che fu, Johnny Cash in primis, ammorbidita da un atteggiamento consolatorio verso il mondo che gli danza attorno, con una buona spruzzata di modernariato country in stile (e che stile) Wilco.

Un buon album di artigianato folk, dove una musica dai sapori tradizionali inorgoglisce papille gustative refrattarie a qualsiasi sapore innovativo, felici solamente di essere assuefatte da piccole storie cantate da una vecchia volpe del rock americano. Alla fin fine è sempre un piacere ascoltare un album di Mr. Berman.

Cover Album
Band Site
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Lookout Mountain, Lookout Sea [ Drag City - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Johnny Cash, The National, Wilco
Rating:
1. What Is Not But Could Be If
2. Aloysius, Bluegrass Drummer
3. Suffering Jukebox
4. My Pillow Is The Threshold
5. Strange Victory, Strange Defeat
6. Open Field
7. San Francisco B.C.
8. Candy Jail
9. Party Barge
10. We Could Be Looking
For The Same Thing
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Uno dei problemi che ci si trova ad affrontare quando si prova a scrivere dei dischi che capitano sotto il naso è quello di trovare il giusto quantitativo di parole per descrivere le sensazioni scaturite dall’ascolto. Il fatto è imputabile alla mole di uscite discografiche mensili che si differenziano di poco l’una dall’altra, per cui una recensione soltanto basterebbe per decine di dischi. I Culture Reject non aiutano in questo senso, le loro canzoni siano in tutto e per tutto delle b-sides dei Modest Mouse più acustici.

Quel che differenzia questo debutto discografico dalle decine di produzioni del genere sono solo piccole sottigliezze, ad esempio l’infarcitura di elementi latineggianti che richiamano la forma jazz in alcuni brani. Questo perché il canadese Michel O’Connel, unico titolare di quella che può definirsi una one-man band, ha vissuto a Cuba ed ha importato alcune caratteristiche del sound di quelle terre nella propria musica. Però è tutto espresso con troppa timidezza ed è difficile individuare un episodio che può prevalere qualitativamente sugli altri. Complessivamente un buon disco di indiepop che avrebbe anche le potenzialità per essere qualcosa di più, ma per adesso ha le ali tarpate.

Se amate il suono dei Modest Mouse e il pop a tinte pastello dei Page France o dei blasonatissimi The Shins, vi troverete tra le mani un discreto passatempo in attesa delle prossime uscite delle vostre band preferite. Per gli altri non saprei, ci sono decine e decine di dischi simili a questo in giro. Pescate dal mucchio, tentate la fortuna, magari saranno proprio i Culture Reject a farvi compagnia nei caldi pomeriggi estivi.

Cover Album
MySpace
Culture Reject [ White Whale - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Modest Mouse, Page France, The Shins
Rating:
1. Ain’t It On The Floor
2. Inside The Cinema
3. Museums
4. Overflow
5. Hong Kong Beach Part 1
6. Ohremain
7. Blueprint
8. Fireflies Are Fading
9. Hong Kong Beach Part 2
10. Beach
11. Sister Susi
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Volevo parlarvi di quanto fosse tamarro Andy Hunter.

Volevo parlarvi di quanto fosse datata la sua musica, un electro tendente al pop così anni ‘90 da far impallidire chi negli anni ‘90 c’era.
Però alla fine il disco non è affatto brutto: poco originale, a tratti stupido, ma sempre ottimamente confezionato. Il suono è pulito e ricco, il ritmo sempre elevato.

“Colour” è il disco che piace anche a chi non mastica nulla di elettronica: una spruzzata di Underworld lì, una manciata di New Order di là, un poco di Swayzak sopra ed un tocco di Chemical Brothers sotto.
Peccato che tutto quanto sia appesantito dalla continua presenza di vocal non interessanti e da un’aura mediocritas che difficilmente si stacca dalle orecchie anche dopo l’ascolto.

Vi segnalo qualche pezzo, cari lettori, così vi fate un’idea: non è niente male il dub fighetto e digitale di “Miracle” anche se risulta un poco lezioso, neppure il quasi plagio Underworld della successiva “System Error” stona. “In Smile Andy” tenta di coniugare un ritmo tango a soluzioni elettroniche (leggermente inflazionate), ma certe cose è meglio lasciarle fare a chi possiede classe e talento. “Technicolour” ha un inizio che convincerebbe ogni dj a portarsi il dischetto (o meglio vinile) in valigia, quando spunta fuori un orrendo cantato che mi ha fatto passare subito al pezzo dopo; “Together” è talmente eighties da far quasi tenerezza…

“Colour” è un disco estivo, lascia il tempo che trova: non è brutto, ma neppure davvero bello. Vi potrà colpire all’ascolto ma difficilmente lo ricorderete. È ben fatto, ma terribilmente insipido. Un consiglio da amico: piuttosto recuperate i nomi a cui si ispira e questo lasciatelo dove si trova.

Cover Album
Band Site
MySpace
Colour [ Nettwerk - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Underworld, Swayzak, New Order, Kraftwerk, Carl Craig, Chemical Brothers
Rating:
1. Sound Pollution
2. Stars
3. Shine
4. Miracle
5. System Error
6. Smile
7. Technicolour
8. Together
9. Fade
10. Sapphire
11. Out Of Control
12. You

Frequenze Disturbate festival ritorna per l’anno 2008 e ritrova la propria abituale, splendida locazione.

La città di Urbino ospiterà nella sua unica cornice rinascimentale l’evento musicale indie che nel corso degli anni si è conquistato rilevanza nazionale ed internazionale grazie alla perfetta integrazione tra la cura nella selezione delle proposte artistiche ed il contesto architettonico-urbanistico e paesaggistico. Ecco uno dei motivi alla basa della scelta di collocare gli eventi nel cuore del centro storico, direttamente a contatto con quel Palazzo Ducale che, sotto i Montefeltro, inaugurò la grande stagione del Rinascimento italiano. In maniera potentemente simbolica, l’ideale umanistico di ricerca, conoscenza ed equilibrio delle forme, trova declinazione in una nuova e moderna forma espressiva: Urbino si afferma di nuovo come luogo in cui la cultura vive e risiede.

Di seguito il programma della due giorni :


09 agosto 2008
Cristina Donà - Piazza Duca Federico (Palazzo Ducale)
St. Vincent (Data unica in Italia!) - Piazza Duca Federico (Palazzo Ducale)
My Brightest Diamond (Data unica in Italia!) - Esedra del Teatro (Pincio)

10 agosto 2008
Okkervil River (Data unica in Italia!) - Piazza Duca Federico (Palazzo Ducale)
Massimo Volume - Piazza Duca Federico (Palazzo Ducale)
The Radio Dept (Data unica in Italia!) - Esedra del Teatro (Pincio)

Link:
Frequenze Disturbate Festival Official Site

Frequenze Disturbate Festival MySpace

Dal 22 Luglio è in vendita “Electroma”, pellicola dei Daft Punk recentemente applaudita al Film Festival di Cannes.

Scritto e diretto da Thomas Bangalter e Guy Manuel De Homen-Christo il film segue le vicende di due robot, membri dei Daft Punk, ossessionati dal desiderio di diventare umani.

Dopo uno streaming gratuito di 9 ore avvenuto lo stesso giorno di pubblicazione sul portale Lycos Cinema, è ora possibile acquistare il DVD presso il sito US di Amazon.

Questo il link : http://www.amazon.com/Electroma-Daft-Punk/dp/B0014DC8VQ/ref=pd_bbs_sr_1?ie=UTF8&s=dvd&qid=1215557736&sr=8-1

Link:
Recensione “ALIVE 2007”

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Al quarto ‘martini’ appena mescolato l’oliva fa ancora il suo giro circolare nel bicchiere. Tutto si risolve in un’evidente consequenzialità. E così capita che dopo che abbia letto un articolo sui Kraftwerk, ascolti un album di una semplicità disarmante. Dodici ballate per chitarra, senza sofisticherie, senza salamelecchi elettronici o quant’altro; solo un uomo e le sue sei corde. Canzoni che non lasciano scampo, ossequiose ad una tristezza granitica, cantate da Dallas Green con voce meravigliosa, un timido melodioso magma di sincerità vischiosa, che una volta arrivato alle orecchie alza un muro col resto dell’universo.

Splendidi intermezzi di mandolino mischiati con pianoforte, pedal steel, slide guitar, armoniche ed a volte con ritmi alla batteria impreziosiscono un lavoro già eccellente di suo. Stendersi sul pavimento ghiacciato una domenica pomeriggio e lasciarsi trasportare lontano da una qualsiasi canzone di “Bring Me Your Love” è un esercizio di purificazione senza pari, un disegnare nuove coordinate lasciando da parte le fracassone vanità che ci fanno diventare cattivi per necessità. Già membro dei canadesi Alexisonfire, Dallas snocciola storie di ordinario fallimento senza nulla concedere a compatimenti miserevoli, accompagnando l’ascoltatore in un viaggio sonoro dal forte impatto emotivo verso la speranza nascosta dietro le montagne che si stagliano all’orizzonte. La levità di certi paesaggi disegnati dall’ugola di Green sono al limite della commozione, si trascinano appresso la delicatezza raccolta in una penombra pomeridiana lasciata germogliare tra le note di “’Body In A Box’ “ di “Against The Grain” oppure tra le minime accelerazioni di “Death Of Me”.

Quest’album non chiede nulla, non vuole cambiare niente, non aggradisce ma accoglie ed è lì la sua forza. Non dico nient’altro, perché l’unica cosa da fare è ascoltare quest’album fino allo sfinimento e rimanere poi in silenzio. Tutto ha una linearità logica, tutto è conseguenza, è tutto spiegato fin dal nome: City And Colour, ovvero Dallas Green, barba, occhiali, tatutaggi ed una chitarra per zittire il mondo.

Cover Album
MySpace
Bring Me Your Love [ Dine Alone - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Sam Amidon, Chris Bathgate, Boniver
Rating:
1. Forgive Me
2. Confessions
3. The Death of Me
4. Body in a Box
5. Sleeping Sickness
6. What Makes A Man ?
7. Waiting…
8. Constant Knot
9. Against The Grain
10. The Girl
11. Sensible Heart
12. As Much As I Ever Could

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