THE VERVE
Forth
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Eccomi qua, tutto bello sudato a correre come un piccolo e felice gnù in mezzo al campo da calcetto, una sera qualunque di fine estate. Ho la mia maglia a strisce verticali bianche e blu ma con tutto che sono abruzzese, questa non è la maglia del Pescara. No signori: è la maglia del Wigan. Mentre mi affanno come un dannato dietro al pallone, mi interrogo sul perché non riesco più a fare le mezze rovesciate e perché mai indosso la maglia del Wigan. Ma, mentre alla prima domanda la spiegazione richiederebbe troppo impegno filosofico, il secondo interrogativo lo risolvo facilmente. I Verve vengono da Wigan, io adoro i Verve da sempre e quando in un negozio di Leeds un paio di settimane fa ho visto la maglia in vendita a sole cinque sterle il mio cervello ha fatto 1+1+1. Adoro i Verve perché Richard Ashcroft è un profeta (“Entreremo nella storia della musica. Ci impiegheremo tre album. Ne sono sicuro, abbiamo troppo potenziale.”) e la sua band sa risorgere dalla proprie ceneri come la Fenice. “Forth” segna il ritorno della band di Ashcroft e McCabe dopo dieci anni di assenza dalle scene. Trattasi di seconda reunion in 4 dischi: la prima volta la band si era sciolta subito dopo l’uscita di “A Northern Soul” (il lisergico capolavoro rock della band di cui molti, troppo spesso, si dimenticano) album che solo per “This Is Music” meriterebbe di essere citato, per poi riunirsi e dare vita a “Hurban Hymns” (il capolavoro pop che praticamente tutti hanno ascoltato almeno una volta). Una band che agli esordi stupiva per la nebbia e la psichedelia infiltrata dentro a un post rock incontenibile e la voce di Ashcroft era praticamente inscindibile, quasi indistinguibile dalla musica irradiata dagli strumenti che infiammavano il debut “A Storm In Heaven” (il capolavoro post-rock che tutti dovrebbero ascoltare almeno una volta nella vita di cui la traccia che chiude l’album è una delle più poetiche “break-up song” che il sottoscritto abbia mai ascoltato). Risse, poesia, droga, Noel Gallagher che gli dedica “Cast No Shadow” e lo fa stampare a chiare lettere sul booklet di “Morning Glory”, decine di altre band inglesi ad ammirare una sensazione rock innata e il mondo accordato in la minore. Il brit-rock dei Verve ne ha viste di tutti i colori: quando iniziano gli accordi di “The Drugs Don’t Work” o di “Weeping Willow” tutti sanno che di fronte si ha un pezzo consegnato alla storia in modo definitivo come una gemma. Il genio di Ashcroft è tutt’altro che appannato dal corso degli anni. Eppure, fatta eccezione per il suo primo lavoro solista del 2000, il buon Richard ci aveva regalato, in definitiva, ottimi singoli pop ma sicuramente niente all’altezza dei lavori scritti insieme a Simon Jones, Peter Salisbury, Simon Tong e Nick McCabe, ecco perché quando la sua esile figura attraversava a piedi nudi il palco di Glastonbury, un mese e mezzo fa, per cantare al mondo le sue novità, il mondo lo guardava a sua volta curioso di sapere se il fuoco bruciava ancora. “Forth” si è presentato lanciato da “Love Is Noise” un singolo tirato e quasi ballabile che ha fatto storcere il naso a molti (all’inizio anche al sottoscritto) ma che alla lunga dopo vari ascolti si rivela piuttosto piacevole e la prima parte del testo ancora una volta viene dalle mani di qualcun altro (già in precedenza Ashcroft aveva “sfruttato” i versi di William Blake per le frasi di apertura della infinita e stupenda “History”). “Sit And Wonder” immerge l’ascoltatore da subito in mezzo a un mare di elettricità lisergica (qualcosa che ricorda il suono di “No Knock On My Door” in alcune parti) e il resto del discorso traccia dopo traccia si rivela sicuramente molto ben curato nella produzione. La voce di Ashcroft non ha minimamente perso il suo fascino e il timbro risulta praticamente perfetto da quando parte da un blues sotterraneo dai toni bassi, fino a quando si estende fino a toccare le note più alte. La chitarra di McCabe sperimenta e confonde, impasta, arpeggia e suona proprio come deve essere suonata perché è suonata da uno dei maestri del rock anni novanta. Non è però tutto oro ciò che luccica: infatti spesso il pop più debole prende troppo il sopravvento e in alcuni episodi sembra di assistere alla ripetizione di alcuni “inoffensivi” brani che Ashcroft aveva già proposto durante il suo percorso solista (uno su tutti “Check The Meaning”). La batteria a volte non ha modo di cambiare ritmo o percorso; non inventa, non distrugge: accompagna e spesso “si adegua al resto”. Ci si avvicina spesso dalle parti più morbide di “Urban Hymns” e ci si chiede se questo sarà un album che riuscirà a resistere al tempo e agli ascolti a ripetizione. Il lato meno positivo del disco risulta essere in alcuni episodi “la pomposità” di un suono saturato da una produzione veramente troppo presente (un elemento costante sono gli archi a “riempire tutti i vuoti”), quando invece i Verve sono capaci di incantare con soli 4 strumenti che si incastrano a meraviglia. Un suono psichedelico, scarno e acido che tende al pop: questo dovrebbero essere i Verve e non a caso è proprio quello che si trova nel secondo disco della band e c he qui invece manca perché rimpiazzato da una specie di “paura del vuoto” musicale. I Verve hanno il pregio di sapersi rinnovare, cambiare, sono una band camaleontica che non ha mai proposto per due volte consecutive lo stesso tipo di musica. Stavolta il punto di (ri)partenza è ovviamente ciò che si è costruito durante gli anni passati: una specie di piattaforma da cui lanciarsi ad ali spiegate e sperimentare di nuovo. A un primo ascolto “Forth” sembra aver imboccato la strada giusta, i riverberi, gli effetti, i giri di basso che mandano il cervello in un piccolo loop, e l’attitudine sonora “predicante e sciamanica” di Ashcroft ne fanno un buon album ma di certo non un capolavoro imprescindibile e sinceramente non so se entrerà anche nelle varie top list di fine anno. Ma da una band che è resuscitata per la terza volta e che in molti davano per spacciata, questo disco è più che una buona notizia: è una valida promessa per il futuro. |
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THE VERVE su IndieForBunnies:








26 Agosto 2008 @ 22:12
Innanzitutto grande rece Giov, soprattutto per il primo capoverso (scusa, a 5 sterline cmq la maglietta la potevi comprare pure a me però).
Il disco l’ho ascoltato ancora troppo poco per dare un giudizio definitivo. Oltretutto l’ho fatto in ‘random’, per cui nn sono neanche in grado di valutare quale siano le parti del disco.
Per quello che ho sentito però, mi sembra che il pericolo di un flop sia scampato: i pezzi sono tutti molto lunghi, molto ’suonati’ e mi pare più rock che pop. La superproduzione asfissiante la si coglie anche dopo pochi ascolti, ma mi pare comunque un disco godibile. Purtroppo, non ai livelli dei precedenti, ma d’altra parte quello sarebbe stato un miracolo…pretendere un altro capolavoro dopo dieci anni sarebbe stato stupido…
In linea col ‘revival’ british pop, segnalo un disco co 2 palle così: ‘You Cross My Path’, l’ultimo (forse proprio l’ultimo della loro storia) dei Charlatans…New Order e organi Charlatans a manetta, una cosetta fuori dalle mode che è madchester al 100%…
Dal vivo sono invece sempre straordinari…
26 Agosto 2008 @ 22:13
Ma nessuno che commenta una release così importante???
27 Agosto 2008 @ 00:57
Probabilmente proprio perché così importante forse va metabolizzata per bene; almeno, per me è ancora presto per formulare un giudizio, anche se posso dire che il disco mi ha lasciato soddisfatto fin dal primo ascolto.
27 Agosto 2008 @ 01:33
ma una volta i The Verve non erano semplicemente i Verve? comunque gran bella rece, ma il disco credo non sia nei miei gusti. in compenso stasera ho comprato l’ultimo Notwist a dieci euri in un mercatino, culo. notte.
27 Agosto 2008 @ 07:30
si Ghemison nel primo album si chiamavano Verve poi hanno avuto casini con una etichetta con lo stesso nome e hanno dovuto aggiungere l’articolo all’inizio.
Helmut era l’unica taglia rimasta quella della maglia, sorry
comunque si, grandi Charlatans… .
27 Agosto 2008 @ 10:33
confermo di essere anche io affetto dalla sindrome “LOVE IS NOISE”. Ai primi ascolti la canzone mi sembrava orrenda (con urletti a dir poco irritanti…) con il tempo sto cambiando opinione.
Ho ascoltato FORTH per la prima volta ieri, le prime impressioni sono buone. Non un capolavoro ma di certo nemmeno un fallimento come qualcuno prevedeva…
X quanto riguarda i CHARLATANS possiamo dire che hanno sfornato il miglior disco dai tempi di SOME FRIENDLY…
27 Agosto 2008 @ 15:22
boh comunque verve o non verve qua ultimamente anche soprattuto a livello myspace riguardo le migliori band, da padrona la fanno gli stati uniti. Inghilterra in netto ribasso. Sempre le solite idee riciclate. Anche in America in fin dei conti ritritano sempre la solita solfa ma forse lì riciclano meglio boh…non lo so…
non a caso i migliori dischi che ho ascoltato da mesi a questa parte sono proprio quello degli Stevenson Ranch Davidians (recensito su queste pagine) e quello dei December Sound (fantastici loro veramente, presto recensiti qui) entrambe i gruppi sono ammmmaragàni.
27 Agosto 2008 @ 15:32
E negli Stati Uniti ci mettiamo pure il Canada?
27 Agosto 2008 @ 16:19
Non credo ai grandi ritorni.
Tutti hanno il loro momento di gloia.
Ma forse l’unica eccezione potrà essere il ritorno nella scena musicale di Sabriba Salerno.
Spero vivamente che non sara’ da voi ignorata.
27 Agosto 2008 @ 18:09
Boh non lo so, soft, non sono ferratissimo attualmente sul Canada e anzi ho l’impressione di essermi perso qualche bel gruppetto, sarebbe impossibile comunque stare un po’ dietro a tutte le scene (soprattutto a quelle più inafferrabili tipo myspace…). Poi non ci contatta molta gente dal canada a noi a dir la verità… .
27 Agosto 2008 @ 18:29
Comunque restando in tema d’oltreoceanismi, strabello il disco dei Port O’Brien!
28 Agosto 2008 @ 00:39
Olmert eri raffreddato mentre scrivevi? ihihhihihi….
28 Agosto 2008 @ 15:54
Olmert è fritto.
28 Agosto 2008 @ 16:03
olmert non esiste…
29 Agosto 2008 @ 08:47
p.s. segnalo un libro che ho cominciato a leggere ieri (vivamente consigliato agli appassionati della musica di Ashcroft e co.):
“Richard Ashcroft-the verve, burning money & the human condition” di Trevor Baker, bio non autorizzata in inglese facilmente reperibile su amazon, uscita la scorsa settimana che va praticamente dal 1991 fino alla scrittura di forth più o meno. Solo la parte dove si parla del periodo di “A Storm In Heaven” vale l’acquisto.
E comunque Olmert è un disegno del male.
30 Agosto 2008 @ 17:54
Ottima recensione e grande Giov…ti stimo a 1000 per l’acquisto delle maglia del Wigan!e soprattutto “This is Music”!grazie
Richard.
30 Agosto 2008 @ 19:28
ahahah
grazie Kevin…peccato che ultimamente, da quando sono tornato in Italia, non gli sto facendo granché onore a quella maglia, sul campo.
comunque ho scoperto grazie al libro che la prima registrazione ufficiale di “This Is Music” dura 35 minuti.
Adesso devo trovarla così posso morire felice.
31 Agosto 2008 @ 18:51
Naturalmente di questo libro ne farai una recensioni qui sopra…altrimenti verrai fustigato da Gigi D’Alessio…
1 Settembre 2008 @ 08:16
…..no no che recesnaione….adesso m’aspetta un’altra settimana di mare….
certe volte la vita è proprio dura… .
1 Settembre 2008 @ 08:16
….vedi? mi ha cominciato anche a colpire la sindrome di Olmert quando scrivo…
1 Settembre 2008 @ 14:24
E’ na vitaccia, decisamente…