Agosto 2008


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Niente di nuovo sotto il sole di fine agosto. Lo zombie della new wave continua a mietere vittime anche quando il resto del mondo si gode le meritate due settimane di ferie estive. E allora oggi è il turno delle Uh Huh Her, duo tutto femminile alla linea di partenza con “Common Reaction”, le quali si vanno a sommare all’elenco sterminato di band che di sintetizzatori, giocattoli e altre amenità più o meno 80’s hanno fatto il loro biglietto da visita.

Nome imprestato da un disco di PJ Harvey (con la quale le affinità iniziano e finiscono qui), Leisha Hailey - che girovagando su internet scopro essere tra l’altro un’attrice abbastanza nota al di là dell’Atlantico - e Camila Grey buttano giù un buon numero di brani decisamente orecchiabili e (a volte anche troppo) sfacciatamente pop. Ad ascoltare le canzoni di “Common Reaction” vengono in mente certi Cure più caramellosi ed ancora di più Long Blondes e seguito di gruppetti affini. Canzoni orecchiabili, dicevamo: talmente tanto che fin dal primo ascolto almeno un paio di pezzi sembra di averli già sentiti, e continuo a chiedermi se questo è bene o male. La prima metà del disco scorre in realtà abbastanza piacevole, tra un rincorrersi di potenziali singoli a base di tastierine ed elettronicità varie che svelano una spiccata inclinazione alla melodia assassina: canzoni come “Say So” o “Not A Love Song” vanno a colpo sicuro facendo immediata breccia nella mente dell’ascoltatore.

La tensione cala a picco negli ultimi soporiferi passaggi, ma il limite più grosso di questo esordio sono dei testi monotematici, svenevoli e smaccatamente adolescenziali: l’impressione è che ci fosse poco da dire, e ammassare frasi da Smemoranda non era certamente il modo più indicato per colmare certi vuoti.

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Common Reaction [ Nettwerk - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Long Blondes, The Cure, The Cardigans
Rating:
1. Not A Love Song
2. Explode
3. Wait Another Day
4. Common Reaction
5. Say So
6. Covered
7. Everyone
8. Away From Here
9. So Long
10. Dance With Me
11. Dreamer
1 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 5 (1 votes, average: 4 out of 5)
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Torna con un nuovo album Tricky, proprio lui uno dei geniacci di Bristol, con un nuovo album dopo ben cinque anni passati dal deludente “Vulnerable” e addirittura sette dal (a tratti) più memorabile “Blowback” che inaugurava il periodo americano del nostro e sulla lunga distanza (dopo il notevole ep “Mission Accoplished”) anche l’esperienza presso la Anti, sottoetichetta dell’Epitaph.

Lo ritroviamo ora nuovamente in Inghilterra (questa volta Londra), accasato dai tipi della Domino, una delle label più cool degli ultimi anni. Chiaro che Tricky con questa gente ha poco e nulla a che fare e il divorzio, ormai lontano, tra lui e la storica Island pesa ancora e non ha neppure tanto senso cercare quel sound (come molti detrattori si ostinano a fare).

Abbiamo di fronte quindi un Adrian Thaws maturo e capace di coniugare le varie esperienze: peccato per il brutto inizio con la scarsa “Puppy Toy”, pseudo blues con chitarra scontata ed interpretazione femminile che sembra rubata a Christina Aguilera. Per fortuna “Knowle West Boy” non è tutto su queste coordinate, altrimenti non ve lo avremmo neppure proposto: “Bacative” è un raggamuffin introspettivo e sommesso con una ritmica altamente inquieta, che pur non avvicinandosi troppo a Bristol ricorda i pezzi migliori e più atmosferici di “Blowback”.

La successiva “Joseph” sarebbe stata ancor più adeguata come intro con quel suo piano elegiaco ed il semplice flow, roco marchio di fabbrica di Tricky. Sorprendete e vero specchio del nuovo corso del nostro, un amalgama di arroganza tipica del periodo passato negli USA e dei ritmi narcolettici e thriller della città d’origine, è “Veronika”, in cui fa bella mostra di sé pure la torinese Veronica Cassuolo cresciuta nella scuderia di CasaSonica. Una decisa caduta di stile invece risponde al titolo di “C’mon Baby”, al contrario del singolo “Council Estate” bello cattivo e diretto (qualcuno ricorda “Brand New You’re Retro” da “Maxinquaye”?). Le erotiche, scure e distorte “Past Mistake” e “Coalition” son grandiosi crossover che era un pezzo che non mi capitava di sentire, soprattutto la prima lenta e pastosa, davvero emozionante (non mi capita spesso di usare questo aggettivo, quindi fate un po’ voi i conti); la seconda è più aggressiva, ma i suoni rimangono di alto livello (perfette le laceranti note del violoncello che lambiscono la base così sporca) e pure la sincera ispirazione (con tanto di citazione iniziale della storica “Television Will Not Be Televised” di Gil Scott-Heron).

“Cross To Bear” è una ninnananna in levare tanto dolce e raffinata per quanto malata e la voce da orco di Tricky in sottofondo impreziosisce la traccia, ma l’ultimo pezzo davvero esaltante è la cover di “Slow” (Kylie Minogue o chi per lei), eccellente rap-rock danzereccio e sexy.
Se ai primi ascolti vi sembrerà un disco mediocre, rafforzato soltanto dall’immediato appeal di certe canzoni, il tempo vi smentirà: “Knowle West Boy” è il ritorno in grande stile (nonostante poche incertezze piuttosto perdonabili) per un mostro della musica che non se n’era mai andato, semplicemente si è fermato a raccogliere le proprie forze per tornare a stupire.

PS: qualsiasi paragone “Maxinquaye” sarebbe azzardato e probabilmente impietoso, ma non per carenza dell’ultimo album, semplicemente perché quello è un monumento e molto più, qualcosa di irripetibile.

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Knowle West Boy [ Domnino - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Mos Def, Massive Attack, Dizzie Rascal, Herbaliser, Gnarls Barkley, Asian Dub Foundation
Rating:
1. Puppy Toy
2. Bacative
3. Joseph
4. Veronika
5. C’mon Baby
6. Council Estate
7. Past Mistake
8. Coalition
9. Cross to Bear
10. Slow
11. Baligaga
12. Far Away
13. School Gates
7 Votes | Average: 3.43 out of 57 Votes | Average: 3.43 out of 57 Votes | Average: 3.43 out of 57 Votes | Average: 3.43 out of 57 Votes | Average: 3.43 out of 5 (7 votes, average: 3.43 out of 5)
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Poco più di una mezz’ora è ciò che ci regala il Beck con il suo nuovo album, “Modern Guilt”.
E’ un Beck melodico, sincopato, dolce, funk, psych-rock, dalle sperimentazioni elettroniche che si avvale della produzione di Danger Mouse (Gnarls Barkley) e della voce di Cat Power in “Orphans” e “Walls”.

Beck Hansen ormai è un maturo trentottenne che non soffre più per l’amata (ai tempi di “Sea Change”) e nemmeno si scatena in pista al ritmo di “Sex Laws”. No.
Il Beck di “Modern Guilt” ha preso coscienza del suo passato ed è come se ci proponesse un best of della sua musica: attenzione, non dei suoi singoli, ma della musica. Per queste ragioni, il nuovo album appare decisamente vario e orecchiabile, piacevole, adattabile a diversi tipi d’umore, senza spingersi troppo oltre.

“Gamma Ray”, forse il pezzo più ballabile e funk, vuole avere la forza di quella che era “Devil’s haircut”, ma non riesce ad essere un singolo da pista, così come “Chemtrails”, primo vero e proprio singolo estratto da questo nuovo lavoro, ricorda le ballate del Beck triste di “Sea Change”, tra un accordo di chitarra, un pianoforte e una voce malinconica.
Il tutto però condito in modo impeccabile, perché, diciamocelo, Beck non è un novellino e le cose le sa portare a termine.
Musicalmente parlando, i brani più interessanti sono “Modern Guilt” e “Youthless”, dove emerge la sperimentazione tra i ritmi e le chitarre nella prima e tra funk e blues dai toni cupi nella seconda, anche se la successiva “Walls” è quella destinata a restare nella memoria comune, per i suoi caratteri più pop. Degna di nota anche “Soul of a Man”, ritmata a suon della voce inconfondibile dell’autore.

Difficilmente capiterà che questo disco non piaccia. L’unica controindicazione è che potrebbe trattarsi di materiale già sentito (all’interno della stessa discografia hansiana), ma di ottima qualità.

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Modern Guilt [ Interscope - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Super Furry Animals, Why?, Cornershop
Rating:
1. Orphans
2. Gamma Ray
3. Chemtrails
4. Modern Guilt
5. Youthless
6. Walls
7. Replica
8. Soul of A Man
9. Profanity Prayers
10. Volcano
10 Votes | Average: 4 out of 510 Votes | Average: 4 out of 510 Votes | Average: 4 out of 510 Votes | Average: 4 out of 510 Votes | Average: 4 out of 5 (10 votes, average: 4 out of 5)
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Eccomi qua, tutto bello sudato a correre come un piccolo e felice gnù in mezzo al campo da calcetto, una sera qualunque di fine estate. Ho la mia maglia a strisce verticali bianche e blu ma con tutto che sono abruzzese, questa non è la maglia del Pescara. No signori: è la maglia del Wigan. Mentre mi affanno come un dannato dietro al pallone, mi interrogo sul perché non riesco più a fare le mezze rovesciate e perché mai indosso la maglia del Wigan. Ma, mentre alla prima domanda la spiegazione richiederebbe troppo impegno filosofico, il secondo interrogativo lo risolvo facilmente. I Verve vengono da Wigan, io adoro i Verve da sempre e quando in un negozio di Leeds un paio di settimane fa ho visto la maglia in vendita a sole cinque sterle il mio cervello ha fatto 1+1+1.
And that’s it.

Adoro i Verve perché Richard Ashcroft è un profeta (“Entreremo nella storia della musica. Ci impiegheremo tre album. Ne sono sicuro, abbiamo troppo potenziale.”) e la sua band sa risorgere dalla proprie ceneri come la Fenice. “Forth” segna il ritorno della band di Ashcroft e McCabe dopo dieci anni di assenza dalle scene. Trattasi di seconda reunion in 4 dischi: la prima volta la band si era sciolta subito dopo l’uscita di “A Northern Soul” (il lisergico capolavoro rock della band di cui molti, troppo spesso, si dimenticano) album che solo per “This Is Music” meriterebbe di essere citato, per poi riunirsi e dare vita a “Hurban Hymns” (il capolavoro pop che praticamente tutti hanno ascoltato almeno una volta). Una band che agli esordi stupiva per la nebbia e la psichedelia infiltrata dentro a un post rock incontenibile e la voce di Ashcroft era praticamente inscindibile, quasi indistinguibile dalla musica irradiata dagli strumenti che infiammavano il debut “A Storm In Heaven” (il capolavoro post-rock che tutti dovrebbero ascoltare almeno una volta nella vita di cui la traccia che chiude l’album è una delle più poetiche “break-up song” che il sottoscritto abbia mai ascoltato).

Risse, poesia, droga, Noel Gallagher che gli dedica “Cast No Shadow” e lo fa stampare a chiare lettere sul booklet di “Morning Glory”, decine di altre band inglesi ad ammirare una sensazione rock innata e il mondo accordato in la minore. Il brit-rock dei Verve ne ha viste di tutti i colori: quando iniziano gli accordi di “The Drugs Don’t Work” o di “Weeping Willow” tutti sanno che di fronte si ha un pezzo consegnato alla storia in modo definitivo come una gemma. Il genio di Ashcroft è tutt’altro che appannato dal corso degli anni. Eppure, fatta eccezione per il suo primo lavoro solista del 2000, il buon Richard ci aveva regalato, in definitiva, ottimi singoli pop ma sicuramente niente all’altezza dei lavori scritti insieme a Simon Jones, Peter Salisbury, Simon Tong e Nick McCabe, ecco perché quando la sua esile figura attraversava a piedi nudi il palco di Glastonbury, un mese e mezzo fa, per cantare al mondo le sue novità, il mondo lo guardava a sua volta curioso di sapere se il fuoco bruciava ancora.

“Forth” si è presentato lanciato da “Love Is Noise” un singolo tirato e quasi ballabile che ha fatto storcere il naso a molti (all’inizio anche al sottoscritto) ma che alla lunga dopo vari ascolti si rivela piuttosto piacevole e la prima parte del testo ancora una volta viene dalle mani di qualcun altro (già in precedenza Ashcroft aveva “sfruttato” i versi di William Blake per le frasi di apertura della infinita e stupenda “History”). “Sit And Wonder” immerge l’ascoltatore da subito in mezzo a un mare di elettricità lisergica (qualcosa che ricorda il suono di “No Knock On My Door” in alcune parti) e il resto del discorso traccia dopo traccia si rivela sicuramente molto ben curato nella produzione.

La voce di Ashcroft non ha minimamente perso il suo fascino e il timbro risulta praticamente perfetto da quando parte da un blues sotterraneo dai toni bassi, fino a quando si estende fino a toccare le note più alte. La chitarra di McCabe sperimenta e confonde, impasta, arpeggia e suona proprio come deve essere suonata perché è suonata da uno dei maestri del rock anni novanta. Non è però tutto oro ciò che luccica: infatti spesso il pop più debole prende troppo il sopravvento e in alcuni episodi sembra di assistere alla ripetizione di alcuni “inoffensivi” brani che Ashcroft aveva già proposto durante il suo percorso solista (uno su tutti “Check The Meaning”). La batteria a volte non ha modo di cambiare ritmo o percorso; non inventa, non distrugge: accompagna e spesso “si adegua al resto”. Ci si avvicina spesso dalle parti più morbide di “Urban Hymns” e ci si chiede se questo sarà un album che riuscirà a resistere al tempo e agli ascolti a ripetizione. Il lato meno positivo del disco risulta essere in alcuni episodi “la pomposità” di un suono saturato da una produzione veramente troppo presente (un elemento costante sono gli archi a “riempire tutti i vuoti”), quando invece i Verve sono capaci di incantare con soli 4 strumenti che si incastrano a meraviglia. Un suono psichedelico, scarno e acido che tende al pop: questo dovrebbero essere i Verve e non a caso è proprio quello che si trova nel secondo disco della band e c he qui invece manca perché rimpiazzato da una specie di “paura del vuoto” musicale. I Verve hanno il pregio di sapersi rinnovare, cambiare, sono una band camaleontica che non ha mai proposto per due volte consecutive lo stesso tipo di musica. Stavolta il punto di (ri)partenza è ovviamente ciò che si è costruito durante gli anni passati: una specie di piattaforma da cui lanciarsi ad ali spiegate e sperimentare di nuovo. A un primo ascolto “Forth” sembra aver imboccato la strada giusta, i riverberi, gli effetti, i giri di basso che mandano il cervello in un piccolo loop, e l’attitudine sonora “predicante e sciamanica” di Ashcroft ne fanno un buon album ma di certo non un capolavoro imprescindibile e sinceramente non so se entrerà anche nelle varie top list di fine anno. Ma da una band che è resuscitata per la terza volta e che in molti davano per spacciata, questo disco è più che una buona notizia: è una valida promessa per il futuro.
Se Dio vuole… .

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Forth [ Parlophone - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Warlocks, Brian Jonestown Massacre, The Stevenson Ranch Davidians, Richard Ashcroft
Rating:
1. Sit And Wonder
2. Love Is Noise
3. Rather Be
4. Judas
5. Numbness
6. I See Houses
7. Noise Epic
8. Valium Skies
9. Columbo
10. Appalachian Springs

THE VERVE su IndieForBunnies:

THE VERVE - Live @ Summercase (Barcellona, 11-07-2008)

2 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 52 Votes | Average: 4 out of 5 (2 votes, average: 4 out of 5)
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Buone notizie arrivano dalla Germania.
L’elettronica qui fa la differenza. Un ep bellissimo dove i New Order incontrano gli Editors e li fanno sorridere un po’ di più. Impasti post rock (“Muezzin”) che rallentano i velocissimi lampi di chitarra new wave con una fanghiglia densa e calda. Una band completamente immersa nel mondo indie, che si ispira ai Minus the Bear, che va in giro con un tourbus mezzo rotto e che produce qualcosa sicuramente molto interessante. Non è mai chitarra basso batteria e voce.

C’è sempre qualcos’altro. Qualcosa di sporco e digitale e ectoplasmico e robotico e graffiante (“Roland Garros” superati i due minuti tanto per essere più precisi). Migliaia di ascolti ai gruppi post-rock più importanti, con tanto di effetti e idee sonore rubate qua e la (dai Mogwai in primis) ma tutto risulta fuso alla perfezione.

Atmosfere metropolitane, nuvole pesanti e una chitarra che taglia tutto a metà in perfetta simmetria. Questo è veramente quello che mi sarei aspettato dai Bloc Party alla seconda chiamata.

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Mal Du Pays (EP) [ autoprodotto - 2008 ] - BUY HERE
Similar Artist: Bloc Party, Joy Division, Wolf Parade
Rating:
1. Side Effect
2. Muezzin
3. Roland Garros
4. Polterstein
5. A Look Around
2 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 52 Votes | Average: 3.5 out of 5 (2 votes, average: 3.5 out of 5)
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Parliamoci francamente: nonostante siate dei seduttori impenitenti, nel caso vi trovaste dinanzi a Scarlett Johansson comincereste a balbettare sudando sette camicie cercando la frase più intelligente dell’universo pur di riuscire ad attaccare bottone con la diva hollywoodiana. Realisticamente parlando avete lo 0,01% di possibilità che non vi fulmini sdegnosamente col suo sguardo, etichettandovi come degli arrapati dell’ultima ora. Sarà allora, in quel fatale momento, che con la stessa provvidenziale precisione di un gol di tacco al novantacinquesimo minuto vi ricorderete di quella recensione letta svogliatamente chissà dove e che diceva che tra i cantanti preferiti di Scarlett c’è proprio Freddie Stevenson.

A questo punto è probabile che inizierete a discorrere su come il cantautore londinese inanelli una gustosa sequela di ballate imbevute di rock vecchia maniera, robuste canzoni di circolare orecchiabilità, grintosamente votate a colorare il pentagramma con pregevoli passaggi filtrati attraverso un gioco corale dove chitarre elettro-acustiche, pianoforti, percussioni, organetti ed eleganti arrangiamenti profumino di piacevolezza l’aria stantia che aleggia attorno allo stereo.
Senza un motivo ben preciso il disco si lascia ascoltare assiduamente con levigata curiosità, scampanellando agilmente tra malinconie trattenute a perfezione e rock d’autore di pregevole fattura. Registrato a Nashville e prodotto dal leggendario David Z., storico ingegnere del suono di Prince, “All My Strange Companions” si appiccica addosso come una maglietta cucita su misura, spandendo gioiosa amabilità, neanche fosse un’ambrata bevuta tra vecchi amici ritrovatisi per caso.
Rimandi a certo roots-rock americano sono sparsi qua e là senza infastidire, grazie anche ad una interpreazione vocale convincente ed ispirata.

Disco tutt’altro che indimenticabile, ha però dalla sua la pretesa di non tradire l’ascoltatore, di non portarlo a sperdersi nei meandri talvolta incompresibili dello sperimentalismo modaiolo che ingolfa le orecchie del cultore musicale curioso ed avido di sane ballate chitarristiche. Cosa di non poco conto, almeno per il sottoscritto.
Alla fine anche al viaggiatore più ossessivo vien voglia di tornare a casa, di fermarsi un attimo prima di riprendere a peregrinare: sedutosi nella sua stanza ordinata ed impolverata metterà su quest’album e gli sarà tutto più facile.
Per il resto di voi, sappiate che se alla fine riuscirete a strappare un mezzo sorriso ammicante alla musa di Woody Allen, noi aspetteremo nel nostro pub preferito, la meritata ricompensa.

Cover Album
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All My Strange Companions [ Juicy Musical Creation - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Joseph Arthur, Matthew Ryan, Glenn Phillips, Jakob Dylan
Rating:
1. Easy Now
2. Alibi Song
3. Czechoslovakia
4. Photographs
5. If There Is A World
6. If An Alien Astronomer
Could See Us From Afar
7. Nothing’s Gonna Change
8. Brand New Heart
9. The Soft Collapse
10. The Occasional Spell
11. Ordinary Girl

L’edizione 2008 del Gravity Festival, presentata al solito da Popcorn Chic e Qoob Tv (digitale terrestre di Mtv Italia) in collaborazione con Comcerto Eventi si terrà SABATO 20 Settembre con inizio dei live già ad ora aperitivo (apertura alle 19:00) ed è confermata la splendida location dello scorso anno: Parco Rosati.

La lineup definitiva per questa edizione è davvero d’eccezione e comprende bands che dopo tanta attesa possiamo vedere in Italia ed a Roma in esclusiva ed in unica data come:
The Courteeners (Manchester Uk), The Holloways (London Uk), The Paddingtons (Hull Uk), Psycho Fag (Brighton Uk) ed il W.W.B. Djset (i residents del London Astoria ed organizzatori dei party tra i più cool della capitale britannica).

Si consiglia l’acquisto del biglietto tramite il myspace.com/gravityfest per assicurarsi l’ingresso (offerta limitata ad i primi acquisti) e risparmiare la lieve maggiorazione dovuta ai diritti di prevendita.

Data:
20 Settembre 2008 - PARCO ROSATI - ROMA EUR, Via delle Tre Fontane 24

Prevendite su myspace.com/gravityfest

Link:
POPCORN CHIC Official Site
QOOB TV Official Site

COMCERTO Official Site

Due anni dopo essersi fatta conoscere grazie all’acclamato debutto “Bring Me the Workhorse”, Shara Worden -aka My Brightest Diamond- si conferma come una delle voci più originali, vibranti e creative della musica indipendente americana.
Il suo nuovo e già osannato lavoro mozzafiato “A Thousand Shark’s Teeth” (uscito a giugno su Asthmatic Kitty) ci ripropone fin dal primo ascolto l’innegabile grandezza di questa cantautrice.

Affascinante, giocoso, audace, premonitore, aggraziato, eclettico, eccitante, viscerale: sono questi i primi aggettivi che vengono in mente dopo aver ascoltato “A Thousand Shark’s Teeth”. Evocativo e complesso, il disco è pieno di quelle melodie e arrangiamenti che ti restano attaccati addosso anche dopo che hai smesso di ascoltarlo.
Composto da canzoni scritte sia prima che dopo l’uscita dell’album precedente e prodotto e arrangiato dalla stessa Shara, questo nuovo lavoro riflette momenti, sensazioni, generi musicali e sfaccettature diversi di una stessa personalità e tutti questi elementi sono abilmente tenuti insieme dal filo conduttore costituito dalla voce potente e dinamica di Shara.
Il disco, in origine voluto come un affair più classico in stile quartetto d’archi, si è poi evoluto e affinato durante un periodo lungo sei anni. Mixato da Husy Hoskulds (Tom Waits, Elvis Costello) e registrato tra Berlino, Los Angeles e New York “A Thousand Shark’s Teeth” vede la partecipazione di venti musicisti.

Dopo aver suonato nella band di Sufjan Stevens, My Brightest Diamond ha poi esordito come solista nel 2006 con il suo “Bring Me the Workhorse”. Da lì sono iniziati mesi di tour che l’hanno portata a dividere il palco con artisti come The Decemberists, The National, St.Vincent, Devotchka, Sufjan Stevens e molti altri.
La data di Milano sarà l’unica e imperdibile occasione di vedere My Brightest Diamond in autunno in Italia!

Data:
29 Settembre 2008 - Milano @ MusicDrome

Prevendite a breve su www.ticketone.it

Link:
MY BRIGHTEST DIAMOND Official Site
Recensione “A THOUSAND SHARKS TEETH”

4 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 54 Votes | Average: 4 out of 5 (4 votes, average: 4 out of 5)
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Un giorno di questi prendo il mio coniglio, il mio paio di jeans preferiti, mi metto su una barca a remi e vado in Australia. Non appena arrivato in Australia con la barca a remi, dopo che nel frattempo sono morto e risorto tre volte, la prima cosa che faccio è piantare un fiore nella sabbia dell’Outback. Lo pianto in nome del flower power, della pace e della granita al cocco. Una volta che non ho più un cazzo di niente da fare vorrei andarmene in giro e assaggiare un po’ che sapore ha l’aria da quelle parti. magari saltellando qua e là come un marsupiale impazzito, con dentro le orecchie aussie rock music di origine controllata, sperduta e illuminata.

Magari nelle orecchie non avrò i Vines ma questi (ben più interessanti) Dolly Rocker Movement: al secondo disco presentano un riuscito incrocio di musica pop mescolato bene a un rimando continuo a certe atmosfere iù ès èi anni settanta ancora molto free sex. Gioco del chi somiglia a chi? Ok. Allora diciamo che mentre il debut della band era più una sorta di mini incubo shoegazer garage e psichedelico annebbiato dai fumi dell’alcool, “A Purple Journey…” è più lucido e sembra quasi un disco dei Verve che suonano e cantano roba dei Velvet Underground. Niente male eh? Niente male infatti, soprattutto considerando che negli ultimi tempi la famiglia dei gruppi psichedelici e sperimentali come i Dolly Rocker Movement, si sta allargando su Myspace in modo positivamente preoccupante. Ma uno può essere positivamente preoccupato?

Non lo so, però questi qui che riempiono un po’ di più le atmosfere forse a volte troppo ruvide e dirette dei 22-20’s e che escono la sera con i Black Angels, fanno la loro bella figura. Spuntano i Doors e l’organo e le candele e… poi mi sveglio mezzo squagliato nell’Outback completamente down under anche negli organi interni e quasi non ci credo. Afferro per le orecchie il coniglio e gli dico “Stai a guardare molto attentamente, caro”, poi prendo la pala e comincio a scavare un tunnel che mi riporterà a Forlì.

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A Purple Journey Into The Mod Machine [ Off The Hip - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: The Morning After Girls, Brian Jonestown Massacre, The Warlocks
Rating:
1. Enter The Mod Machine
2. For Those Teary Eyes
3. Yell Like It Is
4. Gypsy Dancer
5. My Friend
6. The Wiser Road
7. Follow The Sound
8. I Can See Through Orange
9. Get Up Au Go-Go
10. Hers And Mine
11. For Those Smiling Eyes
12. Cross Wired

THE DOLLY ROCKER MOVEMENT su IndieForBunnies:

Recensione “ELECTRIC SUNSHINE”

2 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 52 Votes | Average: 3 out of 5 (2 votes, average: 3 out of 5)
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Se vuoi fare del pop DEVI per forza essere derivativo. E questo non accade dall’altro ieri, ma accade dai tempi dei Beatles. Insomma c’è un inizio e una storia, una evoluzione di stili negli anni e adesso ben vengano le migliaia di band che traggono ispirazione dai Radiohead e anche dai Coldplay , si perchè “Parachutes”, nel suo genere è un disco fantastico . Certo, la qualità non è sempre all’altezza dei buoni propositi, a volte capita di imbattersi in un “copia e incolla” privo di qualunque personalità, ma spesso funziona.

Però non PUOI iniziare a copiare i Keane se vuoi essere credibile. Niente contro di loro, sono una innocua band di pop piuttosto patinato ma orecchiabile. Ma non ha senso, se ti chiami Wolfy e non hai ancora un’etichetta discografica, autoprodurti un EP di sei tracce di cui tre sembrano delle scarne b-sides dei ben più famosi colleghi. Eppure melodicamente non siete nemmeno male, con la title-track che fa tanto Muse col freno a mano tirato. Ma non posso fare a meno di trovare quelle partiture di pianoforte e quelle linee vocali al limite del plagio.

Non posso negare che nell’insieme le melodie ci sono e il disco possiede anche una grande canzone, quella “Skip Thursday” , ballata di pianoforte ed archi che strizza molto gli occhi agli Embrace. Dai credits poi leggo che la voce femminile che appare in un paio di brani è di una certa Sarah Jones. Ecco, fate una cosa: assumetela e dimenticatevi dei Keane, in tal caso potreste diventare davvero una buona band.

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Bel Canto (EP) [ autoprodotto - 2007 ] - BUY HERE
Similar Artist: Keane, Coldplay, Muse
Rating:
1. Bel Canto
2. Crystal
3. Vienna Underground
4. House On A Hill
5. Ortus
6. Skip Thursday

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